Alessandra Kersevan, scrittrice e nota esperta dei crimini fascisti parteciperà alla cerimonia di scoprimento della lapide in memoria del “Campo di concentramento Prato Isarco” – comunicato stampa SudTiroler Heimatbund

riceviamo e pubblichiamo questo comunicato bilingue:

Pressemitteilung/ Comunicato stampa:

Faschismus-Expertin Alessandra Kersevan kommt zur KZ-Gedenkstein-Enthüllung nach Blumau

Alessandra Kersevan, Italiens wohl namhafteste Buchautorin und führende Expertin auf dem Gebiet italienischer Besatzungsherrschaft und Blutverbrechen in den Balkanstaaten und in den Provinzen Nordwestitaliens, wird nach Südtirol kommen.

Sie beteiligt sich am 8. September in Blumau an der vomSüdtiroler Heimatbund, den Karneider Schützenkompanien, dem Heimatpflegeverein und den Gemeindevertretern von Karneid organisierten Gedenkveranstaltung in Erinnerung an das italienische Konzentrationslager „Campo di concentramento Prato Isarco“.

Kersevan lebt und arbeitet in Udine in der Region Friaul-Julisch Venetien. In diese an Slowenien grenzenden Region haben in den schwarzen Jahren regelrechte Todesschwadronen und polizeiliche Sonderabteilungen des Mussolini-Regimes Tausende von Slawen aus politischen und religiösen Gründen verfolgt, gefoltert und brutal hingerichtet.

Große Bekanntschaft erlangte die Schriftstellerin und Verlegerin, als sie vor wenigen Jahren den in Südtirol nicht unbekannten „Porta a Porta“-Moderator Bruno Vespa ziemlich in Rage versetzte. Anhand eines falsch ausgewiesenen Fotos über die „Foibe“ hatte Kersevan die systematischen italienischen Geschichtsfälschungen offengelegt.

Obwohl sie mehrmals schon üblen Beschimpfungen bis hin zu Morddrohungen ausgesetzt war, hat Kersevan nicht aufgehört die faschistischen Verbrechen, vor allem die in italienischen Konzentrationslagern, wie Gonars, aufzudecken.

Alessandra Kersevan wird bei der Gedenkveranstaltung am 8. September in Blumau eine kurze Rede halten. Nach der Einweihung des KZ-Gedenksteins wird sie auch an der Ehrerbietung der Heimatvereine und Schützen sowie einer Reihe Südtiroler Persönlichkeiten an die im KZ „Campo Isarco“ gefangen gehaltenen Kriegsgefangenen und Regimegegner beiwohnen.

I. A. des Organisationskomitees

Roland Lang

Südtiroler Heimatbund

Tel. 338 30 596 43

Alessandra Kersevan

 

Comunicato stampa

 Alessandra Kersevan,  scrittrice e nota esperta dei crimini fascisti parteciperà alla cerimonia di scoprimento della lapide in memoria del campo di concentramento Prato Isarco”.

La scrittrice Alessanda Kersevan, una voce autorevole ed esperta di storia dei crimini fascisti e di guerra in Italia e nei paesi balcanici, sarà presente sabato 8 settembre alla cerimonia di commemorazione a Prato dell’Isarco.

La famosa autrice vive e lavora a Udine nel Friuli-Venezia Giulia, una regione in cui durante e dopo il ventennio fascista, gli squadristi della morte e i reparti speciali della polizia del regime Mussoliniano hanno perseguitato e giustiziato a morte migliaia di slavi per ragioni politiche e religiose.

L‘opera di Kersevan ha contribuito a mettere in luce molte atrocità del regime fascista.

La scrittrice ed editrice ha raggiunto grande popolarità quando ha messo in notevole difficoltà il conduttore della trasmissione televisiva „Porta a Porta”, Bruno Vespa, il quale anche nel Sudtirolo è ben conosciuto e fortemente discusso. Kersevan infatti è riuscita a dimostrare che per mezzo di una falsa foto delle “foibe” si è cercato di manipolare la storia attraverso le immagini. Sebbene avesse subito più volte minacce di violenza fisica, Kersevan non ha smesso di denunciare i crimini fascisti, specialmente quelli commessi nei numerosi campi di concentramento italiani, tra cui quello di Gonars.

L’invito a partecipare alla manifestazione „per non dimenticare” di sabato 8 settembre, è partito dal Südtiroler Heimatbund, dagli Schützen di Cornedo all’Isarco, dall’associazione Heimatpflegeverein e dai rappresentanti del Comune.

Kersevan terrà un breve discorso e parteciperà insieme a personalità sudtirolesi anche alla deposizione di una corona di fiori, dedicata dai „Schützen” alla memoria dei prigionieri, militari e civili e avversari dell’Italia fascista, internati nel campo di concentramento “Campo Prato Isarco”.

Per il Comitato d’organizzazione

Roland Lang

Südtiroler Heimatbund

Tel. 338 30 596 43

APPUNTAMENTI A MILANO con il Centro Studi Dialogo – FOCUS SULL’EUROPA DELLE REGIONI

Nei prossimi mesi di settembre ed ottobre il Centro Studi Dialogo ha organizzato, in collaborazione con il Municipio 4 del Comune di Milano ed il supporto dell’ Ass. Cult. Terra Insubre,  una serie di incontri nei quali verrà analizzata la storia e l’attualità di alcune Regioni d’Europa.

Sono stati invitati alcuni relatori, tra i quali il direttore di Dialogo Euroregionalista ed alcuni collaboratori della rivista stessa, che hanno svolto ricerche o scritto libri sulla materia.

Tra i relatori esterni, ricordiamo Pierluigi Spagnolo, autore del libro “Nel nome di Bobby Sands”, Paola Bonesu, analista politica,  e Angelo Miotto, direttore di Q Code Magazine ed autore del reportage “Cronache Basche”.

In occasione di tutte le conferenze avremo il saluto istituzionale di Paolo Guido Bassi, presidente del Municipio 4 – Comune di Milano.

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Le conferenze si terranno nell’Aula Consiliare del Municipio 4 del Comune di Milano – via Oglio 18 – a partire dalle ore 18.00.

 

 

TERRITORIO ALPINO – LA GRANDE MONTAGNA DI PLACIDO BARBIERI ATTRAVERSO IL SUO “DIARIO” PER IMMAGINI (seconda parte) – di Gianni Sartori

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Avevamo lasciato l’alpino Placido Barbieri il 16 agosto 1937 in procinto di affrontare  un’altra tappa delle impegnative manovre sul Ruitor. L’immagine archiviata per i posteri è imponente: vaste distese innevate del Ghiacciaio Ruitor e del Grand Assaly incombono sul Rifugio S.Margherita (m. 2450).

Quasi mistica l’immagine successiva: Grand Assaly e Ruitor si riflettono – tremolanti – nelle acque di un lago sottostante.

Nella cartolina del 18 agosto (Chateau d’argent di Villanova Baltea) scrive allo zio Nando al solito indirizzo di via A. Rossi 71 (quartiere dei Ferrovieri). Lo informa di trovarsi in marcia a “11 Km da Aosta dove domani arriveremo. Sono 5 giorni che non riceviamo posta. Va sempre bene anche in questa lunga e calda tappa”.

Due giorni dopo, per illustrare l’arrivo in quel di Aosta il 20 agosto 1937 abbiamo  una severa prospettiva del chiostro del Priorato di Sant’Orso. Racconta Placido che il suo reparto sfilava alle dieci del mattino per la città (passando – presumo – per Porta Pretoria, soggetto di una delle prossime cartoline) in una giornata molto calda. Notava che “nonostante tutte quelle sgobbate  mi trovo ancora troppo grasso” (anche se da alcune rare foto scampate all’incuria del Tempo non si direbbe proprio nda).

E comunque “salvo i piedi un po’ rovinati, mi sento a meraviglia”.

Per concludere con l’imprevista richiesta di tenergli da parte “un po’ di uva almeno, che sono stato per due mesi a digiuno di frutta”.

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Sempre datata 20 agosto, altra cartolina per il fratello Mario. Un’immagine del Rifugio Torino,  ma quasi introvabile,  avvolto dal Colle del Gigante e dal Monte Bianco. Sommerso da tanta alpina immensità, il piccolo manufatto rischia quasi di scomparire.

Placido, oltre al fatto di essere entrato in possesso di “una penna d’aquila che è magnifica”, racconta di aver dato a un amico di Enego appena congedato delle lettere con il dettagliato resoconto degli ultimi avvenimenti. Un’ampia relazione ben oltre i limiti – forzatamente concisi – consentiti dallo spazio ristretto delle cartoline. Ma purtroppo “ora ricevo una sua cartolina (dell’amico in congedo nda) nella quale mi dice che essendo arrivato a Vicenza di notte non ha potuto venire a trovarvi come gli avevo detto. Spero che ve le mandi ugualmente”. Vedremo invece come l’altopianese finirà per utilizzare quelle carte (sicuramente interessanti per ricostruire l’ambiente alpinistico della Scuola di Aosta di quel periodo) in maniera poco consona e dignitosa. Un frammento di Storia dell’alpinismo nostrano, andato – letteralmente e malauguratamente  – in fumo.

Il 1 settembre 1937 – sul retro della già citata immagine di Porta Pretoria – riprende il discorso informando i fratelli – Roberto e Mario – di aver saputo che l’incosciente a cui aveva affidato le lettere, non essendo riuscito a consegnarle, le aveva usate per accendere la stufa. Una piccola – ma comunque imperdonabile – Farenheit 451.

 

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In data 4 settembre, ancora un’ampia e larga visione del Bianco, stavolta dal Colle Checrouit.

“Su questa foto – scrive– puoi ammirare la scalata del Cap. Sandri Bortolo di Valdagno col mag. Chiara, serg. Perenni e alp. Stenico”. Il riferimento, ovviamente, è alla storica impresa del mese precedente (7-8-9 agosto 1937) della parete sudest per la Via diretta alla Punta Bich dell’Aiguille Noire de Peutèrey (mille metri di dislivello, difficoltà fino al VI grado).

La frastagliata Cresta Sud è ben riconoscibile al centro della foto. Una severa sequenza di vette, guglie, punte, torri… che risale dal Pic Gamba e dalla Punta Bifida alla Punta Brendel e Punta Welzenbach, fino alla Bich e alla vetta dell’Aiguille Noire.

Un pezzo di storia dell’alpinismo novecentesco colto nella sua immediatezza, quasi in diretta. Anche a distanza di quasi sessanta anni quella medesima arrampicata veniva rievocata con commozione da Annetta Dalsass (vedi su “Alpi Venete, rassegna triveneta del CAI” autunno inverno ’92-’93). La moglie di Marino Stenico spiegava che lei aveva cominciato ad arrampicare  giovanissima “legandosi alla corda di Ettore Castiglioni (ma anche di Vitale Bramani – l’inventore della suole Vi-bram – e di Bruno Detassis nda) in Brenta dove al Rifugio Tosaavevo incontrato per la prima volta quel tale Sténico che già allora come alpinista era davvero mica male”. Una “splendida cordata di vita” la loro, non solo in parete ovviamente, interrotta soltanto dalla tragica fine di Marino per un banale incidente nella palestra di roccia di Ragoli.

E Annetta ricordava appunto che “nel 1937, quando era alla scuola militare di Alpinismo di Aosta, Marino salì la parete Sud diretta della Punta Bich all’Aiguille Noire de Peutérey, con Bortolo Sandri, Giacomo Chiara e Luigi Perenni (capo cordata Sandri, molto bravo). E’ una via di VI e la prima ripetizione l’hanno fatta gli inglesi Rab Carrington e Alan Rouse, quello morto nel 1986 sul K2. Aveva poi aggiunto che all’epoca il suo futuro compagno“ha avuto occasione di arrampicare con Maria José di  Savoia, dando una mano a Chiara, la guida della regina. E pensi – concludeva – quando mio marito è morto Maria José mi ha mandato una lettera bellissima, scritta di suo pugno”. 

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“…RIPRENDERE QUEL FILO GRIGIOVERDE…

Il 15 settembre scrive allo zio Nando:

“Forse non verrò a casa in licenza (…) non avendo nessuno che mi sostituisca nel mio lavoro”.

Non solo: “trovo che la stagione è un po’ troppo avanzata, la montagna finita (forse pensava alla difficoltà di compiere qualche  escursione con i fratelli, meno “alpini” e  meno propensi a muoversi con qualsiasi tempo e in ogni stagione nda), Campo Marzo deserto e il piacere di vedervi è ucciso dal pensiero dell’ozio fisico e morale”.

Inoltre per ottobre sembra preannunciarsi  “un altro campo”. Anche se mentre scrive la scadenza rimane ancora “oscura, né la data, né dove, né la durata” si percepisce in Barbieri il desiderio di prendervi parte, di non perdere questa nuova avventura, di percorrere altre e impervie quote – in stagione già avanzata e forse già innevate – delle selvagge Alpi occidentali.

Per Natale poi “ci sarà un nuovo corso sciatori”. Evidentemente intende fare il pieno, rientrare a casa con il maggior numero di esperienze e ricordi.

Comunque, raccomanda “preparatemi calze e lana per primi ottobre” in quanto “abbiamo la neve vicina  e fa piuttosto freschetto”.

Ma poi – forse ci avrà ripensato – aggiunge (in rosso) un contrordine:

“Ultime notizie salvo errori primi ottobre verrò (…inchiostro bagnato, non leggibile…forse “a casa”) meglio tardi che mai”.

Dimenticavo la cartolina. In questa del 15 settembre – grandiosa – si scorgono la grande ansa del Miage (il ghiacciaio, all’epoca sicuramente più vasto), l’Aiguille des Glaciers (3834 di quota) e l’Aiguille de Trélatète (3917).

In data 27 settembre 1937, ancora il Monte Bianco con la cresta sud (quella della Punta Bich), stavolta riflesso nel lago di Chécrouit.

Conferma, in parte, il breve rientro a Vicenza (“…ai primi di ottobre probabilmente verrò a casa. Salvo errori ho preventivato il mio arrivo  alle 3 e mezza di mattina”). Ancora irrisolto comunque il problema di come recuperare il denaro indispensabile per il viaggio (“si può ben immaginare che 50 lire a fine mese non si possono certamente avere”).

Datata 12 ottobre 1937 una delle poche immagini a colori del Monte Bianco conservate da Barbieri. Informa i familiari di un breve viaggio a Milano “in ottima compagnia di appassionati alpinisti” per incontrare Italo (presumo si riferisca a Italo Soldà, fratello di Gino che con Barbieri “frequentava” la scuola di Alpinismo nda) il quale “aveva l’ordine di accompagnarmi a mangiare ed a passeggio”. Ma purtroppo “fino alla mia partenza non ho avuto che pioggia” per cui i due alpini nella metropoli non avevano potuto fare altro che “rifugiarsi in un caffè”.

E conclude con una frase vagamente sibillina (“Ora bisogna riprendere quel filo grigioverde”).*

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Il 2 novembre, dopo tanto “Bianco”, finalmente un piramidale “Cervino”. Perfettamente riflesso nelle acque limpide di un laghetto alpino. Sul retro della cartolina, sinteticamente, il nostro esprime un certo rammarico in quanto “sembra che si resti qui ad Aosta fino al 15 di dicembre, in quella data si partirà per Cascata Toce in Val Formazza. 40 giorni di corso sciatori poi il ritorno in 20 giorni a Pré S. Didier, più di 300 Km. In 15 tappe varianti da 20 a oltre 50 Km”. E – nonostante alcune delle zone da attraversare, in alta quota e d’inverno, siano  “zone con un po’ di pericolo” – si percepisce  il giovanile entusiasmo che lo pervade nell’attesa.

“Per ora mi accontento di fare ogni sera un po’ di presciistica – ieri sono andato alla comunione” aggiunge prima dei saluti. 

(continua…)

Gianni Sartori

* nota 1: Non posso escludere che la “gita “a Milano sia stata un modo alternativo per utilizzare la breve licenza viste le difficoltà di recarsi a Vicenza. D’altra parte questo non è un diario vero e proprio. Barbieri comunica – attraverso le cartoline – con parenti stretti (lo zio e i due fratelli) che evidentemente conoscono antefatti e amicizie dello scrivente, per cui alcuni eventi sono destinati a rimanere nell’ombra.

19 agosto 1809, la fucilazione di Don Giuseppe Marini – di Ettore Beggiato

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Il 19 agosto 1809 le orde napoleoniche fucilavano a Vicenza  in Campo Marzo don Giuseppe Marini giovane cappellano di ventinove anni  di Carrè (provincia di Vicenza, diocesi di Padova).

Ecco quanto scrive il Tornieri nelle sue Memorie:

“1809, 19 agosto….Giorno infaustissimo per essersi, per la prima volta in Vicenza, veduto fucilare un sacerdote. Questo atroce spettacolo si è eseguito questa mattina in Campo Marzo, un’ora dopo terza (le dieci circa). Ritornata la formidabile Commisione Militare alle sue missioni ha condannato ieri, e perciò furono fucilati questa mattina per la solita accusa di sollevazione, i seguenti: Don Giuseppe Marini d’anni 29 di Carrè sacerdote e capellano di Carrè, diocesi di Padova  e Pietro Nicolati, d’anni 39, nativo dell’Ospedaletto di Valsugana di professione muratore.”

Di don Giuseppe Marini la storia non dice niente altro.

Carlo Bullo, l’autorevole storico autore della più completa opera sui movimenti insurrezionali veneti nel 1809 scrive che: “Già nel 12 luglio, presso le sorgenti del Bacchiglione, aveano i militari fatto prigione assieme ad altri sollevati un parroco armato di pistole e di stili aveva indosso una bandiera di San Marco”: chissà se siamo in presenza della stessa persona.

Nel 1809 ci furono sollevazioni violentissime in tutto il Veneto e, in particolare, nell’alto vicentino. Intere vallate  furono per diversi giorni in mano dei rivoltosi che, il più delle volte, innalzavano la bandiera di San Marco.

Napoleone aveva portato la nostra regione in condizioni di miseria e disperazione come mai nella storia veneta;  il nostro popolo reagì con particolare vigore:  i francesi, in nome della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, riportarono l’ordine con centinaia e centinaia di morti.

Una pagina, quella del 1809, che meriterebbe di essere conosciuta dal  popolo veneto; mancò una figura leggendaria come il tirolese Andreas Hofer che guidasse il nostro popolo, e mancò anche chi, come il grande pittore spagnolo Francisco Goya tramandasse ai posteri l’eroismo di chi lottava per la propria libertà  e contro i crimini dell’occupante napoleonico.

Per tutto questo, per ricordare l’eroico sacrificio di un giovane prete veneto, mi permetto di avanzare una modesta proposta ai comuni veneti: intitoliamo una via, una piazza, una biblioteca a Don Giuseppe Marini come ha fatto il comune di Carrè che gli ha dedicato una via.

  ETTORE BEGGIATO

Cambiamo il nome a “Piazzale Cadorna” – lettera di Ettore Beggiato al Sindaco di Bassano del Grappa

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Egregio Signor Sindaco

Riccardo Poletto

Bassano del Grappa

Oggetto: Cambiamo il nome a “Piazzale Cadorna”

Egregio Signor Sindaco,

sei anni fa scrissi una lettera analoga al Suo predecessore dott. Stefano Cimatti, ma senza grande fortuna; spero questa volta di ricevere almeno una risposta.

La città di Bassano del Grappa è sicuramente uno dei luoghi-simbolo della prima guerra mondiale;  a Bassano e nel circondario numerose sono le testimonianze di quella che Benedetto XV  definì “l’inutile strage” e il “suicidio dell’Europa civile”: dall’area monumentale Monte Grappa al Tempio Ossario, dal Col Moschin al Ponte degli Alpini; a pochi chilometri da Bassano, per la precisione a Valdobbiadene, ho trovato una lapide che mi ha particolarmente colpito:

 “Cittadini uccisi da proiettili n. 51 – cittadini morti per fame n. 484” sta scritto a Palazzo Piva: una tragedia nella tragedia, anche questa quasi sempre dimenticata.

Testimonianze della guerra sono naturalmente presenti anche nella toponomastica bassanese; in particolare vorrei soffermarmi sul piazzale dedicato a Luigi Cadorna.

La figura del generale Luigi Cadorna è, da sempre, molto discussa

Comandante supremo dell’esercito italiano fino alla disfatta di Caporetto, fin da subito si distinse per la scarsa o nulla considerazione della vita dei poveri soldati che mandava all’assalto senza nessuna protezione (e speranza) o per quelli che decimava senza alcuna pietà.

“Cadornismo” fu il termine inventato da Antonio Gramsci proprio per definire quella lucida follia, quel trattare gli essere umani come “carne da macello”.

Stefano Lucchini nel suo recente “A Caporetto abbiamo vinto” ne parla così:

“Sono centinaia di vie dedicate al grande teorico dell’attacco frontale ….al capo supremo che ha dissanguato l’esercito italiano con un’offensiva ogni due mesi, e che fa “obbligo assoluto e indeclinabile a tutti i comandanti” di fucilare sul posto chi si macchia del reato di insubordinazione, magari semplicemente perché dopo settimane di prima linea pensa di avere diritto a un po’ di riposo, e di estrarre a sorte gli sventurati quando è impossibile individuare i colpevoli”.

La retorica patriottarda ha sempre  caratterizzato il dibattito sulla prima guerra mondiale e ha sempre impedito qualsiasi confronto; ci sono però, negli ultimi anni segnali importanti: già nel 2009 Ferdinando Camon scrisse sul “Mattino” un significativo articolo chiedendo fosse cambiato il nome alla via Cadorna a Padova, così come a  Piazzale Cadorna  a Udine; e nel capoluogo friulano il sindaco Furio Honsell  e la sua giunta hanno accolto la proposta dell’intellettuale veneto.

In diverse altre città la questione è ancora in corso e la discussione  è particolarmente vivace.

Ecco perché,  signor Sindaco, mi permetto di sottoporre la questione alla Sua attenzione, sostituisca l’intitolazione a Luigi Cadorna, perché come ha scritto  Ferdinando Camon “Aver dato il nome di Cadorna è stato, ieri, un errore. Mantenerlo ancora diventa, ormai, una colpa”.

E mi permetto, sommessamente, di dare un modesto suggerimento per la nuova intitolazione del piazzale: perché non dedicarlo a Luca Russo, il giovane bassanese trucidato un anno fa a Barcellona dal fanatismo islamico? Luca Russo potrebbe rappresentare idealmente tutti quei giovani europei che sognano, un secolo dopo l’inutile strage,  un Europa senza frontiere nella quale poter, liberamente e gioiosamente, viaggiare, studiare, conoscere lingue,  culture, comunità  della nostra cara e vecchia “casa comune”.

Distinti saluti.

17 agosto 2018                                                     

ETTORE BEGGIATO

Già assessore regionale del Veneto   

10 agosto 2001 – 10 agosto 2018 – Un ricordo del prof. Gianfranco Miglio – di Ettore Beggiato

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Vorrei ricordare il prof. Miglio riproponendo l’intervento che fece il 5 febbraio 1999 a un memorabile convegno intitolato “Veneto: un popolo sovrano verso l’Europa”, con la partecipazioni di prestigiosi studiosi, dal prof. Miglio al prof. Mario Bertolissi dell’Università di Padova, dall’avv. Ivone Cacciavillani al prof. Renzo Gubert, allora senatore; il convegno fu poi nobilitato da tre straordinarie relazioni incentrate sulla Catalunya e sulla Scozia tenute dal prof. Ferran Requejo dell’Università Pompeo Fabra di Barcellona, da Josep Camps di “Convergencia Democratica di Catalunia e da Donald Henderson dello “European Affairs Division dello Scottish Office” di Edimburgo; il convegno era stato organizzato dal gruppo “Liga Veneta Repubblica” del Consiglio Regionale del Veneto. Fu una giornata di un’intensità straordinaria e lo può confermare che partecipò all’Hotel Sheraton all’evento; ma in particolare vorrei riproporre l’intervento del prof. Miglio, per certi versi profetico,direi, in particolare quando sottolinea con forza “Ma fate più in fretta possibile, o Veneti, perché questo Stato italiano sta avvicinandosi al suo momento critico.” Eravamo nel 1999….

ETTORE BEGGIATO

 

Gianfranco MIGLIO: IL PROGETTO DI UNA CARTA COSTITUZIONALE VENETA ADOTTATA IN ESERCIZIO PRECOSTITUZIONALE DELLA SOVRANITÀ

Quando ho ricevuto il materiale che gli organizzatori di questo convegno mi hanno mandato, ho fatto un salto sulla mia seggiola, perché ho visto esaltata quest’idea del “Popolo Sovrano”, e allora mi sono detto: “Non pensano a una costituzione federale”, perché voi sapete che la caratteristica di una costituzione federale è che al suo interno nessun potere è sovrano. Poi. leggendo, e ascoltando le belle relazioni di Morosin e di Bertolissi, mi si è chiarito il concetto di “sovranità pre-costituzionale”, che non pregiudica la struttura di una costituzione federale o confederale, e quindi della sovranità “divisa”. Però quell’idea di mettere davanti all’esercizio degli articoli 121 e 138 della Costituzione, una presa di posizione del Popolo Veneto a favore della sua indipendenza, comporta una certa logica di azione politica, che io sconsiglio. Perché ritengo che si debba prima arrivare a far funzionare la Costituzione con le sue norme, e precisamente gli articoli 121 e la 138, soltanto se la procedura ordinaria non funzionerà, allora verrà il momento di una azione insurrezionale. Così il mio dissenso si è accresciuto ancora quando ho visto che si giustapponevano, (pagina 9 del documento “Veneto: un Popolo Sovrano verso l’Europa”) un patto confederale, e in subordine un “trattato” di natura economica, politica e sociale. No, questa alternativa non sta insieme, perché il “patto confederale” è un atto di riordinamento della struttura costituzionale italiana, mentre il patto tra due soggetti internazionali, implica che questi soggetti internazionali siano già nati: l’idea del patto implica la “secessione”. Ora, io non mi scompongo affatto a parlare di “secessione” perché nel 1993 abbiamo tentato (quando ero nella Lega Nord) di aprire la via di una secessione, e abbiamo battuto la strada della secessione non violenta, quello che i teorici di questo diritto fanno consistere nel rifiuto di pagare le imposte. Sennonchè nel 1993, io e Bossi siano andati incontro a una sconfitta, perché, nella testa dei cittadini, l’idea di mettersi in conflitto con la Finanza, e con la struttura di prelievo delle risorse finanziarie della Repubblica, non è assolutamente accettata. Io ho chiarito questo punto, e ho anche rivelato per quali ragioni gli italiani sono così restii al ricorrere alla prospettiva di non pagare le tasse. Perciò un consiglio che vi do molto sommessamente, è di cercare di diffondere, in una percentuale elevata dei cittadini, l’idea che l’unico mezzo per affrontare un conflitto non-violento con il potere politico-costituzionale, è proprio questo, dello sciopero fiscale. Se per ipotesi nessuna delle vie legali alle riforme è consentita, allora non c’è che la strada di una forma di ribellione. E la ribellione va preparata con una educazione dei cittadini alla misura del rifiutarsi di pagare le imposte. Però, dato che questa era una via di uscita subordinata – il patto tra il Popolo Veneto e i popoli italiani – rispetto al tentativo principale della introduzione di una costituzione federale, io a questo proposito non posso consigliarvi altro che il mio modello. Anche perché nel frattempo questo modello ha guadagnato credito nella dottrina. Oggi non sono pochi coloro i quali ritengono che il mio progetto sia il più completo, e il più rigoroso, di ordinamento federale. Apro una parentesi: a proposito della distinzione, drammatica per i giuristi del secolo scorso, fra “federalismo” e confederalismo”. Si pensava allora che una costituzione “confederale” fosse già disposta a permettere l’uscita di alcuni suoi membri dal patto. Oggi invece il diritto di ogni popolo a darsi e a modificare la sua collocazione nel contesto internazionale. Uscire da una Federazione, è oggi un diritto da nessuno negato. Quindi patto “federale” e patto “confederale” sono la stessa cosa. Il problema allora è oggi questo: di disegnare una struttura federale, da compilarsi secondo l’articolo 121, che dà ad ogni Consiglio Regionale il diritto di proporre leggi (e quindi anche leggi costituzionali) e di proporle agli organi competenti, cioè al meccanismo del 138. E’ la strada regia, la strada che voi dovete percorrere. Voi puntate molto sull’Europa e – ho visto nei documenti, che mi avete mandato – voi vi illudete sulla possibilità di una struttura federale europea imminente, in cui si inserirebbero tutti i tentativi di costruire strutture federali per i singoli membri della Comunità Europea. Io sono invece molto più scettico al riguardo: credo che abbiano ragione quei costituzionalisti svizzeri che hanno prospettato l’avvenire dell’Unione Europea non diversamente da quella che è stata l’unione della Comunità Elvetica. Un accostamento progressivo, una abitudine a considerare i problemi in comune, senza mettere in moto meccanismi di carattere automatico, come quelli a cui pensavano i federalisti europei di trent’anni fa. Credo che l’avvenire dell’Europa sia in una produzione graduale di soggetti non sovrani, in continua oscillazione nei loro contatti reciproci. E’ in questo meccanismo, in cui bisogna cercare di inserirsi. E’ necessario per voi decidere subito di mettere in moto subito il 121 e il 138 con una Commissione Costituzionale, che prepari un progetto concreto. Voi prevedete una Commissione di 5 giuristi e di 25 “uomini politici”; mi sembrano destinati a far esplodere le tendenze particolaristiche; perché la chiave di tutto, nel compilare il progetto, è ridurre le richieste individuali di ogni gruppo. Io credo di conoscere bene il Popolo Veneto e ho scoperto da un pezzo che non c’è comunità veneta che non abbia un suo progetto di costituzione. Dimenticatele queste particolarità, cercate di convergere sulle cose essenziali; io penso ad un progetto di costituzione estremamente elementare che stabilisca le cose fondamentali, e poi rimetta alle strutture federali il completamento del disegno. Io penso, per esempio, che il mio collaboratore e collega e senatore Renzo Gubert, che parlerà dopo di me, trattando delle appartenenze territoriali e della nuova organizzazione statuale; credo che tutta questa materia sia da rimettere a quello che voi avete chiamato l’Assemblea Nazionale del Popolo Veneto, cioè il Consiglio Regionale del Veneto. In questi mesi, prossimi, uscirà un mio libro (e l’ho voluto far pubblicare proprio presso un editore Veneto, Neri Pozza, con cui anni fa pubblicai i miei lavori sulla scienza dell’amministrazione pubblica italiana). Questo libro è spietato perché contiene venti paragrafi, che sono una rivisitazione del cosiddetto “risorgimento” italiano. E’ da questa rivisitazione che io cavo le caratteristiche costituzionali che dovrebbe invece avere l’Italia. Bene, in questo libro voi troverete molto pessimismo sulle difficoltà da affrontare; ma è tuttavia indicato un “pertugio”, che è quello proprio che sto invitandovi a scorgere: approfittate della situazione in cui versa lo Stato oggi. Lo Stato italiano oggi non è più in grado di assicurare ai cittadini la sicurezza, può darsi che quanto prima anche il tentativo di innestare l’economia monetaria italiana nel sistema europeo, vada a rotoli. Se questo accadrà non piangete, sarà l’occasione che attendete, perché l’ulteriore indebolimento dello Stato italiano faciliterà la vostra azione e il vostro tentativo di cambiamento della Costituzione. Purtroppo è nelle disgrazie che si trova la strada per uscire dalle difficoltà, e per guadagnare una posizione nuova e positiva; non è quando gli affari vanno bene che si cambiano le cose. Noi dobbiamo tenere conto di questa condizione; cioè io aspetto il momento nero dell’Italia in Europa perché penso che potrebbe diventare il momento luminoso dell’uscita da questa Costituzione che consacra tutti gli errori del cosiddetto “risorgimento”. Ho visto che voi avete rievocato in un pamphlet, che mi è stato mandato, il referendum del 1866. I referendum che hanno confermato lo Stato italiano sono tutti referendum fasulli, referendum che non hanno sondato le opinioni vere del popolo italiano, e che quindi non valgono niente. Invocare il referendum del 1866 per dire: “I Veneti si sono vincolati allo Stato italiano”, è una balla; dobbiamo respingere questa idea. Quello che conta è puntare su quello che unisce, sulle poche cose da collocare in una Costituzione speciale per il Veneto. Nel libro che vi ho preannunciato, ho migliorato il modello che avevo diffuso e che voi conoscerete (perché è stato oltretutto tradotto in tutte le lingue); ho soprattutto migliorato la posizione del Veneto. Perché io penso che il Veneto debba stare in un contesto del nord Italia, non mi preoccupo di pensare, di prescrivere, che cosa devono fare le Regioni del centro e del sud. Da quando un collega, mio allievo economista, mi ha avvertito che 11 reddito prò capite del Molise è un 47° di quello della Lombardia, mi rendo conto, che solo raggruppando le Regioni si potrà arrivare a costruire un meccanismo costituzionale federale autentico. Ecco perché io uso sempre il termine “vera costituzione federale”, per distinguerla da quella a cui è attaccato (e ogni tanto lo tira fuori) D’Alema, con la sua Commissione Bicamerale. Insistere sulle cose che uniscono, vi dicevo, e così unire anche gli italiani; i quali sono convinti che così ormai non si può più andare avanti, che i poteri pubblici sono incapaci di garantire ai cittadini le sicurezze elementari per cui lo “Stato moderno” è nato da 400 anni fa. Questo fine di secolo è la line dello “Stato moderno”, io sto, oltre al libro che pubblicherà Neri e Pozza, lavorando da 3 anni ad un lavoro distruttivo sul così detto “Stato moderno”; vedrete che se tutto il materiale che ho raccolto per questo nuovo libro funzionerà, riuscirò a tirare una mazzata sul così detto “Stato moderno” e forse aprirò la strada ad un vero federalismo. Mi auguro che i veneti si facciano carico di questa responsabilità, che la storia addossa sulle loro spalle: cioè comincino a proporre un meccanismo federale autentico. Nel libro che presto uscirà ho raccontato che i Greci quando cambiavano costituzione la davano da scrivere a pochissime persone, al limite a una sola persona: non avevano la mania “democratica” di noi oggi che andiamo ad ascoltare tutti. Perché se ci preoccupiamo ad ascoltare tutti, finiamo nella confusione, finiamo nel non produrre niente. Veneti, vi esorto a darvi una costituzione, a presentarla in Parlamento per l’applicazione della procedura dell’articolo 138, poi vedremo se avranno il coraggio di respingere la vostra proposta. In questo caso avremo il diritto di a mezzi più persuasivi, cioè più coerenti con la sovranità “pre-costituzionale” dei veneti, che a questo punto sono anch’io pronto ad accogliere e difendere. Nel nuovo “modello” io ho immaginato un Nord strutturato con Liguria, Piemonte, Lombardia a formare il Nord-Ovest, capoluogo Torino; un Nord-Est, il Veneto, capoluogo Venezia o Verona, e un Sud, 1′ Emilia-Romagna, capoluogo Bologna, che costituiscono un complesso. Questa Comunità Regionale avrà come capitale logica Milano, però condizionata dalle capoluoghi delle strutture competenti. Questo è già un miglioramento del mio modello precedente, e vengo incontro alla preoccupazione dei Veneti. Soprattutto una cosa chiediamo ai nostri colleghi catalani oggi qui presenti: di illustrare i diritti internazionali delle comunità che vivono in Spagna; perché ho visto che nella Vostra Costituzione è sancito questo diritto. E’ sancito anche il principio che le risorse finanziarie vanno ripartite (come lo sono nella Confederazione Elvetica) un terzo ai Comuni, un terzo ai cantoni, un terzo alle autorità federali. Voi lo vedrete che una “cinghia tirata” al potere centrale (federale) si può applicare, una volta che si scarichi il potere effettivi, di tutti i poteri effettivi sulle regioni e sulle comunità regionali. Ma fate più in fretta possibile, o Veneti, perché questo Stato italiano sta avvicinandosi al suo momento critico. Vi ho detto non sono ottimista, ma non sono nemmeno pessimista, perché credo che quando lo Stato italiano lo avremo ricondotto alla sua origine storica molto modesta, cominceremo anche, magari a volergli bene. Per adesso non possiamo fare altro che aspettare di metterlo sotto terra, e i veneti hanno la possibilità di guidare questa operazione. Andate d’accordo, cercate di fare violenza alla nostra natura, alla tentazione di immaginare una costituzione federale che garantisca tutto e il contrario di tutto. Saranno poi gli organi del Consiglio Regionale a provvedere a questo. Prima una costituzione da cui scavare l’avvenire di noi Veneti, scusate se io ragiono da lombardo-veneto, e anche il resto dell’Italia. Nel libro ho anche elogiato un capitolo della storia del Sud che viene generalmente sempre dimenticato, (ne so qualche cosa perché mio nonno ha fatto tre anni di guerra contro il brigantaggio): io ho difeso, nel mio libro, la guerra civile nazionale dei meridionali che hanno preso le armi per difendere il loro Stato. Non penso dunque soltanto all’indipendenza del Nord ma anche a quella del Sud; poi se lo facciano come vogliono il loro sistema politico, non spetta a noi dettare regole anche per il Centro e per il Sud, tanto so benissimo che hanno una vocazione da legulei e da costituzionalisti molto più forte della nostra, dei lombardi e dei veneti, che sono buoni soltanto a fare soldi, ma a non creare le istituzioni giuridiche. E’ l’augurio con cui termino questo mio intervento; un augurio ai veneti perché abbiano il coraggio di rimboccarsi le maniche e di creare subito la famosa Commissione, mettendola al lavoro. E’ l’augurio ai veneti ma anche agli italiani. .

Lluís Maria Xirinacs, la voce spirituale dell’indipendentismo catalano

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Nel mese di agosto ricorrerà l’anniversario della morte di Lluis Maria Xirinacs, l’uomo che interpretò per anni l’anima più radicale dell’indipendentismo catalano e della contrapposizione al franchismo prima e al regime del ’78 poi.

Testamento Xirinacs

Lo ricordiamo con un articolo del giornalista catalano Humbert Roma, già pubblicato su “Dialogo Euroregionalista”:

 XIRINACS AFFRONTA L’ULTIMO TABU’

di Humbert Roma

Il senatore Lluís Maria Xirinacs si è suicidato. Tanto ostinato, ribelle e incombustibile, ha deciso di porre fine alla sua vita che ha vissuto “schiavo di 75 anni nei Paesi Catalani occupati da Spagna, Francia (e Italia) per secoli”, come afferma nel suo manifesto testamentario . “Una nazione schiava, come un individuo schiavo, è una vergogna dell’umanità e dell’universo”, ha sottolineato.
Così, Xirinacs ha affrontato l’ultimo tabù, così radicato nella cultura dell’uomo:  il suicidio. Libero fino all’ultimo giorno dei suoi 75 anni, signore – e non schiavo – della propria persona. Libero anche, ora definitivamente, nei nostri ricordi e nella nostalgia.

Quando l’11 settembre 2002 l’ ho sentito pronunciare al Fossar de les Moreres quelle parole che poi l’avrebbero condotto a una condanna di due anni e a trascorrere poche ore in carcere (“mi sento in questo momento con i piedi posati sopra le ossa dei terroristi, di quelle persone che difesero con le armi la Catalogna e i Paesi Catalani (…) Mi riferisco a coloro che difesero la Nazione con le armi e ai quali adesso rendiamo omaggio. Il Comune di Barcellona ha fatto un monumento qui, delle belle cose. Sono terroristi perché hanno combattuto con le armi per difendere il loro paese, come fa l’ETA (…)  Gandhi ha detto che il non violento non può affrontare con la neutralità le due parti di un conflitto violento: l’aggressore è il nemico, l’aggredito è l’amico, anche se è violento. Ho provato per tutta la vita a combattere in  modo non violento. Ma dichiaro qui e lo dico molto bene, nel caso in cui vi sia un agente di polizia o qualche procuratore: mi dichiaro un nemico dello Stato spagnolo e un amico di ETA e  di Batasuna “), ho pensato:  Xirinacs ha passato i limiti.

E mi ha fatto male per coloro che erano morti, compresi quelli che  abbiamo amato (come Xavier Valls, insegnante ed esempio di democrazia e di tante cose, morto all’ Hipercor ),  negli  attacchi di ETA.
Poi, riflettendo e vedendo l’evoluzione degli eventi, mi sono trovato molto vicino a quelle parole di Xirinacs. Quelli erano giorni di minacce di illegalizzazione, poi confermate: Batasuna non poteva più apparire nelle elezioni del seguente maggio e da quattro anni  il giudice Garzón stava mettendo nel sacco di ETA- in poche parole, in carcere –  molte persone che difendevano l’indipendenza del Paese basco in modo democratico.

Come Xirinacs, desidero che i Paesi Baschi e i Paesi Catalani ottengano l’indipendenza;  possiamo votare e, se i cittadini  approvano, separarci dal Regno di Spagna in modo pacifico. Ma non ce lo lasciano fare. E i governi del Regno di Spagna e della Repubblica francese si oppongono con le ragioni delle armi e della conquista militare. Imprigionando  anche coloro che  difendono questo diritto senza imbracciare le armi e seguendo una via pacifica. Chi è l’aggressore qui e chi l’aggredito?

Ho ammirato  Xirinacs che faceva lo sciopero della fame ed era  imprigionato per le libertà,  Xirinacs che si ergeva  per difendere l’amnistia per tutti i prigionieri politici, prima di fronte al Carcere Modelo e poi dal suo seggio nel Senato, proponendo un’alternativa alla Costituzione Spagnola, rispettosa per i popoli sottoposti alla sovranità spagnola e che riconoscesse  il diritto alla separazione (potete trovarla  raccolta nel suo libro “Costituzione, pacchetto di emendamenti”), Xirinacs che difendeva le proposte dei settori indipendentisti  per lo statuto dell’autonomia.

Poi mi sono ritrovato con lui nel Blocco di sinistra della liberazione nazionale (BEAN) e nella candidatura alle elezioni catalane del 20 marzo 1980. In quella occasione lui ha subìto un notevole calo di voti  – rispetto alla sua decisione di condurre il BEAN alle elezioni generali spagnole del 1979, quando il movimento è stato creato raggruppando la maggioranza delle forze indipendentiste – e per alcuni di noi ciò ha significato l’abbandono della militanza politica legata a partiti. Xirinacs, da parte sua, si ritirò per studiare teorie in qualche modo politiche – come ho dedotto seguendolo  solo da lontano  – per progettare proiezioni utopiche in un mondo nel quale scarseggiano.

Di tanto in tanto lo incontravo sulle Ramblas di Barcellona e, in una sola occasione – doveva essere nel 2001, perché ero ancora direttore a “La Terra”, la rivista dell’Unió de Pagesos, ho partecipato ad un incontro presso l’Ateneu Barcelonès, organizzato dalla rivista “El Triangle”, dove poco dopo sarei andato a lavorare, in cui era il protagonista. Ho cercato di contestarlo, perché avevo capito che lui intendeva che il catalanismo rappresentasse una forma di fedeltà al Paese, che credo che non abbiamo il diritto di chiedere se non vogliamo escludere una parte sostanziale della cittadinanza. I suoi fedeli non mi hanno permesso di continuare, sostenendo – dal pubblico – che erano venuti ad ascoltare lui, e non  me. Forse avevano ragione, ma mi dispiaceva di perdere  un altro giorno, cosa che non poteva più essere, nei confronti di  un dibattito che, visto come si era evoluta la composizione demografica di coloro che vivevano e cercavano di lavorare nei Paesi Catalani, stava diventando sempre più urgente.

Era questa certa aurea messianica, favorita da alcuni di quelli che lo circondavano, e non dai più fedeli, la cosa che che mi allontanava da Xirinacs. Mi ricordava troppo delle mie vecchie militanze, così acritiche e così religiose, quando il pensiero”marxista-leninista – alla Mao Tsé Tung” giustificava ciò che era ingiustificabile solo perché il Capo aveva parlato. Xirinacs non era un uomo facile, come sono coloro che sono convinti degli obiettivi per cui combattono. Ma era ben lungi dall’essere dogmatico.

Mi ricordo che quando ero capo redattore al “El Triangle”, gli sottoponemmo un sondaggio per farci dire – come abbiamo chiesto ad altre persone – quale governo avrebbe preferito per la Catalunya, dopo le elezioni autonome del novembre 2003. Non si  perse con discorsi utopistici lontani dalla realtà elettorale e si   pronunciò a favore di un tripartito, anche se diverso da quello successivamente configurato. Forse ispirato dal Paese Basco, ci disse che avrebbe  preferito un accordo tra CiU, ERC e ICV, cioè un patto dei nazionalisti con gli eco socialisti.

Tanti anni lontano dalla linea frontale della politica  non lo avevano allontanato dal quotidiano e dal desiderio di intraprendere passi in un percorso che, a suo parere, avrebbero potuto aiutare a muoversi verso l’obiettivo della libertà del suo Paese. Niente di più lontano, quindi, dal “tutto o niente”. Ciò che non perdonava, tuttavia, come ha detto chiaramente nel suo “Atto di sovranità” finale e aveva espresso  in molte opere, specialmente nella trilogia “Il tradimento dei leader”, era l’atteggiamento che sempre lascia al domani qualcosa per cui dobbiamo combattere oggi. Ricordiamo le ultime parole: “Una nazione non sarà mai libera se i suoi figli non vogliono rischiare la loro vita nella sua liberazione e nella sua difesa. Amici, accettate questa vittoriosa conclusione della mia lotta, in contrapposizione con la codardia dei nostri leader, manipolatori del popolo “.

Pubblicato sul “Tribuna Catalana” del 14.08.2007

BAKUR OPPRESSO E SFRUTTATO – di Gianni Sartori

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Nel Bakur (territori curdi sotto amministrazione-occupazione turca) il partito di Erdogan (AKP) continua a saccheggiare e sfruttare le risorse naturali (petrolio, minerali…) di questa regione curda. Anzi, le operazioni di estrazione negli ultimi mesi hanno subito una significativa accelerazione.

In passato il Kurdistan – grazie anche alle sue abbondanti risorse naturali (acqua, terreni fertili, minerali…) – ha consentito a numerose comunità e civiltà di autodeterminarsi, garantendo sia ai curdi che ad altri popoli presenti nella regione i mezzi per svilupparsi autonomamente.

Oggi – sotto forma di un “colonialismo interno” da manuale – i minerali estratti nel Kurdistan, una delle terre più ricche al mondo di risorse naturali (disgraziatamente per i curdi, verrebbe da dire), vengono raffinati e lavorati all’ovest, nella Turchia propriamente detta. In particolare, da anni il petrolio estratto in Kurdistan viene dirottato verso la Turchia.

Come è – relativamente – noto la quasi totalità del petrolio “turco” proviene dalle regioni curde (da Batman, Adiyaman, Amed, Sirnak- Silopi, Siirt, Urfa, Mardin-Nusaybin…) dove sono presenti anche grandi riserve di rame, cromo, piombo, argento, carbone, lignite…

Tutto questo ben di dio viene estratto per venir trasportato nell’ovest, in Turchia per essere poi venduto (previa raffinazione e lavorazione) all’estero.

Senza che alla popolazione curda ne derivi alcun beneficio.

Il petrolio, in particolare, viene sistematicamente incanalato – “dirottato” – grazie agli oleodotti verso le raffinerie turche di Izmir-Aliaga, Kocaeli, Iprash, Kirikkale e altre dell’Anatolia centrale e di Hatay, Dortyol…

E’ ormai più di un secolo che lo stato turco estrae petrolio dai giacimenti curdi e recentemente – come ho detto – questo sfruttamento ha subito un’impennata, un’accelerazione, con nuove campagne di esplorazione (promosse dall’AKP, per esempio a Hakkari-Van, ma anche a Çukurca, Şemdinli, Bitlis) per individuare e scavare nuovi pozzi.

Dietro tutto questo, la Turkish Petroleum Corporation (TPAO) che poco tempo fa – in maggio – ha realizzato un altro campo di estrazione petrolifere nel distretto di Çukurca(Hakkari). Berat Albayrak – ex ministro dell’Energia e delle Risorse naturali – aveva già annunciato lo scavo dei primi pozzi in profondità “nella regione di Semdinli e a Cizre e Van a Siirt, nel nord”.

Significativo – per quanto scontato – ciò che hanno dichiarato alcuni abitanti – curdi – delle regioni interessate dallo sfruttamento intensivo delle risorse da parte di Ankara:

Noi non vogliamo che lo Stato turco estragga le nostre risorse. Vogliamo essere noi a utilizzarle”.

Soltanto puro, legittimo buonsenso direi.

Ma adesso qualcuno lo vada a spiegare a Erdogan, per favore.

Gianni Sartori