Mese: gennaio 2019
PROCESSO DI PACE? PER I PRIGIONIERI BASCHI QUELLA DEI CIMITERI – di Gianni Sartori

Chiamatela resa, chiamatela scelta consapevole…ma dalla definitiva rinuncia alle armi di ETA non sembra sortire granché. Almeno per gli etarras prigionieri. Basta fare un confronto con quanto era avvenuto prima in Sudafrica e poi in Irlanda, dove almeno le porte delle celle si erano aperte e gli ex combattenti avevano potuto rientrare a casa loro.
Ma non in Spagna. Sarà la cultura cattolica dell’espiazione, sarà che lo Stato spagnolo è geneticamente fascista e vendicativo…non so. Resta il fatto che l’idea di lasciarli crepare dietro le sbarre (a guerra finita, ricordo) a Madrid pare non dispiacere.
In prigione il tempo passa lentamente, ma passa. E si invecchia.
Per questo le condizioni di salute dei prigionieri politici baschi sono andate via via peggiorando. Al punto che molti di loro sono in pericolo di vita.
Una percentuale, quella di chi è afflitto da gravi malanni fisici o psichici, notevolmente aumentata negli ultimi anni. Con conseguenze immaginabili.
Senza retrocedere troppo nel tempo (i casi sarebbero decine), l’anno scorso nel carcere di Puerto si era suicidato Xabier Rey, mentre a Badajoz, in giugno, era morto Kepa del Hoyo (a causa di una precedente crisi cardiaca non adeguatamente diagnosticata e tantomeno curata).
Al momento sarebbero almeno 21 i prigionieri colpiti da malattie gravi e incurabili (di 15 si conosce il nome, gli altri per ora preferiscono conservare l’anonimato).
Va segnalato il caso della malattia psichica di Kepa Arronategui la cui gravità è stata riconosciuta anche dalle autorità spagnole che lo hanno fatto trasferire a Zuera.
Altri detenuti in pessime condizioni di salute sono: Gurutz Maiza (69 anni), Joseba Cette , Txus Martin, Josetxo Arizkuren, Gari Arruarte, Inaki Etxebarria, Aitzol Gogorza, Ibon Iparragirre, Ibon fernandez Iradi, Jacoba Codò, Gorka Fraile, Joseba Borde, Mikel Arrieta, Mikel Otegi (tutti tra i 40 e i 61 anni). La maggior parte è detenuta da oltre 20 anni.
Tutti loro, come anche i sei prigionieri rimasti per ora anonimi, soffrono di gravi patologie: cancro alla prostata, tumore dei testicoli, spondilite anchilosante, grave depressione…
La mancanza di cure, l’insorgere di malattie psichiche, l’aggravarsi di patologie distruttive ormai croniche non possono che allarmare ulteriormente sulla sorte di questi militanti – indipendentisti e socialisti – prigionieri.
Gianni Sartori
PALESTINESI – CURDI: ANNO NUOVO, MEDESIMA REPRESSIONE – di Gianni Sartori
Il 2018 si era concluso con ulteriori inasprimenti repressivi per i popoli oppressi curdo e palestinese. In particolare nei confronti dei prigionieri. E nel 2019 – stando ai primi segnali – la tendenza sembra doversi confermare e rafforzare.
Ma – contemporaneamente – anche la Resistenza di chi – come appunto i curdi e i palestinesi – non ha mai accettato di rassegnarsi, di lasciarsi ingabbiare dagli Stati che li vorrebbero reprimere, addomesticare…al limite sterminare.
Qualche episodio significativo a sostegno di tali affermazioni.
Il 2 gennaio Gilad Ardenne – ministro della sicurezza interna israeliana – ha annunciato di voler adottare nuove misure – a carattere punitivo – nei confronti dei prigionieri palestinesi. Tra queste: abolizione della separazione dei prigionieri in base all’organizzazione di appartenenza, soppressione dei depositi in denaro, ulteriore razionamento dell’acqua e ulteriori limitazioni per radio e televisione, impedimento – di fatto – alla preparazione dei pasti da parte dei detenuti stessi, drastica riduzione delle visite dei familiari.
A subire queste inutili e crudeli sanzioni sono al momento circa seimila prigionieri, suddivisi in 22 carceri. Tra di loro, anche 250 bambini, otto deputati del Consiglio legislativo, 27 giornalisti.
Misure – quelle annunciate da Gilad Ardenne – in sintonia con quanto avviene all’esterno.
Pochi giorni prima, il 27 dicembre, l’esercito israeliano aveva ucciso Karm Fayyad (26 anni) nel corso di una manifestazione a ridosso della barriera di sicurezza che imprigiona gli abitanti di Gaza. Alle diverse manifestazioni di quel giorno partecipavano circa 5mila persone. Nelle stesse circostanze altri otto palestinesi sono rimasti feriti. Dal 24 marzo 2018 – inizio della “Marcia del ritorno” – sono oltre 240 i palestinesi uccisi dai soldati israeliani durante tali iniziative di protesta.
Arriva invece a 312 (310 da pallottole, 2 per aver inalato gas lacrimogeni – di tipo CS, si presume) il totale complessivo delle vittime palestinesi della repressione nel 2018.
La cifra (quattro volte superiore a quella del 2017 quando le vittime palestinesi furono una settantina) è stata fornita dal rapporto annuale del Raduno nazionale delle famiglie delle Vittime. Tra di loro, donne e bambini (57 minorenni). La vittima più giovane – di soli otto mesi – si chiamava Laila al-Ghandour.
In particolare, ben 217 sono stati uccisi in diversi punti della Striscia di Gaza.
Israele detiene ancora – praticamente un sequestro – 28 salme di palestinesi uccisi nel 2018, così come quelle di altre 38 vittime risalenti al 2015. In totale ne detiene 284, alcune addirittura dal 1965.

Pugno di ferro anche per i reati d’opinione. Nel luglio dell’anno scorso veniva arrestata Lama Khater, giornalista palestinese. Arbitrariamente accusata di “incitamento all’odio” questa donna, madre di cinque figli, venne sottoposta a lunghi, estenuanti interrogatori.
Alla fine di dicembre, un tribunale israeliano ha rinviato il suo processo al 30 gennaio 2019.
Particolarmente drammatico (e anche surreale in quanto detenuta dall’Autorità Palestinese) il caso di Suha Jabar. Madre di tre figli – dopo essere stata prelevata nella sua casa in Ramallah – venne incarcerata a Gerico senza imputazioni (per le forze di sicurezza dell’ANP potrebbe aver fornito aiuto e assistenza ai familiari dei prigionieri politici e ai manifestanti anti-occupazione). Stando alle dichiarazioni dei suoi familiari la donna avrebbe subito maltrattamenti, percosse e torture.
Il 17 dicembre, a causa dell’evidente peggioramento del suo stato di salute, era stata ricoverata in ospedale a Hebron. Ma poi, alla fine di dicembre – al 54° giorno di sciopero della fame – si era vista rifiutare nuovamente la scarcerazione.
Risale invece al 2 gennaio la notizia che Samidoun (rete di solidarietà con i prigionieri palestinesi) ha indetto una settimana internazionale di lotta (dal 15 al 22 gennaio 2019) per la liberazione di Ahmad Sa’dat, segretario del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) condannato a 30 anni e in prigione ormai da 17 (dal 2002 al 2006 a Gerico, in un carcere dell’Autorità Palestinese, poi – dopo un assalto dell’esercito e relativa consegna – in quelle israeliane).
ANCHE I PRIGIONIERI MAOISTI TURCHI ADERISCONO ALLO SCIOPERO DELLA FAME CONTRO L’ISOLAMENTO PER OCALAN

In Turchia intanto proseguono gli scioperi della fame di numerosi prigionieri curdi.
Sia per la fine dell’isolamento di Ocalan, sia in solidarietà con la deputata di HDP e copresidente del DTK (Congresso della società democratica) Leyla Guven. Rinchiusa nel carcere di Diyarbakir e in sciopero della fame dal giorno 8 novembre 2018.
A questa lotta il 25 dicembre 2018 si erano uniti – per uno sciopero di qualche giorno, a staffetta – alcuni militanti del MKP (Maoist Komunist Partisi) detenuti nella prigione di Siliviri.
Successivamente – dal 3 gennaio 2019 – entravano in sciopero della fame per le stesse motivazioni anche molti prigionieri militanti del MLKP (Marksist-Leninist Komunist Partisi).
Ovviamente per i prigionieri in sciopero della fame la repressione si indurisce.
Alla fine di dicembre, alla co-presidente del DBP (Partito democratico delle Regioni) Sebahat Tuncel – militante femminista e socialista – incarcerata dal novembre 2016 nel carcere di tipo F di Kocaeli, è stata inflitta una sanzione disciplinare di dieci mesi solo per aver partecipato allo sciopero della fame avviato il 7 novembre da Leyla Guven. Con tale iniziativa, ricordo, si intendeva riportare all’attenzione dell’opinione pubblica la pesante situazione carceraria in cui versa – ormai da 20 anni – il “Mandela curdo” Ocalan. E in particolare l’isolamento assoluto che subisce dal 2016.
Quanto al duro regime disciplinare adottato per punire Sebahat Tuncel (isolamento, proibizione di qualsiasi contatto con l’esterno e di ogni attività all’interno della prigione), basti ricordare che dai detenuti viene chiamato “sepoltura”.
Repressione sempre pronta a colpire anche nei territori curdi sotto amministrazione iraniana. Della “guerra sporca” a bassa intensità che si svolge in Rojilat ho già parlato altre volte.
Si parva licet (tutto è relativo, ovviamente) vorrei ricordare che agli inizi di dicembre 2018 quattro sindacalisti curdi (Shahou Sadeghi, Aram Mohammadi, Mehrdad Sabouri e Omid Ahmadi) sono stati rinchiusi nel carcere di Kamyaran.
Erano stati arrestati ancora nel 2016 per aver partecipato alle manifestazioni indette per la ricorrenza del 1° maggio. Successivamente rimessi in libertà su cauzione, nell’ottobre del 2016 venivano processati, accusati di “propaganda contro il regime” e condannati a quattro anni e sei mesi di detenzione.
La pena veniva poi ridotta in appello, nel 2018.
Naturalmente anche la vecchia Europa vuol dare il suo contributo.
La notizia è del 1 gennaio 2019. L’internazionalista londinese Ozkan Ozdil è stato arrestato all’aeroporto di Luton con l’accusa di essersi integrato nelle YPG (Unità di protezione del popolo) per combattere contro l’Isis insieme ai curdi. Per il momento è tornato in libertà (provvisoria) sotto cauzione, ma ovviamente dovrà rispondere del suo operato davanti al tribunale. Così impara!
Gianni Sartori
IRAN: ALTRI CURDI DESAPARECIDOS? – di Gianni Sartori

Premetto che in fondo è spiacevole dover attaccare – non tanto il regime ovviamente – un Paese come l’Iran sottoposto a ingiuste sanzioni. Un Paese che comunque, pur tra contraddizioni e giravolte, ha rappresentato una trincea antimperialista. Un paese che ha saputo, nel contesto non certo facile del cosiddetto – in senso lato – “Medio oriente”, raggiungere obiettivi encomiabili in settori come la sanità (vedi la significativa, esponenziale riduzione della mortalità infantile) e l’istruzione.
E’ pur sempre il Paese che – ricordo – nel 1981 dedicò una via (la centrale ex “Strada degli Inglesi” di Teheran) a Bobby Sands in quanto eroe antimperialista. Addirittura, funzionari dell’ambasciata iraniana parteciparono ai suoi funerali, a Belfast, suscitando peraltro lo sconcerto in alcuni militanti repubblicani come Bernadette Devlin (“questi a casa loro ammazzano i compagni…” mi spiegò un giorno a casa sua).
Insomma, la contraddizione esiste, ma non è colpa mia. Vedano loro, il popolo iraniano e i suoi governanti, la maniera per risolverla.
Non mi pare coerente opporsi all’imperialismo e nel contempo contribuire (magari “in batteria” con Ankara) alla persecuzione di un popolo oppresso come quello curdo.
L’ultimo episodio risale al 31 dicembre 2018.
A darne notizia – in Francia – la Rete Curda per i Diritti Umani (Kurdistan Human Rights).
Nella cittadina di Kamyaran (Kurdistan orientale) un gruppo di miliziani – guardiani della Rivoluzione presumibilmente – si è reso responsabile del sequestro di tre militanti ecologisti curdi. Militanti di cui – particolare inquietante visti i numerosi precedenti di esecuzioni extragiudiziali – da quel momento non si hanno più notizie.
Da informazioni raccolte in loco dall’agenzia ANF è stato possibile risalire all’identità dei tre sequestrati. Si tratta di Reza Asadi, di Fazel Ghaytasi (assaliti e rapiti nel loro negozio) e di Hadi Kamangar. In questo caso, alcuni testimoni hanno raccontato che dopo avergli messo un sacco sulla testa, i rapitori lo hanno trascinato dentro a un’auto. Lo stile, per chi possiede ancora un minimo di memoria storica, ricorda quello delle squadracce parastatali spagnole (BVE, GAL…) integrate dalla fascisteria italica, contro i rifugiati baschi in Iparralde (Paese basco sotto amministrazione francese). Tutti gli eco-attivisti arbitrariamente prelevati sono membri del Comitato per l’Ambiente e la Salute del Partito dell’Unità Curda. Un’organizzazione ambientalista che si occupa di riforestazione – attraverso una sistematica opera sia di piantumazione che di sensibilizzazione – oltre che della conservazione dei boschi e della biodiversità.
Dopo i recenti episodi contro militanti curdi (ricordo in particolare la morte atroce di Meryem Fereci) è auspicabile non dover assistere all’ennesimo caso di “guerra sporca”.
Gianni Sartori
LE RADICI DEL FUTURO – Ettore Beggiato ricorda il prof. Sabino Acquaviva

Il 29 dicembre 2015 moriva a Padova il prestigioso sociologo Sabino Acquaviva, docente universitario, già preside di Scienze politiche all’Ateneo patavino; dopo tre anni continuo a rilevare l’assordante silenzio delle istituzioni, dal Comune all’Università, sulla sua straordinaria figura … troppo schivo, troppo mite, troppo rivoluzionario, troppo avanti ? Mah …
E così, in tutta modestia, vorrei riproporre alcune sue riflessioni contenute nella presentazione di “Le radici del futuro. L’Europa dei popoli, il rifiuto degli Stati nazionali e dei partiti” il suo ultimo libro pubblicato nel 2014, quasi un testamento spirituale:
“La tesi di fondo di questo libro? Molto semplice: gli Stati nazionali che fanno parte dell’Unione Europa vanno cancellati dalla carta geografica e politica del continente insieme ai cosiddetti partiti nazionali e alle caste di potere di cui sono espressione, che nei fatti ci dominano e governano.
Anche l’Italia, ovviamente, deve sparire, Perché? Perché gli Stati nazionali non faranno mai l’Europa, anzi sono i becchini di un’Europa che, se continuerà ad essere divisa, vedrà i nani da cui è composta demoliti dai colossi economici e demografici emergenti sulla scena del pianeta.
Il meschino nazionalismo e l’egoistica difesa dei cosiddetti “interessi nazionali” è espressione di un sistema fondato su una democrazia, di cui i partiti vogliono essere considerati l’anima, che impedisce la nascita di una nuova grande Europa. Il potere dei partiti si traduce, anche se forse soltanto in parte, in quello della supercasta che ci domina, che ha poco a che fare con una realtà che amiamo definire democratica, ma che nei fatti governa le società moderne quasi senza una reale delega popolare.
Come dunque osserva Galli della Loggia la supercasta “è composta da poche migliaia di persone; anzitutto dai direttori generali dei Ministeri, da presidenti e consiglieri di amministrazione degli enti parastatali, della Cassa Depositi e Prestiti, delle società economiche a partecipazione pubblica, dai capi degli uffici legislativi e dai capi di gabinetti dei Ministeri”, ….
Sono questi i veri e propri factotum della concreta attività di governo.
Galli della Loggia conclude osservando che costoro “sfuggono a qualunque scrutinio pubblico, ma in realtà sono i veri padroni della politica. In più di un caso ne sono i veri e propri burattinai” ….
E ancora:
“Scrivendo, cerco di restituire il loro vero significato a singole parole e aggettivi. Un esempio ? La parola “razzista”. Si sostiene che coloro che difendono le culture regionali sono dei “razzisti”, ma è vero esattamente il contrario. Purtroppo sono poche le forze politiche che cercano di tutelare le culture dei popoli e delle lingue europee contro la stretta soffocante degli Stati (e delle lingue) nazionali, e quindi dei partiti che con tali organismi di controllo si identificano.
Dobbiamo combattere il loro razzismo nazionalista che, anche con uso di parte della scuola, tende a cancellare l’identità dei singoli popoli, come lo è il cacciatore che non difende gli altri mammiferi dai massacri per opera di essere umani psicologicamente e culturalmente primitivi. In poche parole, non è razzista chi cerca di tutelare l’antica lingua e la cultura della regione in cui abita, ma chi vuole imporre la lingua di un’altra regione eletta a lingua nazionale, cancellando ogni altro strumento di espressione linguistica e culturale….La difesa delle lingue regionali, troppo spesso considerate e chiamate dialetti, era anche un desiderio di Pasolini, il quale sosteneva che la decadenza e fine delle lingue regionali, con il trionfo dell’italiano, -è avvenuta al prezzo della distruzione di una cultura originaria- “
E concludeva alla sua maniera…
“Concluderò citando, appunto in maniera anticonformisticamente anticonformista, il pensiero di Michail Bakunin, l’anarchico che sosteneva “E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati, arresi a ciò che loro appariva come possibile, non sono mai avanzati di un solo passo”
Consentitemi dunque di sognare l’altra Europa, quella impossibile: dei popoli liberi. E non degli Stati e dei partiti.”
Ed è quella Europa, Professor Acquaviva, che milioni di europei stanno sognando… in Catalogna, in Scozia, nei Paesi Baschi, in Corsica, nel Galles, in Bretagna, in Galizia, in Tirolo, in Sardegna…E anche nel “Suo” Veneto …
Ettore Beggiato beggiato@hotmail.com
