#EMERGENZA #NAZIONALISMO – L’epidemia dell’inno statale – di Francesco Casula

nazionalismo

Stiamo assistendo, non solo in Italia, ad un rigurgito di Nazionalismo: nei tragici giorni dell’emergenza sanitaria dovuta al CoronaVirus, gli Stati Nazione (concetto che quasi sempre coincide con quello di Stati Centralisti) stanno facendo appello a tutte le carte a loro disposizione per riaffermare la loro centralità, e spesso per nascondere tutte le responsabilità anche in campo sanitario e preventivo.  Messaggi di teste coronate, gestione dell’emergenza nella mani delle Forze Armate (come in Spagna), revoca delle competenze delle Autonomie (come in Catalunya), Presidenti che dichiarano lo stato di guerra (come in Francia).  Anche l’Italia non può essere da meno: bandiere sui balconi, inni nazionali trasmessi per radio e cantati nelle case, etc etc.

Ecco, a proposito dell’inno italiano, un intervento del prof. Francesco Casula, pubblicato sul sito http://www.pesasardignablog.info

 

 

Perché aborro l’Inno Fratelli d’Italia

Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.

Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, militarista e militaresco, urtra retorico e di una “romanità” vomitevole, riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta la storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere” nell’Inno di Mameli.

Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.

Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.

Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.

Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.

Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.

Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).

Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.

Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.

Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.

Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.

Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011: ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.

Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.

Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.

Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.

Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

#MemoriaStorica #Kurds – MAZLUM DOGAN – 21 marzo 1982

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Il 21 marzo 1982, giorno del Newroz (il capodanno curdo), come da tradizione in tutta la regione vengono accesi fuochi per festeggiare il nuovo anno.

Mazlum Dogan aveva iniziato ad interessarsi alla politica nel 1976, quando era entrato a far parte del movimento studentesco, antesignano del Pkk.

Viene arrestato come cospiratore nel 1979, ma per più di un anno riesce a mantenere segreta la sua identità, fino a quando viene infine rivelata da un suo ex compagno.

Durante il periodo di prigionia Mazlum attua una forma di resistenza estrema al carcere, rifiutandosi di indossare l’uniforma carceraria o di cantare l’inno nazionale, dovendo per questo subire pesantissime ripercussioni in termini di violenze e torture.

In questo giorno di Newroz del 1982 Mazlum Dogan appicca il fuoco alla sua cella e vi si impicca, per denunciare all’opinione pubblica internazionale la durissima condizione dei detenuti curdi nelle carceri turche.

Questo suo gesto provocherà una serie di scioperi della fame e di azioni di resistenza a catena in tutte le carceri turche, che continueranno per tutto il 1982.

Da quel giorno l’azione di Mazlum verrà commemorata ogni anno durante il Newroz, e tantissimi militanti curdi porteranno il suo nome.

fonte >INFOAUT<

#VENETO – I Veneti della Maremma – di Ettore Beggiato

Maremma

A partire dal 1866, subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia, il fenomeno dell’emigrazione ha pesantemente contraddistinto il popolo veneto, all’inizio con dimensioni bibliche quando paesi interi partivano per la Merica sperando di far fortuna, e creando un altro Veneto al di là dell’Oceano, specialmente nei tre stati meridionali del Brasile (Rio Grande do Sul, Paranà e Santa Catarina),che ancor oggi mantiene in maniera straordinaria la propria identità linguistica, culturale e sociale, poi in maniera costante con significativi aumenti di partenze dopo le due guerre mondiali e che è durato fino agli anni sessanta, per poi ripartire in maniera consistente nei nostri giorni, quando centinaia e centinaia di venete e veneti, il più delle volte con laurea in mano, riprendeno la strada dei nostri antenati cercando un’affermazione all’estero.

Oltre che nei cinque continenti, c’è stata anche una notevole  emigrazione veneta anche all’interno dello stato italiano,  in maniera autonoma (rivolta soprattutto verso i poli industriali lombardo e piemontese) e in maniera “organizzata”; in quest’ultima forma vanno ricordati soprattutto le tre emigrazioni portate avanti durante il ventennio: ad Arborea, nella provincia sarda di Oristano, nelle paludi pontine e, quella meno conosciuta, anche perché numericamente molto inferiore, nella Maremma toscana, in provincia di Grosseto, ad Alberese.

E proprio di questa vorrei parlare, anche perché relativamente poco conosciuta dagli stessi veneti, prendendo spunto da un volume particolarmente interessante intitolato “I Veneti di Maremma. Storia di una migrazione” di Paolo Nardini e Massimo De Benetti con fotografie  di Giovanni Bredariol, edito nel 2004 dal Comune di Grosseto.

Alberese fa parte del Comune di Grosseto ed è l’estrema propaggine del capoluogo verso i monti dell’Uccellina; all’interno di un territorio piuttosto vasto e poco popolato troviamo la tenuta di Alberese.

In questo contesto decisamente suggestivo nell’undicesimo secolo veniva fondata l’Abbazia Benedettina di Santa Maria Alborense, poi San Rabano; l’Abbazia per quasi 500 anni fu il punto di riferimento di tutta la zona per passare poi all’Ordine di Malta; nel frattempo attorno all’Abbazia era sorto un piccolo borgo.

Nel 1839 l’Abbazia fu acquistata dal granduca Ferdinando IV di Lorena per essere poi espropriata dal Regno d’Italia durante la prima guerra mondiale in quanto considerata “bene del nemico”; per la verità c’era stato nel 1915 il tentativo di vendere da parte degli Asburgo-Lorena alla famiglia Lante della Rovere ma il governo italiano non riconobbe valido tale atto. 

Fu così che nel 1923 dopo il decreto di esproprio del Prefetto di Grosseto, la tenuta (6500 ettari) fu assegnata all’Opera Nazionale per i Combattenti (ONC); nel 1928 iniziarono i lavori di bonifica in quanto la zona dell’Alberese era soggetta alla malaria per il gran numero di zone acquitrinose e nel 1930 furono costruiti i poderi da assegnare alle famiglie provenienti dal Veneto. A ogni podere veniva assegnato un nome legato alla prima guerra mondiale: Ortigara, Bainsizza, Buccari, Cadore, Carso, Istria, Dalmazia e via discorrendo …Il podere era composto dalla casa colonica, la stalla per sedici capi, il pollaio, un annesso rustico con il forno, due recinti per i maiali, la concimaia in muratura, un pozzo con la pompa, l’abbeveratoio e un lavatoio.

Va ricordato che nel 1926 il governo italiano aveva istituito il Comitato Permanente per le Migrazioni Interne, con il compito di gestire lo spostamento di grandi masse di popolazioni con l’obiettivo di evitare la corsa dei disoccupati verso le grandi città del nord.

Nel 1930 arrivarono le prime famiglie dal Veneto e l’immigrazione continuò anche nel 1931-32: in tutto arrivarono oltre un centinaio di famiglie, soprattutto dal Veneto centrale e i cognomi lo testimoniano ancor oggi: Caoduro, Bottazzo, Casarin, Riello, Maggiotto, Pegoraro, Zorzi, Segato, Marangon, Bettiol, Perin, Zampieri, Cavallin e tanti altri …

Nel volume già citato si sfogliano le fotografie dell’epoca con diverse didascalie interessanti: “Ci si sposava più fra veneti, perché … la mì moglie, il sù babbo abitava là e noi si abitava qui… era ‘na questione di vicinanza”, “Quando siamo venuti qui, loro avevano il pane sciocco, senza sale, e noi non s’era boni a mangiarlo”, “Anche il prete era veneto…quando non aveva niente da mangiare, andava a casa dei contadini e diceva -deme un piato de menestra anca a mi-”.

E Roberto Ferretti nel volume “Segare la Vecchia e bruciare di Marzo” del 1984 annotava che “…ad Alberese i veneti si pongono come comunità alloglotta: continuano a parlare come nella loro terra patria e solo quando si trovano in presenza di altri si forzano di usar l’italiano”

E ancor oggi nelle case di Alberese si sente parlar veneto, anca se sempre manco …

Ettore Beggiato

Presidente onorario associazione

“Veneti nel mondo”