QUANDO LO STATO SI AUTOASSOLVE: NESSUN COLPEVOLE PER LA MORTE INGIUSTA DI REMI FRAISSE – di Gianni Sartori

Rémi Fraisse copia

L’8 gennaio i magistrati della corte d’appello di Tolosa responsabili dell’inchiesta sulla morte di Rémi Fraisse hanno stabilito che nessuno doveva essere perseguito  per il tragico evento. Il giovane militante ecologista – 21 anni – era rimasto ucciso da una granata esplosiva nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2014 mentre protestava contro la costruzione di una diga a Sivens (Tarn). Nonostante le richieste in tal senso degli avvocati della famiglia di Rémi, i giudici hanno sostanzialmente evitato di procedere ad una nuova ricostruzione dei fatti e di interrogare il prefetto in proposito. Un “non-luogo a procedere” nei confronti del gendarme responsabile (con cui si confermano e sottoscrivono le conclusioni a cui era  giunto il giudice nel gennaio 2018) che chiude definitivamente la possibilità di riaprire il processo. Ai familiari di Remy che già avevano denunciato l’utilizzo di una “justice d’exception”  (una giurisdizione sostanzialmente militare)  non rimane che ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’Uomo.

La ZAD de Testet

Quella che per i pianificatori di Stato è una “Zone d’Amenagement Diffèré” per i militanti ecologisti èZone A’ Défendre”, ossia territori (campagne, boschi…il bocage bretone a Notre Dame des Landes, una delle ZAD più conosciute) da sottrarre allo sfruttamento, alla speculazione e al degrado capitalista. Alla ZAD di Testet (Sivens) in quei giorni si svolgevano iniziative pacifiche tra cui  un festival di sostegno alla lotta contro il progetto di una diga. Nonostante la prefettura avesse garantito che non vi sarebbe stata la presenza della polizia, nella serata del 25 ottobre 2014 decine di camion della gendarmeria  vi fecero irruzione tentando di reprimere l’iniziativa. In un primo tempo da parte delle autorità si cercò di mistificare la morte del ragazzo sostenendo che era deceduto per overdose. In realtà (come avevano poi dovuto ammettere, ma invocando comunque la “legittima difesa”) la causa del decesso era dovuta a una granata antisommossa (“grenades offensives mêlant TNT et gaz lacrymogène”) lanciata da un gendarme e che era esplosa sulla schiena del giovane ecologista.

Alla notizia della morte di Rémi (così simile per certi aspetti a quella di Carlo Giuliani) si erano svolte numerose manifestazioni di protesta. Almeno una trentina in Francia, due a Bruxelles, una a Torino. Manifestazioni che talvolta si erano concluse con duri scontri tra manifestanti e polizia. A Nantes, dove circa un migliaio di persone erano scese in piazza, si contavano una decina di arresti. A Parigi, dove  centinaia di persone avevano manifestato indossando dei caschi, gli arresti erano stati una trentina. In una successiva manifestazione – in place Stalingrad – gli arresti arrivavano a 78

A Rouen veniva occupato un centro di reclutamento della gendarmeria (quattro arresti).

A Pont-de-Buis (Finisterre) un corteo di centinaia di persone si dirigeva verso la polveriera Nobelsport che fabbrica munizioni utilizzate dalle forze dell’ordine.  Anche qui scontri tra polizia e manifestanti con ampio uso di lacrimogeni. Il sabato successivo si era svolta una fiaccolata notturna con un nuovo tentativo di entrare nella polveriera lanciando sassi, bulloni e petardi. Da parte delle guardie si rispondeva con granate lacrimogene e cannoni ad acqua. Nuovi scontri nel pomeriggio del giorno dopo durante un terzo corteo.
Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Rémi a Lille si svolgevano almeno quattro manifestazioni non autorizzate al grido “On n’oublie pas, on pense à toi” e anche “l’Etat tue, la lutte continue”.

A Rouen, alle 4 del mattino, i CRS erano intervenuti smantellando la tendopoli allestita in memoria di Rémi in place Foch e allontanandone gli occupanti a colpi di lacrimogeni (agendo in base all’ordinanza emessa dal sindaco “socialista” di Rouen).

Gianni Sartori

Un pensiero riguardo “QUANDO LO STATO SI AUTOASSOLVE: NESSUN COLPEVOLE PER LA MORTE INGIUSTA DI REMI FRAISSE – di Gianni Sartori

  1. QUALCHE CONSIDERAZIONE SU ALPINISMO E SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO

    (Gianni Sartori)

    Sul numero “autunno-inverno 2018- 2019” di Le Alpi Venete (ritrovato casualmente in un bar di Lumignano) ho letto – con ritardo – un articolo dal titolo pretenzioso: “1968 – Rinascimento alpinistico”.
    Un inciso. Quando sento – ancora ! – evocare amenità su “nuovi mattini”, spacciati per l’equivalente in ambito alpinistico del Sessantotto, mi girano un po’ i coglioni. Non solo per l’appropriazione indebita da parte di piccolo e medio borghesi delle lotte di quei tempi, ma anche per ragioni personali. Ossia per il ricordo di ben altre centinaia di nuovi mattini vissuti all’epoca dal sottoscritto.
    Quindi, in condizioni normali, avrei lasciato perdere. Ma nella prima foto (un corteo di donne, femministe), prima ancora di aver letto la didascalia, ho riconosciuto Tiziana Weiss. Tra l’altro, avendola incrociata due-tre volte, direi che l’immagine risale agli anni settanta, almeno al 1973-74, se non addirittura al ’77. Anche perché lo slogan sullo striscione (“aborto libero e gratuito”) è appunto da anni settanta, non certo del Sessantotto. Quindi me lo son letto, l’articolo non lo slogan, con calma sorseggiando un rosso nardiniano*.
    Andiamo con ordine.
    Intanto il Sessantotto. A mio avviso troppo spesso viene interpretato come fenomeno di costume, più che altro giovanile e studentesco quando invece aveva forti connotazioni proletarie. Per esempio, nel caso italiano, in genere si ricorda Valle Giulia dove la componente maggioritaria era appunto studentesca e – almeno in parte – di estrazione piccolo e medio borghese (c’erano anche i fascisti!).**
    Si ricorda invece meno (solo per fare un esempio e visto che, anche se per caso, lì c’ero) la grande, furiosa rivolta degli operai della Marzotto a Valdagno del 19 aprile 1968.
    O gli scontri tra polizia e operai del Petrolchimico di Marghera del 1 agosto 1968.
    O magari i fatti di Avola (dicembre 1968) e Battipaglia (aprile 1969).
    Ugualmente si parla del “Maggio” francese (in realtà iniziato in marzo e durato almeno fino a giugno) come di una rivolta studentesca (vedi Nanterre) mentre si ignora l’occupazione di centinaia di fabbriche e la catena di scioperi generali che – molto più della barricate al Quartiere Latino o le tette di qualche improbabile Marianne in corteo – impensierirono (eufemismo) i ceti dominanti dell’Esagono e non solo.

    Per non parlare della strage di piazza delle Tre Culture (Città del Messico), della morte del CHE (ottobre 1967), del Vietnam, di Praga etc…
    In questo aveva ragione lo speleologo torinese Andrea Gobetti, il nipote di Piero. Di estrazione borghese, ma comunque il più rispettabile tra quanti sono riconducibili al “Nuovo Mattino”. Militante di Lotta continua, venne arrestato e incarcerato per le manifestazioni antifasciste dell’aprile 1975 (vedi l’assassinio di Varalli, Zibecchi e Miccichè, quest’ultimo amico di Andrea). A suo parere il “Nuovo mattino” con il 68 non c’entrava una beata mazza (semplifico, ovviamente). Magari derivava da Woodstock e roba del genere (o forse, pensando a certe partecipazioni di allora, dal Cantagiro?). Ispirato dai Rolling Stones, Mary Quant e da Easy Rider, piuttosto che da Lettera a una professoressa o dal messaggio alla Tricontinentale di Ernesto Che Guevara.
    Si fossero limitati ad arrampicare, poteva anche andare. Invece pretesero di avere qualcosa da dire, si inventarono e rappresentarono come “ribelli”. Ma di plastica.
    Qualche esempio: il casco lasciato a bella posta in auto per far vedere che arrampicavano senza (ma l’alternativa vera, non “spettacolare”, era quella di andare in montagna con la corriera…). O l’uso “sovversivo” dello zaino a scuola quando, caso mai, nell’immaginario – e non solo – dell’epoca era il tascapane (provate voi a usare lo zaino per le molotov…). Insomma, una parodia – autoconsolatoria – della rivolta.
    E’ fuori discussione che la maggior parte dei personaggi passati alla storia come esponenti, seguaci o interpreti di tale tendenza – a cominciare dal Piero Motti – era di estrazione medio borghese (o almeno quelli che hanno ritenuto di deliziarci con le loro elucubrazioni in merito). Dei “pierini” per dirla con don Milani. Studenti nullafacenti, scanzonati, con tanto tempo libero, i soldi per l’attrezzatura e anche l’auto che all’epoca era comunque un lusso. Si parla degli anni tra la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta, quando murari e operai andavano a lavorare ancora in corriera (o con la litorina) e in bicicletta, al massimo col motorino.
    O almeno così andava per la maggioranza dei subalterni: operai generici, manovali, quelli della “logistica” (allora detti semplicemente “facchini”).
    Mentre in auto, oltre agli impiegati, si vedeva arrivare ai cancelli solo qualche esponente delle “aristocrazie operaie” o qualche sindacalista.
    Ben altri , dicevo, i miei “nuovi mattini”. Centinaia e centinaia di levatacce quando era ancora buio, magari in inverno per arrivare, pedalando, verso Alte Ceccato per scaricare camion di sbarre in piombo (mediamente sessanta chili l’una) o batterie da auto (rispettivamente Veneta-piombo e FIAMM). Oppure – se andava di lusso – in qualche deposito della zona industriale dove ugualmente scaricare (ma anche stivare) camion su camion. Altre volte i “mattini” erano quelli albeggianti, quando staccavo dal turno di notte alla Domenichelli. Insomma, una goduria. Nel frattempo cercando magari di preparare qualche esame all’Università. Rileggendo un famoso libro di neo-alpinismo degli anni settanta ho scoperto di aver in comune con l’autore il repentino cambio di facoltà. Nel suo caso, par di capire, per noia. Nel mio perché non riuscivo più a frequentare i laboratori pomeridiani – obbligatori – di Geologia (a Padova) per poi rientrare a Vicenza e affrettarmi (direttamente dalla stazione, a piedi) alla Domenichelli.
    Al punto che verso le due o le tre del mattino cominciai regolarmente ad appisolarmi, addirittura a dormire in piedi per qualche minuto appoggiato al carrello.
    E senza nemmeno poter invocare l’intervento di un elicottero del soccorso alpino per liberarmi dalla difficile situazione!
    Dico questo perché, sempre rileggendo tale libro, ho ripescato quello che forse rappresenta una svolta (un primato?) nel soccorso alpinistico.
    Il primo – che io sappia – caso di salvataggio in parete con elicottero senza che nessuno dei richiedenti fosse rimasto non dico ferito o congelato, ma almeno contuso o raffreddato. Oggi come oggi è diventato di ordinaria amministrazione, ma all’epoca suscitò un certo dibattito.
    Con il senno di poi, penso che dopo essere stati recuperati in tali frangenti i cinque soggetti avrebbero dovuto aver la dignità di riconoscere la loro inadeguatezza nel valutare le difficoltà (e i propri limiti) e darsi ad altre attività più congeniali.
    (continua…)

    * nota 1: da Nardin, produttore locale (Nanto)
    ** nota 2: Fermo restando che molti dei compagni di allora erano studenti-lavoratori. Per dirne un paio, Saverio Saltarelli e Franco Serantini, ammazzati dalla polizia rispettivamente nel 1970 e 1972.

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