SALVINI, UN COMUNISTA PENTITO? – di Gianni Sartori

salvini com

Mi si conceda – fra tante tragedie, repressioni e ingiustizie – di raccontare un aneddoto banale, ma comunque – nel suo piccolo – forse degno di nota. Non era mia intenzione scriverne. Tuttavia alcune recenti affermazioni del Salvini mi hanno fatto cambiare idea. Il soggetto in questione recentemente, nel clima elettoralistico per la prossima scadenza in Emilia – Romagna, aveva affermato (vado a memoria): “Ho rispetto dei vecchi comunisti emiliani, ma ormai non esistono più”. In un’altra occasione avrebbe poi affermato che “oggi come oggi Peppone (il comunista inventato dal Giovannino Guareschi, antagonista di don Camillo nda) voterebbe per me”.

Assolutamente falsa a mio avviso la seconda affermazione. Credo che piuttosto di votare la Lega attuale il sindaco di Ponteratto (o se preferite di Brescello) si taglierebbe una mano.

Quanto alla prima, qualcuno ha commentato che presumibilmente Salvini i vecchi comunisti non li aveva mai incrociati, tantomeno conosciuti. Su questo invece avrei un’obiezione.  Potrebbe infatti averli frequentati, se pur brevemente e strumentalmente.

Un passo indietro. Alla fine degli anni novanta del secolo scorso mi ritrovai in quel di Mantova per assistere – nientemeno – che a una riunione  del neonato, effimero e velleitario Parlamento padano. Mi aveva invitato il dott. Renato Giaretta (in gioventù, anni settanta-ottanta, responsabile della sezione vicentina della FGCI, i giovani comunisti) rimasto poi fulminato per la Lega Nord sulla via di Damasco (pardon, di Pontida). E –  mi pare – per un breve periodo segretario o responsabile della sezione vicentina della medesima. Tra l’altro era amico personale della figlia di Paietta, giornalista del Manifesto che lo aveva intervistato in più di un’occasione sulla questione “Padania” (tanto per dire che le cose sono – erano –  spesso più complesse di quanto possa poi apparire con il senno di poi).

“Ti assicuro – mi disse – qui c’è anche gente di sinistra, compagni…”. Ero a conoscenza del fatto che almeno nel vicentino ( a Valdagno e Recoaro in particolare) tra i primi aderenti alla Liga (quella Veneta) c’erano stati addirittura dei vecchi partigiani. Inoltre, frequentando da tempo la realtà di Irlanda, Paesi Baschi, Paisos Catalans, Corsica etc… sapevo – o almeno credevo di sapere – che una parte dei movimenti autonomisti, federalisti, indipendentisti poteva nascere spuria. Per poi definirsi e caratterizzarsi anche a sinistra (vedi Herri batasuna, vedi ERC, vedi Sinn fein…). Personalmente non avevo mai escluso – e qui mi allargavo troppo, lo riconosco – la prospettiva di una Repubblica Veneta sovietica (nel senso letterale di consiliare).

Avrò modo in seguito di comprendere – e ampiamente – che in realtà stavo prendendo una cantonata “grande fa na casa”. Lo ammetto.

Comunque, aggirandomi tra i presenti quel giorno a Mantova incrociai – su precisa indicazione del buon Renato – un gruppetto di “comunisti padani”. Erano in tre, se ben ricordo. Un giovanissimo (con l’orecchino) e due emiliani. Entrambi militanti per anni – fin dalla prima gioventù – del vecchio, talvolta eroico PCI. Cresciuti tra Feste dell’Unità e la distribuzione casa per casa della stessa, come si usava dalle loro parti. Per farla breve, li intervistai. A parlare, esporre era soprattutto uno dei due “vecchi”. Non potei fare a meno di notare che continuamente volgeva lo sguardo verso il giovane (quello che ritengo – al 90% –  fosse proprio il Matteo Salvini e che intervenne, brevemente, solo un paio di volte) quasi per assicurarsi che avesse ben capito. Magari non è uno dei più furbi, pensai. O forse – ma mi venne in mente dopo – per averne l’approvazione? Del resto questa era gente abituata a render conto se non proprio al commissario politico, perlomeno all’intellettuale organico. Uno dei limiti storici dei grandi partiti di massa della sinistra italiana. Tanto è vero che poi, quando i capi decisero di smantellare la “ditta”, le masse li seguirono ciecamente o quasi.

Da qualche parte conservo ancora gli appunti di quella intervista-conversazione che poi decisi di non pubblicare . Non perché troppo “padanista” e tantomeno perché “comunista”, ma in quanto “stalinista”. Infatti ad un certo punto si parlò di indipendentismo basco e catalano. E qui, fatalmente, andai a rievocare le tragiche giornate di Barcellona del maggio 1937 (vedi la Telefonica) quando gli stalinisti del PSUC eliminarono sbrigativamente decine, centinaia di militanti anarchici (FAI, CNT…) e poumisti. Come raccontò Orwell in”Omaggio alla Catalogna” (e anni dopo anche Ken Loach in “Terra e Libertà”). A questo punto la discussione si fece accesa, quasi uno scambio di insulti. Evidentemente, nonostante l’acrobatico cambio di casacca su alcune questioni i due emiliani rimanevano testardamente autoritari. Tutto qui. Non ricordo se anche il giovane – presunto – Salvini intervenne in proposito (direi di no, a memoria), ma comunque dissi loro che per quanto mi riguardava l’intervista finiva lì.

Quindi, tornando a quanto dicevo all’inizio, è possibile che Salvini i vecchi comunisti li abbia anche conosciuti, se pur non nel loro aspetto migliore. Ossia quello di compagni generosi, solidali, antifascisti…e spesso anche buoni amministratori, il che non guasta. Ma piuttosto nel loro “lato oscuro”, quello appunto più autoritario.

Gianni Sartori

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