MEMORIA STORICA – INTERVISTA con JOHN TRAINOR dell’Ufficio Affari Internazionale del SINN FEIN – di Gianni Sartori (febbraio 1997)

UNO DEGLI EFFETTI PIU’ EVIDENTI DELLA BREXIT, E’ SICURAMENTE LA SPINTA POSITIVA NEI CONFRONTI DEI PROCESSI DI AUTODETERMINAZIONE SUL TERRITORIO BRITANNICO.  SUL TERRITORIO IRLANDESE E’ RIPARTITO IL DIBATTITO POLITICO IN MERITO ALLA RIUNIFICAZIONE. INTENDIAMO CONTRIBUIRE A TALE DIBATTITO RIPORTANDO COMMENTI E INTERVISTE CHE, ANCHE SE APPARTENGONO AL PASSATO, SERVONO PER MEGLIO COMPRENDERE LA QUESTIONE IRLANDESE .

NdR. John Trainor fu definito anche “the intelligence officer of the IRA’s Belfast brigade”.

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INTERVISTA con  JOHN TRAINOR dell’Ufficio Affari Internazionale del SINN FEIN

Gianni Sartori    (febbraio 1997)

In attesa delle prossime elezioni politiche nel Regno Unito, il processo di pace nell’Irlanda del Nord si è arrestato (anche se solo momentaneamente, si presume).

Nessun progresso sostanziale nei colloqui di Londra. Da parte sua, l’IRA nel febbraio 1996 aveva interrotto la  tregua dichiarata nel 1994.

Ne abbiamo parlato con John Trainor dell’Ufficio Affari Internazionali del Sinn Fein.

D. Perché l’IRA ha sospeso la tregua e ripreso la lotta armata?

Trainor: Per tanti motivi. Innanzitutto perché i britannici hanno mostrato chiaramente di non volersene andare. Hanno frustrato sistematicamente gli sforzi del Sinn Fein e anche quelli del Social Democratic and Labour Party (Sdlp) e del governo di Dublino.

D. A proposito, un vostro giudizio sul ruolo del governo irlandese in questa fase di colloqui e trattative…

Trainor: Il governo di Dublino aveva contatti diretti con quello di Londra e questa era una precisa garanzia per la nostra comunità; significava avere uno spazio, un ruolo come Irlandesi per spingere avanti ulteriormente il processo di pace.

D. Durante la tregua la situazione della comunità cattolica nelle Sei contee era migliorata o peggiorata?

Trainor: Il popolo irlandese non ha mai realmente sperimentato la pace. L’esercito britannico stava sempre nelle strade, le discriminazioni e la legislazione d’emergenza erano ancora in vigore. Rastrellamenti e perquisizioni continuavano come prima e i prigionieri repubblicani sono rimasti nelle carceri.

Inoltre la comunità cattolica ha dovuto subire le parate orangiste grazie al coprifuoco imposto dalla polizia. I cattolici hanno continuato ad essere cittadini di serie B nel loro stesso Paese.  E tutto questo mentre i media parlavano di “risoluzione del conflitto”.

D. In questi giorni si parla molto della situazione in Euskal Herria; dall’arresto di molti esponenti di Herri Batasuna alla recrudescenza delle azioni armate di Eta. Come giudica il Sinn Fein la questione basca?

Trainor:  Per il Sinn Fein la Nazione basca ha sicuramente diritto all’autodeterminazione. I nostri rapporti sia con il Popolo basco che con Herri Batasuna sono di vecchia data e noi appoggiamo  la loro lotta di liberazione. Pensiamo che il governo spagnolo dovrebbe aprire quanto prima dei negoziati per risolvere politicamente il “problema basco”. E ci sentiamo particolarmente solidali con i prigionieri politici baschi.

D. Mi dicevi che attualmente quelli che stanno peggio non sono i detenuti repubblicani nei famigerati “Blocchi H” (dove nel 1981 morirono in sciopero della fame dieci militanti dell’Ira e dell’Inla), ma quelli in Gran Bretagna…

Trainor: I nostri prigionieri in Gran Bretagna sono incarcerati nelle Ssu (Special Secure Units), sottoposti per 23 ore al giorno alla luce artificiale, in condizioni di vera e propria deprivazione. Di notte vengono svegliati continuamente dai secondini. Proprio durante la tregua è stato deciso di introdurre “visite chiuse” inserendo vetri divisori tra i prigionieri e i loro familiari. Inoltre i secondini controllavano se fra loro parlavano in gaelico e in questo caso la visita veniva interrotta. La situazione è degenerata al punto che i prigionieri hanno rifiutato le visite in queste condizioni e ormai non vedono i loro familiari da più di due anni.

D. A suo tempo la proposta di una tregua sembrò cogliere impreparati sia il governo inglese che gli organi di informazione. Un ulteriore segnale di quanto poco si conosca del conflitto nordirlandese. Puoi aiutarci a chiarire alcuni aspetti di questa complessa situazione, anche attraverso la ricostruzione degli ultimi avvenimenti?

Trainor:  Dell’eventualità di una tregua per la pace il Sinn Fein cominciò a parlare alla fine degli anni ottanta. Con il cessate il fuoco dell’estate 1994 l’Ira ha dato prova di serietà nella ricerca di una pace giusta.

Invece Londra ha cominciato a mettere ostacoli al Sinn Fein, ci ha impedito di prendere parte ai negoziati e ha scelto di sprecare questa opportunità eccezionale. Noi pensavamo a negoziati senza condizioni, ma intanto il governo britannico decideva di colpire i nostri prigionieri nelle carceri inglesi. Tuttavia nonostante queste provocazioni i prigionieri repubblicani hanno continuato ad appoggiare il progetto di pace del Sinn Fein. Allora il governo britannico ha rivolto la sua strategia direttamente contro il nostro partito, imponendo al Sinn Fein “tre mesi di decontaminazione” prima dei colloqui. Visto poi che anche il governo di Dublino continuava a lavorare per cercare una soluzione equa, Londra ha imposto come nuova condizione il disarmo dell’Ira, altrimenti si sarebbero rifiutati di parlare con i Repubblicani. Il governo britannico cercava così di ottenere quello che non gli era mai riuscito in 27 anni: la resa dell’Ira. In pratica chiedeva al Sinn Fein di far arrendere l’Ira. A quel punto si è avuto il collasso del processo di pace.

D. Perché l’Ira non ha voluto consegnare le armi?

Trainor: In tutti i processi di pace che comportino la soluzione del conflitto non ci sono vinti e vincitori. Pensiamo a cosa è accaduto recentemente in Sud Africa, in alcuni paesi dell’America Latina (Salvador, Guatemala), in Palestina…Il governo britannico chiedeva all’Ira una resa senza averla mai sconfitta militarmente. In questa situazione, nel 1996, l’Ira ha ritenuto di dover riprendere la lotta armata. E questa è l’attuale situazione prima del voto.

D. Vi aspettate qualche cambiamento da un’eventuale vittoria dei laburisti alle prossime elezioni?

Trainor:  Non ci sono prove che un eventuale governo laburista avrebbe una politica diversa per l’Irlanda rispetto ai Conservatori. Storicamente i governi laburisti hanno introdotto le leggi d’emergenza e riportato l’esercito in Irlanda. L’essenza della politica britannica è che nessuno dei partiti ha mai una maggioranza assoluta per cui, alla fine, ogni governo inglese dipende dai voti dei deputati unionisti. Questo riduce di molto la loro libertà di manovra.

(Gianni Sartori – febbraio 1997)

***Nota del settembre 1997, successiva di qualche mese all’intervista.

In realtà, nonostante l’evidente pessimismo di Trainor, nel corso dell’anno le cose subirono un’ulteriore evoluzione verso l’auspicabile soluzione politica del conflitto.

Il 19 luglio 1997 l’Ira decretò una nuova tregua. Il mese prima, maggio 1997, i laburisti erano tornati al governo (dopo diciotto anni di potere ai conservatori) dimostrando una maggiore disponibilità al confronto. A questo si deve aggiungere che appariva evidente l’aumento di consensi elettorali del Sinn Fein (due deputati eletti al Parlamento britannico, uno  quello irlandese) che conquistava il 42% dell’elettorato cattolico in Irlanda del Nord.

Nella Repubblica il nuovo governo del Fianna Fail di Bertie Ahern appariva più disponibile del precedente di John Bruton. In questa situazione anche gli Unionisti non poterono fare a meno di sedersi al tavolo dei negoziati, iniziati il 15 settembre 1997.

CON AMORE E ONORE, LA LOTTA DEI PRIGIONIERI CURDI CONTINUA – di Gianni Sartori

CON AMORE E ONORE, LA LOTTA DEI PRIGIONIERI CURDI CONTINUA

 (Gianni Sartori)

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Quello che parte della sinistra curda ha definito “il golpe di Erdoğan” rischia ormai di oscurare perfino il golpe “storico”, militare, del 12 settembre 1980. Appare infatti evidente che in Turchia si è insediato un regime fondato sulla repressione e sull’uso dispotico della violenza di Stato. Paradossalmente, chi sostiene che “dopo questo referendum sulle modifiche costituzionali la Turchia potrebbe trasformarsi in una dittatura” pecca forse di ottimismo. Lo Stato turco non può diventare una una dittatura perché in realtà lo sarebbe da tempo.

Il ruolo dei parlamentari è ormai ridotto a quello di “belle statuine”. I media liberi sono vietati e rimangono in attività soltanto quelli allineati e omologati. Migliaia di giovani, arbitrariamente qualificati come “terroristi“, vengono perseguitati, assassinati, segregati nelle carceri. Dopo che per molti esponenti del HDP si sono aperte (ma solo in entrata) le porte del carcere, i partiti  ancora non criminalizzati dell’opposizione (come il CHP) non sembrano all’altezza del compito che dovrebbero svolgere .

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Nel frattempo in 27 carceri della Turchia oltre 200 prigioniere e prigionieri politici sono in sciopero della fame. Alcuni già da due mesi. Chiedono la revoca del coprifuoco a causa del quale circa mezzo milione di persone in Turchia sono state forzatamente espulse. Chiedono la revoca delle condizioni di isolamento in cui a Imrali versa Abdullah Öcalan.  Chiedono la fine degli arresti di massa, della tortura, dell’isolamento in carcere. Chiedono la sospensione dello stato di emergenza (OHAL).

Come dopo il 1980, anche stavolta sono state le madri dei prigionieri a esprimere concretamente sostegno e solidarietà per chi sta in carcere. E ora molte di loro sono in sciopero della fame: a İzmir, Amed, Van e İstanbul. Anche in Iran 6 prigionieri politici rinchiusi a Urmiye e Tebriz, hanno dichiarato di entrare in sciopero della fame per solidarietà. Kimberly Taylor, una giovane internazionalista che si è unita alle YPJ parteciperà allo sciopero per una settimana. Il 13 aprile a Strasburgo è iniziato uno sciopero della fame di solidarietà a cui partecipano 50 rappresentanti di diverse organizzazioni, giornalisti, artisti e accademici. In sciopero della fame anche deputati dell’HDP come Faysal Sarıyıldız e Tuğba Hezer.

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Per squarciare il velo dell’ipocrisia, per rompere il silenzio e, almeno simbolicamente “rompere i muri”, a Milano e Torino scioperano congiuntamente esponenti curdi, militanti anarchici (FAI) e del sindacalismo di base (CUB).

Durante uno sciopero della fame Ayşe Irmak aveva dichiarato: “Veniamo arrestati perché andiamo ai funerali. Andiamo ai funerali e al ritorno in carcere. Vogliamo una vita senza carcere e morti“.

 

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Nel loro ultimo comunicato prigioniere e prigionieri in sciopero della fame si rivolgevano all’opinione pubblica internazionale con queste parole:

 “Il nemico sta applicando il regime di Imrali in tutte le carceri, tutti devono sapere che il principale scopo delle nostre attività è di eliminare il regime di Imrali, non abbiamo lanciato queste attività per mettere fine all’esperienza che stiamo vivendo, la nostra maggiore preoccupazione è di eliminare il regime di Imrali, perché quello che ci viene imposto è parte di quel regime.

Diciamo ai martiri, diciamo ad Agid,

Non possiamo più vivere con il regime di Imrali,

Nessuno può più sopportare di tenere ancora prigioniero il leader Apo,

Nessuno può sopportare attacco, assedio e massacri commessi contro il nostro popolo.

La voce del nostro compagno Muhamad Tunc risuona ancora.

La voce del nostro compagno Mazlum Doğan vive ancora nel cuore di ogni curdo.

Per l’orgoglio e la resistenza.

Verso più coraggio, sostegno, rivoluzione e sacrificio, ci impegniamo per la prospettiva del leader Apo, oggi è il giorno in cui abbiamo adottato la libertà per il leader Apo, il Kurdistan e i curdi, con il leader Apo siamo diventati un popolo dalla volontà libera, oggi è il giorno in cui liberiamo il leader Apo e il Paese con una volontà libera.

Con amore e onore, vi salutiamo tutti”.

 Al momento sono 278 le prigioniere e prigionieri che hanno adottato, in 29 carceri della Turchia e del Kurdistan, questa estrema forma di lotta. Ricordiamo che nel carcere di Şakran lo sciopero prosegue da oltre 60 giorni.

Nel frattempo, nonostante i prigionieri bevano quanti più liquidi possibile per conservare energia, le loro condizioni si stanno aggravando. Lo ha confermato in conferenza stampa l’avvocata Fatma Demirer che li ha incontrati nel carcere di Şakran.

A causa dello sciopero la mobilità fisica dei prigionieri è seriamente limitata e “abbiamo notato differenze nel livello di ascolto e di comprensione. Oltre a questo le questioni che vivono sono di stordimento, mal di testa e irregolarità del sonno. Dormono per 3 o 4 ore al massimo, il che mostra la gravità della situazione.”

 Ha poi aggiunto: “Sappiamo che il nostro cliente Şirvan Bilik ha sputato sangue. Özkan Yaşar non può scendere le scale per controlli medici, quindi il medico sale da lui per le misurazioni. Zana Yatkın ha problemi di concentrazione. Ha detto che mentre scrive ha dei vuoti e non riesce a farsi venire in mente le parole. È nella T2. Gli è venuta una piaga sulla faccia. Le donne in questa fase hanno il polso accelerato e la tachicardia.”

L’amministrazione del carcere ha incontrato le prigioniere e i prigionieri il 10° giorno dello sciopero della fame dicendo loro: “Diteci qual è il problema e noi lo risolveremo, smettete lo sciopero della fame.”

Quando i prigionieri hanno elencato le loro richieste, l’amministrazione ha risposto che per quanto riguarda il carcere di İmrali “questo è al di sopra delle nostre competenze”. Ma poi non hanno fatto niente nemmeno per le altre richieste che riguardavano la situazione all’interno del carcere. E proseguiva Demirer: “Portare libri dall’esterno è vietato. Ci sono problemi rispetto all’identità. Non possono svolgere alcuna attività.”

 I medici, stando a quanto ha riferito Demirer, avrebbero visitato i prigionieri soltanto un paio di volte limitandosi a misurare il polso e la perdita di peso. Sempre secondo l’avvocata, infermieri e medici si mostrano alquanto disinteressati e quando i prigionieri parlano di questioni legate alla salute “rispondono che anche loro hanno questi problemi”.

“Non è etico – denuncia Fatma Demirer – dire questo a una persona che è in sciopero della fame da due mesi.”

 

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

 

LO STATO TURCO HA SUPERATO LA LINEA ROSSA – di Gianni Sartori

LO STATO TURCO HA SUPERATO LA LINEA ROSSA

di Gianni Sartori

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Un recente comunicato dei prigionieri politici e prigioniere politiche del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e PAJK (Partito delle Donne Libere del Kurdistan) nelle carceri di tutta la Turchia e del Kurdistan intendeva chiarire quale sia il significato (e la posta in gioco) dello sciopero della fame in corso.

In questa prima settimana di aprile lo sciopero della fame si conferma irreversibile e a oltranza. Si svolge da oltre 30 giorni in varie carceri (a Şakran, Sincan, Edirne e Van ) mentre  in tutte le altre prigioni era iniziato il 15 marzo. Una protesta sia per l’isolamento totale imposto a Ocalan, sia contro tutte le pratiche di oppressione, tortura e annichilimento a cui vengono sottoposti i prigionieri curdi.

Nel comunicato dei prigionieri si ribadisce che “essere in grado di dire NO alla trappola mortale che il sistema cerca di imporre ai nostri popoli sarà l’inizio per sventare gli attacchi”.

Nel loro comunicato i prigionieri curdi commemoravano alcune vittime della repressione turca (“i Mazlum, i Kemal e i Ferhat”) rivendicando orgogliosamente di essere “i  loro compagni e i loro successori”.

Come prigionieri -continuavano- siamo consapevoli del fatto che con le nostre diecimila famiglie siamo una grande forza di resistenza e crediamo di poter svolgere il nostro ruolo storico e su questa base condividiamo la nostra vita e il suo significato con il nostro Leader e possiamo essere creatori di grandi trionfi. La vittoria certamente sarà di chi resiste nella verità.

Altrettanto esplicita la dichiarazione scritta di Deniz Kaya a nome del PKK-PAJK:

Il governo dell’AKP non accetta una soluzione democratica politica e la trasformazione e mira a prolungare la sua esistenza portando il fascismo all’ultima soglia e istituzionalizzandolo e sta gettando ancora una volta il popolo curdo in una situazione senza status nell’ambito della riorganizzazione della regione. Tutte le loro politiche sono mirate a questo.

Tutta l’oppressione, la violenza e le violazioni di diritti con gli arresti si riflettono sulle carceri. Le operazioni per spezzare la volontà e per intimidire coloro puntano a essere complementari con quelle all’interno. Questi attacchi che mirano alla dignità umana vengono portati avanti con questo spirito.

Mentre ci sono attacchi e violazioni di diritti in tutte le carceri, alcune sono selezionate in particolare come centri pilota per la tortura. Stanno cercando di spezzare la nostra volontà in questo modo e allo stesso tempo vogliono che ogni galera si occupi dei suoi problemi e non sia in grado di sostenere abbastanza le altre.

 DOBBIAMO PREPARARCI A COSTRUIRE SENZA IMPEDIMENTI O SCUSE

 Come prigionieri e prigioniere di PKK e PAJK, nella consapevolezza del periodo storico di resistenza che stiamo vivendo, conosciamo l’importanza di collegarci allo spazio e al tempo nel quale ci troviamo con gli sviluppi universali e stiamo svolgendo il nostro ruolo in questo periodo che segnerà il destino. Sulla base della resistenza rivoluzionaria totale contro un attacco totale, stiamo prendendo ogni momento come un’area in cui difendere il nostro onore e costruire un carattere libero e una vita libera. Il nostro popolo stipato nelle carceri svilupperà la sua consapevolezza e la sua esperienza nella lotta, rafforzando così la volontà che farà pentire il fascismo di averi attaccati. Per questa ragione consideriamo nostro dovere primario preparare i nostri compagni per la resistenza in ogni circostanza e la costruzione di una vita libera, senza considerare come impedimenti o scuse gli eventi quotidiani di esilio e attacchi.

 LA VITA A IN ŞAKRAN È DIVENTATA UN INFERNO

Oltre alle azioni di massa alle quali prendiamo parte, dobbiamo essere consapevoli delle regioni pilota nelle quali il fascismo si mette alla prova e rafforzare la solidarietà coni nostri compagni in quelle aree. Una di queste aree è il carcere T4 di Şakran dove sono tenuti insieme compagni di altre parti del Kurdistan. La vita in questo carcere è diventata un inferno. Tutti i prigionieri e le famiglie sono costretti a essere perquisiti nudi. L’amministrazione sta imponendo disonore e sottomissione con pratiche come stare in piedi durante l’appello, camminare in fila nei corridoio e attaccare l’identificativo del carcere sui vestiti. I prigionieri in cinque celle di questo carcere sono completamente isolati e non possono comunicare gli uni con gli altri.

 APPELLO AI DEPUTATI CHP E ALLE ONG

 Facciamo appello alle ONG in Turchia e ai parlamentari del CHP che sostengono i diritti umani perché vadano a vedere la situazione in questo carcere e la rendano visibile ad altri. Come prigionieri e prigioniere di PKK-PAJK denunceremo quest’amministrazione carceraria, scriveremo alle istituzioni internazionali e mostreremo la nostra solidarietà in questo modo.

DIRE ‘NO’ SARÀ UN INIZIO”.

Da parte turca si accentua invece la vergognosa opera di devastazione anche dei simboli della resistenza curda.

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In questi giorni aerei da guerra turchi hanno nuovamente colpito il Cimitero dei Martiri Mehmet Karasungur a Qandil distruggendo sia le tombe che l’attiguo museo.

Nel cimitero sono sepolti guerriglieri curdi morti in combattimento in ogni parte del Kurdistan. Il luogo viene quotidianamente visitato dalle famiglie dei caduti così come il museo vicino al cimitero che conserva immagini e memorie dei martiri.

Da segnalare che nell’ultimo bombardamento sono state uccise anche le colombe che qui venivano ospitate e  nutrite.

Tra le persone immediatamente accorse dopo il bombardamento, il cittadino Mam Şêx di Qandil.  “In nessun’altra parte del mondo -ha voluto dichiarare ai giornalisti curdi- vengono bombardati i cimiteri. Questo è un atto inumano. Il più grande tradimento. Condanno lo Stato fascista turco che non ha neanche un po’ di umanità e teme i nostri morti.”

Ancora più esplicito il commento di un guerrigliero. Çekdar ha definito il bombardamento del Cimitero dei Martiri  “un segno di debolezza da parte dello Stato turco” aggiungendo che “i Cimiteri dei Martiri sono la nostra linea rossa. Pagheranno per questo.”

Gianni Sartori