#IncontriSulWeb – UnitedKingdom o Disunited Kingdom? – con Federico Guido Corti – venerdì 30 ottobre – ore 18

Il secondo di una serie di incontri con i nostri collaboratori o con autori di riferimento sui temi dell’Autodeterminazione.
Parliamo di Gran Bretagna, con Federico Guido Corti, un giovane lombardo che risiede nel Regno Unito per motivi di studio e di lavoro.
Ha frequentato e si è laureato alla University of Leicester.
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UN PRIGIONIERO POLITICO PALESTINESE – IN SCIOPERO DELLA FAME DA TRE MESI E RICOVERATO IN OSPEDALE – SAREBBE STATO RIPORTATO IN CARCERE – di Gianni Sartori

Arrestato in Cisgiordania in luglio (in quanto sospettato di legami con la Jihad Islamica) e detenuto in Israele, Maher Al-Akhras (49 anni) era entrato in sciopero della fame per protestare contro la sua “detenzione amministrativa”. Ossia contro un dispositivo giuridicamente controverso che – come minimo – viola il diritto a un processo equo. Istituito ad hoc da Israele, viene applicato per arrestare persone – generalmente palestinesi – senza accuse specifiche (tantomeno prove) e senza un processo e mantenerle in carcere per sei mesi (rinnovabili oltretutto). Al-Akhras rifiuta il cibo ormai da oltre novanta giorni e ovviamente le sue condizioni si vanno deteriorando. Al momento sono considerate “alquanto critiche”. Nonostante ciò,  il 23 ottobre sarebbe stato prelevato dall’ospedale Kaplan di Tel Aviv  (dove era ricoverato dai primi di settembre) e riportato in un carcere (sempre nei pressi di Tel Aviv). La notizia è stata data congiuntamente dalla sua avvocata e dal Club dei Prigionieri Palestinesi (una ong locale che si sta interessando della sua situazione). Una prima conferma del trasferimento è venuta da Yitzhak Goralov, portavoce dell’autorità carceraria. A suo avviso, la ragione del trasferimento sarebbe dovuta a una presunta “mancanza di cooperazione con il personale medico”. Il che potrebbe eventualmente essere anche tradotto con “si ostina a rifiutare il cibo e anche l’alimentazione più o meno forzata”. Viva preoccupazione per la situazione in cui versa Maher Al-Akhras è stata espressa  dal Comitato Internazionale della Croce Rossa. In un comunicato del 22 ottobre si dichiara di essere “preoccupati  per la sua salute e per le conseguenze che potrebbero essere irreversibili”. Aggiungendo che “da un punto di vista medico il prigioniero si trova in una fase critica”. Il giorno successivo – 23 ottobre – Michael Lynk (commissario speciale delle Nazioni unite per la situazione dei Diritti umani nei Territori Palestinesi)  aveva chiesto esplicitamente a Israele di “porre fine alla prassi della detenzione amministrativa” e di “liberarlo immediatamente”.Una decina di giorni fa un consistente gruppo di detenuti palestinesi (circa 40)  rinchiusi nel carcere di Ofer aveva iniziato uno sciopero della fame in solidarietà con Al-Akhras. Si tratta di prigionieri appartenenti a diverse organizzazioni e tra loro si trovano appartenenti sia ad Hamas che alla Jihad islamica e al Movimento nazionale di Liberazione della Palestina (Al-Fatah).  D’altro canto non sembra questo un buon momento per le rivendicazioni del popolo palestinese. Qualche giorno fa le autorità israeliane  hanno deciso di classificare come “terrorista” il Polo studentesco democratico progressista (in quanto ritenuto contiguo al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina). Da tempo nel mirino della repressione (con arresti, intimidazioni…), è composto da migliaia di aderenti e rappresenta una delle principali organizzazioni studentesche dell’Università di  Birzei in Cisgiordania.   Risale invece alla settimana scorsa la notizia che il ministero israeliano degli Affari strategici avrebbe dato l’autorizzazione per stanziare la cifre di ben 37 milioni di dollari per far pubblicare sui giornali di ogni angolo del pianeta quella che a tutti gli effetti non sarebbe altro che pubblicità. Ma facendola apparire come informazione (grazie a giornalisti compiacenti). Obiettivo, le campagne BDS (che si autodefiniscono “il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro l’occupazione e l’apartheid israeliano”). In pratica – se la notizia fosse confermata – Israele starebbe organizzando una campagna a livello mondiale contro i movimenti che lottano per i diritti del  popolo palestinese. Già in precedenza (fonte di entrambe le notizie è il giornalista Itamar Benzaquen del periodico on-line 972 Magazine) il ministero degli Affari strategici avrebbe versato ingenti somme al Jerusalem Post e a diverse altre testate, non solo israeliane, per pubblicare articoli contro BDS. Articoli  basati più sulle “veline” del ministero israeliano che su autentiche inchieste giornalistiche.          

 

Gianni Sartori

#KURDS #ROJAVA: TRA L’EPIDEMIA E IL RIENTRO DEI MERCENARI, CI MANCAVA SOLO QUALCHE DERIVA COLLABORAZIONISTA – di Gianni Sartori

Sempre più difficile per i curdi e per le altre minoranze la situazione nel nord e nell’est della Siria e in particolare in Rojava.

E’ di questi giorni la notizia del rientro in Siria dalla Libia di migliaia di mercenari di Ankara, in gran parte jihadisti.

Per non parlare delle centinaia di persone che hanno perso la vita per l’epidemia di Covid19 in un contesto di gravi carenze medico-sanitarie.

E mentre si profila un’altra invasione turca, anche tra i curdi serpeggia – forse – la peste di un duplice collaborazionismo (sia nei confronti di Damasco che di Ankara), per quanto mascherato. 

A denunciarlo,in maniera fin troppo pacata, è stato il movimento delle donne del Rojava (Kongra Star).

Una risposta alle posizioni – maschiliste e autoritarie – assunte dal Consiglio nazionale curdo (ENKS) in merito alle organizzazioni delle donne, E in particolare contro il metodo – democratico e libertario – della copresidenza paritaria, uno dei capisaldi del municipalismo e del Confederalismo democratico.

Di fatto l’ENSK si può considerare come la branca siriana del PDK, partito maggioritario in Basur (Kurdistan del Sud) e attualmente schierato su posizioni di centro destra. Un partito che – come lo stesso PDK – in varie circostanze non ha esitato a collaborare anche con la Turchia. Come durante l’invasione di Afrin nel 2018 (l’operazione che con involontaria – almeno si spera –  ironia la Turchia aveva denominato “ramoscello d’ulivo”).

Data la difficile situazione generata proprio dall’invasione turca, il PYNK (Partito delle Nazioni Unite del Kurdistan), la nuova alleanza fondata per ricomporre una stabile “unità curda” (e magari ottenere finalmente di essere ascoltati, presi in considerazione dalle Nazioni Unite), aveva partecipato a una serie di incontri e colloqui con le altre organizzazioni curde, tra cui appunto l’ENSK. Un riavvicinamento visto con favore sia dalla popolazione che dalle FDS (Forze democratiche siriane).

Quello che forse nessuno prevedeva era il brusco voltafaccia e le brutali prese di posizione assunte ora dal comitato esecutivo dell’ENKS. Sia nei confronti dell’insegnamento della lingua curda (per l’ENSK andrebbe semplicemente abolito per tornare al sistema educativo precedente, quello siriano), sia – e soprattutto – verso il modello della copresidenza paritaria.

Dure reazioni son venute da parte di Remziye Mihemed (esponente del coordinamento del movimento delle donne – Kongra Star – che finora aveva visto con favore i colloqui, le trattative tra PYNK e ENKS) e dal membro del Comitato esecutivo del PYD (Partito dell’unità democratica) Aldar Xelil. Sostanzialmente all’unisono, i due dirigenti curdi hanno contestato tali prese di posizioni ricordando come fossero immediatamente – e non certo casualmente – successive a una visita  dell’ENKS in Turchia. Appare quindi fin troppo evidente chi stia tramando, manovrando, tirando i fili della dirigenza dell’ENKS. E come questo sia un maldestro tentativo – nemmeno tanto mascherato – per destabilizzare politicamente e magari disgregare dall’interno l’organizzazione autonoma.

Remziye Mihemed ha ribadito “in quanto Kongra Star” di aver lavorato per l’unità curda. Ma ora. Di fronte alle posizioni assunte, pretende di conoscere “quali siano le vere intenzioni, i reali obiettivi dell’ENKS”.

Altrettanto stupore per le dichiarazioni con cui l’ENKS si è detto contrario anche alle quote di genere nei consigli, fingendo di ignorare “quale sia l’importanza delle donne nelle decisioni da prendere”.

Remziye Mihemed ha voluto sottolineare quanto questa sia un’organizzazione maschilista in quanto “le donne non hanno praticamente nessun ruolo attivo nei partiti che costituiscono l’ENSK, tutti diretti da uomini. Mentre qui sono state le donne a fondare l’amministrazione autonoma  dove sono presenti a ogni livello grazie al doppio sistema di leadership”.  Così come nel Consiglio democratico siriano, ugualmente basato sulla copresidenza paritaria.

Concludendo con una precisa accusa, ossia che tali posizioni “fanno soltanto gli interessi di Ankara e Damasco”. In questo contesto voler disarticolare i fondamenti dell’amministrazione autonoma, come appunto sta facendo (o almeno ci prova) l’ENSK, significa semplicemente “voler abolire la democrazia”.  

 

Gianni Sartori