#Kurdistan – DURE CRITICHE AL PDK DAI CURDI CHE IN ROJAVA, BAKUR E SHENGAL – CON IL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO – STANNO COSTRUENDO UN’ALTERNATIVA ALLO STATO-NAZIONE – di Gianni Sartori

Ad una prima lettura le accuse al PDK mosse dalla sinistra curda – quella che fa riferimento al Confederalismo democratico e al pensiero di Ocalan, per intenderci –  potrebbero apparire eccessive. In particolare la lapidaria affermazione che “fin dal principio questo partito (il Partiya Demokrata Kurdistane – Partito Democratico Curdo nda) ha combattuto contro le altre organizzazioni curde”. Non solo. Avrebbe rappresentato “un ostacolo per la democratizzazione e la liberazione del Kurdistan” e ancora ai nostri giorni “i curdi rappresentano il suo obiettivo principale”. Fin troppo duro, verrebbe da dire.

Tuttavia, ad uno sguardo più approfondito, le critiche risultano meno infondate.

Soprattutto pensando che attualmente il PDK collabora addirittura “con il regime turco contro il PKK, i yezidi di Shengal e la rivoluzione in Rojava”. Quasi stesse approntando “una guerra vera e propria che potrebbe abolire tutte conquiste realizzate dai curdi in questi ultimi anni”.

Una guerra, facilmente intuibile, condotta a fianco delle truppe di Ankara.

Un po’ di Storia, allora.

Fondato nel Kurdistan Sud (Bashur) nel 1946, il PDK si identifica totalmente con il clan Barzani da cui viene gestito pressapoco come un’azienda famigliare, di proprietà. Come del resto è avvenuto, almeno in parte, con il governo regionale.

Le organizzazioni create dal PDK in ognuna delle quattro parti in cui attualmente risulta frammentato il Kurdistan, hanno sempre mostrato una certa disponibilità a collaborare con gli Stati oppressori, rivelandosi spesso un intralcio per la lotta di liberazione del popolo curdo. Di volta in volta il PDK ha collaborato sia con l’Iraq che con l’Iran (oltre che – come già detto – con lo stato turco) contro altre organizzazioni curde. Contribuendo così, di fatto, al mantenimento della condizione coloniale in cui versa la popolazione curda.

L’avvio del presenzialismo politico del clan Barzani coincide – grossomodo – con la politica centralizzatrice  adottata  dall’Impero ottomano nel secolo XIX (avendo come modello la Francia) e con la conseguente dissoluzione dei principati curdi. Questo emergere dei Barzani ebbe dalla sua il favore dello sceicco Nakschibendi che concesse a tale famiglia, originaria di Mosul, la possibilità di stabilirsi nella regione di Barzan. Un esponente della stessa potente famiglia di Nakschibendi, sceicco Ubeydullah, entrerà poi in conflitto con Abdulselam Barzani per il controllo dei territori assegnati. Costretta in un primo tempo alla fuga, la famiglia avrà poi la possibilità di ritornarvi con Muahammad Barzani, figlio di Abdulselam.

Il prestigio e il potere del clan Barzani andarono via via crescendo e – con i figli di Muhammed – iniziarono le aggressioni contro altre tribù curde (Zebari, Bradosti, Surci, Ertosi, Herki, Berwari) che tradizionalmente si spostavano nella regione di Behdinan. Non esitando a scontrarsi – talvolta – anche  con l’Impero Ottomano. Tanto che Abdulselam, dopo essere stato catturato nel 1916, venne fatto decapitare a Mosul. Toccherà a un altro figlio del giustiziato – Ehmed – diventare sceicco in capo e riprendere a combattere con le tribù di Behdinan negli anni trenta del secolo scorso.

Tanto da venir pubblicamente accusato dal capo della tribù Bradosti di “corrompere la religione sviandola dal corretto cammino”. Nel frattempo truppe inglesi e irachene intervenivano nella regione e – in seguito ad alcuni attacchi aerei – Sex Ehmed e Mola Mustafa Barzani fuggirono in Turchia. Estradati nel 1933 finirono esiliati lungamente a Sulaymaniyah.

Nel 1945 Mola Mustafa Barzani si trasferì nel Kurdistan Orientale (Rojhlat, attualmente sotto l’amministrazione iraniana) divenendo il responsabile della difesa militare della repubblica Curda di Mahabad (fondata nel 1946). Attaccato dalle truppe di Teheran, fuggì in Unione Sovietica (dove rimarrà per undici anni), ma senza – stando ai resoconti – aver prima opposto una significativa resistenza. Mentre Barzani era in esilio (ritornerà in Iraq alla presa del potere da parte di Abd al-Karim Qasim, un militare) venne costituito, sul modello del PDK iraniano, il PDK iracheno. Rientrato nel Kurdistan Sud (Bashur) Mola Mustafa Barzani iniziò a combattere – per indebolirle, esautorarle – le altre organizzazioni e gli altri partiti curdi.

Nel 1964 stilò con l’Iraq un armistizio, ma senza averne prima informato la dirigenza politica del PDK e anche per questo venne espulso dal partito. Convinto della non legittimità di tale decisione, Barzani convocò seduta stante un congresso con i suoi sostenitori, rimuovendo i responsabili legittimi del PDK e costituendo un nuovo ufficio politico posto sotto il suo diretto controllo.

Ebbe da ciò inizio una politica di sostanziale collaborazionismo con gli Stati occupanti e di ostilità permanente nei riguardi delle altre forze curde, in particolare contro quelle che praticavano la resistenza e la lotta di liberazione.

La sinistra libertaria curda ha recentemente compilato una lista cronologica, forse impietosa, ma storicamente documentata.

1961: venuta a mancare, a interrompersi la precedente collaborazione del PDK con l’Iraq, il partito di Barzani si rivolge all’Iran (Persia) ponendosi di fatto contro l’altro PDK, quello dell’Iran. Risalgono a questo periodo alcuni “omicidi eccellenti” (mai del tutto chiariti) di esponenti curdi come Sileman Mauni il cui cadavere venne consegnato al regime iraniano dal PDK iracheno.

1964-1965: in questo periodo gli attacchi del PDK di Barzani si concentrarono contro  Ibrahim Ehmed (espulso dal partito), Celal Talabani e i membri dell’ex ufficio politico (quello esautorato arbitrariamente nel 1964) costringendone la maggior parte a fuggire in Iran (da stigmatizzare l’ambigua, duplice strumentalizzazione esercitata da  Teheran nei riguardi delle contraddizioni interne al movimento curdo).

1965: il segretario del PDK di Turchia – Faik Bucak – informa per lettera Mustafa Barzani in merito alla nascita del nuovo partito. Pochi giorni dopo verrà assassinato.

1966: il PDK di Barzani viene a scontrarsi – in armi –  con una coalizione guidata da Celal Talabani e Ibrahim Ehmed, un conflitto che provocherà numerose vittime.

1968: in questo periodo il PDK di Barzani avrebbe collaborato attivamente con la famigerata Savak (i servizi segreti del regime dell’epoca) per mettere fuori gioco il PDK iraniano. Stando alle recenti ricostruzione storiche di tali eventi, vi sarebbero state vere  e proprie “operazioni congiunte” tra PDK-Iraq e Savak nel Kurdistan Sud e nel Kurdistan Est. Operazioni con cui vennero fisicamente eliminati molti peshmerga del PDK-Iran.

1971: in circostanze non chiare viene assassinato anche Sait Elci, successore di Faik Bucak, il Segretario generale del PDK-Turchia eliminato dal MIT (i servizi turchi) presumibilmente con la complicità di Barzani). Il 26 novembre 1971, verrà ugualmente ucciso (ancora da elementi del MIT), Sait Kirmizitoprak che intendeva avviare una guerriglia in Turchia.

1975: con l’Accordo di Algeri, l’Iran ritira le proprie forze dall’Iraq. Molla Mustafa Barzani chiede la sospensione della resistenza ritirandosi in Iran. Celal Talabani fonda l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK, in curdo Yeketi Nistimani Kurdistan, YNK) che viene immediatamente attaccata dal PDK.

1976: innescato da Molla Mustafa Barzani scoppia l’ennesimo sanguinoso confronto tra PDK e UPK. Sconfitto, Barzani torna a rifugiarsi in Iran.

1978: dopo che il PDK aveva cessato la lotta contro il regime di Bagdad, alcuni combattenti della UPK, al comando di Eli Eskeri, rimanevano alla macchia nell’area di Hakkari. In base a ricostruzioni successive, sarebbero stati fatti eliminare da Barzani a colpi di lanciagranate (RPG-7).

1979: il PDK viene riorganizzato da membri del clan Barzani a Mahabad (Kurdistan-Est). Ma –  a causa della sfacciata collaborazione con il regime di Teheran contro il PDK-Iran – non incontra alcun sostegno nella popolazione. Si registrano anche scontri con le tribù locali.

1980: continuano gli scontri armati tra PDK e UPK (YNK).

1981: ulteriori attacchi del PDK-Iraq – sempre in collaborazione con Teheran – contro il PDK-Iran che ne risulta ulteriormente indebolito.

Con la Seconda Guerra del Golfo (1992), nasce il parlamento del Kurdistan Sud e la sua prima decisione sarà quella di dichiarare guerra al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan – in curdo Partiya Karkeren Kurdistan).

1994-1997: dopo un periodo di quiete, ancora scontri – ma forse si potrebbe parlare anche di “guerra” a tutti gli effetti – con la UPK. Le vittime si contano a migliaia e decine di migliaia sono i profughi che fuggono altrove.

Nel 1995 (da marzo a maggio) il PDK collabora attivamente con Ankara nell’operazione “Celik” diretta contro il PKK.

31 agosto 1996: il PDK stringe alleanza con Saddam Hussein nell’operazione “Anfal”. Viene attaccata Hewler, controllata dalla UPK. La conquista da parte del PDK di Hewler si realizza soltanto grazie ai tank dell’esercito iracheno e l’operazione si converte in un autentico sterminio a danno della popolazione.

1997: contemporaneamente all’attacco turco contro il PKK, quando vengono attaccati sia gli ospedali di Hewler – dove venivano curati i guerriglieri feriti – sia il giornale Roji Welat e il centro culturale della Mesopotamia (e i campi profughi), si assiste all’assassinio per mano del PDK di una ottantina di feriti presunti combattenti o sostenitori del PKK.

E arriviamo a tempi più recenti. Nel 2012, con l’avvio del processo rivoluzionario in Rojava, il PDK – attraverso l’ENKS (Consiglio Nazionale Curdo, emanazione del PDK in Rojava) partecipa alle operazioni  (definite “massacri”) di Til Harran e Til Hasil e a diverse attività controrivoluzionarie (a Serekaniye e Afrin).

2014: i combattenti del PDK nella notte si ritirano (fuggono, letteralmente) da Shengal abbandonando la popolazione yezida al terrorismo dell’Isis.

 2017: il PDK si volge direttamente contro la popolazione yezida attaccando le forze di autodifesa a Sinune e Xanesor. Sempre nel 2017, forse poco saggiamente, il PDK organizza un improvvisato referendum per l’indipendenza. Come risultato, quasi il 50% del Kurdistan Sud tornerà sotto il controllo dell’esercito iracheno.

Nel 2018 i referenti del PDK in Rojava – e in particolare l’ENKS – prendono parte  agli attacchi contro l’autonomia di Afrin.

Il 9 ottobre 2020 il PDK stringe un accordo col governo iracheno per tornare a porre sotto controllo la regione di Shengal e smobilitare le forze yezide di autodifesa.

 

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

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