REVISIONISMO IN SALSA VENETA? – di Gianni Sartori

nota 1*

2020-01-31

Qualcosa del genere l’aveva già detto la Mussolini parlando della Libia. Magari potevamo aspettarcelo da Berlato o dalla Donazzan. Ma Zaia?!? Quello simpatico, piacione, garbato, dialogante…(almeno se paragonato a Salvini)? Ebbene sì!

Delle due l’una. O di Storia non ci capisce una beata mazza oppure “annusa” il vento che tira. Più che una “gaffe orrenda”, un lapsus rivelatore. Revisionismo in salsa veneta, questa ci mancava.

Anche se poi hanno cercato di cancellarlo, il post *– opportunamente salvato – rimane a futura memoria. Secondo il governatore leghista, il contingente militare inviato da Mussolini a combattere insieme ai nazisti contro l’Unione sovietica vide “sacrificare vite per ideali di libertà e democrazia”.

Credo proprio che i miei tre zii – coscritti, non certo volontari – che vennero spediti sul fronte orientale (oltretutto malamente equipaggiati) ne avrebbero fatto volentieri a meno. Uno soltanto si salvò, ma rimase gravemente segnato dalla disastrosa ritirata. Due non tornarono più. Uno di loro, Danilo Sartori, ancora nel 1940 era stato arruolato e spedito (obtorto collo, beninteso) all’attacco della Francia, già messa in ginocchio dai nazisti. Da lì scriveva a mia nonna (conservo le lettere) raccontando del freddo, dei congelamenti (calzature e abiti inadeguati alle alte quote delle Alpi occidentali) e anche dei “fischi delle marmotte” che lui non aveva mai sentito prima. Poi di colpo, dopo una pausa di silenzio, altre lettere ricominciarono ad arrivare, ma dalla Grecia, la nuova “avventura” del Duce. Dopo la guerra mia nonna seppe che i treni erano passati anche per Vicenza (da Torino diretti verso Trieste) e per tutta la vita raccontava con rimpianto che “se lo avessi saputo sarei corsa in stazione per rivederlo almeno un’altra volta”. In realtà, ma  a mia nonna questo non l’avevo mai detto, pare che i vagoni venissero chiusi ermeticamente con grossi lucchetti per impedire fughe e diserzioni.

Compresa l’antifona, mio padre – fratello più giovane di Danilo – prima si rese irreperibile, poi andò a integrarsi nella brigata partigiana “Silva”.

Si calcola che dei duecentomila inviati in Russia dal regime fascista (prima con il Csir, poi con l’Armir) ne siano tornati poco più di diecimila. Circa centomila quelli caduti in battaglia, morti congelati o comunque dispersi (in gran parte durante la disastrosa ritirata). Non si conosce invece il destino di altri settantacinquemila e non ci sono cifre precise su quanti siano stati catturati e fatti prigionieri. Particolare non secondario, furono soprattutto i giovani veneti (tradizionalmente arruolati negli alpini) quelli maggiormente decimati dalle velleità imperialistiche del Duce.


Numerosi sopravvissuti alla Russia entreranno poi nella Resistenza e solo alcuni sciagurati aderirono alla Repubblica di Salò. Come Giulio Bedeschi (autore di “
Centomila gavette di ghiaccio”, “Nikolajewka: c’ero anch’io” etc.) già federale di Forlì e poi comandante della XXV Brigata Nera “Arturo Capanni” responsabile di rastrellamenti, torture ed esecuzioni sommarie nell’Alto vicentino.

Ora Zaia ci viene a insegnare che gli alpini in Russia sarebbero morti per la democrazia e la libertà.

E lo fa citando non il Bedeschi – a lui sicuramente più congeniale – ma addirittura il “nostro” Mario Rigoni Stern che dalla Russia ritornò disgustato, divenne antifascista (a lungo prigioniero per essersi rifiutato di aderire a Salò) e pacifista fino alla fine dei suoi giorni (vedi qui un’intervista che ebbi l’onore di realizzare

http://www.arivista.org/?nr=322&pag=40.htm)**.

Tra l’altro Mario solidarizzò pubblicamente con le lotte del presidio “No Dal Molin” contro l’ennesima base statunitense a Vicenza. Quella base alla cui inaugurazione, forse l’unico tra i politici veneti di qualche spessore, Zaia partecipò entusiasticamente. Per la serie “paroni a casa nostra”, ma soltanto se gli USA ce lo consentono.

Gianni Sartori

** nota 2:

Uno scrittore e le sue
stagioni

Abbiamo incontrato Mario Rigoni Stern a Mantova, in occasione del Festival della Letteratura. 
Presentandolo a Bosco Fontana, nel cuore della riserva naturale, lo scrittore Ernesto Franco ha detto che “Mario non insegna, ma mostra le cose”. Come altri grandi della letteratura (ha citato Conrad e la sua “grammatica del mare”) “libro dopo libro ha costruito un universo”. E l’universo di Rigoni Stern è “l’Altopiano e il bosco, intrecciati ai ricordi della guerra, alla memoria dei compagni perduti”. 

Inverno
Osservando alcune piume raccolte di pernice bianca, Mario “si interrogava sull’inverno, chiedendosi se sarebbe stato un inverno precoce”. Altri segni sembrano arrivare “dalle cince, dallo scricciolo, dai funghi…”. Il “sergente della neve” sta scrivendo un libro sulle stagioni e ha iniziato con alcune considerazioni invernali, perché “l’inverno è il momento della sofferenza, ma anche della riflessione …”. Gli riporta alla mente “il freddo dell’infanzia, il freddo della guerra…”, ma anche il ricordo felice delle “sciate nei boschi”. L’inverno poi “è fatto per leggere, nonostante l’invadente televisione”. Purtroppo “non ci sono più le nonne che raccontano storie vere, vissute” mentre la televisione “racconta storie banali, forse riflesso di vite altrettanto banali”. Al tempo della sua infanzia, ricorda, “la fantasia navigava”. 
Si rammarica che “con gli inverni di una volta abbiamo perso tanto”, forse anche per colpa della tecnologia “dell’aria condizionata e dei termosifoni”. Pensate “a un camino e a un libro, a quando la gente attorno al fuoco leggeva e parlava”. Certo oggi è aumentato il benessere “la casa è ben riscaldata, ma senza la compagnia del fuoco”. Rievoca la guerra di Albania quando “riuscivamo finalmente ad accendere un fuoco” e un soldato emiliano davanti alla fiamma “recitava a memoria l’Orlando Furioso, pur essendo analfabeta”. 
Nei suoi ricordi di letture in trincea c’è anche Dante Alighieri e la Divina Commedia “di cui tenevo nello zaino una vecchia edizione”. Insomma “l’inverno fa meditare, lascia ricordi”. Sarebbe bello poter “tornare indietro, riconquistare l’inverno, tornare a vedere le stelle nelle limpide notte invernali”.

Primavera 
L’immagine è quella di “un ufficiale a cavallo che squadrava un gruppo di prigionieri” (tra cui lo scrittore) custoditi dalle SS ai confini tra Polonia e Lituania. Mentre l’ufficiale passava altezzoso, Mario si trovava alla sommità di un palo e aveva osservato le prime gemme. “Io mi ero accorto della primavera in arrivo – sottolinea – le SS no”. Quindi “noi, i prigionieri, eravamo più ricchi di loro”. E ricorda anche di quando, bambino dell’Altopiano “gli ultimi tre giorni di febbraio camminavamo scalzi sui prati, portando le campane delle mucche e cantando per sciogliere marzo”. 
Nei boschi a fine febbraio “si vedono i primi fiori, si percepisce l’odore della primavera; noi diciamo che la terra va in amore”. 
Anche tornando a casa dalla Russia “ad un certo punto abbiamo calpestato terra, non più neve”. Era il disgelo di quel tremendo inverno 1941-42 che ha rappresentato “la prima vera sconfitta dei nazifascisti”. All’epoca venne considerato l’inverno più freddo della storia, “quasi un miracolo del buon Dio perché aveva fermato i carri armati.”

Estate
L’estate è stagione di vacanze, di escursioni, di pic-nic, ma “anche di immondizie abbandonate nei boschi”. Ricorda di aver letto una targa in un rifugio del Tirolo: ”L’uomo civile non lascia tracce”. A causa di sacchetti, bottiglie, avanzi “il bosco soffre”. I rimasugli di cibo provocano la proliferazione delle mosche che vi depongono le uova. Poi le larve si insediano nel naso dei caprioli e “noi sentiamo nei boschi il tossire di questi animali che cercano di liberarsi, di espellerle”. Alla fine vengono ritrovati morti “con i polmoni e la trachea pieni di larve”. Il bosco, insiste “è delicato, composto da suolo e sottosuolo, da arbusti e anche dal cielo” perché “tutto è collegato”. Dove l’uomo rispetta l’ambiente “anche gli animali vivono e possono convivere con noi”. Certo “andare nel bosco con il telefonino e pensare di poter ascoltare il gallo cedrone è assurdo”.

Autunno
Se la primavera è dei giovani “l’autunno è stagione dei vecchi”. Invece “l’inverno è dei romantici, mentre l’estate è dei turisti”, la stagione peggiore, sembra di intuire. 
L’autunno è la stagione “dei ricordi e della malinconia” anche se “cadute le foglie, gli alberi hanno già preparato le gemme”. È anche il momento per osservare il movimento degli astri. Recentemente ha notato che il sole tramontava in un punto leggermente diverso, dietro un crinale e questo “ha portato mezzora di luce in meno”. E conclude con un augurio affinché “anche voi possiate avere come me una bella stagione autunnale, in buona salute”

Gianni Sartori

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