#VENETO – Ricordiamo e festeggiamo il primo marzo, capodanno veneto – di Ettore Beggiato

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  29 febbraio 2019   more veneto  

Il primo marzo è sempre stato considerato nella storia della Repubblica Veneta il capodanno veneto;  nei documenti e nei libri di storia si trovano le date relative ai mesi di gennaio e febbraio seguite da “more veneto” per sottolineare questa peculiarità veneta: incominciando l’anno veneto il primo di marzo, gennaio e febbraio erano gli ultimi mesi dell’anno passato (si veda, come esempio, la data del comunicato).

Il capodanno veneto originariamente era stato fissato al 25 marzo, giorno della fondazione di Venezia (421),  per i credenti giorno dell’annunciazione del Signore,  e, secondo una leggenda greca, giorno della creazione del mondo; in un secondo tempo fu anticipato al primo marzo per comodità di calcolo.

Emblematico quanto successe il 9 marzo 1510 nel luogo ove adesso sorge il Santuario della Madonna dei Miracoli a Motta di Livenza (Tv), la Madonna apparve a un contadino del posto e gli disse “Bon dì e bon ano!”

Per la verità nelle tradizioni delle nostre comunità un ricordo del capodanno veneto ha continuato, magari inconsciamente, ad essere presente: pensiamo al “bati marso”, al “brusar marso”, ai botti prodotti spontaneamente con il carburo…

Un altro tassello della nostra storia e della nostra identità che va valorizzato, anche per onorare il Serenissimo Bepin Segato che più di ogni altro si era impegnato per riproporre questa festa.

Recentemente  è stato festeggiato in diverse città venete  il capodanno cinese (è l’anno della Topo); qualche giorno fa  gli amici tibetani hanno festeggiato il loro capodanno (Losar) e per tutti noi è stato un momento per ribadire la nostra solidarietà alla  nazione del Tibet  vergognosamente calpestata dalla Cina; il 21 marzo i curdi festeggeranno il loro capodanno (Newroz) e sarà l’occasione per tutti coloro che credono nel diritto dell’autodeterminazione per tutti i popoli per stringersi attorno al popolo curdo,   non parliamo poi delle ricorrenze e delle celebrazioni  di altri popoli, di altre religioni  (si pensi solo al Ramadan): ma nel Veneto del futuro ci sarà spazio anche per i Veneti ?

Intanto  “Viva San Marco!”  per ricordare e festeggiare l’arrivo del nuovo anno veneto.   

                               Ettore Beggiato

#TURCHIA – IL CALVARIO DEL PRIGIONIERO POLITICO TURCO MUSTAFA KOCAK – di Gianni Sartori

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Condannato all’ergastolo in base alla discutibile testimonianza di un informatore della polizia, il prigioniero politico Mustafa Kocak iniziava il 3 luglio 2019 uno sciopero della fame a oltranza. Rinchiuso nel carcere di isolamento di tipo F di Sakran, vicino a Smirne, il ventottenne è stato condannato l’11 luglio 2019 per il sequestro condotto da due militanti della sinistra rivoluzionaria turca (Safak Yayla e Bahtiyar Dogruyol) nei confronti del procuratore Mehmed Selim Kiraz a Istanbul (31 marzo 2015). Kocak è accusato di aver fornito le armi per l’azione conclusasi con la morte dei due militanti e del magistrato (questa presumibilmente per “fuoco amico”) in seguito al raid delle squadre speciali della polizia.

Mehmed Kiraz stava indagando sull’assassinio di Berkin Elvan, un quindicenne che aveva partecipato alle proteste di Gezi Park dell’estate 2013. Colpito alla testa da un lacrimogeno (6 giugno 2013) mentre andava a comprare il pane, Berkin era morto dopo 269 giorni di coma, l’11 marzo 2014. I due rivoluzionari responsabili della spettacolare azione diretta avevano richiesto – peraltro invano – alle autorità di rivelare i nomi degli agenti responsabili per portarli di fronte alla Corte del Popolo di Istanbul.

Subito dopo la tragica conclusione prendeva il via una vasta campagna di arresti anche nei confronti di decine di persone che non avevano nulla a che fare con il sequestro. Incriminati in 14 (4 in custodia permanente, gli altri ricercati), il processo veniva condotto dalla 27a Corte d’Assise del Tribunale distrettuale di Istanbul e – secondo l’opposizione di sinistra “in violazione di tutti gli standard legali e morali”.

L’11 luglio 2019 cinque di loro venivano condannati a pesanti pene in quanto, stando alle accuse, potrebbero aver contribuito all’azione del 31 marzo 2015. Per Mustafa Kocak e per l’avvocato Murat Canim la condanna era all’ergastolo per “Violazione dell’ordine costituzionale”. Da parte sua Kocak, entrato in sciopero della fame il 3 luglio 2019, dal 30 settembre 2019 lo trasformava in sciopero della fame fino alla morte. Ovviamente l’intenzione non è quella di morire, ma di contrastare l’ingiustizia con quella che per un prigioniero diventa spesso l’unica forma possibile di protesta e resistenza. Così avvenne per i militanti Repubblicani irlandesi nel 1981, per gli indipendentisti baschi e per i comunisti del PCE(r) nel secolo scorso, per i rivoluzionari turchi e curdi anche in tempi recenti.

In tutti questi mesi (ormai quasi otto) Mustafa Kocak ha conosciuto anche la solidarietà di tante persone, sia dei familiari, sia del Fronte del popolo che hanno organizzato manifestazioni in Turchia e in Europa per far conoscere all’opinione pubblica l’insostenibile situazione carceraria del paese.

Zeynep Kocak, madre del prigioniero, intervenendo in una conferenza stampa presso l’ufficio dell’Associazione degli Avvocati progressisti (Istanbul, 10 agosto 2019) ha dichiarato di essere “pronta a fare di tutto per mio figlio. Mio figlio è in sciopero della fame per tutti i prigionieri politici. Mio figlio è innocente”.

Ugualmente il padre di Mustafa, Hasan Koçak, ha definito l’intero processo come “ una serie di ingiustizie”.

Aggiungendo che “mentre era sotto custodia, mio figlio è stato torturato, gli è stato messo un bidone della spazzatura sulla testa ed è stato colpito dalla polizia. Sua sorella incinta è stata minacciata di stupro dalla polizia. Noi sosteniamo le richieste di nostro figlio”.

Il 28 agosto 2019 i genitori di Mustafa Koçak hanno condotto un’azione di protesta in piazza Taksim (icona delle proteste e rivolte contro il regime), nel centro di Istanbul, indossando simbolicamente dei sudari, tenendo tra le mani una foto del figlio e un cartello che diceva: “Mio figlio sta morendo a causa dell’ingiustizia”.

Poco dopo l’inizio della protesta, i genitori del prigioniero politico venivano fermati dalla polizia e portati al dipartimento di polizia del distretto di Beyoglu. Nella loro testimonianza spiegavano di aver “tenuto questa protesta per nostro figlio, Mustafa Koçak. Vogliamo un processo equo. Con la nostra azione non abbiamo altri obiettivi”.

Queste le dichiarazioni di Kocak e le sue richieste:

-I tribunali non sono uno strumento di lotta politica. I tribunali speciali devono essere chiusi!

-Non vogliamo una società di informatori. Leggi che incoraggino a diventare informatori della polizia sono da abolire!

-La tortura è un crimine contro l’umanità. Agenti di polizia del Dipartimento di Polizia di Istanbul, che praticano vari metodi di tortura devono essere identificati e processati!

-La testimonianza di un testimone di nome Cavit Yilmaz, che, nella sua domanda alla corte, ha dichiarato di averla resa durante le indagini e il processo preliminare, sotto pressione, minacce, ricatti, torture psicologiche e fisiche contro di lui, non può essere usata come prova di condanna. Cavit Yilmaz deve essere ascoltato di nuovo dal tribunale!

-La mia condanna illegale è da annullare. Un nuovo processo equo deve iniziare!

-Mettere fine alla mia illegittima e ingiusta prigionia. Insisto per essere rilasciato!

-Mettere fine alle ingiustizie che io e tutta la gente stiamo affrontando. Voglio giustizia!

Recentemente l’amministrazione del carcere di Sakran (isolamento di tipo F) lo ha minacciato di “intervento medico in caso di perdita di conoscenza” ossia di sottoporlo ad alimentazione forzata. Considerata “una forma di tortura” da Amnesty International, l’alimentazione forzata rappresenta una concreta minaccia alla salute e alla stessa vita dei militanti in sciopero della fame

Interventi medici come l’infusione di sostanze nutritive e medicinali avvengono con violenza attraverso una sonda nello stomaco.

A causa di interventi del genere tra il 2000 e il 2007 (Sciopero della fame fino alla morte contro le carceri di isolamento) in Turchia molti prigionieri politici hanno perso completamente la memoria, si sono ammalati della sindrome di Wernicke-Korsakov e alcuni sono stati letteralmente uccisi. Analogamente nel secolo scorso, in Spagna, portarono alla morte due prigionieri (Juan Jose Crespo e di José Manuel Sevillano Martino) e ne distrussero fisicamente e psichicamente molti altri. Sostanzialmente, una maniera per sottoporli a un controllo totale.

Nel contempo sembra che l’amministrazione carceraria impedisca a Kocak l’assunzione di vitamina B, zucchero, sale e perfino acqua.

Gianni Sartori

#CANADA #NativeAmericans – ARRESTATI SEI MANIFESTANTI MOICANI IN CANADA – di Gianni Sartori

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Il 24 febbraio la Polizia provinciale dell’Ontario (PPO) è intervenuta contro i manifestanti che da quasi venti giorni bloccavano i binari della ferrovia a Tyendinaga. Qui, portata avanti dai Mohawks locali, si stava svolgendo una delle iniziative di solidarietà, scoppiate numerose in tutto il Canada, per la lotta della nazione Wet’suwet’en i cui territori sono stati invasi dalla Gendarmeria reale canadese.

I Wet’suwet’en si oppongono alla costruzione di un oleodotto – lunghezza prevista 670 chilometri – della TC Energy che dovrebbe trasportare idrocarburi prodotti con il fracking, un metodo ritenuto devastante dal punto di vista ambientale.

Sul posto i poliziotti – stipati in una quindicina di SUV – sono arrivati verso le ore 8 e 10 dirigendosi immediatamente alle barricate e arrestando sei persone. Il giorno prima la PPO e la Canadian National Railway Company avevano apostrofato i militanti, nativi e ambientalisti, minacciandoli di denunce e apertura di inchieste nei loro confronti nel caso non avessero smobilitato entro la mezzanotte di domenica 23 febbraio. Ma le richieste della polizia venivano immediatamente rispedite al mittente dai Mohawks.

Gianni Sartori

#TURCHIA: LIBERARE TUTTI! – di Gianni Sartori

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Il 24 febbraio il prigioniero politico comunista Ibrahim Gökçek (bassista della band Grup Yorum), in sciopero della fame dal 17 maggio 2019, è stato rilasciato. Secondo i medici dell’Istituto di Medicina Forense che lo avevano visitato, il suo stato di salute, le sue condizioni fisiche sono incompatibili con la carcerazione.

E finalmente, dopo mesi, i due membri della band Helin Bolek (in data 25 febbraio in sciopero della fame da 253 giorni) e Ibrahim (da 253) hanno potuto abbracciarsi di nuovo. Insieme nella  Casa della Resistenza di Grup Yorum nel quartiere di Küçük Armatlu (Istanbul) continueranno la loro battaglia per la libertà artistica e di espressione. Infatti, com’era del resto prevedibile conoscendo la determinazione di tali militanti, Ibrahim intende proseguire nella sua radicale, estrema per certi versi, azione di protesta. Continuerà quindi lo sciopero della fame con Helin. Entrambi attualmente pesano poco più di 40 chilogrammi, con i piedi che iniziano a farsi lividi. Segnale preoccupante del peggiorare implacabile delle loro condizioni di salute.

E non cambiano le loro richieste:

  • Liberazione per tutti i membri del Grup Yorum (quattro sono ancora in carcere) e proscioglimento delle imputazioni nei loro confronti
  • Fine dei raid della polizia nel loro Centro Culturale
  • Rimozione della taglie nei confronti dei membri della band e cancellazione del mandato di arresto
  • Rimozione del divieto per i loro concerti

Da quando lo sciopero della fame è iniziato quattro prigionieri sono stati rilasciati, ma altri due sono stati arrestati durante un raid della polizia contro il Centro culturale di Idil.

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In totale quindi sono quattro i membri di Grup Yorum ancora dietro le sbarre e sei quelli ancora inseriti nelle liste dei presunti terroristi.

A conti fatti, questa piccola vittoria (il rilascio di Ibrahim) costituisce soltanto un rinvio, un palliativo. Permane gravissima la situazione complessiva dei prigionieri e la repressione non accenna a scemare.

Emblematico il caso di un’altra musicista, la cantante curda Nuden Durak in prigione ormai da cinque anni. Soltanto per aver cantato e insegnato musica in curdo, la sua lingua madre.

Attualmente detenuta nella prigione chiusa di Mardin, in base alla condanna subita (19 anni) dovrebbe tornare in libertà nel 2034.

Nata a Cizre, Nuden Durak insegnava ai bambini della sua città i canti tradizionali. Ovviamente in lingua curda.

Arrestata nel 2015, era stata condannata in un primo tempo a dieci anni (per aver “promosso propaganda curda”).

L’anno successivo, senza nemmeno nuove accuse, la sua pena venne praticamente raddoppiata.

Ricordo che fino a non molti anni fa (almeno ai novanta del secolo scorso) perfino la parola “Curdo” era proibita. Cantare in curdo poi, assolutamente impensabile.

E proprio negli anni novanta avevo intervistato Hevi Dilara (il suo nome curdo, ma sui documenti risultava turchizzato – forzatamente – come “Bengin Aksun”) ugualmente arrestata perché cantava in curdo. Ma non solo, venne anche ripetutamente torturata. “Mi portavano davanti a mio padre svestito e con gli occhi bendati  – raccontò –  torturavano me e minacciavano di ucciderlo; poi torturavano lui davanti ai miei occhi e dicevano che dovevamo pentirci perché avevamo cantato in curdo. Poi, viceversa, svestivano me, bendavano i miei occhi quando c’era mio padre davanti a me, mi torturavano con il manganello facendo cose molto brutte, delle cose che non si possono nemmeno raccontare…Soprattutto quando mio padre era davanti a me, mi torturavano con getti d’acqua intensa o corrente elettrica alle dita e alle parti intime del corpo; tutto questo è durato quindici giorni…”.

Gianni Sartori