Veneto e Italia, on raporto tormentà … – di Ettore Beggiato

wpid-20140719_190136

 

Il tormentato rapporto fra il Veneto e lo Stato italiano è ritornato d’attualità grazie all’iniziativa di alcuni docenti e intellettuali italiani che hanno pensato bene di rivolgersi al Parlamento in termini perentori: al Veneto ogni ulteriore forma di autonomia non deve essere concessa… e via una serie di considerazioni che vi risparmio.

E’ incredibile di come, laggiù in Italia, non ci si voglia render conto di quanto diffusa sia la voglia di autonomia, di autogoverno qui nel Veneto, e da sempre.

A Roma devono capire che non è una moda passeggera, ma è battaglia che i veneti portano avanti da 150 anni, dal momento in cui, attraverso un plebiscito-truffa, furono annessi all’Italia (21 e 22 ottobre 1866).

E in questo senso vorrei riproporre un documento di straordinaria attualità, scritto nel 1889 da Ferruccio Macola, direttore della “Gazzetta di Venezia”.

Il Macola fu sicuramente uno dei protagonisti dell’ottocento nel Veneto: nato a Camposanpiero (PD)  nel 1861, fu uno dei fondatori del quotidiano genovese “Secolo XIX” del quale divenne anche direttore;  eletto più volte deputato per la Destra nel collegio di Castelfranco, è ricordato per il  duello alla sciabola con il deputato radicale Felice Cavallotti,  che ebbe la peggio e morì nel marzo del 1898 a Roma.

Ma torniamo al periodo veneziano della Gazzetta e alla sua relazione  sul progetto  per costituire una federazione politica regionale.

E’ un documento di notevole importanza che dimostra come nel 1889,  appena 23 anni dopo l’annessione del Veneto all’Italia già ci fossero nei confronti dei Veneti discriminazioni e penalizzazioni inaccettabili.

Ferruccio Macola si chiede “se non convenga insorgere contro l’accentramento enormemente dannoso di tutto il noto sistema politico e amministrativo; accentramento maggiormente marcato colle leggi presentate dal Crispi, tutto di carattere e d’indole giacobina”; e più avanti sottolinea “la necessità di tutelare con una forte organizzazione politica gli interessi della nostra regione”.   E ancora, “D’altronde è ingiusto, che dopo tanti anni di Governo, con Gabinetti di tutti i colori, il Veneto, e con Veneto la Lombardia, abbiano pagato sempre di più, molto di più delle altre Provincie, usufruendo in proporzioni assai minori degli aiuti governativi.

Se potesse realizzarsi il sogno di Marco Minghetti e di Alberto Mario, il Veneto sarebbe la regione certamente risentirebbe maggiori vantaggi della sua autonomia.

Il decentramento amministrativo, che tanto si invoca, e che dovrebbe essere uno dei punti cardinali del programma del nuovo partito, sarà il primo passo per conquistare alle regioni, l’autonomia amministrativa più confacente al loro sviluppo, ai loro bisogni, alle loro risorse economiche.

E’ enorme, che per qualunque piccola spesa, per qualunque pratica d’ordine secondarissimo, si deva ricorrere a Roma: dove per la quantità imponente di materia da sbrigare, tutti gli affari subiscono immensi ritardi; mentre la soluzione dipende tante volte da impiegati inferiori di grado alle stesse Autorità provinciali, costrette per legge a ricorrere al Governo centrale”.

Illuminante poi una statistica che fotografa una realtà di stampo colonialista.

Così, un secolo fa Roma trattava il Veneto:

“La popolazione in Italia dall’ultimo censimento è di 28.953.480 cittadini. Il Veneto ha una popolazione 2. 873.961. Potrebbesì dunque sperare che i Veneti occupassero 1/10 delle cariche dello Stato. Invece Ministri veneti nessuno; segretari generali nessun Veneto;

direttori generali nei vari Ministeri, e saranno oltre 40, nessuno;

ispettori generali nei diversi Ministeri, e saranno 60, uno o forse due;

generali d’armata, nessuno;

tenenti generali, nessuno;

generali ce n’era uno, ma l’hanno collocato nella riserva.

Non hanno voluto conservare neppur la semente.

Ammiragli nessuno, vice-ammiragli  nessuno. Ce n’erano due o tre, ma li hanno pensionati, perché impagliati rappresentino il vecchio S. Marco e la sua gloriosa Repubblica, che per tre volte portò la civiltà in Oriente;

Consiglieri di stato, e sono 24, nessuno;

Consiglieri della Corte dei Conti, e sono 12, nessuno;

prefetti su 69, due; intendenti di finanza, su 69, tre.

In tutto il personale dell’avvocatura generale:

avvocati compartimentali nessuno;

amministrazione generale del catasto che interessa tanto il Veneto perché il più iniquamente gravato, nessuno;

direttori compartimentali e vice-direttori del catasto, nessuno;

capi dell’Amministrazione militare, uno solo.

E … ne avrei da dirne per altre quattro pagine, giacchè lascio le Corti d’appello, i Tribunali, le Questure, i Carabinieri, i Direttori delle Poste, i mille ispettori che fanno nulla e che non danno di vantaggio all’Erario 15 giorni della loro paga annuale, gli ufficiali di porto, ecc. ecc.” 

E a proposito del rapporto Nord-Sud:

“Ci basterà solamente ricordare, come, soltanto dopo vent’anni, si sia riusciti condurre in porto la famosa legge sulla perequazione fondiaria, poiché da vent’anni Veneto e Lombardia pagavano in proporzione quattro volte superiore a quella di certe regioni del mezzogiorno.

Chi rimborserà a noi le centinaia di milioni sborsati in più allo Stato?”

Una domanda che continua ad essere di stringente attualità, nel nostro Veneto….

ETTORE BEGGIATO

                                                                    

                   

RAMIN HISEN PANAHI E’ STATO IMPICCATO – di Gianni Sartori

ramin

 

Dopo mesi e mesi trascorsi nel braccio della morte, il 23enne Ramin Hisen Panahi, attivista e prigioniero politico del Kurdistan Rojhalat (Kurdistan dell’Iran, dove vivono circa nove milioni di curdi)) è stato impiccato all’alba del 9 settembrenel carcere di Raja’i Shahr a Karaj (provincia di Hengaw). Lo ha denunciato il fratello Amjad chiedendo quindi alla comunità Internazionale di condannare sia l’avvenuta esecuzione, sia quelle già avvenute o previste per altri detenuti politici in Iran.

Era stato accusato – senza alcuna prova – di essere un membro di Komala, uno dei partiti curdi del Kurdistan Rojhalat in lotta contro il regime iraniano.

Inutili gli appelli delle associazioni in difesa dei diritti umani e dei suoi familiari.

Qualche giorno prima Ramin Panahi era apparso in un breve video. Con voce roca, aveva voluto comunque ringraziare i suoi familiari, i suoi amici e il suo popolo per il sostegno che gli era stato dato durante tutti questi mesi.

Il ventiquattrenne militante curdo era stato condannato a morte in aprile – nel processo di appello – dalla Corte suprema di un Tribunale Islamico Rivoluzionario.

Al momento della seconda condanna era ancora in sciopero della fame (da gennaio) per protestare contro le condizioni della detenzione e per l’impossibilità di difendersi (aveva potuto incontrare il suo avvocato solo una volta).

Rimasto ferito in una imboscata tesa dai pasdaran a un gruppo di quattro militanti (lui, Ramin Penahisi, era disarmato), veniva sottoposto a torture.

In maggio sua madre si era rivolta con un drammatico appello a Federica Mogherini – rappresentante UE per la politica estera e la sicurezza – affinché l’Unione Europea intervenisse contro l’esecuzione,(con la data già stabilita) di Ramin.

La riprendo integrale, a futura memoria:

“Questa è la lettera di una madre da un piccolo comune nel Kurdistan iraniano. Una madre il cui cuore ogni giorno si riempie della paura che una parte del suo cuore venga giustiziato. Capisce cosa significa?

Sono una madre con un cuore in fiamme. Da tre anni non c’è sollievo. Da lunghi anni sostengo i miei figli che parlano di legalità e giustizia. Ma qui tutto è vietato. Quello che vivo oggi ricorda l’inferno.

Sono sicura che avrà sentito il nome di Ramîn Hisên Penahî. Perfino se Ramîn dovesse aver fatto un errore, la sentenza contro di lui non può essere un’esecuzione. Ho ragione con quello che dico? Ramîn è un attivista politico. Vogliono giustiziarlo perché hanno costruito un sistema della menzogna. Vorrei che Lei incontrasse i responsabili in Iran e fermi l’esecuzione di Ramîn. L’Iran deve essere condannato davanti alla Corte di GiustiziaEuropea. Per via di mio figlio piccolo Ramîn ogni giorno è un peso per me. Si metta nella mia condizione. Faccia qualcosa per impedire questa catastrofe. Sono certa che Lei possa fare qualcosa. Vorrei che si impegni seriamente per fermare questa decisione. Non permetta che Ramîn venga giustiziato.“

Tutto inutile. Come a Pretoria all’epoca dell’apartheid, anche a Teheran le forche della vergogna sono sempre all’opera.

Gianni Sartori