Presentazione a Bolzano – Präsentation in Bozen – 28.07.2018 – Dialogo Euroregionalista

Presentazione DE BAS Bozen

 

In occasione della pubblicazione di un articolo dedicato al BAS – Befreiungsausschuss Südtirol, scritto dal Prof. Nerio De Carlo, sul numero 02/2018 di Dialogo Euroregionalista, il Centro Studi Dialogo e il SudTiroler Heimatbund organizzano una presentazione della rivista a Bozen, presso l’Esposizione BAS – Vittime per la Libertà, in via Portici 9, per il giorno sabato 28 luglio 2018 alle ore 15,30.
Alla presentazione interverranno esponenti del Centro Studi Dialogo e Roland Lang, presidente del SudTiroler Heimatbund.
Sono invitati tutti coloro che si battono per la Libertà dei Popoli e per il Diritto all’Autodeterminazione.

Dialogo Euroregionalista n.02/2018

COPERTINA

 

E’ in consegna agli associati per l’anno 2018 al Centro Studi Dialogo il secondo numero di Dialogo Euroregionalista.

In questo numero :

“La copertina di Giovanni  Roversi” – dedicata in questa occasione allo scioglimento di ETA

“Indipendenza o Autonomia?” – l’editoriale di  Gianluca Marchi

“A vincer senza  pericolo…..” – del prof. Nerio de Carlo

“Rimane molto da fare per le vittime” – intervista a Agus Hernan

“Il Repiggio del genovese” – di Andrea Acquarone

“1946, il fallimento federalista” – di Ettore Beggiato

“ALERIA1975”  – una nuova puntata della graphic novel di Frédéric Bertocchini

“Catalunya, Crida” – di Gianni Sartori

“Il perduto secessionismo di sinistra” – di Federico Guido Corti

“L’assassinio di Stato di Davide Lazzaretti” – di Roberto Gremmo

“Lo Statuto siciliano, misconosciuto” – di Maurizio Castagna

“Poesia in Lingua: Carlo Porta”

Buona lettura

 

“VIDI QUEL VOLTO E MI PARVE FAMILIARE…” – di Gianni Sartori

Un ricordo delle lotte contro l’apartheid nel centenario della nascita di Nelson Mandela

Nelson Mandela Gazing Out Barred Window

“Il giorno dopo, con la giacca a vento e il baschetto verde, stavo in piedi davanti a un muro. Papà mi scattava una foto e io feci un’espressione simile a quella di una tigre che ruggisce o a una foca che sbadiglia. Dietro di me, il vero soggetto della foto: due manifesti formato gigante. Nel primo si vedeva una donna con due grandi ali che diceva: “Diritti per tutti”. Il secondo mostrava una faccia nera che occupava tutto il manifesto. Stavamo camminando per quelle strade larghissime di Parigi fatte apposta per far passare i carri armati. Vidi quel volto e mi parve familiare. Sotto, c’era scritto: LIBERTE’ POUR NELSON MANDELA!”. Ecco chi era! Uno di quelli della mostra. Uno dei capi di tutta la faccenda. Uno del paese senza nome. Vederlo così, con la barba e gli occhi tristi, mi faceva dispiacere. Mio papà provò a staccare il manifesto per portarselo via.”.

Così Leonora ricordava (in “La forma incerta dei sogni”, Piemme editore) il suo primo giorno nella capitale francese, a sette anni. Nella sua personale interpretazione della Marianne (la “donna con le ali”) e dei boulevards (le avevo spiegato la demolizione del tessuto urbano originario nella Parigi dell’800 per impedire la costruzione di barricate e permettere all’artiglieria di manovrare), aveva prontamente riconosciuto il volto del prigioniero di cui in famiglia si discuteva spesso e per la cui liberazione si raccoglievano firme. Era il 1986, probabilmente l’anno più drammatico per il Sudafrica dove la popolazione nera si stava ribellando contro il sistema dell’apartheid.

Il 19 febbraio ad Alexandra (Johannesburg) la polizia sudafricana si rese responsabile dell’ennesimo eccidio uccidendo una ventina di manifestanti. A tre giorni di distanza gli scontri proseguivano nella città assediata, circondata dall’esercito e isolata dal resto del paese.

Il governo di Pretoria stava cercando in ogni modo di impedire il dilagare delle proteste, non solo attraverso la repressione, ma anche innescando con provocazioni “da manuale” conflitti interni ai diversi gruppi politici per scatenare faide e regolamenti di conti. Con l’intento di alimentare nell’opinione pubblica l’idea che i neri non fossero in grado di autogovernarsi e legittimare quindi l’intervento della polizia definita “imparziale”.

L’anno prima, il 1985, era stato attraversato da un grandioso ciclo di lotte contro l’apparato burocratico-militare statale. Il 21 marzo a Langa (Uitenhage-Port Elisabeth) la polizia celebrava a modo suo l’anniversario della strage di Sharpeville del 1960: aprendo il fuoco con fucili da caccia grossa su un corteo funebre (composto prevalentemente da donne e bambini) e provocando una ventina di morti. Altrettanti neri erano stati ammazzati in circostanze analoghe nella settimana precedente. A fine aprile 1985 le vittime della repressione dall’inizio dell’anno erano oltre centocinquanta. In maggio il “Comitato di sostegno ai parenti dei detenuti” (DPSC) informava che “nelle ultime settimane 21 persone sono morte nelle mani della polizia in seguito a interrogatorio, cinque dall’inizio di aprile”. Negli ultimi venti anni i morti accertati nelle stazioni di polizia risultavano essere 63 (24 nel solo 1984), la maggior parte per ferite alla testa. Il DPSC denunciava poi la scoperta di una fossa comune di almeno cinquanta cadaveri sepolti clandestinamente dalla polizia in marzo nella township di Zwide.

La mobilitazione degli abitanti dei ghetti neri si fondava sulla tattica di aggregarsi, attaccare e disperdersi, contemporaneamente in più punti del paese. Ferma restando la disparità incolmabile tra chi lanciava pietre e chi sparava. Altrettanto efficaci le innumerevoli azioni di lotta nonviolenta (dal boicottaggio dei negozi di proprietà dei bianchi alla partecipazione di massa ai funerali dei militanti caduti), determinanti per la ricomposizione della comunità oppressa.

A venir messo in discussione ormai non era soltanto il monopolio del potere da parte dei bianchi, ma anche il ruolo delle multinazionali occidentali (o meglio, delle loro succursali) che realizzavano enormi profitti grazie allo sfruttamento intensivo della manodopera indigena. Tra le altre, a futura memoria: Coca Cola, IBM, Generals Motors, Alfa Romeo, Union Carbide, Olivetti, IRI, Ford, Siemens, Wolkswagen, Bosch, Renault, Leyland, Goodyear, Toyota, Nissan, Ciba, Nestlé, Spie-Batignelles, Pechiney, Rio Tinto Zinc, Barklays, Gec, BP, Shell, Mobil, Control Data Mark. Caltex ecc. Nel settembre del 1985, con l’assalto congiunto di neri e meticci ai quartieri residenziali della ricca borghesia bianca, si era giunti a livelli di scontro fino a qual momento impensabili.

Contemporaneamente il movimento sviluppava una capillare azione contro le “quinte colonne” dell’apartheid nei quartieri neri: collaborazionisti, funzionari locali, “quisling”, spie e infiltrati. In questa drammatica spirale di lotte, repressione e nuove lotte e nonostante le stragi, gli squadroni della morte, le torture, i licenziamenti di massa e le conseguenti deportazioni (a fine aprile più di 17mila minatori per uno “sciopero illegale” nelle miniere della Anglo-American e della Anglo-Waal), le masse popolari sudafricane sembravano avviate autonomamente verso l’insurrezione. E’ significativo che soltanto alla fine del giugno 1985, dopo mesi di scontri e rivolte, l’ANC lanciasse un suo appello a prendere le armi contro il governo segregazionista.

Questo nuovo ciclo di lotte (determinante dopo le sconfitte degli anni sessanta e settanta -v. Soweto- e di cui si possono individuare le origini nei tumulti scoppiati quasi contemporaneamente in otto città-satellite nere il 3 settembre 1984) aveva conosciuto naturalmente anche i suoi fallimenti. Era clamorosamente naufragata la manifestazione del 28 agosto 1985 al carcere di Pollsmoor, impedita con centinaia di soldati, poliziotti, cani, blindati, fucili e fruste. Organizzata e preannunciata con clamore da alcuni leader religiosi (immediatamente arrestati) come un decisivo confronto tra governo e movimento antiapartheid (Boesak aveva dichiarato che avrebbero “rivoltato dalla testa il paese”), nella sua spettacolarità aveva assunto forse troppa importanza, esponendo i manifestanti alla repressione più totale e indiscriminata. Per tutto l’85 sarà un crescendo di lutti. In agosto, dopo tre giorni di scontri, tra i neri si contano oltre trenta morti. E il massacro della popolazione nera in rivolta proseguirà inesorabilmente anche negli anni successivi.

Contro cosa si erano ribellati i neri del Sudafrica, oltre che contro la discriminazione razziale? Un lungo elenco di buone ragioni: lo sfruttamento bestiale nelle miniere, nelle fabbriche, nelle fattorie-prigioni; l’alto livello di mortalità infantile (ufficialmente, 15% nei ghetti neri metropolitani, 25% nelle homelands, ma in realtà molto superiori, secondo l’ANC, arrivando al 50%); i lager per prigionieri politici come l’isola di Robben; le campagne di sterminio fuori dei confini contro i campi profughi (un migliaio di vittime a Kassinga nel 1977 e altri attacchi in Botswana e Leshoto tra il 1984 e il 1985 ); le condizioni di vita subumane per donne, vecchi, bambini, disoccupati e per tutti coloro che restavano esclusi dal mercato della forza lavoro; gli omicidi bianchi nelle miniere (nel 1985 a Secunda con decine di vittime), spesso per trascuratezza e cinismo da parte dei capisquadra bianchi; sempre nelle miniere la media di un morto ogni venti ore; la morte precoce dei minatori che estraevano l’uranio in Namibia, occupata dalla RSA che vi aveva introdotto l’apartheid; le torture, le uccisioni in carcere, le esecuzioni, le “sparizioni” di oppositori (un caso fra tanti, quello dei tre militanti del “Port-Elisabeth Black Civic Organisation” nel marzo 1985 e di altri esponenti del PEBCO, Sipho Hashe, Qaquvuli, Godolozi e Champion Galela) e gli squadroni della morte statali e parastatali (nel solo mese di giugno 1985 l’uccisione di quattro dirigenti dell’UDF a Cradok e di otto esponenti del COSAS); l’arresto e talvolta anche la tortura di bambini (come gli 800 dai 6 ai 13 anni a Soweto nell’agosto 1985) per non essere andati a scuola o per aver violato le norme dello stato di emergenza; i più di cento bambini morti di fame ogni giorno in quello che è uno dei paesi più ricchi del mondo. Oltre, naturalmente, al sacrificio di migliaia di “dannati della terra” caduti nelle lotte degli ultimi anni, da Sharpeville a Soweto.

Ora, appare evidente che in Sudafrica, nonostante la fine dell’apartheid, molte questioni sono rimaste drammaticamente aperte. Va ricordato che ancora negli anni ottanta, il regime di Botha aveva finanziato e favorito la nascita di una borghesia clientelare nera (permettendo a qualche imprenditore di costituire società al di fuori dei bantustan). Attualmente anche molti esponenti dell’ANC si sono trasferiti nelle aree di lusso, con ville e campi da golf. Con il risultato che mentre sono diminuite le disparità tra bianchi e neri, sono vertiginosamente aumentate quelle all’interno della comunità nera. E naturalmente le multinazionali (in particolare quelle anglo-statunitensi) hanno potuto conservare il loro potere quasi inalterato. Ma sarebbe comunque ingiusto attribuire troppe responsabilità a Mandela. Un uomo che aveva dignitosamente fatto la sua parte contro l’ingiustizia istituzionalizzata. Sicuramente molti tra i suoi seguaci e successori – penso a Zuma – non si sono mostrati all’altezza e il cammino da percorrere è ancora lungo (a cominciare da quella ridistribuzione delle terre che era nel programma originario dell’ANC), ma questo sopravvissuto a 27 anni di prigione (e, moralmente, anche alla “sfilata degli ipocriti” intervenuti al suo funerale) se ne era andato con il suo carisma di combattente della libertà praticamente intatto. Alle future generazioni il compito di completarne l’opera.

Quanto alla sua eredità ideale e politica, penso sia autorevolmente rappresentata da “Apo” Ocalan, il leader curdo rinchiuso nelle galere turche.

A chi scrive, la scadenza di questo anniversario (i cent’anni dalla nascita del compagno Mandela) ha riportato alla mente i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla Storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponente dell’ANC, assassinata in Francia dai servizi segreti)…). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticate. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.

E un commiato affettuoso vada anche alle tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Febe Cavazzuti Rossi, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Beyers Naudé…

Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.

 di Gianni Sartori

 

P.S. Quanto a Leonora, anni dopo, nel 2004, partì per Sharpeville (città-martire dove nel 1960 la polizia aveva aperto il fuoco con le armi automatiche contro una folla inerme che protestava contro il sistema dei lasciapassare, almeno una settantina di vittime) per incontrare di persona alcuni sopravvissuti alla prigione, alla tortura e alla condanna a morte sospesa soltanto il giorno prima dell’esecuzione (I “Sei di Sharpeville”: Duma Joshua Khumalo, Theresa Machabane Ramashamole, Oupa Moses Diniso, Mojalefa Reginald Sefatsa, Francis Manentsa Mokhesi e Reid Malebo Mokoena) perché “una vocina leggera mi disse che forse una generazione non basta. Le battaglie sono più lunghe e forse funzionano con il sistema della staffetta. Ci si passa il testimone”. Ma questa è già un’altra storia

8 LUGLIO 1809, anniversario dell’insorgenza veneta – di Ettore Beggiato

  “Le done de Loria, accordate con quele de Besega, le a desfà la municipalità”

1809 LORIA

L’insorgenza veneta del 1809 è sistematicamente ignorata dalla storiografia “ufficiale”,  visto che gli storici del regime parlano di “briganti” o di “straccioni”:nessuna sorpresa per la verità, è tutta la nostra storia veneta che viene sistematicamente nascosta o mistificata. 

Napoleone aveva portato il Veneto tutto in condizioni di miseria e disperazione come mai nella nostra storia, imponendo la coscrizione obbligatoria  e una serie di tasse pesantissime (pensiamo a quella sul macinato, vera e propria tassa sulla fame).

Il nostro popolo reagì con particolare vigore, al suono della campana a martello: i francesi, in nome della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, riportarono l’ordine con centinaia e centinaia di morti.

Particolarmente interessante è un passo del diario di Pietro Basso, sartor di Asolo nel giorno 8 luglio 1809:

“Le done se Loria, accordate con quele de Besega, le a desfà la municipalità”; siamo in provincia di Treviso ma tutto il Veneto stava per insorgere contro Napoleone. 

Una pagina, quella del 1809, che meriterebbe di essere conosciuta dal popolo veneto; mancò una figura leggendaria come il tirolese Andreas Hofer che guidasse il nostro popolo, e mancò anche chi, come il grande pittore spagnolo Francisco Goya tramandasse ai posteri l’eroismo di chi lottava per la propria libertà e contro i crimini dell’occupante napoleonico.

ETTORE BEGGIATO

Autore di “1809: l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco” 

 

LA FEMMINISTA CURDA GULIZAR TASDEMIR ESTRADATA IN TURCHIA – di Gianni Sartori

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Mentre a Roma una responsabile delle YPG (le milizie di autodifesa popolare del Nord della Siria) è ricevuta dai parlamentari, un’altra militante curda viene estradata in Turchia (dove rischia non solo una lunga carcerazione, ma anche maltrattamenti e torture) dalla Norvegia.

Mercoledì 4 luglio (disumanamente ammanettata mani e piedi nonostante le sue gravi condizioni di salute) la femminista curda Gulizar Tasdemir è stata consegnata ai suoi carcerieri.

Che valutazione dare di tale vergognosa decisione? Definirla una vergogna è soltanto un pietoso eufemismo.

Impegnata da anni in difesa dei diritti umani e del popolo curdo, nel 2015 Gulizar era fuggita in Norvegia cercando protezione ai sensi della Convenzione di Ginevra. Nonostante la lunga militanza la esponesse, in caso di arresto, al pericolo di tortura, la sua richiesta veniva rifiutata. Aveva quindi presentato richiesta di asilo in Germania, ma in base all’accordo Dublino-II le autorità tedesche l’aveano rispedita in Norvegia da dove mercoledì è stata estradata in Turchia. Vien da chiedersi se anche la civilissima Norvegia si stia ormai allineando a quei Paesi che non agiscono più in base agli accordi internazionali sui Rifugiati (accordi, per inciso, alla cui stesura spesso avevano anche partecipato, comunque sottoscrivendoli).

Infatti la Norvegia è uno degli Stati che avevano firmato la Convenzione di Ginevra sui Rifugiati.

Dalla Germania si è immediatamente levata la protesta del CENI – Ufficio delle Donne Curde per la Pace in quanto “non può né sopportare né accettare questo trattamento con il quale la Norvegia consegna alla Turchia un’attivista politica, sapendo bene che questa estradizione per via delle sue attività politiche per lei significa lunghi anni di torture e di carcerazione”. Accusando la Norvegia in quanto “responsabile delle gravi conseguenze del fatto che Gulizar Taşdemir venga estrada in un Paese in cui la giustizia indipendente è stata rimossa e la tortura è all’ordine del giorno”.

In un comunicato hanno chiesto “alle istituzioni, in particolare al CPT, alla Corte di Giustizia Europea per i Diritti Umani, al Parlamento Europeo, di prendere atto di questa estradizione e di avviare i passi necessari per accertare che l’attivista curda venga trattata come prigioniera politica e i sui diritti fondamentali vengano difesi”.

A tutte le donne, alle femministe e alle attiviste per i diritti umani chiedono invece di “denunciare questo eclatante disprezzo dei diritti umani di un’attivista, la cui intera vita è stata una lotta per una vita migliore.

Gianni Sartori

ALSAZIA – SEGNALAZIONE EDITORIALE – “ALSACE, des questions qui dérangent” di Joseph Schmittbiel – Casa editrice Yoran Embanner

Presentiamo un libro uscito durante la primavera dedicato alla Storia e all’attualità dell’Alsazia, una storica regione al confine tra Francia e Germania.

Un libro snello che affronta tutti i temi della “questione” alsaziana, con molte illustrazioni ma anche con moltissimi riferimenti bibliografici per chi vuole approfondire l’argomento.

L’autore è Joseph Schmittbiel, un traduttore ed autore teatrale, nato a Strasbourg.         (questo il suo Blog: https://hewwemi.net/ )

Il libro è edito da Yoran Embanner, un editore Bretone particolarmente attento nei confronti della tradizione e dell’attualità delle Regioni senza Stato.                (questo il sito internet:  https://www.yoran-embanner.com/ )

Una presentazione dell’autore:

Una via per Andrea Fiori e gli insorgenti valdagnesi del 1809 – lettera di Ettore Beggiato

Tezze sul Brenta

Pubblichiamo una lettera aperta inviata da Ettore Beggiato al Sindaco di Valdagno

Signor Sindaco

Dott.  GIANCARLO ACERBI

Comune di Valdagno 

Oggetto: Intitolazione di una via ad Andrea Fiori e agli insorgenti valdagnesi del 1809

Egregio Signor Sindaco,

nel 1809 ci furono sollevazioni violentissime in tutto il Veneto e Valdagno fu uno dei centri più attivi dell’insorgenza veneta.  

Napoleone aveva portato la nostra regione in condizioni di miseria e disperazione come mai nella storia veneta:  il nostro popolo reagì con particolare vigore e  i francesi, in nome della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, riportarono l’ordine con centinaia e centinaia di morti.

I Suoi concittadini Giusto Pizzati e Leopoldo Bevilacqua pubblicarono, nel  1990,  un prezioso volume intitolato “Campana a martello”, una ricerca accurata sui moti valdagnesi e sull’intera valle dell’Agno che riprendeva, fra l’altro, le straordinarie  note di un altro valdagnese, Bernardo Bocchese.

Pizzati e Bevilacqua ricordano che  i valdagnesi il 7 luglio 1809 acclamarono come loro capitano Andrea Fiori e, inalberate le insegne di San Marco, marciarono verso Vicenza.All’Olmo si scontrarono con i Francesi. Andrea Fiori, colpito con una fucilata al ventre, fu trasportato a Vicenza a casa di suo cugino Francesco Bellotto, dove morì. Oltre al capitano ci furono molti altri morti: gli insorti catturati furono fucilati sul posto, assieme ad altri che risultavano estranei ai fatti.

Una pagina, quella del 1809, che meriterebbe di essere maggiormente conosciuta dal  popolo veneto; mancò una figura leggendaria come il tirolese Andreas Hofer che guidasse il nostro popolo, e mancò anche chi, come il grande pittore spagnolo Francisco Goya tramandasse ai posteri l’eroismo di chi lottava per la propria libertà  e contro i crimini dell’occupante napoleonico.

Per tutto questo,  mi permetto di avanzare una modesta proposta: non sarebbe opportuno per  il Vostro Comune intitolare una via, una piazza a Andrea Fiori e agli insorgenti valdagnesi del 1809 ? 

La ringrazio dell’attenzione, cordialmente

Ettore Beggiato

Autore “1809: l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella Terra di S. Marco”