ROJAVA, BAKUR, ROJHILAT…CURDI SEMPRE SOTTO TIRO – di Gianni Sartori

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Cantone di Afrin. Chi lo ha visitato ne parlava con entusiasmo.

Una natura magnifica – tra montagne e pianura – varia e suggestiva. Ricchezze inestimabili, sia in superficie che nel sottosuolo. Storicamente agricola, questa regione nel nord della Siria è da sempre anche vivaio di convivenza tra diverse etnie, fedi religiose, culture (Arabi, Curdi, Ezidi, Zoroastriani, Aleviti, Sunniti…). Un esempio di possibile e proficua convivenza tra popoli, se pur in miniatura, .

Le principali industrie sono funzionali alla lavorazione delle olive e alla produzione di olio. Altre, più recenti, producono conserve, sapone o si sono specializzate nel settore tessile.

Quella di Afrin è una delle aree liberate in cui maggiormente si era consolidata l’esperienza del Confederalismo democratico, frutto della rivoluzione – sociale e culturale – del Rojava.

Negli ultimi anni era divenuta anche un rifugio per quanti fuggivano dalle devastazioni operate dagli Stati (in particolare di quello soidisant “islamico”).

Anche sotto assedio, l’amministrazione autonoma ha offerto protezione  e assistenza agli sfollati provenienti da ogni angolo della Siria. E soprattutto, diversamente da come la Turchia agisce con i rifugiati (usati come ricatto e moneta di scambio nei confronti dell’Europa) senza contropartite.

L’acuirsi del conflitto aveva alimentato ulteriormente le ondate di fuggitivi, provenienti da Aleppo, Kafrnaha, al-Tabqa, al-Raqqa, Hama…e anche di profughi palestinesi, in parte scappati dall’Iraq.

Aperto nel 2014, il campo profughi di Robar a Basla (distretto di Sherawa) aveva accolto oltre tremila profughi. Un altro centinaio di famiglie venivano ospitate direttamente nella città di Afrin, 25mila persone nel distretto di Rajo, 50mila nella regione di Janders, 10mila a Bulbul e 15mila nel distretto di Shara.

L’intensa collaborazione tra il Comitato di gestione delle persone sfollate e l’Autorità per gli affari sociali e del lavoro, ha consentito – nell’ambito dell’Amministrazione democratica autonoma – di affrontare positivamente le questioni vitali (tende, elettricità, acqua, assistenza medica,  istruzione…) per gli ospiti dei campi di Shehba e Robar. Garantendo, nei limiti del possibile, anche opportunità lavorative per i rifugiati.

Va comunque stigmatizzato che gli appelli rivolti alle organizzazioni umanitarie, sono stati disattesi.

La situazione era precipitata il 20 gennaio 2017, data dell’attacco turco eufemisticamente denominato “Ramoscello d’olivo” (ma forse “Randello” era più appropriato). Mentre esercito e aviazione di Ankara (con l’accompagnamento dei soliti mercenari) si scatenavano su Afrin e dintorni, alla furia devastatrice non sfuggivano nemmeno i campi profughi. E non certo come “effetto collaterale”, ma in quanto obiettivi precisi e prestabiliti.

Un gran numero di profughi (in gran parte arabi), tra cui decine di bambini rimasti feriti nei bombardamenti dei primi giorni,  hanno dovuto fuggirsene via – terrorizzati –da Robar, rifugiandosi nei villaggi circostanti. 

REPRESSIONE NEL ROJHILAT

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Se la Turchia opera contro i curdi su scala industriale, non va sottovalutata la gravità della repressione iraniana (su scala artigianale, per ora) nel Rojhilat (Kurdistan orientale, sotto l’amministrazione di Teheran). Dopo la recente ondata di arresti operata da polizia e servizi nelle città di Kamyaran e Sine (Sanandaj), la Piattaforma democratica dei movimenti e dei popoli d’Iran ha diffuso una dichiarazione in cui si rivolge a tutti i movimenti politici chiedendo loro di solidarizzare con gli arrestati.

Nel testo di mette in guardia contro il rischio rappresentato dalle attuali misure di sicurezza adottate dalla Repubblica islamica  per la vita stessa (oltre che per la libertà) dei dieci militanti ecologisti curdi. Accusati di “spionaggio e corruzione sulla terra”, potrebbero venir sottoposti a torture per estorcere improbabili “confessioni”.

L’azione repressiva, opera dei servizi del regime, viene definita un “complotto”, deciso e avviato a Teheran per approdare in Rojhilat. Oltre all’arresto dei dieci militanti, vi rientrerebbe a pieno titolo l’uccisione di Kavous Seyed Emami – sociologo ed ecologista – morto in circostanze poco chiare nella prigione di Evin. 

Nella dichiarazione si ricorda che il responsabile governativo della sicurezza – in un’intervista concessa all’agenzia Mehr – ha affermato che gli arrestati erano membri del Partito della vita libera del Kurdistan (PJAK) e che agivano sotto la copertura di associazioni ambientaliste. Accusandoli anche della morte del conducente di un’ambulanza dell’organizzazione Kamyaran, ma senza fornire alcuna prova. Va ricordato che il PJAK, oltre a non rivendicare come propri membri gli arrestati, aveva fornito un’altra versione sulla morte dell’autista che in realtà sarebbe stato ucciso da agenti dei servizi iraniani.

Scrive la Piattaforma democratica dei movimenti e dei popoli d’Iran: “Senza alcun dubbio, l’obiettivo strategico del regime islamico dell’Iran, di complottare contro i militanti dei movimenti sociali e civili così come contro i militanti ambientalisti, i lavoratori, gli insegnanti, gli studenti, le donne etc. – che continua da quattro decenni di potere reazionario e repressivo – non è altro che un capovolgimento del movimento sociale di massa condotto dagli oppressi, dopo la creazione della Repubblica islamica”.

E quindi invita “tutte le organizzazioni socialiste e di sinistra, i partiti e i movimenti politici, i militanti libertari ed ecologisti, i difensori dei dei diritti umani e le comunità oppresse in Iran a sostenere i militanti arrestati in Kurdistan  per sconfiggere le denunce e i mandati di arresto del regime”.

Gianni Sartori   

Tolta di mezzo la statua in memoria di Ghassan Kanafani – di Gianni Sartori

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Niente da fare. Lo Stato – nella fattispecie quello israeliano, ma esempi simili non mancano in giro per il Pianeta –  non si smentisce.

E l’arroganza istituzionalizzata non recede nemmeno di fronte alla statua, piccolina tra l’altro, in memoria di un grande scrittore.

Ovviamente non di uno qualsiasi.

Lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani – comunista – era nato nel 1936 e con la sua famiglia aveva subito la Nakba, la “Catastrofe” nel 1948.

La sua città natale, Acri, all’epoca era abitata da palestinesi musulmani, cristiani, ebrei e baha’i. Ma al momento della nascita dello Stato di Israele il 75% della popolazione subì una vera e propria deportazione.

Oltre che come maggior teorico ed esponente della “Letteratura della resistenza” (Adab al-Muqawwama ) era noto come esponente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ancora nel 1960, all’epoca di George Habbas, entrò a far parte della redazione di al-Hurriyya e in seguito anche di al-Muharrir, a Beirut.

Proprio nella capitale libanese incontrò l’insegnante danese che sarebbe divenuta sua moglie, Anni Hoover. Risale appunto ai primi anni sessanta il suo libro più conosciuto: Uomini sotto il sole.

Altro romanzo importante, Ritorno ad Haifa scritto dopo l’amara esperienza, per i palestinesi, della Guerra dei sei giorni.

In seguito, dopo un periodo di collaborazione con il giornale al-Anwar, nel 1969 sarà tra i fondatori di al-Hadaf, destinato a diventare la voce del FPLP.

Ma a causa del suo impegno politico, della sua adesione alla lotta di liberazione del popolo palestinese, venne eliminato con un attentato (un’autobomba, presumibilmente opera del Mossad) insieme alla giovane nipote.

Nel suo necrologio venne scritto: “Era un combattente che non aveva mai sparato un colpo, la cui arma era la penna biro e il campo di operazioni le pagine dei giornali”..

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Come dicevo, la settimana scorsa lo Stato di Israele ha fatto togliere una statua eretta – all’interno di un cimitero di Acri – per commemorare lo scrittore scomparso nel 1972.

Già al momento della installazione,  il ministero israeliano dell’Interno aveva intimato al Waqf locale  di farla sparire.

Il ministro dell’Interno Aryeh Deri (esponente del partito Shas, ultraortodosso) l’aveva definita “un memoriale in onore di un terrorista” aggiungendo che non lo avrebbe consentito.

Di diverso parere, ovviamente, i palestinesi. Per Ahmad Odeh,  consigliere comunale della città “ Ghassan Kanafani è un simbolo per l’intero popolo palestinese”.

Stando alle dichiarazioni di un familiare dello scrittore palestinese, la statua dovrebbe essere ricollocata nel giardino privato – sempre nella città di Acri – di un altro parente.

A quando i falò dei suoi libri?

Gianni Sartori

 

 

 

DA PARIGI UNA RICHIESTA CORALE: OCALAN VENGA RESTITUITO AL SUO POPOLO – di Gianni Sartori

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Una buona notizia, perlomeno confortante: Abdullah Ocalan è vivo e – compatibilmente con la sua situazione di prigioniero politico da un ventennio – in discreta salute. Questo è quanto ha potuto verificare il fratello Mehmet nel primo colloquio concesso al leader curdo da quasi tre anni a questa parte. L’ultima visita infatti risaliva al settembre 2016. Inoltre dal 27 luglio 2011 non erano stati consentiti dalle autorità turche nemmeno i colloqui con gli avvocati. Stessa sorte, per inciso, toccata ad altri tre prigionieri segregati a Imrali.

La notizia è stata data dal nipote, il deputato di HDP (Partito Democratico dei Popoli) Omer Ocalan.

Comunque una buona notizia – dicevo – anche se il colloquio è stato forzatamente limitato alle questioni inerenti la salute di “Apo”.

Con un breve comunicato Pervin Buldan, co-presidente di HDP ha confermato che “oggi si è svolto un colloquio tra Abdullah Ocalan e suo fratello Mehemet Ocalan. Voglio comunicare in proposito che Abdullah Ocalan è in buona salute e che domani pubblicheremo altre informazioni”.

Una piccola, ma significativa vittoria dovuta all’impegno di migliaia di militanti curdi e in particolare al sacrificio di quanti sono entrati in sciopero della fame, seguendo l’esempio di Leyla Guven, proprio per ottenere la fine dell’isolamento per Ocalan.

Sicuramente la decisione di Ankara di “non tirare troppo la corda” deriva anche dall’imponente spettacolo offerto dalla manifestazione di Parigi di sabato 12 gennaio.

Almeno 15mila curdi provenienti da tutta Europa hanno voluto ricordare il massacro perpetrato in rue Lafayette sei anni fa, il 9 gennaio 2013.

Non sembrava poi una coincidenza il fatto che il 17 dicembre 2016, l’autore del triplice omicidio – legato ai servizi segreti turchi – fosse morto improvvisamente in carcere a un mese dal previsto inizio del processo (23 gennaio 2017).

Processo – non casualmente – già ripetutamente rinviato.

Quella che è stata definita una “une plaie ouverte” (una piaga aperta) nel sistema giudiziario francese è destinata a rimanere tale almeno fino a quando i mandanti non saranno identificati e condannati.

Come è noto, l’operazione da “guerra sporca” avvenne in coincidenza con l’appello del prigioniero Ocalan affinché la voce delle armi cedesse il campo a colloqui di pace tra lo Stato turco e il PKK. Un processo di pace che però venne subitamente abbandonato da Erdogan nel 2017 quando i risultati delle elezioni negarono al suo partito la maggioranza parlamentare.

A fianco dei curdi, nella manifestazione parigina, anche molti eletti ed esponenti della cultura francesi.

In particolare: Laurence Cohen, senatrice del PCF di Val-de-Marne, Vice-presidente della commissione degli affari sociali; Pierre Laurent, Vice-presidente del Partito della sinistra europea, senatore di Parigi; Simonnet Danielle, esponente del Parti de Gauche; Esther Banbassa, senatrice EELV; Poyraz Sahin, delegato per la solidarietà internazionale al 18° arrondissement di Parigi; Jean Christophe Sellin, consigliere regionale della Region Occitanie; Sergio Coronado, ex deputato EELV; Rémi Feraud, senatore del PS; Lydia Amarbakhsh, responsabile delle relazioni internazionali del PCF; Patrick Leyaric, deputato del Parlamento Europeo; Hélène Bidar, esponente del PCF; Eric Coquerel, deputato di St Ouen Epinay e coordinatore del Parti de Gauche; Laurent Ziegelmeyer , membro del consiglio comunale di Choisy le Roi….Senza dimenticare l’editrice Emmanuelle Collas Glaade; la presidente dell’associazione France-Kurdistan Sylvie Jan…e tanti altri amici del coraggioso, indomito popolo curdo.

Gianni Sartori

Un appello Internazionale per la fine dell’isolamento di Abdullah Ocalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia – trasmessoci da Gianni Sartori

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Noi, come firmatari, chiediamo l’immiediata cessazione dell’isolamento del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan e di altri prigionieri politici in Turchia tenuti in condizioni che violano i loro diritti umani e le norme concordate internazionalmente con le Regole Mandela.

Ogni forma di isolamento è espressamente proibita sotto le Regole Minime del Trattamento dei Prigionieri delle Nazioni Unite (Regole Mandela), adottate dall’ONU nel maggio 2015. Secondo queste regole, 22 ore o più al giorno senza contatto umano per un tempo maggiore di 15 giorni consecutivi è considerato “isolamento prolungato”.

L’isolamento prolungato di Abdullah Öcalan sulla prigione dell’isola di İmralı, dalla sia cattura nel 1999, ha continuato per 20 anni. L’isolamento assoluto imposto su Öcalan è arrivato a tre anni e non si hanno notizie di lui. Nello stesso tempo, dall’abbandono dell’iniziativa di pace tra curda-turca nel 2015, la Turchia ha intensificato la sua guerra militare e la repressione politica contro i curdi. La soppressione dei partiti politici e l’imprigionamento dei leader politici curdi sono diventate la norma dato che la democrazia turca è diventata un governo autoritario.

Leyla Güven, una donna membro del parlamento per il Partito Democratico dei Popoli (HDP) attualmenre in prigione, ha iniziato uno sciopero della fame in protesta all’isolamento di Öcalan da più di 65 giorni. Da allora più di 150 prigionieri si sono uniti a lei. 14 politici curdi a Strasburgo, Francia, continuano il loro sciopero della fame.
Il numero di persone nelle prigioni turche è arrivato a 260’000. Organizzazioni per i diritti umani riportano violazioni crescenti contro i prigionieri. L’isolamento è una delle più severe di queste violazioni.

Gli scioperi della fame stanno causando gravi danni alla salute di chi li sta attuando. Noi, come firmatari, facciamo parte di un movimento di solidarietà in crescita che chiede una fine all’ingiustizia dell’isolamento.
È un fatto di dignità e diritti umani. Chiediamo la fine immediata dell’isolamento imposto a Abdullah Öcalan e a tutti i prigionieri politici incarcerati in Turchia per far terminare gli scioperi della fame. Chiediamo alla comunità internazionale di insistere affinché la Turchia si conformi alle Regole Mandela e le applichi.

Firmato da

Prof.Immanuel Wallerstein,USA; Prof. David Graeber,UK; Raúl Zibechi,Uruguay; Prof.Norman Paech,Germany; Prof. Andrej Grubacic, Chair Anthropology and Social Change Department CIIS, San Francisco; Denis O’Hearn, Dean of Liberal Arts, Professor of Sociology,University of Texas; Prof. Ana Cecilia Dinerstein, Department of Social and Policy Sciences University of Bath; Orsola Casagrande, Journalist; Alessandro Spinazzi, Italy; Salvadore Palidda, Genova University,Italy; Seamas Carraher, Poet and Writer,Ireland; JM Arrugaeta Historian and Journalist,Basque Country; Debra Werblud, Visual Artist, US; Victoria Sandino Senator FARC,Colombia; Alexandra Nariño FARC Party Executive,Colombia; Boris Guevara Film Director,Colombia; Angelo Baracca, University of Florence,Italy; Jesús Maria Aldaiturriaga Egia LAB,Basque Country; Emanuele Leonardi,Researcher,Italy; Giovanni Giacopuzzi, Writer, Italy, Lord Nicolas Rea,UK; Lord Dholakia,UK; Hywel Williams MP,UK; Tommy Sheppard SNP MP; Chris Stephens SNP MP; Jill Evans MEP; Julie Ward MEP; Dr Thomas Jeffrey Miley, Lecturer of Political Sociology in the Department of Sociology, Cambridge University; Dr Derek Wall, Goldsmith University of London; Christine Blower, NUE International Secretary; Amber Huff,Researcher Sussex University; Margaret Owen OBE, human rights lawyer; James Kelman, writer; Dr Radha D’Souza, Westminster University; Les Levidow, CAMPACC; Nick Hildyard,policy analyst; Gareth Peirce, solicitor; John Hunt, journalist and writer; Janet Biehl, writer,translator; Rahila Gupta, writer, journalist; Simon Dubbins, International Director UNITE;Clare Baker, International Officer UNITE; Meredith Tax, writer; Prof Kariane Westrheim,University of Bergen; Sarah Parker, translator; Stephen Smellie, Deputy Covenor UNISON Scotland; Doug Nicholls, General Secretary, General Federation of Trade Unions (GFTU); John Smith, President of GFTU; Steve Sweeney, International Editor, Morning Star; Alastair Lyons, Solicitor; Dr Patrick Huff, Birkbeck College, University of London; Bert Schouwenbourg, trade union advisor; Trevor Rayne, Editorial Board of Fight Racism!Fight Imperialism!; David Morgan, journalist; Melanie Gingell, barrister; Jonathan Bloch, writer; Dr Felix Padel, writer; Maggie Bowden, General Secretary, Liberation; Robert Atkins, solicitor; Saleh Mamon, CAMPACC; Liz Saville Roberts MP; Penny Papadopoulou, journalist; Isabel Kaeser, PhD student, SOAS University; Greta Sykes, writer and poet; Gacheke Gachihi, Coordinator Mathare Social Justice Center, Kenya; Veronica Fagan, editor Socialist Resistance; Tony Simpson, Bertrand Russell Peace Foundation; Dr Naif Bezwan, scholar; Maude Casey, writer; Dr Aubrey Nunes, clinical linguist; Jack Hirschman, emeritus Poet Laureate of San Francisco, Agneta Falk, Poet and Painter; Catherine Taylor, musician; Luca Guzzetti, University of Genoa,Italy; Rossella Caruso, art historian,Italy; Roger Connah, writer –Wales; Giuliana Grando, psychoanalyst and psychotherapist – Italy; Joyce Kozloff, artist; Max Kozloff, writer and artist; Gioia Meller Marcovicz, designer; Piero Scarselli, academic; Dr.Dario Azzellini, Cornell University, Ithaca, USA; Sergio Tischler, Benemérita Universidad Autonoma de Puebla, Mexico; John Gibler, writer; Dr. Dawn Marie Paley, journalist; Andrés Ruggeri, director Programa Facultad Abierta, Universidad de Buenos Aires, Argentina; Dr.Gilberto López y Rivas, Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM); Peter Ranis, Professor Emeritus of Political Science City University of New York; Camila Piñeiro Harnecker, profesora Centro de Estudios de la Economía Cubana, Universidad de La Habana, Cuba; Ashish Kothari, Kalpavriksh, India; Christy Petropoulou, As. 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PARIGI, 12 GENNAIO: MANIFESTAZIONE PER SAKINE, FIDAN E LEYLA, compagne che hanno sputato in faccia ai macellai – di Gianni Sartori

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Anche i militanti curdi in sciopero della fame a Strasburgo hanno aderito alla marcia parigina del 12 gennaio. Iniziativa con cui – nel sesto anniversario – si vuole ribadire che l’assassinio impunito delle tre femministe curde ( Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Soylemez) è un crimine di Stato, un’azione di terrorismo istituzionale perpetrato dal governo turco.

Come ha sottolineato un loro portavoce, Dilek Ocalan: “Il movimento di liberazione ha acquistato ulteriore forza dalla lotta delle donne curde come la compagna Sara”.

Nel loro comunicato, rivolgono un appello a tutti i curdi in Europa per sostenere questa lotta e a partecipare alla manifestazione di sabato a Parigi.

E’ ormai chiaro come il sole che il triplice assassinio avvenuto nella sede del CIK (Centro di informazione Kurdistan) in rue La Fayette (una vera e propria esecuzione extragiudiziale, da squadroni della morte) era stato pianificato dai servizi turchi, dal MIT. Ed è altrettanto evidente  – come ha ribadito Dilek Ocalan – che l’atteggiamento dello Stato francese, quantomeno restio a far luce sul triplice omicidio, rischia di sconfinare in una sorta di  “complicità nella politica genocida della Turchia”. Con questo massacro – ha continuato Dilek – hanno voluto mettere alla prova la nostra volontà, il nostro impegno.hanno cercato di farci allontanare, dissociare dall’amore di Sakine e dalla costanza di Rojbin per la lotta, dalla speranza per il futuro di Leyla. Volevano annientare l’identità stessa del movimento di liberazione delle donne curde”.

Ma questo non è avvenuto. Il rigetto, l’indignazione per il massacro del 9 gennaio 2013 ha avuto eco mondiale e la lotta delle donne curde ne ha tratto ulteriore forza. In sostanza si può affermare che l’azione terroristica di rue Lafayettesi è rivelata un boomerang per il governo turco”.

Ricordando quanto era avvenuto tra il 2015 e il 2017 in Bakur (Kurdistan sottoposto all’occupazione turca) il portavoce ha voluto evidenziare quale sia la mentalità genocida dello Stato turco  (definito senza eufemismi “fascista”) : “Hanno raso al suolo le nostre città, bruciato i nostri giovani, mutilato i corpi delle donne combattenti, distrutto anche i cimiteri, bombardato i nostri guerriglieri con tonnellate di esplosivo, trasformato il paese in una immensa prigione e seminato i germi della paura nel cuore delle persone. E adesso credono di poter sopprimere anche le richieste più umane e democratiche del nostro popolo con la scorciatoia della repressione. Tuttavia, non ci riusciranno.

E questo perché nel nostro movimento ci sono compagne come Sakine Cansiz che hanno sputato in faccia ai macellai. Un movimento che si alimenta dello spirito di Hayri Durmus e di Kemal Pir (“Noi amiamo a tal punto la vita da essere disposti anche a morirne”). Un movimento di  decine di migliaia di combattenti, donne e uomini, che hanno trasformato le montagne del Kurdistan in una fortezza della Resistenza…”.

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Va riconosciuto un fatto storicamente incontestabile. La lotta di migliaia e migliaia di partigiani curdi ispirati dal pensiero di Abdullah Ocalan (il dirigente curdo segregato a Imrali) ha consentito la salvezza, anche fisica, del popolo curdo destinato altrimenti a essere annientato. Ed è significativo che l’idea del Confederalismo democratico abbia saputo affascinare – dando una prospettiva di fuoriuscita possibile, realistica dall’oppressine statale e capitalista – anche a molti arabi, armeni, siriaci, assiri, turcomanni. Non è solo una speranza, ma una convinzione: “Un giorno questa oppressione avrà fine, le autorità e i loro palazzi crolleranno (…). Coloro che si inchinano davanti alla tirannia, quelli che sono diventati ostaggi timorosi, finiranno nelle pagine dimenticate della Storia”.

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Dai grévistes, è stata poi riaffermata la solidarietà con Leyla Guven  e ribadita la volontà di non recedere. Di proseguire, costi quel che costi, nello sciopero fino al raggiungimento dei loro obiettivi (in primis la fine dell’isolamento per Ocalan).

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Oltre a Leyla (la cui vita – al 65 giorno di sciopero nella prigione di Amed – è ormai a rischio) sono stati ricordati Nasir Yagiz a Hewler (Erbil) al 52° giorno, i 226 prigionieri politici al 27° giorno, Iman Shis a Galler (26° giorno) e ovviamente quelli di Strasburgo.

Gianni Sartori

 

 

 

Gli Stati Uniti delle Isole Ionie (1815-1864) – di Ettore Beggiato

bandiera stati uniti isole ionie

 

Le sette isole ionie con capitale Corfù che nel 1800 avevano costituito la Repubblica Settinsulare con il simbolo del Leone alato di San Marco e le sette frecce rappresentanti le  isole in questione (Corfù, Passo, Leucade, Itaca, Cefalonia, Zante e Cerigo) nel 1815 tornarono protagoniste della scena politica europea.

Chiusa definitivamente la parentesi napoleonica che aveva portato la seconda occupazione francese delle isole (1807-1814), il Congresso di Vienna non aveva risolto la questione relativa al futuro di queste sette isole così strategiche; ricordo che mentre  Braudel con una felicissima espresssione  le aveva definite “la flotta immobile di Venezia”, Napoleone aveva più volte sottolineato la fondamentale importanza delle isole ionie: “Corfù è la chiave di volta di un possibile impero orientale”, “Con Malta e Corfù dovremmo essere in breve padroni del Mediterraneo” e ancora “Ritengo che d’ora innanzi uno dei punti fermi della Repubblica Francese dovrebbe essere di non cedere mai Corfù, Zante ecc.”.

Fu così che le quattro potenze dell’epoca (Inghilterra, Austria, Russia e Prussia) risolsero la questione con il trattato di Parigi del 5 novembre 1815: nasce il protettorato inglese sulle isole, per la prima volta nella storia si utilizza questo istituto giuridico, il “protettorato”, che sarà largamente usato dagli stati della vecchia Europa cambiando notevolmente l’atlante geopolitico del mondo; e così avremo diversi protettorati inglesi (Swaziland, Brunei, Zanzibar, Transvaal) , francesi (Tunisia, Laos, Congo, Marocco), tedeschi (Camerun e Burundi), persino italiani (Somalia nel 1889).

Il protettorato inglese prende il nome di “Stati Uniti delle Isole Ionie” e sir James Campbell è il primo “Alto commissario”; gli inglesi dividono il territorio in sette province, una per ciascuna isola, a loro volta divise in città, borghi e villaggi; il 28 ottobre 1817 viene promulgata la costituzione che entra in vigore il primi gennaio del 1818.

Ma la cosa che balza all’occhio di questo protettorato è … la bandiera: fondo blu con in  alto a sinistra l’Union Jack e in basso a destra il Leone di San Marco con le sette frecce a rappresentare una continuità con la Serenissima Repubblica Veneta e con la Repubblica Settinsulare.

E questa bandiera sventolerà nei mari europei fino al 1864: se pensiamo che nel 1797 Napoleone aveva dichiarato guerra alla Serenissima e al suo simbolo, intimando di atterrare tutti i Leoni di San Marco, è una dimostrazione di come, ancora una volta il Leone si sia dimostrato più forte di tutti e di tutto.

Con il trattato di Londra del 29 marzo 1864 le sette isole ionie vengono annesse al regno di Grecia e il settimanale inglese “Saturday Review” descriverà con realismo il sentimento degli isolani nei confronti degli inglesi: “Agli occhi degli Ionici niente del nostro Protettorato è piaciuto quanto la sua dipartita”.

L’ultima considerazione la lascio allo storico veneziano Gino Damerini (1881-1967):

“Tutte le dominazioni straniere ebbero in comune il gesto di sopraffazione e la volontà proterva, messa in atto, poscia, anche dalla Grecia moderna, di cancellare ogni ricordo della gloriosa civiltà veneta, oppure di denegarla con una sistematica diffamazione truccata sotto gli aspetti della critica storica. I Francesi appena penetrati in Corfù, mutilarono come avevano già fatto a Venezia, la maggior parte dei monumenti, le iscrizioni marmoree furono da loro, con lo scalpello, rese illeggibili. Più tardi gli Inglesi, peggiori dei Turchi e de’ Francesi, come già detto più indietro, si accanirono contro gli emblemi della sovranità veneziana….

Fatica inutile perché il sigillo imposto da Venezia alle Isole Ionie s’è compenetrato nella natura … “ 

Ettore Beggiato

Autore di “La Repubblica Settinsulare”