#Veneto #Solidarietà – A SETTANTA ANNI DALLA FONDAZIONE DEL CUAMM MEDICI CON L’AFRICA, A VENTI DALLA MORTE DI SARA LESSIO E A CINQUE DA QUELLA DI DON LUIGI MAZZUCATO – di Gianni Sartori

Tu chiamale se vuoi coincidenze…

Una premessa sulle ragioni per cui ho riesumato questo articolo-intervista del lontano 2006.

Sapendo che cadeva il settantesimo anniversario del CUAMM Medici con l’Africa (la prima Ong italiana, fondata nel 1950 dal professor Francesco Canova di Bassano), dopo averlo rinviato per giorni, stamattina 26 novembre 2020 (con il senno di poi una prima coincidenza) avevo cercato in archivio qualche vecchio articolo sull’argomento. In particolare ne ritrovavo due: un incontro con don Luigi Mazzucato e un altro con il professor Giovanni Baruffa.

La cosa poteva finir lì, ma – sempre oggi 26 novembre 2020 – sul Giornale di Vicenza leggevo casualmente un necrologio in memoria di Sara Lessio, giovane dottoressa bassanese scomparsa venti anni fa tragicamente (investita da un’auto mentre andava in bicicletta, quando negli Stati Uniti si stava preparando per andare in Africa). Sara era entrata al CUAMM (Collegio Universitario per Aspiranti e Medici Missionari) partecipando alla formazione e all’approfondimento sui temi specifici riguardanti situazioni, progetti realizzati e progetti da realizzare in Africa.

Altra coincidenza: la sua morte risaliva al 26 novembre del 2000. Vedo poi – sempre nel necrologio per Sara Lessio – che durante la messa in sua memoria verrà ricordato anche don Luigi e scopro che anche lui se n’era andato  il 26 novembre, cinque anni fa. Ancora una coincidenza.

Non era finita però. Controllo la data del mio vecchio articolo su don Luigi (uscito sul settimanale diocesano, la Voce dei Berici) e resto…se non basito quantomeno perplesso. E’ infatti del 26 novembre (2006).

Abbastanza per mettere in crisi anche un agnostico praticante come il sottoscritto.

Comunque ecco l’articolo in onore di don Luigi Mazzucato, di Sara Lessio e di Francesco Canova. Tutte persone sicuramente di buona volontà.

 

“L’UNICA COSA CHE NON CI SERVE E’ L’INDIFFERENZA”

 Un incontro con don Luigi Mazzucato, esponente di “Cuamm medici con l’Africa” (Gianni Sartori, 26 novembre 2006)

 

Diversamente da altre organizzazioni non governative che operano utilizzando anche la spettacolarizzazione mediatica, “Medici con l’Africa Cuamm” agisce puntando su un lavoro di anni e anni, sulla presenza costante, con operatori che restano anche dopo la scadenza del contratto, spesso gratis. Per molti è l’”investimento di una vita”.

Abbiamo incontrato don Luigi Mazzucato, l’esponente più rappresentativo di “medici con l’Africa Cuamm”, per parlare della Giornata mondiale dell’Aids che ricorre il 1° dicembre, e il nostro interlocutore ha sottolineato che  questo “male feroce si sta mangiando giorno dopo giorno un pezzo di Africa”. Fornisce dati impressionanti. Nell’area subsahariana gli ammalati sono oltre 25 milioni e nel 2005 i decessi dovuti al virus Hiv sono stati 2,5 milioni.

Ricorda che “i primi casi di una “malattia strana” sono stati osservati nel 1984 in Tanzania, nei pressi del Lago Vittoria, dai nostri medici”. Con il locale Ministero della Sanità all’epoca venne “organizzato un seminario di cui poi abbiamo pubblicato gli atti. Negli anni successivi è scoppiata la pandemia”. Nel 1985, durante uno dei suoi numerosi viaggi in Africa, don Luigi si trovò a visitare un ospedale ugandese “in cui c’era un reparto con una quarantina di malati di aids”: I medici gli dissero che  “nel giro di due anni nessuno sarebbe sopravvissuto”. Ormai questo dramma si è “esteso a tutta l’Africa subsahariana, con una quantità infinita di morti. In Tanzania ormai il 70% delle ammissioni ospedaliere è legato all’Aids”.

Una tragedia, come ha ricordato Nelson Mandela “peggiore delle guerre, delle carestie, della malaria, devastante per le famiglie, per le comunità e per tutta la società africana”: Il vecchio leader sudafricano ha dichiarato che “decenni sono stati tagliati dalla speranza di vita della popolazione e la mortalità infantile è destinata a raddoppiare. L’Aids sta spazzando via i progressi nello sviluppo fatti negli ultimi anni e sta sabotando il futuro dell’Africa”.

 

Nascere senza Aids

“In questo momento – spiega don Luigi – abbiamo 57 progetti in corso e un centinaio di iniziative di supporto. Affrontiamo l’Aids formando il personale locale, creando consapevolezza sulla gravità della malattia con attività sul territorio, informazione, educazione sanitaria”.

L’altro aspetto della battaglia condotta dal Cuamm è “la creazione di strutture, laboratori, servizi per la prevenzione (controlli, test Hiv…) e per la cura”.

Oggi la situazione è cambiata rispetto a qualche anno fa ed “è possibile accedere ai farmaci anche per chi non può acquistarli, ma l’utilizzo non è semplice, bisogna usarli adeguatamente. E’ una cura che dura tutta la vita”. Serve quindi personale in grado di “fare e leggere i test, prescrivere le medicine…”.

Tra i progetti più significativi del Cuamm vi è “Nascere senza Aids”, un intervento specifico volto a impedire che la malattia si trasmetta dalla madre al bambino al momento del parto. Con i farmaci adatti “nella maggioranza dei casi si evita la trasmissione. Questo salvare la madre e preservare il bambino è un punto cardinale per molti organismi internazionali per l’infanzia”.  

Ormai l’Africa, soprattutto a causa dell’Aids, è “un continente di orfani e attualmente il 45% della popolazione subsahariana è al di sotto di 15 anni”. Oltre che devastante per le famiglie, questa situazione è “drammatica per l’intera società, dato che è stata falcidiata la fascia dell’età produttiva. In particolare l’Aids ha colpito anche chi operava nella sanità e nella scuola, con conseguenze socioeconomiche facilmente immaginabili”.

In alcuni recenti articoli si è parlato dei metodi aberranti utilizzati in alcune zone dell’Africa, nell’illusione che potessero contrastare l’Aids. Per don Luigi anche queste notizie confermano che “la capacità di dialogare con credenze e sistemi culturali diversi è una componente fondamentale del medico”. Quindi, da un punto di vista sanitario, è fondamentale “istruire, informare in maniera adeguata e obiettiva”.

 

Prevenire, curare, riabilitare

“Negli ultimi anni – conclude don Luigi –  oltre a quello curativo, si è puntato molto sull’aspetto preventivo. Ora sta diventando fondamentale anche quello riabilitativo, visto che in Africa la popolazione dei disabili è una vera moltitudine. Integrando i tre momenti con progetti specifici, operiamo affinché quello alla salute sia veramente un diritto umano fondamentale, come quello all’istruzione, alla libertà. La salute intesa in senso globale, complessivo”.

Oggi “da parte nostra c’è anche il dovere della comunicazione, dell’informazione sull’Africa. Se non si conosce, non si ama e non si aiuta. Il Vangelo dice anche di far conoscere le opere buone, i “medici invisibili” devono diventare più visibili, ma sempre mantenendo il nostro stile”.

Da fine novembre (2006 nda) il Cuamm sarà impegnato in un’opera di informazione su questi problemi per “appellarsi alle coscienze, qui in Italia, perché non se ne parla abbastanza”. Grazie alla disponibilità di alcuni gruppi editoriali partirà sulla stampa e alla radio la campagna “L’unica cosa che non ci serve è l’indifferenza”.

 

Cuamm: medici invisibili

Don Luigi ci spiega che “fondato nel 1950 dal professor Francesco Canova, Medici con l’Africa Cuamm fa parte di “Volontari  nel mondo – Focsiv”, la federazione degli organismi cristiani di servizio internazionale volontario. E’ membro dell’Associazione delle ong italiane e di “Medicus mundi international”, la federazione internazionale di organismi di cooperazione in campo sanitario.

Inoltre è corrispondente stabile e riconosciuto dell’Unicef e sottoscrittore del Codice di condotta della Croce rossa internazionale”.

Con i suoi oltre cinquanta progetti di cooperazione appoggia una ventina di ospedali, venticinque distretti per attività di sanità pubblica, assistenza materno-infantile, formazione, lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria, tre centri di riabilitazione motoria, tre scuole per infermieri, tre Università (in Uganda, Mozambico, Etiopia).

Per quanto riguarda il contributo di Vicenza, don Luigi ricorda i “molti volontari vicentini, a cominciare da Anacleto Dal Lago, partito nel 1955, e da Giovanni Baruffa andato in Somalia, sempre nel 1955, per poi trasferirsi in Brasile a insegnare medicina”. 

I “medici invisibili” sono all’opera ormai da cinquant’anni, non solo in Africa. Hanno lavorato in Asia, soprattutto in India, Vietnam, Indonesia, oltre che in Medio Oriente e in America Latina.

Il collegio per studenti di medicina, italiani e non, è sorto soprattutto per “formare una classe medica nei Paesi di origine. I medici non italiani, provenienti da 35 paesi del Sud del mondo e usciti dal collegio in circa trent’anni sono stati 270. nei vari Paesi in via di sviluppo ne sono stati inviati 1.250, a cui bisogna aggiungere circa 300 tra infermieri e tecnici. Attualmente sono presenti in Angola, Etiopia, Kenya, Mozambico, Rwanda, Tanzania, Uganda.

Dagli anni Ottanta “ci siamo dedicati alla formazione del personale direttamente in Africa o in Asia”. A distanza di anni i risultati si fanno sentire. “Qualche giorno fa – racconta – è venuto a trovarci un nostro ex studente del Sudan, rimasto per vent’anni fuori dal suo Paese a causa della guerra. Attualmente è deputato a Khartum e incaricato di rappresentare il Sud Sudan presso l’Unione europea. Professore di chirurgia, ha creato un ospedale per assistere i profughi che stanno rientrando”.

Anche altri africani che attualmente “ricoprono un ruolo importante in ambito sanitario come il ministro della Sanità del governo del Sud Sudan e il responsabile degli ospedali del Ministero della sanità della repubblica dei Grandi laghi sono nostri ex studenti.

Spesso sono stati definiti i “medici invisibili”.

“Il nostro – spiega don Luigi – è uno stile che si ispira al Vangelo (non sappia la destra cosa fa la sinistra); noi pensiamo che bisogna soprattutto fare, poi il bene si diffonde da sé. Per questo rimaniamo a lungo. Naturalmente interveniamo anche nelle situazioni di emergenza, ma per restare, addestrare il personale locale, organizzare una duratura accessibilità si servizi anche per i più poveri, in una prospettiva di futuro sviluppo”.

I medici del Cuamm sono interlocutori abituali di ministri e capi di Stato africani. Altri sono attualmente ai vertici dell’Organizzazione mondiale della sanità, dell’Unicef, degli Uffici del Ministero degli esteri che si occupano di cooperazione internazionale.

Nei primi anni il loro lavoro in Africa si era svolto soprattutto in ambito ospedaliero, clinico e curativo, ma già nel 1975 veniva elaborato un documento sulla “medicina del territorio” che puntava sulla prevenzione (vaccinazioni, educazione sanitaria, controlli su madri e bambini), anticipando la successiva svolta in campo sanitario di molti organismi internazionali, comprese le agenzie delle Nazioni unite.

       

 

Gianni Sartori 

#Kurds #Europe -Comunicato del Movimento delle donne curde in Europa (TJK-E) – segnalazione di Gianni Sartori

Dalla storia recente dell’umanità sappiamo che nulla ha portato a più catastrofi dei regimi dittatoriali. Dal Genocidio armeno dalla Shoah, dai genocidi dei colonizzatori contro le popolazioni indigene nelle Americhe ai massacri in luoghi come il Medio Oriente (incluso il Kurdistan), l’umanità ha dovuto affrontare tutti i tipi di genocidi, in particolare negli ultimi due secoli. Secondo la definizione della Convenzione delle Nazioni Unite, per genocidio si intende “uno qualsiasi dei seguenti atti commessi con l’intenzione di distruggere, totalmente o parzialmente, una nazione, etnia, razza o religione, in quanto tale.
 
” Mentre la definizione ampiamente accettata di dittatura parla della monopolizzazione del potere nelle mani di un sovrano per rimanere leader supremo. Queste definizioni, secondo gli standard legali internazionali, ci danno una ragione sufficiente per suggerire che Erdoğan è un dittatore e che dovrebbe essere processato per i suoi crimini contro le donne. Il dittatore, che è presidente della Turchia, ha una mentalità machista, fascista e razzista che prende di mira le donne curde in modo consapevole, pianificato e specifico. Dal 2009 ad oggi migliaia di donne sono state perseguitate e uccise dal regime turco: le compagne del movimento delle donne curde Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Şaylemez , la rappresentante dell’autogoverno della Confederazione della Siria del Nord Est Hevrin Xelef , l’avvocata Ebru Timtik sono solo alcuni degli esempi divenuti noti a livello internazionale.
 
A livello nazionale, il governo di Erdoğan ha trasformato il Paese in una prigione a cielo aperto, un regime di paura con metodi dittatoriali. Parallelamente, oggi più che mai, lo stato turco ricorre ad aggressioni e ricatti nella sua politica estera. Nella sua ricerca dell’egemonia regionale basata sul sogno neo-ottomano, l’AKP conduce guerre in Siria, Iraq e Libia. Usa spesso l’ISIS e gruppi simili come mercenari per l’occupazione. Usa regolarmente il ricatto come parte della sua politica estera per far rispettare la sua volontà (il cosiddetto accordo sui rifugiati con l’UE è un esempio).
 
In questo momento, la Turchia, sotto la guida dell’AKP, rappresenta una minaccia e un pericolo per l’intera regione. Siamo consapevoli di questi eventi nella misura in cui sono coperti dalla stampa. Tuttavia, c’è un’altra guerra pericolosa guidata dall’AKP che non viene riportata dai media e che è assente dalle agende mondiali: una guerra femminicida contro le donne! La violenza contro le donne è aumentata di oltre il mille per cento in Turchia. Come Movimento delle donne curde in Europa (TJK-E), lanciamo la campagna “100 motivi per condannare il dittatore” e ci ribelliamo contro il principale autore di questi crimini, Recep Tayyip Erdoğan.
 
Vogliamo raccogliere 100.000 firme per portare alla ribalta i 100 motivi per opporsi al dittatore e ai suoi mercenari, ai militari e alla polizia: contro gli abusi di potere, contro la violenza e l’ ingiustizia. Con questa campagna, Vogliamo attirare l’attenzione sulle politiche femminicide dell’AKP e di Erdoğan. Vogliamo giustizia: chiediamo che l’AKP venga condannato. Vogliamo porre fine alla violenza contro le donne nella Repubblica turca, dove ogni giorno almeno una donna viene uccisa dalla violenza sessista. Con questo sforzo, vogliamo essere la voce di tutte le donne del mondo che sono soggette a violenza e attirare l’attenzione su tutti i crimini di Stato commessi contro le donne.
 
Vogliamo che il femminicidio sia riconosciuto a livello internazionale come crimine contro l’umanità e come forma di genocidio. Aggiungi la tua firma alle nostre richieste. Fermiamo il femmincidio! Nella prima fase della nostra campagna, nei 104 giorni che intercorrono tra il 25 novembre 2020 e l’8 marzo 2021, daremo ogni giorno un altro “motivo”, condividendo le storie delle donne assassinate dallo Stato turco. Vogliamo che entrino per sempre nelle pagine della storia e nella memoria dell’umanità. Le firme che raccoglieremo costituiranno il primo passo per gettare le basi per il lavoro legale, sociale, politico e d’azione per non concedere alcuna tregua al dittatore.
 

Nella seconda fase porteremo le nostre firme e le prove raccolte all’ONU e ad altre istituzioni pertinenti per chiedere l’avvio del processo di riconoscimento del femminicidio come crimine simile al genocidio. Il fallimento delle Nazioni Unite nel fare ciò che è necessario, infatti, incoraggia dittatori come Erdogan, che rappresentano la forma istituzionalizzata della mentalità dominata dagli uomini. Ogni firma che raccogliamo ci porterà un passo più vicino alla persecuzione del dittatore, mentre ogni voce che alziamo e ogni azione, restringerà lo spazio a disposizione dei dittatori. Diamoci forza a vicenda, unisci la tua voce alla nostra per opporci al dittatore prendendo parte a questa campagna su www.100-reasons.org.

 

Movimento delle donne curde in Europa (TJK-E)