IN MEMORIA DI UN PRIGIONIERO POLITICO (e di altri) – di Gianni Sartori

Bepin Prisma effect-2

 

Non è mia intenzione fare un bilancio del ruolo, sicuramente fondamentale, esercitato dal pensiero e dall’opera di Giuseppe (“Bepin”) Segato, scomparso nel marzo 2006,  nell’ambito venetista. Altri, più addentro al problema, potranno farlo in maniera adeguata. Cercherò invece di collocare la tragica conclusione della sua umana vicenda in un contesto che conosco maggiormente, quello della prigionia politica e delle persecuzioni di Stato nei confronti di dissidenti e oppositori; non solo “indipendentisti” naturalmente.

Al ritorno da un viaggio in Euskal Herria nell’estate 2006 (a qualche mese dalla morte di Bepin) avevo dovuto, mio malgrado, fare i conti con il gran numero di conoscenti (militanti, giornalisti, esponenti di Ong…) relativamente giovani scomparsi nel giro di pochi anni. Tutti loro avevano conosciuto la realtà del carcere e la coincidenza non sembrava proprio una coincidenza.

Pochi anni prima era morto sui Pirenei (una disgrazia? Mah…) Manex Goinetxe, fondatore della sezione basca della “Lega per i diritti e la liberazione dei popoli” (a cui, se pur indegnamente, avevo dato un contributo iniziale dopo il mio incontro, ancora nel 1986, con “Takolo”); nello stesso periodo era mancato anche Marc Palmés (lo avevo intervistato a Barcellona nel 1987) , l’avvocato catalano che difese il Txiki, militante di ETA, poi condannato a morte e fucilato, davanti al tribunale speciale nel 1975; il giornalista Pepe Rei, esponente della sinistra abertzale basca, ma di origine gallega,  aveva subito un grave incidente automobilistico sulle cui reali dinamiche sussistono forti dubbi e, sopravvissuto, si trovava in gravi difficoltà. Anche se non ci siamo mai incontrati di persona, lo avevo intervistato telefonicamente in varie occasioni.

Un altro amico, Gari Arriaga (esponente di Gestoras pro-amnistia), ex prigioniero politico, era stato gravemente ammalato; Gorka Martinez, dirigente storico di Herri Batasuna, era morto nel 2002, per un tumore, dopo una serie di arresti e detenzioni. La medesima sorte è poi toccata nel 2005 a Jon Idigoras. Ricordo che nel marzo di quel 2006 altri due prigionieri politici baschi (Igor Angulo Iturrate e Roberto Sainz) erano morti in carcere in circostanze non chiare. Altri nomi da aggiungere ad una lista lunghissima, da Juan José Crespo a Joseba Asensio, da Mikel Lopetegi a Ohiane Errazkin.

Anche in Irlanda le cose non andavano meglio tra gli ex prigionieri politici. Basti ricordare Pat McGeown, uno dei due sopravvissuti allo sciopero della fame del 1981, morto improvvisamente al ritorno da una camminata nel 1994. Ricordo che l’altro sopravvissuto, Mc Keawon (lo avevamo invitato a Vicenza per una conferenza ancora nel 1994) gode fortunatamente di buona salute ed è sempre molto impegnato a livello culturale.

Ed erano trascorsi pochi mesi dall’improvvisa scomparsa di Duma Kumalo (febbraio 2006), martire scampato alle forche dell’apartheid. Protagonista in prima persona delle dure lotte in Sudafrica negli anni Ottanta, Duma aveva dedicato la sua vita a denunciare i meccanismi dell’esclusione e della discriminazione con cui si era istituzionalizzato il razzismo. Sicuramente la sua morte era stata la conseguenza degli anni di sofferenze e di torture nella cella della morte.

Non potevo poi dimenticare Edoardo Massari e Soledad Rosas, morti suicidi (o meglio: spinti al suicidio dal trattamento subito in carcere) dopo una campagna diffamatoria (vedi Michele Serra tanto per non far nomi) che aveva trasformato due romantici “squatters” in pericolosi “ecoterroristi”. Magra consolazione che, dopo la morte, siano stati dichiarati innocenti e che lo stesso giudice, poi defunto, si fosse dichiarato “dispiaciuto”.

Tornando al Veneto, era ancora vivo il ricordo di Emilio Vesce, intellettuale della sinistra antagonista incarcerato all’epoca del “7 aprile” 1979. E molti nell’Alto Vicentino si ricordano del calvario subito da Lorenzo Bortoli. Accusato di essere un militante di Autonomia Operaia, trascinato davanti al cadavere massacrato, irriconoscibile, della compagna Antonietta da un giudice senza cuore, venne trovato impiccato in una cella del carcere di Verona dopo altri tentativi di suicidio che le autorità avevano preferito ignorare. La persecuzione, l’individuazione di un capro espiatorio (e l’indifferenza per le vittime, per gli “sconfitti” della Storia) resta una costante della cultura repressiva, ad ogni latitudine e con ogni regime.

E da allora, come era facile immaginare, la lista degli ex prigionieri politici scomparsi prematuramente si è andata allungando.

Eva Forest che avevo incontrato a Donosti nel 1996 e rivista a Firenze, con i No-global, nel 2002, è morta nel 2007  mentre Theresa Ramaphosa, unica donna dei Sei di Sharpeville ci ha lasciato alla fine del 2015.

Quanto agli arrestati e incarcerati del “7 aprile” veneto (l’inchiesta del giudice Calogero che mise a tacere l’originale esperienza dell’Autonomia Operaia in Veneto), la lista di quelli morti prematuramente è impressionante. Oltre ai già citati Lorenzo Bortoli ed Emilio Vesce, sono morti ancora nel 1991 Sandro Serafini e nel 2000 Luciano Ferrari Bravo.

Senza poi dimenticare Augusto Finzi, Guido Bianchini, Franco Tommei, Giorgio Raiteri, Paolo Pozzi, Antonio Liverani, Gianmario Baietta…

Fino a Dalmaviva, nel 2016. Dalmaviva, ricordo, aveva protestato contro l’ingiusta detenzione (5 anni e 4 mesi per accuse venute poi a cadere) con un lungo sciopero della fame.

NOTTE 8-9 MAGGIO 1997: LO STATO MOSTRA I MUSCOLI

In una conversazione di qualche anno fa Ettore Beggiato (all’epoca consigliere comunale a Vicenza) sosteneva che “il dato centrale che emerge dai fatti della notte 8-9 maggio 1997 è che lo Stato ha voluto mostrare i muscoli”.

Da un libro (Il Leone blindato) scritto da Paolo Citran, allora dirigente della polizia di Venezia, in servizio nella notte del fatto, emerge chiaramente che “ben prima dell’intervento dei Gis, erano stati identificati i componenti del gruppo penetrato nel campanile”. Basti pensare che il questore si rivolgeva a Fausto Faccia chiamandolo per nome. “La polizia sapeva benissimo chi aveva di fronte”. Li avevano lasciati fare in modo da poter dare una dimostrazione di forza “inscenando lo spettacolo per i Gis”.

Beggiato definiva i militanti veneti “otto sognatori che non avrebbero fatto male a una mosca” e che avevano perfino “pagato il biglietto del ferry-boat”. Precedentemente avevano anche “fatto un sopralluogo per capire se il tanko avrebbe potuto danneggiare la piazza”. Antonio Barison era stato “tenuto per tre ore in caserma praticamente in coma, rischiando di morire”. E ricordava le reazioni politiche, la richiesta di “pene esemplari”.

Oltre agli “otto” del campanile vennero poi processati Severino Contin (l’autista del camion), Luigi Faccia e Giuseppe Segato, considerato l’”ideologo”.

Da sempre “si sono caratterizzati, più che per una dimensione politica, per un’idea di riappropriazione della propria dimensione storica, non solo della Serenissima, ma anche in senso dinamico”. Sostenevano che “il popolo veneto, se lasciato in grado di autogovernarsi, riesce sempre a produrre modelli”. Si riferivano “sia alla Repubblica Veneta che al 1848 quando Venezia, con Manin, fu l’ultima città d’Europa a cadere sotto i colpi dell’Impero, resistendo dal 22 marzo 1848 al 23 agosto 1849”. Infine (chi parla è sempre Beggiato): “Tutti giustamente sanno delle Cinque Giornate di Milano, ma non tutti sanno che qui la resistenza è durata più di un anno”. Senza dimenticare, aggiungo io, che quelli del campanile di san Marco avevano rivendicato anche un’altra Resistenza, quella contro il nazifascismo del 1943-45.

Al momento di quelle riflessioni Segato era ancora in carcere mentre Luigi Faccia era in semilibertà;  anche gli altri erano liberi, magari sottoposti a qualche restrizione. Sembrava che sull’intellettuale veneto, laureato in Scienze politiche, si volesse proprio infierire. Alcuni ambienti politici e della società civile veneta chiedevano da tempo la sua liberazione e richieste in tal senso erano venute da Cacciari, Bettin, Gustavo Selva…

Parroco e sindaco di Borgoricco (il paese di Segato, in provincia di Padova) avevano chiesto ufficialmente in varie occasioni la sua liberazione, testimoniando che Segato era una persona mite, pacifica, nonviolenta. Già allora il sindaco aveva proposto di inserirlo nella biblioteca per un’alternativa alla prigionia attraverso i servizi sociali.

Una conferma della solidarietà popolare nei confronti del prigioniero politico veneto era poi venuta dai dati elettorali. Candidato nel collegio senatoriale di Schio, Segato aveva avuto circa 16.000 voti (il 10% del totale). Sicuramente le sue condizioni di salute si erano aggravate con il protrarsi della detenzione e la sua morte non si può considerare una semplice fatalità, ma una conseguenza delle persecuzioni subite. I funerali sono stati celebrati a Borgoricco un giovedì di maggio, mentre inizialmente avrebbero dovuto svolgersi nel sabato successivo. E’ possibile che “qualcuno” abbia fatto pressione per spostarli? Forse pensando che i veneti, instancabili stacanovisti, ma poco coinvolti dalle questioni ideali, difficilmente avrebbero partecipato in massa in una giornata lavorativa. Ma quel “qualcuno” per una volta si era sbagliato.

Attorno alla bara, avvolta nel Leone di San Marco, si sono stretti in tantissimi e gli è stato reso onore con una scarica di fucileria, il “Saluto finale”. Ora riposa nel cimitero di S. martino delle Badesse.

Un’ultima cosa che mi pare significativa. Quando era in carcere gli immigrati africani con lui detenuti lo avevano soprannominato il “Mandela bianco”. Alcuni di origine congolese lo avevano addirittura paragonato a Lumumba, l’eroe dell’indipendenza fatto assassinare dai colonialisti.

Evidentemente, nonostante l’alone negativo che la stampa gli aveva costruito intorno, la sua buona fede, il suo idealismo disinteressato erano stati riconosciuti e apprezzati. Con l’intuito e la sensibilità che contraddistingue i popoli africani, i suoi compagni di prigionia lo avevano capito molto meglio di tanti intellettuali

Dalla morte di Segato  è trascorso oltre un decennio e molte cose sono cambiate, io sono cambiato. Se in meglio o in peggio, non saprei. All’epoca, ormai da molti anni, stavo in precario equilibrio tra un passato di partecipazione alle lotte sociali (diciamo dal 1968 al 1975) e un presente di condivisione profonda, quasi esistenziale, con varie lotte di liberazione (diciamo dalla fine degli anni settanta in poi), lotte rigorosamente di sinistra (altrimenti, che liberazione è?). Da questo derivava, come effetto collaterale,  una mia frequentazione di persone, gruppi, iniziative…legate all’autonomismo nostrano. Partivo dal presupposto che ogni lotta per l’autodeterminazione finisce fatalmente per  imboccare, magari in parte, la “sanca” (come era avvenuto, per esempio, sia in Euskal Herria che nei Paisos Catalans). Non dico che mi aspettassi  la nascita di una Herri Batasuna (o di un Moviment de Defensa de la Terra) in Veneto, ma almeno l’equivalente di  Eusko Alkartasuna (o di Esquerra Republicana).

Invece le cose andarono diversamente, come è noto. Le divisioni e separazioni ci furono (attualmente ho perso il conto di quanti siano i movimenti autonomisti in Veneto), ma sostanzialmente quasi tutte o a destra o al centro destra. E comunque impregnate di neoliberismo e filocapitalismo. Nessuna messa in discussione del devastante “modello veneto” di utilizzo del territorio (cemento, superstrade, capannoni e inquinamento) e nemmeno della sempre più ingombrante presenza di basi statunitensi (l’ultima creatura, per ora, quella del Dal Molin).

Mi chiedo a quale modello di autonomia stiano pensando molti venetisti. Forse a quella che consentirebbe di fabbricare ancora più capannoni, temo. E nuove superstrade per seppellirvi altre tonnellate di rifiuti tossici (vedi la recente Valdastico Sud).

E pazienza per l’ambiente, la salute, il paesaggio tradizionale…

Non voglio ipotecare niente e nessuno, ma quello di Giuseppe Segato mi sembrava un atteggiamento diverso. In ogni caso il suo idealismo disinteressato rimane fuori discussione, così come la sua condizione di perseguitato, prigioniero politico e vittima della repressione.

E concludo. “Comprensivo” nei confronti delle varie tribù dell’autonomismo nostrano, il mio atteggiamento era invece, ca va sans dire, di assoluta contrarietà nei confronti dei neofascisti.

Diffidavo (e diffido) in particolare delle simpatie (“a senso unico”, sottolineava Bernadette Devlin) espresse da Destra nei confronti delle lotte per l’autodeterminazione.

Delle strumentalizzazioni operate sulla questione irlandese mi ero già occupato. Suggerisco a tale proposito la (ri)lettura di “Fascisti, giù le mani dall’Irlanda” (per quanto ormai datato).

Dovrei aggiungere che parte del problema nasce, forse,  dal fatto che la lotta di liberazione antimperialista del popolo irlandese è stata interpretata e divulgata dagli esperti e addetti ai lavori, pieni di buoni sentimenti per carità, soprattutto in chiave umanitaria, paternalistica, direi in fondo borghese (come le origini inequivocabili di tali esperti o addetti ai lavori) mettendo in sordina la condizione proletaria della maggioranza dei militanti repubblicani. Questa generica “solidarietà” buona per tutte le stagioni lascia, a mio avviso, un varco per intrusioni non previste.

Ma, ho scoperto, c’è anche di peggio (almeno da mio punto di vista, ossia di un ex anarchico e consiliare).

Tra chi ha tentato di appropriarsi dei martiri irlandesi del 1981 ci sono anche alcuni cosiddetti libertariani, (teorici di un liberismo economico senza vincoli di sorta, irresponsabile, “anarchico” nel senso deteriore del termine). In un loro sito (“Istinti libertari”), dopo aver ricoperto di elogi l’operato della Lady di Ferro (per il suo sfrenato liberismo, vedi i licenziamenti di massa e la dura repressione nei confronti dei minatori), versavano lacrime ipocrite su Bobby Sands e sugli altri compagni morti in sciopero della fame (ribadisco: compagni. I tre dell’INLA morti nel 1981 erano comunisti, gli altri, quelli dell’IRA, sicuramente di sinistra, anticapitalisti e antimperialisti).

Ne siano consapevoli o meno i soidisant “libertari”, il loro stile ricorda molto una variante (“neoliberista”?) dell’infiltrazione e intossicazione operate dai fascisti negli anni settanta. Oltre ad alimentare la confusione e gli equivoci, con i loro commenti questi utili idioti del capitalismo mostrano chiaramente di non capire una beata mazza della questione irlandese. Prendono poi un’altra madornale cantonata quando negano la relazione profonda tra fascismo e neoliberismo  (vedi i Chicago boys nel Cile con Pinochet).

Che dire? Voi “libertari”? Senza uno stato a difenderlo manu militari sapete che fine farebbe il vostro amato liberismo?.

Un altro aspetto da considerare, ancora più grave dei tentativi di appropriazione indebita di personaggi di sinistra (come Bobby. Sands, Che Guevara o Barry Horne) è la possibile infiltrazione nei movimenti di liberazione, di emancipazione sociale e nei movimenti ecologisti radicali. Se in Italia è relativamente noto il ruolo svolto da Mario Merlino nel movimento anarchico, non va dimenticato che elementi legati all’Aginter Presse si infiltrarono (con false credenziali “maoiste” e antimperialiste) nel movimenti di liberazione delle colonie portoghesi per eliminarne i dirigenti (vedi i casi di Mondlane e Cabral, forse anche della dissidente sudafricana R. First assassinata in Mozambico). Da segnalare poi il ruolo dei neofascisti (NAR, ma non solo) a fianco dei falangisti maroniti contro i palestinesi. Non esattamente il massimo della coerenza da parte di soggetti che in Italia si inventavano sigle “terceriste” come OLP (maldestro camouflage dell’ organizzazione Lotta di Popolo fondata da Di Luia, braccio destro di Delle Chiaie). Vedi anche gli attacchi (non casuali) al rappresentante dell’OLP (quella autentica) a Roma e all’ambasciata libanese da parte dei NAR. Sorvoliamo sull’impiego di neofascisti italiani contro i rifugiati baschi nella Spagna franchista e post-franchista (dall’eccidio di Montejurra – Jurramendi, all’eliminazione di Pertur)

E’ lecito perlomeno sospettare che alcuni neofascisti che da Londra si inventavano approcci con i Repubblicani irlandesi (mentre erano ospitati dai fascisti inglesi del NF, notoriamente legati agli unionisti protestanti di UVF, oltre che ai servizi britannici) tentassero in realtà di infiltrarsi con tutte le possibili conseguenze.

Insomma, tornando a una vecchia polemica con una mia compaesana (peraltro meritevole di stima per l’ampio lavoro di controinformazioni sulle violazioni dei diritti umani operate dalla Gran Bretagna in Irlanda del Nord) va detto che chi ha presentato il libro su Bobby Sands tra due esponenti dell’estrema destra “tercerista” (Angelilli, ex di Terza Posizione e Della Longa, di “Sinistra nazionale”, giornale il cui direttore è un ex esponente di Lotta di Popolo) ha peccato quanto meno di ingenuità. Non si tratta di rivendicare paternità o primogeniture ma di non farsi strumentalizzare.

Gianni Sartori

 

 

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