DONOSTIA – 22 febbraio 2017 – Conferenza di Juan Jose Ibarretxe e di Artur Mas

Ieri a Donostia (Euskal Herria) si è svolta una Conferenza davanti a 1800 persone che ha avuto come protagonisti due personaggi politici che rappresentano un riferimento per alcuni settori del mondo indipendentista di Euskal Herria e Catalunya. Due ex-presidenti delle due Nazioni più combattive del panorama politico della Penisola Iberica.

I CAMPANILI DI ROSA SGARABOTTO – di Gianni Sartori

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Campanile rittu e fieru / Puntatu come un stilettu / Signala a lu mondu interu: / Qui ci resta qualche tettu!”

 

Avevo ascoltato  e trascritto questa canzone, triste e fiera nello stesso tempo, molti anni fa a Corte, attraversando a piedi le montagne della Corsica. L’Isola di Granito: terra di antiche miserie, violenza e soprattutto emigrazione. Con l’inevitabile risvolto di ribellioni ricorrenti e aspirazioni indipendentiste.

Non avevo mai veramente compreso la commozione che pervadeva la voce di Giacumu Andreani, una sorta di Woody Guthrie corso, altrettanto tenero e ribelle. Il cantautore evocava l’immagine del campanile, ultima testimonianza tra i boschi di castagni della sopravvivenza del paesello dove era nato. Poco più di una contrada, abitato ormai quasi soltanto da donne anziane vestite di nero, con le vecchie abitazioni destinate a crollare o, peggio, diventare pittoresche curiosità per turisti frettolosi.

Posso dire di averne compreso il significato soltanto dopo aver visto scorrere le immagini di centinaia di campanili (soprattutto cartoline e qualche foto da mezzo mondo) raccolte per anni con invidiabile pazienza da Rosa Sgarabotto di Vicenza.

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Nella ballata di Andreani e nei ricordi di Rosa il campanile, orgogliosamente slanciato contro il cielo, oltre che di fede, diventa testimonianza della storia e della presenza testarda di una comunità che resiste (o almeno resisteva, l’anagrafe purtroppo non perdona). Una comunità a cui far riferimento e dove, ritornare, magari solo con il pensiero, per ritrovare le proprie radici.

 

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Le radici di Rosa rimangono profondamente aggrappate al gruppo di case denominato Casaleto alle pendici, modestissime, del montexeo dei Dalmaso (in questi anni deturpato da una finta fattoria, paesaggisticamente uno scempio) lungo la strada che da Casale porta a San Piero Intrigogna, ultime case prima di quel triangolo ancora verde denominato Boche del Tesena, alla confluenza tra il Bacchiglione e il Tesina. A San Piero la strada termina (la piazzetta evoca l’antica curtis benedettina) e quel campanile di mattoni chiudeva anche l’orizzonte di Rosa quando era piccina, negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale. Se invece lo sguardo volgeva verso nord, vedeva il campanile di Monte Berico stagliarsi contro il cielo marcando il profilo dei Colli Berici. Una parte significativa dei suoi ricordi è poi legata alla chiesa e al campanile di Casale dove nel 1950 si era sposata con Leone (“Marcello”) Sartori.

Mi racconta che quando la chiesa venne ricostruita, era stato suo fratello Aldo a infilarsi dentro le nicchie dove avrebbero dovuto prendere posto le statue dei santi per prendere le misure. Adesso il nome di Aldo Sgarabotto è scolpito sulla stele posta davanti alla chiesa e dedicata ai caduti in Russia, Grecia e Albania. Insieme a quello di Danilo Sartori, fratello di Leone.

Poco tempo dopo aver finito le scuole elementari, anche per Rosa arrivò il momento di andare a lavorare in fabbrica, “al stabilimento”, cioè al Cotonificio Rossi di Debba che raccoglieva forza-lavoro, soprattutto donne, dalle campagne circostanti.

Rosa ricorda che molte sue compagne venivano da Lumignano, altre da Lapio. Arrivavano in gruppo, in bicicletta o magari a piedi, anche d’inverno con le neve che fioccava.

Alla mia doverosa osservazione in merito allo sfruttamento di pura marca capitalista cui erano sottoposte, risponde che in realtà si riteneva fortunata: a quel tempo chi lavorava da Rossi non pativa la fame. Con una certa perplessità da parte mia (e nonostante i miei ripetuti tentativi di alimentare la sua “coscienza di classe”) aggiunge che anni fa, andando a piedi a Monte Berico, aveva incontrato il vecchio padrone del cotonificio, il famoso baron Rossi e si era fermata a salutarlo cordialmente. E conclude: “El xe sta tanto contento e gentile”.

In tutti questi anni, anche dopo aver lasciato la sua vecchia casa (dove stavano in affitto), Rosa ha avuto un sogno, quello appunto di collezionare immagini, soprattutto cartoline, di campanili. Il primo in assoluto era stato quello di Caorle, rotondo.

Andata in pensione e con i figli e i nipoti ormai grandi, aveva potuto dedicarsi a una ricerca sistematica. “Li colleziono ormai da qualche decina di anni e quando sentivo che qualcuno stava per partire per un viaggio gli raccomandavo di portarmi una cartolina con il campanile”. Alcune vengono dall’Australia (dove erano emigrati parenti e amici, qualcuno anche da Casaleto), altre dall’Alaska o dal Sudamerica (i viaggi della figlia avventurosa). Qualche campanile da Derry, Belfast e Paesi Baschi (il figlio talvolta avventuriero). Altre immagini dal Sudafrica e dagli Stati Uniti, dal Quebec e da altri angoli foresti grazie ai nipoti giramondo.

“Naturalmente – spiega Rosa – sono molto legata al campanile di Monte Berico, ma per me sono comunque tutti belli; mi fanno pensare a delle “sentinelle” rivolte verso l’alto, vicine al cielo…Quando mi sento un po’ stanca prendo i miei album e sfogliandoli mi sembra di fare un lungo viaggio per il mondo tra chiese e campanili”:

Guardando la raccolta scopro somiglianze impensate tra il campanile di san Francesco a Sottomarina e quello di Giazza nel cuore della cimbra Lessinia. Colpisce come un effetto speciale il colore rosso vivo della cuspide a punta di santa Geltrude in Val d’Ultimo, mentre appare sproporzionato il campanile di Notre-Dame de Granville (un ripensamento dell’architetto?) rispetto alla cattedrale. Quasi nascosta tra i faggi in veste autunnale una chiesetta slovena dedicata alla Madonna di Loreto, poi incredibilmente ritrovata – identica –  in un ex voto dipinto da un certo Tone Kralj in una chiesetta dell’Alaska; sovrastata dall’immensa mole del Catinaccio d’Antermoja, già imbiancato di neve, quella di San Cipriano costruita dai baroni di Piè intorno al 1580; illuminato dall’ultimo sole il piccolo monastero della Santissima Trinità sulla cima di una guglia delle Meteore – in Grecia – mentre il buio ricopre le ripide pareti e la valle sottostante; la candida mole del Sacré- Coeur di Parigi  abbinata a quella di Monte Berico, entrambe assediate da torpedoni e pellegrini; confuso tra gli alberi il campanile del santuario della Madonna del Frassino a Peschiera del Garda mentre sembra stiano per caderti in testa, quasi cattivi, i tre campanili della Chiesa della salute a Este. 

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E poi immagini da brivido: la bianca e slanciata “astronave” adagiata sulla terra ferita sopra la diga del Vajont o il campanile di Curon vecchia

(ricoperta dall’acqua nel 1950) che spunta dalla superficie del lago artificiale a estremo monito…

Leggermente fuori-norma, ma non per Rosa, le immagini di tre campanili particolari riunite nella stessa pagina: il campanile di Val Montanaia, il Campanile Basso del gruppo dolomitico del Brenta e la Gusela del Vescovà (prima della recente deturpazione: un altro tassello nella trasformazione della Montagna in divertimentificio) che dalla Schiara domina Belluno.

Tre guglie di pietra maestose che fendono l’aria, tutte rigorosamente sormontate da una croce. Come ogni campanile che si rispetti.

I CAMPANILI? DI SICURO SOCIALMENTE UTILI

Sfogliando la vasta collezione di Rosa Sgarabotto, mi sono tornate alla mente le scampagnate di qualche anno fa, quando la campagna vicentina non era ancora completamente trasformata dal “miracolo economico del Nord-Est” in una triste poltiglia urbana, ricoperta da capannoni, centri commerciali, tangenziali e villette pretensiose. Senza scordare discariche, inceneritori e basi militari. A volte prendevo la bicicletta (bici normale, niente MB) e me ne andavo per stradine e stradicciole, magari anche qualche caresà e teràio (con la bici per mano).

Finivo per perdermi, regolarmente e mi ritrovavo magari in riva alla Brenta o addirittura, una volta sola e per puro caso, nella mitica Trebaseleghe, località regolarmente evocata da mia nonna Pina (al secolo Evoli Marta, da giovane mondariso) quando voleva riferirsi a un luogo fuori dal mondo (“in tanta malora”). Perso tra i campi di sorgo, costretto a deviare in continuazione per la presenza di fossi e canali, riuscivo a mantenere l’orientamento solo grazie ai campanili che spuntavano tra le siese all’orizzonte. Con pazienza avevo imparato a riconoscerli. Inconfondibili quelli di Bertesina, di Carturo e di Colzè; più complicato distinguere il campanile di Gaianigo da quello di Grossa. Ebbi quindi modo di comprendere non solo l’indiscutibile utilità sociale delle svettanti cuspidi (oltretutto mi comunicavano l’ora giusta), ma anche l’importanza di un’altra loro funzione: identificare e caratterizzare i diversi paesi dotandoli di una propria identità.

A volte magari esagerando un pochettino. A mio avviso il campanile “nuovo” di Lumignano è troppo alto, in sleale concorrenza con le pareti circostanti, mentre quello di Nanto con le statue dei quattro evangelisti una sopra l’altra pecca forse di presunzione.

Un caso particolare quello di Fimon. La presenza dei due campanili è dovuta ad un errore di calcolo (o almeno così me l’hanno raccontata all’osteria-birreria di “Carletto” Franzina). Al momento di cambiare le campane, quelle nuove risultarono troppo grandi e non entravano. Da ciò la necessità di costruirne un altro di maggiori dimensioni.

Vorrei concludere tornando alla ballata corsa.

E’ proprio rivedendo dopo tanti anni il “suo” campanile che l’emigrato ritrova se stesso, il proprio senso di appartenenza: “Tant’anni passati fora / Un t’hanu micca scambiatu”.

Un’affermazione che anche Rosa Sgarabotto potrebbe sottoscrivere. In tutti questi anni passati “fora” lontana da Casaleto e San Piero Intrigogna ha saputo conservare i profondi legami, le raise, con quel piccolo mando antico;  in ogni campanile ha sempre ritrovato il “suo”.

Preservando i preziosi ricordi di quando era bambina: il padre che portava le bèstie al pascolo o rabboniva il toro fuggito dalla stalla; la mamma che la portava a filò; il fratello Aldo che suonava la cornetta mentre lei segnava il tempo…

Gianni Sartori

 

 

 

 

ULTIMO VIENE IL CORVO…. – di Gianni Sartori

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In passato Lumignano (Colli Berici, Basso Vicentino) e dintorni erano luogo di nidificazione e riproduzione per falco pellegrino, rondine rossiccia, passero solitario…poi arrivarono i FC.

E’ ora giunto anche il turno del corvo imperiale?

Il titolo del racconto scritto da Italo Calvino, pubblicato nel 1949, mi è fatalmente tornato alla mente.

Vuoi perché Calvino mi è sempre piaciuto (“Marcovaldo” il preferito), vuoi perché nel racconto citato, un ragazzo con seri problemi socio-esistenziali, spara a tutto ciò che vola, si muove (un falchetto, un ghiro, pernici…) tranne che al corvo.

Ma cosa c’entra con Lumignano? Mi spiego.

A Lumignano (e dintorni: covoli di Castegnero, rupe di Barbarano, san Donato… ), in maniera subdola, non cruenta (almeno apparentemente) sta accadendo di peggio o quasi.

Dopo il falco pellegrino, la rondine rossiccia, il passero solitario…forse toccherà anche al corvo imperiale (corvus corax) sloggiare dalle maestose pareti, degradate al rango di “palestra” e diventate parco giochi per soidisant “alpinisti”.

Il ragazzo del racconto (sbandato, inconsapevolmente crudele, forse vagamente psicopatico) uccide per gioco*. In modo brutale, quasi senza rendersene conto (siamo all’epoca della II guerra mondiale e certe tematiche non erano ancora oggetto di dibattito).

A Lumignano invece la quotidiana frequentazione di massa delle “scogliere” da parte di FC in ogni periodo dell’anno ha provocato (gradualmente, ma sistematicamente) la graduale scomparsa di specie qui nidificanti da tempo immemorabile.

Oltre a quelli già citati, anche tra i notturni si registrano defezioni. Da quant’è che non si vedono barbagianni (in passato relativamente frequenti) tra i covoli e le pareti?**

Gli abitanti naturali del luogo hanno dovuto ripiegare e trasformarsi in profughi. Abbandonare questi siti per l’eccessiva frequentazione di scanzonati personaggi muniti di trapano (competitivi e poco rispettosi dell’habitat) che sulle pareti cercano presumibilmente una valvola di sfogo per la loro quotidianità alienata.

Anche in periodo di nidificazione. Anzi: soprattutto in periodo di nidificazione, quando il clima è favorevole per entrambe le categorie, quella legittima dei volatili  e quella abusiva dei FC. Convergono sui Colli Berici decine (centinaia?) di padovani dato che, giustamente, a Rocca Pendice (Colli Euganei) per qualche mese l’arrampicata è proibita a norma di legge (e infatti il falco pellegrino è tornato a nidificare e riprodursi).

Sempre più numerosi poi quelli provenienti dall’Emilia. In passato ho anche cercato di spiegargli che, a mio avviso, uno che si fa due-trecento chilometri in auto per  qualche ora “in mezzo alla natura” su una paretina di dieci metri o poco più (eravamo alla rupe di Barbarano) dovrebbe chiedersi se per caso non stia conducendo “una vita sostanzialmente di merda” (e scusate il francesismo), ma senza successo. Potenza della società dello Spettacolo e della Merce che riesce a spremere profitto anche dal tempo cosiddetto libero.

 

CORVO IMPERIALE A LUMIGNANO.USQUE TANDEM?

 

 

In febbraio, a seguito di osservazioni quasi quotidiane, ho potuto assistere ai tentativi, non dico disperati, ma sicuramente sempre più frenetici, di una coppia di corvi imperiali (una delle circa 3 mila presenti in Italia) in evidente stato di agitazione. Per ragioni che posso solo cercare di indovinare. (forse legate a fattori climatici o alle rumorose opere di disboscamento sottostanti) quest’anno non parevano intenzionati a nidificare nella zona sopra all’Eremo. Più volte li ho visti volteggiare e posarsi sul Broion, in particolare in una nicchia che sembrava ottima come rifugio e per la cova. Peccato si trovi su una delle pareti dove (non si sa in base a quali parametri) è consentito arrampicare in ogni periodo dell’anno. In realtà una pura ipocrisia, un alibi, dato che anche dove l’arrampicata non sarebbe, in teoria,  consentita prima di luglio (vedi sempre sul Broion i covoli in alto a destra, per chi guarda) in questi giorni di febbraio 2017 la presenza di FC è stata costante e invadente. Ed è inutile segnalarlo ai frequentatori. Se ne fregano altamente, rivendicando uno “spirito libertario” (in realtà liberista) del tutto fuori luogo. ***

Ricordo che la parete del Broion, gradualmente colonizzata dai FC (con centinaia di spit) negli ultimi 15-20 anni, è quella che ha subito maggiori devastazioni. Tralasciando la questione saxifraga berica (avremo modo di riparlarne) e il brutale allontanamento del falco pellegrino (c’è chi ha assistito alla realizzazione di una via a colpi di trapano, con calata dall’alto ovviamente, in primavera mentre un falco nidificante lanciava inutilmente grida disperate) vorrei ricordare soltanto  quella dozzina di stalattiti di notevoli dimensioni (da un metro a un metro e ottanta) che ornavano la volta di alcuni covoli. Stalattiti abbattute in due fasi successivi (fine anni novanta e inizio del millennio) per poter realizzare le “vie” che ora passano tra i moncherini delle concrezioni.

Non so se la coppia di corvi imperiali riuscirà alla fine a trovare un’alternativa e comunque nidificare e riprodursi o se dovrà cercare asilo definitivamente altrove.

Pensare di fermare per qualche mese l’arrampicata sul Broion, mi dicono, è alquanto improbabile. Troppi interessi e troppo potente la corporazione dei FC, coccolata da amministrazioni poco sensibili alle questioni ambientali. Per non parlare delle associazioni di categoria che da questa attività ricavano lustro e forse anche altro. Siamo arrivati al punto di organizzare vere e proprie gare in parete!

Quindi?

Ultimo viene il corvo, si diceva…speriamo che questo non sia l’ultimo corvo che viene.

Gianni Sartori

*nota 1: “Era un bel gioco andare così da un bersaglio all’altro: forse si poteva fare il giro del mondo”.

**Nota 2: sopravvivono invece gheppio e allocco, forse più adattabili e prolifici

** *nota 3: Un’analogia: se la caccia ha rappresentato in passato una valvola di sfogo, la possibilità di esercitare comunque una qualche forma, per quanto abietta, di “potere” da parte delle classi subalterne proletarie, al giorno d’oggi attività come quelle dei FC sono chiaramente compensatorie (o consolatorie?). Una vita alienata, virtuale, artificiosa se non propria artificiale, necessita appunto di compensazioni, sfoghi, alimentando lo stato complessivo di alienazione (marxianamente intesa) in cui versa, senza magari rendersene conto, buona parte della popolazione. E cosa c’è di meglio di attività apparentemente “alternative” come la presunta ”arrampicata sportiva” (“uno sport altro” ho sentito definirla) che vive sostanzialmente di rendita, ancora avvolta nell’alone eroico dell’alpinismo del passato?

Talvolta addirittura con echi “rivoluzionari”.

E’ di questi giorni (febbraio 2017) l’ingombrante permanenza di un grosso camper con targa tedesca dove spicca l’immagine enorme (copre tutta la fiancata posteriore) di un FC appeso e dove giganteggia la scritta “ACTION DIRECTE”. Nota bene: in francese, NON in tedesco. Un evidente richiamo all’omonimo gruppo armato clandestino che agiva in Francia negli anni settanta. Ambiguità voluta, frustrazione mai risolta, ammiccamento?

O semplicemente stupidità infantile di chi vorrebbe tanto sentirsi alternativo e quindi pesca spudoratamente perfino in quanto rimane dell’immaginario sovversivo degli anni settanta?

Comunque, ribelli di plastica!

 

 

MORIRE PER IL KURDISTAN: LA BREVE ESTATE DI BARBARA KISTLER E ANDREA WOLF – di Gianni Sartori

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MORIRE PER IL KURDISTAN: LA BREVE ESTATE DI BARBARA KISTLER  E ANDREA WOLF

(Gianni Sartori)

I compagni (i valorosi compagni, diciamolo) che combattono con le organizzazioni curde contro i fascisti islamici dell’Isis si rifanno esplicitamente all’esperienza della guerra civile spagnola. A quei volontari anarchici, comunisti, socialisti, antifascisti generici… che da ogni angolo d’Europa (e non solo) accorsero nelle Brigate Internazionali per respingere il fascista Franco appoggiato da Mussolini e Hitler. A fianco delle classi subalterne iberiche e dei popoli basco e catalano insorti per la loro liberazione, sociale e nazionale.

Già altri in passato avevano scelto di impugnare le armi e integrarsi nella lotta dei curdi e della sinistra rivoluzionaria turca contro l’imperialismo.

Tra quanti alla fine del secolo scorso raggiunsero i guerriglieri ci furono anche una ragazza svizzera, la compagna Barbara Kistler e una tedesca, Andrea Wolf.

CADUTA IN COMBATTIMENTO CONTRO L’ESERCITO TURCO

Quando nel 1993 giunse la notizia della morte di Barbara in combattimento, sembrava  una cosa di altri tempi. Appunto da Brigate internazionali nella guerra di Spagna o da guerriglie sudamericane degli anni sessanta. Non certo in sintonia con l’Europa fine secolo. Forse un po’ meno satolla con la crisi incombente, ma ancora rincoglionita e sotto gli effetti tardivi del consumismo. Un’ Europa da cui era impensabile partissero volontari disposti a morire per i diritti di un popolo sconosciuto ai più.

Invece a Barbara Kistler era toccato in sorte di “esalare l’ultimo respiro” * tra le montagne curde nel febbraio 1993 quando l’azione repressiva dell’esercito turco contro la resistenza si era ulteriormente inasprita e l’aviazione di Ankara non perdeva occasione per bombardare i villaggi curdi, sia al qua che al di là del condine con l’Iraq.

“Da notare -scrivevo all’epoca su Frigidaire – che l’aviazione statunitense, sempre  prontissima ad intervenire se un aereo iracheno accenna solo a sorvolare i territori curdi posti sotto la “tutela” degli USA, non ha mosso nemmeno un dito contro le azioni di rappresaglia, con vittime in maggioranza civili, del suo fedele alleato turco, membro della NATO”.

Personaggio già noto, sia nell’universo antagonista che alle forze di polizia, Barbara era da più di vent’anni una militante comunista.

Nel 1974, quando aveva 18 anni, era stata intervistata da una rivista “per giovani” (POP) dichiarando apertamente di voler “vivere per il socialismo”. Già allora doveva essersi posta il problema dell’autodifesa e della violenza rivoluzionaria.

Spiegava infatti: “Attraverso il confronto con la polizia ho dovuto ben presto affrontare la questione della violenza. Credo che per prima cosa si dovrebbe parlare della violenza usata dalla società per rendere i cosiddetti cittadini degli schiavi, ovvero quella violenza che viene usata per impedire che i giovani e i lavoratori difendano i loro diritti.

Pensiamo al Cile (il golpe di Pinochet risaliva a qualche mese prima nda) dove il movimento operaio aveva tentato con metodi democratici, pacifici di realizzare una società giusta, una società in cui non solo i ricchi potessero mangiare adeguatamente.  Invece i capitalisti e i generali – proseguiva Barbara nella stessa intervista – vedendo  minacciati i loro privilegi, non si sono fatti scrupoli e non si sono fermati di fronte a niente. I lavoratori sono stati rinchiusi nei campi di concentramento, torturati e assassinati a migliaia”.

Secondo Barbara l’errore fondamentale commesso dai lavoratori cileni era stato di “non essersi preparati anticipatamente alla resistenza, alla lotta armata contro gli sgherri del capitalismo. Così invece si son fatti massacrare”. L’intervista era del 1974 e fatalmente risentiva del clima politico di allora, leggermente surriscaldato. Magari oggi potrà apparire un po’ naive, ma pur nella sua semplicità contiene affermazioni in gran parte condivisibili. Anche, o soprattutto, con il senno di poi.

Comunque indicative per comprendere le scelte successive di Barbara: scelte coerenti con tali premesse.

LA MILITANZA DI BARBARA KISTLER NEL KGI

In un primo tempo Barbara aderì ad un gruppo della sinistra radicale di nuova formazione, poi collaborò con Soccorso Rosso e, a partire dal 1980, entrò a far parte del KGI (Comitato contro l’isolamento dei prigionieri). Fu con questa organizzazione che prese parte attivamente alla lotta contro il “Patto sociale” messo in cantiere dai vertici delle burocrazie sindacali svizzere. Un inciso: in Svizzera, fin dal 1937, lo Stato si poneva come mediatore neutrale tra sindacati e padronato (termine obsoleto? Pardon…). In cambio veniva sottratto ai lavoratori l’utilizzo di uno strumento indispensabile nel conflitto di classe: lo sciopero, niente meno.

Il tutto con la complicità del sindacalismo istituzionalizzato.

E fu proprio nel corso di questa campagna che Barbara cominciò a conoscere i lavoratori immigrati curdi e turchi, alcuni legati al TKP/ML (partito comunista turco/marxista-leninista), un’organizzazione che riuniva rivoluzionari di sinistra sia turchi che curdi.

Altro punto fermo del suo impegno politico fu la solidarietà con i prigionieri politici, anche con quelli tedeschi della RAF. Fu al loro fianco durante gli scioperi della fame per il raggruppamento e per anni visitò in carcere Rolf Clemens Wagner. Finché nel 1991 prese la decisione di continuare la sua lotta contro l’imperialismo nel Kurdistan.

Presumibilmente i servizi segreti erano già stati informati delle sue intenzioni e appena giunta in Turchia venne arrestata. Torturata da una unità speciale della polizia, non rivelò nessuna informazione. Rimase detenuta a Bayranbasa per sette mesi. Nonostante la dura esperienza, appena rilasciata in libertà provvisoria, dopo un breve ritorno di un mese in Svizzera, portò a termine i suoi propositi integrandosi nella guerriglia condotta dal TIKKO (Esercito per la liberazione dei lavoratori e dei contadini di Turchia), ala militare del TKP/ML.

UNA TOMBA IN MEMORIA DI ANDREA WOLF

Andrea Wolf aveva aderito all’organizzazione combattente delle donne curde (YAJK). Venne uccisa a Keles (villaggio a pochi chilometri da Van) dai soldati turchi nel 1998, dopo che era stata fatta prigioniera e torturata insieme ad altre due guerrigliere.

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Dal 2013 nella città di Wan (quartiere Catak) una tomba monumentale ricorda i 24 compagni che il 23 ottobre del 1998 vennero assassinati e sepolti in una fossa comune dall’esercito turco (fossa scoperta soltanto nel 2011). Tra di loro anche Ronahi, nome di battaglia della sociologa e attivista tedesca Andrea Wolf. Nel corso della cerimonia di inaugurazione della tomba (coperta da una grande bandiera del PKK)  venivano esposte le immagini di Abdullah Ocalan, Sakine Cansiz, Mahsum Korkmaz e Andrea Wolf. Su questa una scritta: “We riha xwe ya sirin di ber gele kurd de da. Heya ev gel hebe de minetare we be” (Una vita divina dedicata al popolo curdo che rimarrà grato finché vive).

Nel suo intervento un giovane guerrigliero aveva sottolineato come “la nostra compagna Andrea Wolf è un esempio della diversità e dell’internazionalità del movimento curdo. E’ stata uccisa dal nemico in un modo che va completamente contro l’etica di guerra. Con la costruzione della tomba monumentale che prenderà il nome da Andrea, vogliamo che i nostri compagni sappiano che non potremo mai dimenticarla”.

Un altro combattente, il comandante Serif Firat, uno dei quattro testimoni oculari dell’esecuzione sommaria di Andrea, aveva dichiarato in un’intervista che era “pronto a raccontare tutti i dettagli dell’esecuzione di Andrea Wolf” nel caso servissero delle prove presso la Corte internazionale di Giustizia per i crimini contro l’umanità commessi dalla Turchia. Aveva poi aggiunto: “E’ stata la sua visione internazionalista che ha fatto entrare la compagna Ronahi nelle file del PKK. La sua determinazione a essere una vera e propria guerrigliera del PKK nel suo complesso ha fatto sì che i suoi compagni la rispettassero”.

Gianni Sartori

* nota:

“Se a noi che nel nostro piccolo punto della carta geografica adempiamo il compito che preconizziamo e mettiamo a disposizione della lotta il poco che ci è permesso dare: la nostra vita, i nostri sacrifici, se uno di questi giorni ci tocca esalare l’ultimo respiro in una qualsiasi terra già nostra perché bagnata del nostro sangue, si sappia che abbiamo misurato la portata dei nostri atti e che ci consideriamo niente altro che elementi del grande esercito del proletariato…”.

(Ernesto CHE Guevara)

 

 

 

MILANO, UNDICI FEBBRAIO – MANIFESTAZIONE PER LA LIBERAZIONE DI OCALAN – (di Gianni Sartori)

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LIBERTA’ PER OCALAN, ORA!

(Gianni Sartori)

Per l’11 febbraio 2017 è prevista a Milano una manifestazione per la liberazione di Ocalan e di ogni prigioniera/o politica/o in Turchia.

Forse è il caso di rinfrescare la memoria a giovani e smemorati su quei giorni drammatici che videro, alla fine del 1998, il fondatore del PKK costretto a peregrinare tra Russia, Italia, Grecia, Kenia…

Per finire poi sequestrato da un commando di uomini mascherati (presumibilmente turchi, ma non si esclude una collaborazione della CIA o del Mossad) e deportato, legato e imbavagliato, in Turchia. Da allora il Mandela curdo è in carcere, nonostante gli appelli internazionali e la tardiva concessione dello status di rifugiato concessa dall’Italia (ma solo dopo averlo frettolosamente e vergognosamente, non senza una buona dose di imbarazzo, allontanato)*.

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Chi dobbiamo ringraziare per questa infamia? Di sicuro Clinton che intervenne personalmente presso l’allora governo italiano. Probabilmente anche Putin che non lo accolse a Mosca. Assolutamente riprovevole il comportamento del governo greco: con l’inganno consegnò Ocalan direttamente nelle mani di Ankara che da allora lo tiene segregato nell’isola-carcere di Imrali.

Ma un discredito particolare spetta a Massimo D’Alema. Quello che in primo tempo aveva definito “il leader curdo”, divenne nel giro di una settimana, prima “il cittadino Ocalan” e infine “il terrorista Ocalan”. 

Eppure in un primo tempo gli aveva garantito l’asilo politico.

Posso a tale proposito riportare una testimonianza diretta, un episodio minore ma indicativo.

Pochi giorni prima dell’arrivo di Ocalan all’aeroporto di Roma, si era tenuto a Vicenza, in piazza dei Signori, un comizio di Rifondazione comunista con Bertinotti. Ancora sul palco l’ex sindacalista rispose a una telefonata che dal suo atteggiamento sembrava piuttosto importante.

“Parlavo con Massimo – spiegò ingenuamente  ai presenti (tra cui, testimoni oculari e auricolari, alcuni militanti del “Collettivo Spartakus”) – stiamo lavorando per portare Ocalan in Italia”. Intanto Ocalan peregrinava per l’Europa in compagnia di Ramon Mantovani **(responsabile Esteri di Rifondazione) e Ahmed Yaman esponente di Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan (Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan).                  

Conoscevo soprattutto Yaman , intervistato in varie occasioni (per Frigidaire, Narcomafie…).

Nel gennaio 1998 lo avevamo invitato a Vicenza per una “assemblea-dibattito” insieme al compianto Dino Frisullo.

Poi le cose andarono come andarono. A ormai 18 anni da tali eventi Ocalan è sempre rinchiuso a Imrali e la dura lotta dei curdi per l’autodeterminazione continua.

Nel febbraio 1999, a pochi giorni dal sequestro di Ocalan, preoccupato per il trattamento a cui poteva venir sottoposto, avevo scritto una “lettera ai giornali” che, se non ricordo male, non trovò grande ospitalità. Troppo scomoda?

La ripropongo senza modifiche, un “messaggio in bottiglia” dal passato. Avvertenza: risale al 1999 e risente del clima dell’epoca, ma credo possa ancora fornire elementi utili (se non altro per comprendere alcune logiche e alcuni metodi del potere).

Il prigioniero curdo Ocalan, esibito come una preda dal regime turco per ragioni di propaganda e stabilità interna, è apparso alquanto alterato, in evidente stato di prostrazione psichica.

Sicuramente nei prossimi giorni assisteremo a un processo-spettacolo in cui, grazie a torture e narcotici, difficilmente il leader curdo potrà difendere adeguatamente la causa del suo popolo. Forse dalla bocca dello stesso Ocalan sentiremo parole di sconfitta e pentimento, oltre all’appello ai partigiani curdi affinché depongano le armi. Dato che nel sequestro di Ocalan sono coinvolti la Cia e il Mossad israeliano (fraterni alleati del regime turco in guerra e affari) è assai probabile che, fin dal momento della cattura, Ocalan sia stato sottoposto a narcoanalisi.

Gli esperimenti condotti dai nazisti su ebrei e prigionieri russi per stabilire quali fossero i “limiti psichici” non si esaurirono con la fine della Seconda guerra mondiale. Gli Alleati si impadronirono di gran parte dei dati e addirittura riciclarono alcuni medici tedeschi processati (ma non condannati) a Norimberga. I nazisti fecero uso soprattutto di mescalina e derivati, mentre gli americani preferirono adottare il pentotal (conosciuto come “siero della verità”). Il pentotal, un barbiturico, una volta iniettato provocava uno stato di benessere e libertà psichica con il risultato di abbattere tutte le difese del detenuto durante l’interrogatorio. Venne usato sistematicamente anche nelle carceri francesi fino al 1963, soprattutto sui detenuti algerini.

Gli effetti prodotti dagli stupefacenti vennero denominati “narcoanalisi”. Con questo termine si intende una sorta di trance ipnotica indotta attraverso la somministrazione di droghe specifiche che intensificano lo stato di torpore e aumentano la suggestionabilità del soggetto.

Esperimenti di questo tipo sono stati condotti anche in Europa, sia in Irlanda del Nord (sui prigionieri repubblicani) che nei Paesi Baschi. Il primo caso documentato risale all’epoca franchista e riguarda il militante basco José Luis Zalbide, arrestato a Bergara nel 1965. Nel 1994 suscitò scalpore il caso del noto militante indipendentista “Anuk” (Xabier Kalparsoro) sequestrato illegalmente dalla polizia e poi rimesso in libertà in stato confusionale, probabilmente per seguirne gli spostamenti. Resosi conto di essere stato manipolato, Anuk riuscì, nei momenti di relativa lucidità, a lasciare una memoria scritta. Venne poi arrestato e precipitò misteriosamente dalla finestra di un commissariato. Sul suo cadavere vennero ritrovate tracce evidenti di un derivato della “datura stramonium”, una sostanza affine alla scopolamina.

Gli esperimenti, oltre che negli Stati Uniti, si svolsero anche in Canada, a Montreal. Qui negli anni settanta era in piena attività il dottor Donald Ewen Cameron, direttore del ”Allan Memorial Institute”  e considerato il maggior esperto mondiale in materia di controllo e manipolazione della mente umana. Il Governo degli Stati Uniti mise a sua disposizione tutti i mezzi, umani e materiali, per sviluppare ulteriormente le ricerche. Cameron e la sua équipe somministrarono svariate droghe (pentotal, scopolamina, actedron…) e utilizzarono sui loro pazienti (detenuti, malati psichici, volontari…) altre tecniche per modificare la mente (ipnosi, elettro-shock, lobotomia…) mettendo poi a disposizione dei servizi segreti i risultati delle loro ricerche.

Il supporto logistico per queste ricerche non furono i campi di concentramento, ma le più prestigiose università statunitensi e israeliane che, in cambio di cospicui finanziamenti, misero a disposizione medici, psicoanalisti e psichiatri. Soprattutto a partire dal 1970 gli esperimenti trovarono applicazioni su numerosi detenuti in maniera molto precisa, selettiva, a seconda dell’obiettivo perseguito in ogni interrogatorio. Nella guerra di Indocina migliaia di vietnamiti vennero trattati con queste sostanze. Ovviamente esperimenti analoghi si svolsero, su scala industriale, anche nei gulag dell’Est, ma al momento non risulta che esistesse uno scambio di informazioni in proposito.

Le evidenti manipolazioni subite dal prigioniero politico Ocalan non sono quindi un’improvvisazione del regime turco, ma hanno alle spalle l’esperienza repressiva e controinsurrezionale dell’imperialismo. Tutto questo comunque non basterà per demoralizzare la resistenza curda e altri combattenti sapranno continuare sulla strada indicata da Ocalan vent’anni fa con la fondazione del Partiya Karkeren Kurdistan.

 

Gianni Sartori (responsabile per Vicenza della Lega per i diritti e la liberazione dei popoli)

febbraio1999

* nota 1: nel 1998, di fronte all’intransigenza turca e vedendo la portata delle pressioni di Ankara sul governo siriano, Ocalan e altri esponenti del PKK rifugiati in Libano cercarono di riportare la questione curda sul tavolo delle trattative e del dialogo (proponendo un “cessate-il-fuoco”) con la controparte turca. Niente da fare! Da parte sua la Turchia andava radunando truppe al confine con la Siria e interrompeva il flusso delle acque proveniente dalla diga Ataturk. Anche se Damasco, praticamente sotto assedio, si rifiutava comunque di consegnare Ocalan alla Turchia, dopo 40 ore di negoziati ininterrotti si vide costretta a siglare un accordo con cui sospendeva ogni appoggio al PKK. A quel punto Ocalan si recava, in aereo, a Mosca dove però non gli venne concesso l’asilo politico. Dopo altre peregrinazioni il 12 novembre 1998 sbarcava a Roma (con Mantovani e Yaman). Come ho detto, Massimo D’Alema non tenne fede alla promesse e, nonostante l’arrivo a Roma di migliaia di curdi della diaspora, Ocalan venne costretto ad andarsene. Il 29 gennaio è in Grecia e poi in Kenya, presso l’ambasciata ellenica. Avendo Nelson Mandela garantito la sua disponibilità a ospitarlo, gli viene fatto credere che verrà portato in Sudafrica. Ma il 15 febbraio 1999, durante il tragitto dall’ambasciata all’aeroporto, viene consegnato ai suoi sequestratori

** nota 2: veramente di Mantovani un po’ diffidavo per la vecchia questione di un appello del 1997 per Herri Batasuna, da lui prima sottoscritto e poi clamorosamente rigettato.