FOCUS SULL’EUROPA DELLE REGIONI – IRLANDA – 5 OTTOBRE 2018

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FOCUS SULL’EUROPA DELLE REGIONI
IRLANDA, BOBBY SANDS MARTIRE D’IRLANDA

In collaborazione con il Municipio4 del Comune di Milano e con il supporto dell’Ass.Cult. Terra Insubre – Milano e Provincia, il Centro Studi Dialogo organizza questa conferenza.
Relatore sarà Pierluigi Spagnolo, giornalista e autore del libro “Nel nome di Bobby Sands”.
All’inizio della conferenza ci saranno i saluti istituzionali di Paolo Guido Bassi, presidente del Municipio 4.

Le conferenze si terranno presso la Sala Consiliare di Via Oglio 18 – MIlano

INDIA: Lingue e popoli minacciati dal “progresso” – di Gianni Sartori

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Ancora nel secolo scorso attenti studiosi baschi avevano colto un preciso segnale. La trasformazione del paesaggio tradizionale in Euskal Herria spesso coincideva con la perdita dell’euskara, la lingua più antica d’Europa.

Un fenomeno analogo è stato poi ampiamente documentato e analizzato in alcune regioni dell’India. Lo storico Rozenn Milin, fondatore del progetto Sorosoro (“soffio, parola, lingua” in araki) sostenuto dalla Fondation Chirac, era rimasto colpito osservando “fino a che punto le carte della biodiversità linguistica si sovrappongono a quelle della biodiversità della fauna e della flora”.

E come entrambe fossero – e siano – minacciate nella loro sopravvivenza.

Nel febbraio 2010, all’età di 85 anni, era scomparsa Boa senior, l’ultima persona in grado di parlare la lingua Bo, un tempo diffusa nell’arcipelago delle Andaman e delle Nicobar. Se le parole rappresentano una visione del mondo, questo linguaggio, in grado di indicare dozzine di varietà di bambù e centinaia di specie di uccelli, esprimeva il profondo legame delle popolazioni indigene con la natura. Ogni mattino Boa senior si rivolgeva agli uccelli e agli animali sperando in questo modo di farsi comprendere dagli spiriti degli antenati.

In India, secondo un rapporto dell’Unesco pubblicato all’epoca, le lingue minacciate erano almeno 196 su un totale di 1635. Tra queste 37 sono attualmente parlate da meno di mille persone. Nella maggior parte dei casi si tratta di lingue unicamente orali che non dispongono di dizionario e grammatica. In India il multilinguismo è un elemento fondante dell’identità nazionale, ma soltanto l’hindi, l’inglese e altre 22 lingue regionali, riconosciute dalla Costituzione, vengono utilizzate per l’insegnamento. Quindi sono proprio le popolazioni con un maggiore tasso di alfabetizzazione quelle che rischiano di perdere la lingua tradizionale. Da quando il 77% dei Deori, una tribù dell’Arunachal Pradesh, è in grado di leggere e scrivere, la loro lingua viene considerata “seriamente minacciata” dall’Unesco. Un fattore decisivo, più ancora del calo demografico e della diffusione della televisione, sarebbe rappresentato dalla “diluizione sociale” provocata dalla costruzione di strade (come quelle della National mineral development corporation nelle foreste del Dantewada) che irrompono nei territori delle comunità indigene. Contemporaneamente si starebbero diffondendo nuove “lingue da contatto” come l’halbi o il chakesang, ma questo non può compensare la scomparsa delle lingue tradizionali. D’altra parte nelle autorità indiane esiste timore (non dichiarato, ma fondato) che una politica in difesa delle lingue minoritarie possa alimentare richieste autonomiste e separatiste.

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ADIVASI IN RESISTENZA

Ma gli Adivasi, le popolazioni indigene della “cintura delle foreste” dell’India centrale (detta anche “cintura tribale”) non rischiano di perdere soltanto linguaggio e identità.

Da tempo è in gioco è la loro stessa sopravvivenza fisica.

Da quando su questi territori si è posata la cupidigia delle multinazionali, desiderose di impossessarsi dei ricchi giacimenti di minerali grazie ai Memorandun d’intesa (Mou) stipulati con il governo. Tra i casi più drammatici, le colline dell’Orissa abitate dai kondh e ricche di bauxite.

E, come per la biodiversità e le lingue ancestrali, altre due mappe coincidono. Quella della “cintura tribale” si sovrappone al “corridoio rosso”.

Da vari decenni la resistenza degli adivasi opera in sintonia con i guerriglieri maoisti del Pci-m, conosciuti come naxaliti.

Il nome deriva da un villaggio del Bengala occidentale – Naxalbari – dove nel 1967 iniziò la rivolta contadina contro lo sfruttamento da parte dei proprietari terrieri e dello stato.

Armati di archi e frecce, 150 contadini attaccarono i latifondisti e per alcuni mesi presero possesso di campi e fattorie, prima di venir sconfitti dalle armi automatiche dell’esercito.

Preso atto della temporanea sconfitta, un militante maoista – Charu Majumdar – iniziò a lavorare per costituire un’organizzazione in grado di operare su tutto il territorio indiano. Così nacque il Comitato di Coordinamento dei Comunisti di tutta l’India (AICCCR), nella prospettiva di un’insurrezione generale che coinvolgesse, oltre ai contadini e ai diseredati delle metropoli, anche gli adivasi (le popolazioni tribali preinduiste) e i dalit (gli “intoccabili”, vittime del sistema delle caste).

Per quanto dilaniato dalle faide interne (in particolare tra filo-cinesi e filo-sovietici, ma non solo), il movimento non mancò di attirare anche molti giovani provenienti dalle università.

In alcuni stati (Andra Pradesh, Chhattisgarh, West Bengala, Bihar, Orissa, Karnataka…quello che poi verrà denominato “Corridoio rosso”) gli insorti arrivarono a sostituire le autorità ufficiali con governi locali autonomi in grado di amministrare la giustizia, riscuotere tributi, difendere il territorio dalla repressione statale.

Almeno temporaneamente perché nel 1971 Indira Gandhi lanciò una sistematica campagna di rastrellamenti decimando il movimento guerrigliero. Catturato nel 1972 e rinchiuso nel carcere, Majumdar morì per le torture subite.

Qualche anno fa suscitò scalpore il fatto che un loro leader – Koteswar Rao – avesse chiesto alla scrittrice Arundhati Roy, molto attiva in difesa degli oppressi e delle minoranze, di svolgere un ruolo di mediatrice con il governo. Da parte sua Arundhati aveva accettato, ma il governo indiano – così sensibile alle sirene delle compagnie minerarie e delle fabbriche di auto – si mostrò poco interessato.

Contro naxaliti e tribali alla fine del 2009 era stata avviata una nuova, violenta campagna militare denominata “Caccia Verde” con l’impiego di più di 75mila soldati.

Ma la guerriglia tribale si era saputa difendere, anche con azioni clamorose. Come nel 2010 quando aveva teso una imboscata ad un convoglio militare uccidendo 76 soldati.

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Dopo anni di scontri alternati a fragili tregue, su questo conflitto a bassa (relativamente bassa) intensità, sembrava dover calare un definitivo silenzio. Rintanati nel folto delle foreste dell’India centrali, i ribelli apparivano intenzionati a non sortirne.

Invece erano tornati alla ribalta all’inizio del 2018 quando – il 24 gennaio – quattro agenti della polizia sono rimasti uccisi al margine della foresta di Abujhmad (nello stato del Chhattisgarth).

Gianni Sartori

IL KURDISTAN BRUCIA! E il mondo se ne frega… – di Gianni Sartori

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Come aveva denunciato pochi giorni fa (settembre 2018) la giornalista Nurcan Baysal “devastanti incendi boschivi provocati da operazioni militari imperversano da ormai tre mesi a Dersim, provincia curda nella Turchia orientale”. Senza naturalmente dimenticare che questa località, popolata da curdi aleviti, nel 1938 fu teatro di “un brutale massacro attuato dalle forze di sicurezza, un massacro in cui decine di migliaia di persone sono state uccise e sfollate”.

Circondata da montagne ricoperte da folte foreste, Dersim (città natale di Sakine Cansiz) quest’anno ha visto scoppiare i primi devastanti incendi boschivi in luglio nella zona di Aliboğazı. Ma – ricordava sempre Baysal – “né il governatore provinciale di Tunceli, né le autorità forestali, né nessun altra istituzione ufficiale ha fatto qualcosa per spegnere le fiamme”. Sono invece immediatamente intervenuti, lavorando alacramente e duramente, i volontari e le organizzazioni ambientaliste locali.

Questi primi incendi hanno imperversato per oltre due settimane. Altri ne sono scoppiati in agosto, in contemporanea con le operazioni militari dell’esercito turco (non certo estraneo nello scatenare le fiamme) contro la guerriglia curda. In particolare, nei distretti di Pülümür, Hozat, Nazmiye, e Ovacık. Migliaia di ettari di foreste sono andati in fumo, centinaia di migliaia di animali selvatici sono rimasti carbonizzati.

.Ambientalisti, militanti di sinistra, abitanti dei luoghi che si erano mobilitati sono stati letteralmente bloccati dalle autorità locali (per “ragioni di sicurezza”), ma le stesse autorità, per quanto sollecitate in tal senso dalla popolazione, non sono intervenute per fermare il fuoco devastatore. Non solo! Chi ha denunciato la grave situazione, è stato accusato di “sostenere il terrorismo del PKK”. Da manuale.

Il giornalista si era detto particolarmente amareggiato per quanto accadeva sulla montagna di Cudi – non lontano da Diyarbakir, sua città natale – che negli ultimi anni ha visto diminuire drasticamente, quasi scomparire, flora e fauna selvatica “a causa degli incendi provocati dalle operazioni militari”.

Va ricordato che in oltre trentanni di guerra contro il PKK, Ankara ha saccheggiato i territori curdi, bruciato le le foreste, iavvelenato fiumi e torrenti.

Anche con l’utilizzo di armi chimiche che hanno causato degrado ambientale e malattie.

Fonti di Dersim avevano da tempo denunciato un significativo incremento delle malattie tumorali, in numero maggiore rispetto ad altri territori sotto amministrazione turca.

Murat Çepni, membro del parlamento ed esponente del Partito Democratico dei Popoli (HDP, all’opposizione), ha denunciato senza mezzi termini che “gli incendi costituiscono un crimine costituzionale”.

Stando alle sue dichiarazioni ”tra il 16 e il 23 luglio più di 90 incendi si sono sviluppati in 33 distretti, ma gli incendi nella regione curda sono stati trascurati dai media. Non c’è stata copertura nei meda internazionali”.

Un appello agli ambientalisti turchi, gli stessi che avevano saputo ribellarsi – coraggiosamente – per gli alberi di Gezi Park:

“non lasciate che il vostro Stato (o meglio: quello che pretende di esserlo, di rappresentarvi) compia questo ulteriore ecocidio contro la natura del Kurdistan”.

Gianni Sartori

UN INCONTRO CON OZLEM TANRIKULU (UIKI Onlus) E TOMMASO BALDO PER RICORDARE SAKINE CANSIZ – di Gianni Sartori

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Città in caduta libera quella “del Palladio”. Ancora una volta precipitata nell’abisso di  una amministrazione di destra e dove poche realtà appaiono in grado di alimentare la fiammella residua di una  – meritata – Medaglia d’oro alla Resistenza.

Un breve riepilogo. L’anno scorso, in settembre, piombava come un macigno la notizia dell’improvvisa scomparsa di Olol Jackson, un compagno attivo da decenni in difesa dei diritti umani, civili e sociali e dell’ambiente, figura trainante di tutta la lunga e significativa esperienza del Presidio No Dal Molin contro l’ennesima base militare statunitense.

Per dare continuità al suo impegno (totale, assoluto, una scelta di vita…), amici e compagni di Olol hanno avviato in quel di Vicenza un progetto per ampliare e sviluppare diritti, cultura, salute e sport.

L’associazione CARACOL OLOL JACKSON ONLUS è sorta per “offrire un sostegno culturale, sanitario e sociale nei nostri territori”. Obiettivo non da poco.

E spiegano: “Una decina di anni fa avremmo sviluppato un progetto di questa natura in Chiapas, in Palestina o in Kurdistan, oggi invece sentiamo la necessità di realizzarlo qui a seguito dell’aumento vertiginoso delle diseguaglianze”. Un segno premonitore dei tempi bui che incombono. Il nome “Caracol” si ispira chiaramente al Messico zapatista e “richiama proprio la costruzione quotidiana di istituzioni alternative e welfare dal basso, verso un modello di sviluppo sociale ed economico costruito su basi mutualistiche”.

Tra le iniziative – in parte già avviate, altre in progettazione – il  torneo di calcio a 5 dedicato a Olol; “I sentieri del Caracol” (percorsi – a piedi si auspica – nella zona della “Gogna”); il festival “L’arma della memoria” (incontri e dibattiti sulle innumerevoli e variegate Resistenze all’arroganza del Potere); una biblioteca; un auditorium; l’archivio storico dei movimenti sociali vicentini (dove conservare la memoria storica delle lotte); una sala espositiva; aule-studio (per ospitarvi seminari, eventi, laboratori di promozione artistica e culturale)…

UNA CITTA’ CON PIU’ SALUTE E CON PIU’ SOCIALITA’

E ancora: sportello informativo socio- sanitario (entro il 2018, con il contributo di Emergency); ambulatorio medico solidale; consultoria; palestra (Yoga, Tai Chi…), sale dedicate alla promozione di stili di vita corretti e salutari.

Il tutto in quei determinanti e indispensabili “300 mq di sostegno al cittadino per accedere al servizio del territorio” perché “alla città di Vicenza serve un luogo per imparare a ripensarsi e rivedersi solidale e sociale (…) uno spazio conviviale dove coltivare relazioni e costruire comunità” ospitando anche altre associazioni che condividono i principi di Caracol. Uno spazio che si intende acquistare attraverso la raccolta di fondi e l’accensione di un mutuo.

Insomma, una pioggia, una cascata di idee, un cangiante arcobaleno per colorare il grigiore urbano dispensato a piene mani da amministratori e confindustriali. La posta in gioco è alta.

Ne riparleremo.

LA COMMUNE, KRONSTADT, ROJAVA…LA LOTTA CONTINUA

In tale contesto non poteva mancare l’attenzione per l’esperimento attualmente più avanzato nella (ri) costruzione di rapporti sociali solidali, socialisti, consiliari, antiautoritari e anticapitalisti.

Di portata non inferiore a quelli storici della Commune (1871), Kronstadt e Macknovicina (1921), collettivizzazioni autogestionarie di Catalunya e Aragona (1936-37…).

Ovviamente si parla dell’esperienza costruita giorno per giorno dai curdi e dalle altre popolazioni che abitano Rojava, Bakur, Rojhelat e Basur (le quattro regioni storiche del Kurdistan, Nazione senza stato).

Il 15 settembre – nel contesto del Festival della Vicenza Libera – il “Bocciodromo” di via Rossi (quartiere dei Ferrovieri) ha accolto Tommaso Baldo e Ozlem Tanrikulu (di UIKI Onlus) per la presentazione del terzo volume della biografia di Sakine Cansiz (Sara) “Tutta la mia vita è stata una lotta”.

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Assassinata a Parigi nel 2013 da un sicario (manipolato dai servizi segreti di Ankara) Sakine Cansiz  – tra i fondatori del PKK –  rappresenta una delle figure rivoluzionarie più importanti della storia recente. Nei due volumi precedenti aveva narrato la sua infanzia a Dersim, la faticosa costruzione del movimento di liberazione curdo e la sua detenzione nelle galere turche.

In questo terzo volume ha raccontato gli anni trascorsi – dopo il rilascio dal carcere nel 1990 – in montagna, nella guerriglia.

Come ha spiegato Tommaso Baldo “l’inizio non è stato Kobane, quella della lotta di liberazione del popolo curdo è una storia antica”. E non basta nemmeno “risalire alla fine degli anni novanta, con il sequestro di Ocalan in Kenya e l’inizio della sua interminabile segregazione”.

Ricordo che l’origine del PKK risale agli anni settanta (ufficialmente al 1978) ma Ocalan e altri compagni, sia curdi che turchi, erano già attivi da almeno un decennio. La lotta armata – una risposta di autodifesa dopo gli arresti, le torture, le esecuzioni extragiudiziarie – inizierà solo tra il 1982 e il 1984. Dalla biografia di Sakine Cansiz emerge come la sua maturazione personale si sovrapponga e si confonda, si integri con quella collettiva di tutto un popolo. Ricordava una sorta di “parapiglia” davanti a un negozio a cui le toccò assistere da bambina. Intervenne la polizia, malmenando e picchiando tutti i presenti. Ma in particolare un giovane, apostrofandolo come “sporco comunista”. E lui che di politica in generale – e di comunismo in particolare – non si era mai interessato, una volta sortito di galera assunse tale identità con orgoglio, cosciente ora della propria condizione di oppresso.

Naturalmente non mancavano “contraddizioni in seno al popolo”, in particolare quelle legate a una tradizione patriarcale. A tale proposito Baldo ha rievocato un altro episodio riportato dalla biografia della militante curda. Alla conclusione dei lavori per la fondazione del PKK, un compagno intervenne con una richiesta quanto mai fuori luogo: “Bene, ora ragazze mettete su il tè”. Pronta la risposta: “Il tè puoi anche preparartelo da solo…”.

Nel secondo volume – continuava il relatore – Sakine ha rivisitato soprattutto l’esperienza del carcere, con una particolare attenzione per l’aspetto umano. Baldo ha anche fatto un raffronto con altri testi (di “formazione” li ha definiti) come gli scritti di Paietta sul carcere (presumo si riferisse a “Ragazzo rosso”) dove invece la dimensione politica esercitava una forte egemonia.

Già negli anni ottanta (ormai in pieno regime fascista) nelle galere turche si praticava un uso repressivo della componente religiosa, dell’islamismo, con un vero e proprio sistematico  “lavaggio del cervello” utilizzando divise, obbligando a cantare inni sciovinisti (un’analogia evidente con le galere spagnole al tempo dei franchismo), torture e quant’altro per disciplinare e sottomettere ulteriormente i prigionieri.

Un tentativo sostanzialmente fallito per l’eroica resistenza dei militanti incarcerati che in molti casi arrivarono al “suicidio di protesta” per fermare la deriva autoritaria.

E in questa opposizione alla politica carceraria il ruolo di Sakine divenne fondamentale. Entrata in carcere prima della scelta armata del PKK,  ci rimase per dieci anni. Poi si integrò nella guerriglia.

Ozlem Tanrikulu ha  ripreso il discorso ricordando che “siamo qui nel ricordo di Sara (nome di battaglia di Sakine nda), per contrastare ogni violenza esercitata nel mondo: sessismo, patriarcato, capitalismo, saccheggio ambientale”.

La decisione di tradurre – e pubblicare – anche l’ultimo volume della biografia non era scontata (Sakine non ha avuto il tempo di rivederlo e correggerlo come gli altri due). Così come non era stato facile per lei scriverla dato che in genere le biografie dei militanti vengono redatte dopo la loro morte.  In genere non si ha tempo di raccontare, di scrivere fintanto che si vive e si lotta. Sakine ha scritto soprattutto nel ’96, mentre era sulle montagne – su precisa richiesta di Ocalan che lei aveva voluto incontrare nuovamente dopo essere uscita dal carcere. Il manoscritto non era stato pubblicato subito. Solo in seguito, quando era in Europa e faceva parte del Congresso Nazionale Curdo (KNK), il movimento aveva deciso che andava pubblicato. Anche se lei non ci teneva, non amava il protagonismo.

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Diceva di essere “soltanto un elemento, una parte della lotta collettiva”.

Era nata a Dersim, una località teatro di un eccidio storico contro la popolazione alawita, una minoranza religiosa. L’oppressione da lei subita era stata molteplice: in quanto donna, curda, alawita…

Da piccola a scuola – ricordava – talvolta si vergognava della sua identità e come tutti i suoi coetanei curdi subì una sistematica opera di forzata assimilazione (vedi l’imposizione della lingua turca), una tentata trasformazione dell’identità.

Poi conobbe il lavoro di fabbrica e quindi le contraddizioni sociali, avvicinandosi alle organizzazioni di sinistra. Entrando a far parte del PKK, cominciò a lavorare soprattutto con le donne e con i giovani (con tutta evidenza i soggetti trainanti nella neonata organizzazione, portatori di una nuova mentalità), ma sempre insieme anche ai turchi. Venne arrestata nel 1979 vivendo in carcere una fase molto pesante per l’intero movimento. Tutti i maggiori esponenti, i fondatori, erano dietro le sbarre e subivano torture (ma lei non cede al vittimismo, non si autocommisera; nel libro ne racconta solo una). La vittimizzazione non rientra, non è un metodo della resistenza curda.

Lei fa parte di quelle persone che hanno saputo resistere, consentendo la ripresa di un movimento che dura tuttora. In compenso parla dei progetti e tentativi di evasione.

Sara fu la prima donna a essere arrestata. “Ne parlo – ha voluto sottolineare Ozlem – in quanto figlia di un prigioniero politico, anche lui rinchiuso nel carcere di Diyarbakir. Noi siamo cresciuti sapendo di una prigioniera del PKK – Sara – che anche quando molti maschi cedevano, svendendo talvolta la loro dignità ai torturatori, lei con il suo esempio insegnava a resistere, a non mollare. Già allora – per rispetto al suo coraggio –  tenevamo una sua fotografia in casa, in quanto donna resistente e voce del movimento di liberazione”.

Da tempi immemorabili il carcere è un luogo preposto al genocidio – sia fisico che morale e culturale – di una popolazione.  Sia torturando direttamente che con la “tortura bianca”, l’isolamento, la deprivazione. Allo scopo di annichilire i prigionieri, cancellarne coraggio e dignità.

Con la loro resistenza tenace Sara e le altre compagne hanno saputo proteggere il movimento.

Va detto che c’è stata una  resistenza potente – di almeno 40 anni – da parte delle donne curde, sia quelle incarcerate, sia nelle metropoli e nei villaggi. Un movimento che non ha avuto ancora adeguato riconoscimento. A Kobane, semplicemente, si sono visti e colti i frutti di tale movimento che, letteralmente, ha lottato per l’umanità. Anche se poi, in parte almeno,  è stato manipolato, svuotato dalla società dello spettacolo (la retorica sulle belle ragazze curde, le guerrigliere truccate…). Sia chiaro. Il solo fatto di imbracciare le armi non implica di per sé una autentica liberazione; per le donne curde ha rappresentato una necessità.  Ci spiega Ozelem: “noi diciamo che per l’autodifesa anche le madri prendono il fucile. Non per militarizzare il movimento, ma per tutelare, garantire la possibilità di una vita sociale libera, equa, fondata sul rispetto reciproco, sull’empatia”.

Ma combattere non è sufficiente. Occorre responsabilizzare tutti: le madri, i bambini…imparare che le differenze sono una ricchezza, non devono diventare fonte di divisione.

Ozlem è convinta che in Europa “si vede il medio-oriente come una terra di congenito conflitto. In realtà non è così. A mio avviso, nonostante le guerre messe in campo dagli stati, c’è una grande capacità di convivenza e socialità”. A conferma, il modo in cui anche in Turchia le donne hanno saputo costruire le assemblee popolari, creare organizzazioni per coinvolgere intellettuali e accademici, scrittori e registi in quella che viene denominata”Piattaforma Democratica”. Paradossalmente possiamo affermare che al momento in Turchia un’autentica società democratica esiste, ma in gran parte è dentro alle prigioni. Mentre fuori dilaga la repressione e il nuovo fascismo. Quella turca è una società sostanzialmente in crisi (vedi il gran numero di disertori dall’esercito, il sempre maggior numero di persone ridotte in povertà…). Un sistema nel caos totale, potremmo dire, anche per il permanere di una mentalità repressiva e patriarcale. Quella stessa mentalità a cui Sara ha detto “NO!”, così come aveva detto “No” al capitalismo e alla distruzione della natura.

Possiamo immaginare cosa proverebbe in questi giorno di fronte all’incendio sistematico dei suoi boschi a Dersim, ridotti in cenere dall’odio di stato, un odio che si riversa anche sui luoghi da cui si cerca di allontanare i curdi con la forza. Stesso scenario per Afrin, naturalmente, bombardato con armi pesanti di nuova produzione per 58 giorni. Qui i rifugiati interni sono già oltre 150mila.

Nel terzo volume Sara analizza soprattutto il “movimento esterno” (al carcere s’intende), sia la componente guerrigliera che l’enorme partecipazione popolare.

Osserva che rivedendo – dopo la prigione – i primi esponenti, i fondatori, le apparvero in qualche modo “irrigiditi” (soprattutto rispetto ai militanti più giovani che -per esempio – parlavano apertamente della liberazione delle donne) e dopo aver rivisto Ocalan non esitò a contestare tale “rigidità”.  Diceva comunque di “sentirsi protetta” dai compagni.

Sara era una persona semplice. Con un carattere deciso, forte, plasmato dall’autodisciplina.

Era un comandante, ma non si poneva come tale. Non aveva il senso del denaro e nemmeno dei documenti di identità. Probabilmente li percepiva come un vincolo. Questo, una volta in Europa, naturalmente poteva costituire un problema.

Dovunque si trovasse (in montagna o in una città) si svegliava alle cinque per allenarsi. Si sentiva in dovere di “essere forte” per poter combattere l’oppressione.

Una volta a Bruxelles (dove gli spazi verdi scarseggiano) entrò alle cinque del mattino nel Parco reale, a quell’ora ovviamente ancora chiuso, scavalcando il cancello per andare a correre. Venne arrestata e non aveva nessun documento, solo un numero di telefono. All’epoca inoltre non parlava il francese. “Andammo immediatamente in caserma per riprenderla – raccontato Ozlem – ma poi lei ha insistito per completare i suoi esercizi. Alla fine riuscimmo ad ottenere dalle guardie  il permesso per entrare nel parco”. E questo sarebbe accaduto almeno tre o quattro volte. 

Qualcosa del genere succedeva anche sulle montagne dove quando nevica, nevica veramente e non si esce dall’accampamento (anche per il rischio delle valanghe). Ma lei andava ad allenarsi ugualmente. E talvolta si perdeva, come quando “ci mobilitammo in almeno quaranta per rintracciarla. Allora abbiamo emesso un ordine di servizio per cui in caso di serie nevicate non si poteva uscire, nemmeno lei”.

Si era sposata, ma poi vedendo che il matrimonio costituiva un impedimento alla sua lotta aveva lasciato il compagno.

Anche se non ha avuto figli, era comunque “dotata di un forte sentimento di mamma”, quello stesso sentimento che le dava la forza per voler cambiare il mondo in un posto migliore. Nonostante tutto.

Sara è stata colpita per attaccare direttamente la lotta di liberazione, il suo prestigio. Chi l’ha fatta assassinare voleva soprattutto attaccare, affossare in primis il movimento delle donne (con lei sono state uccise altre due compagne) e poi tutto il movimento curdo. Ma il popolo curdo non dimenticano. “Noi, quando qualcuno muore – ha sottolineato l’esponente di UIKI –  ci prendiamo la responsabilità del suo operato, portiamo avanti anche il suo lavoro”. Senza mai cadere nel vittimismo, un atteggiamento a cui Sara si era sempre opposta. Il loro assassino è stato arrestato, ma alla scadenza del processo (già rinviato) è morto in carcere. Molto opportunamente, vien da dire. L’anno scorso si è svolta una sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) proprio per denunciare tutti i massacri compiuti dalla Turchia. E si è riunito a Parigi, non a caso.

Ma il regime turco non ha soltanto colpito mortalmente la dissidenza curda rifugiata all’estero (con metodi che ricordano l’operato degli squadroni della morte madrileni – ATE, BVE, GAL – contro i rifugiati baschi in Iparralde).

Ankara, ci ricorda Ozlem “ha inviato i suoi emissari in Europa per deturpare, inquinare le coscienze, diffondere una mentalità alla Daesh – uso per semplicità questo termine anche se non mi piace. Pensiamo alle moschee finanziate dalla Turchia attraverso cui si propaganda e alimenta il fondamentalismo”. E stigmatizza, polemica: “E la Germania invece di riconoscere i diritti del popolo curdo sostiene e supporta la Turchia”.

Torniamo al PKK. Possiamo dire che “ha fornito una nuova identità per i curdi, un modello (una “idea regolativa” in senso kantiano? nda) per un popolo che non si identifica più con lo stato-nazione, un popolo che quando parla di Kurdistan libero si riferisce alla libertà di tutti quelli che ci vivono”.

In effetti Ocalan (il “Mandela curdo”)  non è stato soltanto uno dei fondatori del PKK, ma ha anche elaborato – se pur in isolamento carcerario “un nuovo modo di vivere socialmente”.

Nei suoi scritti ritroviamo “analisi concrete, valide non solamente per i curdi, ma per tutti coloro che stanno lottando per la libertà e la giustizia”. Denunciando al mondo intero che “non è possibili imprigionare, isolare ulteriormente una idea democratica nuova, innovatrice come quella del Confederalismo democratico” la portavoce di UIKI ribadisce con forza che “la liberazione di Ocalan rappresenterebbe anche la liberazione di un intero popolo”.

“Vorrei poi aggiungere – ha continuato Ozlem – che in questi giorni si parla spesso di Idlib. Si ritiene che in questa città,  importante nodo di collegamento tra Afrin e Aleppo, siano rintanati ancora migliaia di  jihadisti. In gran parte sarebbero quelli costretti ad abbandonare le loro basi precedenti”. Altri starebbero rientrando in Europa (da dove spesso provengono) come ha ammesso  l’italiano catturato dalle YPG, dando ulteriore conferma della  collaborazione tra governo turco ed esponenti delle milizie  jihadiste. Una collaborazione sicuramente proficua per entrambi e di cui si era già a conoscenza da almeno sette anni, anche se i media sembravano volerla ignorare.

Ovviamente la permanenza a Idlib di tali milizie – alleate della Turchia – consente ad Ankara di mantenere il controllo su questo lembo di Siria. Osservo che la stampa italiana ne parla poco.

Tutte queste brigate “rappresentano un serio pericolo – ci ha ricordato Ozlem, aggiungendo che “la resistenza di Afrin era (ed è ancora) di importanza capitale. Qui l’esercito turco e le milizie sue alleate non hanno attaccato soltanto i curdi, ma lo hanno fatto  in territorio siriano”.  Contravvenendo tra l’altro al diritto internazionale.

Gianni Sartori

FOCUS SULL’EUROPA DELLE REGIONI – CATALUNYA – 28 settembre 2018

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Focus sull’Europa delle Regioni – Catalunya, un faro per l’Europa

venerdì 28 settembre 2018 – ore 18.00 – Via Oglio 18 – Milano

In collaborazione con il Municipio4 del Comune di Milano e con il supporto dell’Ass.Cult. Terra Insubre – Milano e Provincia, il Centro Studi Dialogo organizza questa conferenza.
Relatore sarà Gianluca Marchi, giornalista e direttore di Dialogo EuroRegionalista.
All’inizio della conferenza ci saranno i saluti istituzionali di Paolo Guido Bassi, presidente del Municipio 4.
Durante la conferenza verrà proiettato un docu-film sul Referendum Catalano del 1 ottobre 2017.

Incontro a Borriana con Roberto Gremmo – sabato 29 settembre 2018

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Sabato 29 settembre 2018, alle ore 16.00 presso la sede dell’AssociazioneËl Sol Ëd j’Alp” a Borriana (Piemonte), in via Durando Nelson 14, si svolgerà una simpatica “ciaciarada” tra il responsabile alla redazione della rivista “Dialogo Euroregionalista”, Alberto Schiatti, e Roberto Gremmo, scrittore, giornalista e prezioso collaboratore della rivista stessa. Il tema sarà la presentazione dell’ultimo libro scritto da Gremmo “La rivolta politica delle campagne”, dedicato al Partito dei Contadini, formazione politica nata e sviluppatasi nel mondo rurale piemontese. Un’importante occasione per analizzare passato e futuro della componente produttiva agricola subalpina e non solo.  Un sentito ringraziamento va alla prestigiosa Associazione che organizza l’incontro, una realtà attiva dal 1991.

testo in piemontese:

A quatr bòt dòp disnè Roberto Gremmo a farà ‘na ciaciarada con Alberto Schiatti dla redassion dl’arvista “Dialogo Euroregionalista” sёl libèr “La rivolta politica delle campagne – Il partito dei contadini e l’ autonomia del mondo rurale”.

 

Veneto e Italia, on raporto tormentà … – di Ettore Beggiato

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Il tormentato rapporto fra il Veneto e lo Stato italiano è ritornato d’attualità grazie all’iniziativa di alcuni docenti e intellettuali italiani che hanno pensato bene di rivolgersi al Parlamento in termini perentori: al Veneto ogni ulteriore forma di autonomia non deve essere concessa… e via una serie di considerazioni che vi risparmio.

E’ incredibile di come, laggiù in Italia, non ci si voglia render conto di quanto diffusa sia la voglia di autonomia, di autogoverno qui nel Veneto, e da sempre.

A Roma devono capire che non è una moda passeggera, ma è battaglia che i veneti portano avanti da 150 anni, dal momento in cui, attraverso un plebiscito-truffa, furono annessi all’Italia (21 e 22 ottobre 1866).

E in questo senso vorrei riproporre un documento di straordinaria attualità, scritto nel 1889 da Ferruccio Macola, direttore della “Gazzetta di Venezia”.

Il Macola fu sicuramente uno dei protagonisti dell’ottocento nel Veneto: nato a Camposanpiero (PD)  nel 1861, fu uno dei fondatori del quotidiano genovese “Secolo XIX” del quale divenne anche direttore;  eletto più volte deputato per la Destra nel collegio di Castelfranco, è ricordato per il  duello alla sciabola con il deputato radicale Felice Cavallotti,  che ebbe la peggio e morì nel marzo del 1898 a Roma.

Ma torniamo al periodo veneziano della Gazzetta e alla sua relazione  sul progetto  per costituire una federazione politica regionale.

E’ un documento di notevole importanza che dimostra come nel 1889,  appena 23 anni dopo l’annessione del Veneto all’Italia già ci fossero nei confronti dei Veneti discriminazioni e penalizzazioni inaccettabili.

Ferruccio Macola si chiede “se non convenga insorgere contro l’accentramento enormemente dannoso di tutto il noto sistema politico e amministrativo; accentramento maggiormente marcato colle leggi presentate dal Crispi, tutto di carattere e d’indole giacobina”; e più avanti sottolinea “la necessità di tutelare con una forte organizzazione politica gli interessi della nostra regione”.   E ancora, “D’altronde è ingiusto, che dopo tanti anni di Governo, con Gabinetti di tutti i colori, il Veneto, e con Veneto la Lombardia, abbiano pagato sempre di più, molto di più delle altre Provincie, usufruendo in proporzioni assai minori degli aiuti governativi.

Se potesse realizzarsi il sogno di Marco Minghetti e di Alberto Mario, il Veneto sarebbe la regione certamente risentirebbe maggiori vantaggi della sua autonomia.

Il decentramento amministrativo, che tanto si invoca, e che dovrebbe essere uno dei punti cardinali del programma del nuovo partito, sarà il primo passo per conquistare alle regioni, l’autonomia amministrativa più confacente al loro sviluppo, ai loro bisogni, alle loro risorse economiche.

E’ enorme, che per qualunque piccola spesa, per qualunque pratica d’ordine secondarissimo, si deva ricorrere a Roma: dove per la quantità imponente di materia da sbrigare, tutti gli affari subiscono immensi ritardi; mentre la soluzione dipende tante volte da impiegati inferiori di grado alle stesse Autorità provinciali, costrette per legge a ricorrere al Governo centrale”.

Illuminante poi una statistica che fotografa una realtà di stampo colonialista.

Così, un secolo fa Roma trattava il Veneto:

“La popolazione in Italia dall’ultimo censimento è di 28.953.480 cittadini. Il Veneto ha una popolazione 2. 873.961. Potrebbesì dunque sperare che i Veneti occupassero 1/10 delle cariche dello Stato. Invece Ministri veneti nessuno; segretari generali nessun Veneto;

direttori generali nei vari Ministeri, e saranno oltre 40, nessuno;

ispettori generali nei diversi Ministeri, e saranno 60, uno o forse due;

generali d’armata, nessuno;

tenenti generali, nessuno;

generali ce n’era uno, ma l’hanno collocato nella riserva.

Non hanno voluto conservare neppur la semente.

Ammiragli nessuno, vice-ammiragli  nessuno. Ce n’erano due o tre, ma li hanno pensionati, perché impagliati rappresentino il vecchio S. Marco e la sua gloriosa Repubblica, che per tre volte portò la civiltà in Oriente;

Consiglieri di stato, e sono 24, nessuno;

Consiglieri della Corte dei Conti, e sono 12, nessuno;

prefetti su 69, due; intendenti di finanza, su 69, tre.

In tutto il personale dell’avvocatura generale:

avvocati compartimentali nessuno;

amministrazione generale del catasto che interessa tanto il Veneto perché il più iniquamente gravato, nessuno;

direttori compartimentali e vice-direttori del catasto, nessuno;

capi dell’Amministrazione militare, uno solo.

E … ne avrei da dirne per altre quattro pagine, giacchè lascio le Corti d’appello, i Tribunali, le Questure, i Carabinieri, i Direttori delle Poste, i mille ispettori che fanno nulla e che non danno di vantaggio all’Erario 15 giorni della loro paga annuale, gli ufficiali di porto, ecc. ecc.” 

E a proposito del rapporto Nord-Sud:

“Ci basterà solamente ricordare, come, soltanto dopo vent’anni, si sia riusciti condurre in porto la famosa legge sulla perequazione fondiaria, poiché da vent’anni Veneto e Lombardia pagavano in proporzione quattro volte superiore a quella di certe regioni del mezzogiorno.

Chi rimborserà a noi le centinaia di milioni sborsati in più allo Stato?”

Una domanda che continua ad essere di stringente attualità, nel nostro Veneto….

ETTORE BEGGIATO