ETA: ULTIMO ATTO? – di Gianni Sartori

Dal fiero popolo basco una nuova sfida alla Storia, ma stavolta il “campo di battaglia” è quello della pace

 (Gianni Sartori)

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Esponenti accreditati della società civile confermano quanto si andava profilando da tempo: il disarmo totale e definitivo di  Euskadi Ta Askatasuna (Paese Basco e Libertà).

La data di tale evento, l’8 aprile 2017, non sembra scelta a caso. Cadrà infatti pochi giorni prima dell’Aberri Eguna. La prima celebrazione del Giorno della Patria basca risale alla Domenica di Pasqua del 1932. Con questa ricorrenza, altamente simbolica, il nazionalismo basco intendeva richiamarsi all’insurrezione irlandese della Pasqua del 1916.

Non si può escludere che proprio in occasione dell’Aberri Eguna di quest’anno ETA dia l’annuncio di autoscioglimento come organizzazione armata. Pur continuando a lottare, ovviamente con altri mezzi, per l’indipendenza e il socialismo.

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La scorsa settimana Bake Bidea, piattaforma della società civile che promuove il processo di pace in Euskal Herria, aveva organizzato un convegno (“Il disarmo al servizio del processo di pace”) a Biarritz, nel Nord del Paese basco (Ipar Euskal Herria, sotto amministrazione francese). Vi avevano preso parte numerosi esperti e rappresentanti degli “Artigiani della Pace”. Tra questi, le cinque persone arrestate lo scorso dicembre mentre si apprestavano a mettere fuori uso un certo quantitativo di armi di ETA (come concordato con l’organizzazione indipendentista armata). Un gesto di “buona volontà” (già applicato positivamente in Irlanda del Nord) che si voleva propedeutico alla soluzione politica del conflitto, ma che invece era incorso nella repressione e nella manipolazione mediatica.

A circa due anni dalla “Conferenza umanitaria per la pace nel Paese Basco” e a cinque anni dall’inizio del mandato del governo socialista francese, il Convegno di Biarritz ha rappresentato l’occasione per un  bilancio e una riflessione sul ruolo della società civile nel promuovere il processo di pace. Un processo destinato ad avanzare soltanto per l’impegno del popolo basco, non certo per la sostanziale assenza dei governi spagnolo e francese.

A seguito della Conferenza umanitaria, si era costituita una “Commissione di giuristi per la pace nel Paese Basco”, composta da una ventina di giuristi francesi e baschi, per riflettere sulle possibili soluzioni per la situazione in cui versano i prigionieri politici.

Un breve riepilogo sugli eventi di Luhuso (Louhossoa, Pyrénées -Atlantiques), la località  vicino a Bayona in cui vennero arrestate le cinque persone coinvolte nell’operazione di distruzione delle armi di ETA.

Il 16 dicembre 2016 alcuni rappresentanti della società civile avevano preso la storica decisione di intervenire direttamente, in prima persona, nel disarmo di ETA.

Tra loro, i due primi arrestati: Michel Berhocoirigoin (ex presidente di Euskal Herriko Laborantza Ganbara e sindacalista) e Jean-Noël Etcheverry (militante di organizzazioni ambientaliste e pacifiste come Bizi). Entrambi sono conosciuti in Ipar Euskal Herria sia per la loro attività politica, sindacale e sociale che per il coinvolgimento nel processo di pace.

In un primo momento si era parlato anche di Michel Tubiana, presidente onorario della Lega per i Diritti dell’Uomo di Francia. Invece non si trovava tra gli arrestati, ma soltanto perché non era uscito da casa per tempo. Si dichiarava comunque a disposizione delle autorità in quanto firmatario del documento sottoscritto da Michel Berhocoirigoin e Jean-Noël Etcheverry.

Inoltre Tubiana condannava fermamente l’operazione che aveva portato all’arresto dei due esponenti pacifisti e ribadiva il suo coinvolgimento per la pace e il disarmo.

Nella medesima circostanza venivano fermati la giornalista Béatrice Molle-Haran (di Mediabask),  Michel Bergouigan (“Irulegi”) e Stèphane Etchegaray che doveva riprendere l’operazione.

Dopo quattro giorni di detenzione i cinque vennero rimessi in libertà, ma posti sotto controllo giudiziario e  accusati di “porto, trasporto e detenzioni di armi, di munizioni e prodotti esplosivi in associazione con organizzazione terrorista”. Accuse per cui, in teoria, potrebbero essere condannati dai 15 ai 20 anni di prigione.

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Con una loro dichiarazione scritta in precedenza, prevedendo un’azione giudiziaria, Tubiana, Berhocoirigoin e Etcheverry rivendicavano che “in quanto esponenti della società civile e senza nessun legame e subordinazione rispetto a ETA abbiamo deciso di dare inizio al processo di disarmo dell’organizzazione armata con la distruzione di un primo stock di armi corrispondente al 15% dell’arsenale di cui dispone ETA”.

Nello stesso documento si appellavano alla società civile e agli eletti chiedendo di “mobilitarsi in massa, in modo totalmente pacifico, per sostenere la necessità di un disarmo ordinato e controllato”.

Pronta la risposta popolare: una grande manifestazione a Baiona con concentramento in Euskaldunen Plaza all’insegna della parola d’ordine: “Bakearen alde, liberté pour les artisants de la paix”.

Altre manifestazioni a sostegno dei cinque militanti si svolgevano in tutta Euskal Herria il 17 dicembre 2016, nel giorno successivo al loro arresto.

In un altro documento Tubiana, Berhocoirigoin e Etcheverry chiarivano ulteriormente il loro ruolo di “intermediari tra ETA e uno stato che vorremmo portare a riflettere”. Un atteggiamento il loro, lo riconoscono, che potrebbe “apparire pretenzioso, ma abbiamo deciso di assumerci le nostre responsabilità nella convinzione che questo può essere utile per la pace”.

Contro questo genere di persone, avulse da ogni apologia della violenza, si era messa in campo un’operazione congiunta della Guardia Civil spagnola e della Direccion General de Seguridad Interior (DGSI). Operazione che venne poi falsamente presentata dal Ministero dell’Interno come un “nuovo colpo assestato agli arsenali di ETA”. Stando a quanto aveva divulgato Euskal Irratiak, l’abitazione in cui si svolgeva l’operazione si trova nel quartiere di Kurutxeta, tra Luhuso e Heleta. Mentre la polizia completava la perquisizione, un centinaio di cittadini (non certo pochi per una località che conta un migliaio di abitanti) si erano riuniti all’esterno protestando.  Verso le ore 21 @bakeaEHan (PaixEn PB/bakeanEHan) aveva lanciato una serie di tuits per segnalare che si stava svolgendo un’operazione di polizia a Luhuso per “impedire la distruzione delle armi di ETA da parte della società civile”.

Secondo quanto riportava recentemente Le Monde  “l’essenziale dell’arsenale militare dei separatisti di Euskadi Ta Askatasuna è nascosto in Francia”. Anche dopo l’abbandono della lotta armata nel 2014, secondo il noto quotidiano francese, centinaia di fucili d’assalto, pistole, esplosivi rimarrebbero ancora disseminati e nascosti in rifugi e nascondigli. E Le Monde confermava chediverse centinaia di persone e numerosi eletti della regione parteciperanno a questa operazione di inedita ampiezza”. Operazione, ripeto, prevista per l’8 aprile; sempre che i governi di Madrid e Parigi non decidano di vanificarla. Per esempio, nel caso della Francia, rifiutandosi di prendere in carico le armi consegnate sotto gli occhi di osservatori internazionali.

“ETA ci ha affidato la responsabilità del disarmo del suo arsenale e, alla sera del prossimo 8 aprile, ETA sarà totalmente disarmata” ha ripetuto in varie occasioni Etcheverry. Ricordando poi come da tempo la società civile basca sia in attesa di un intervento del governo francese a favore del processo di pace avviato nel 2011 con la Conferenza internazionale di Ayete a Donosti (San Sebastian).

Tra i contributi più significativi al laborioso processo di pace che comunque, governi permettendo, si va costruendo n Euskal Herria, segnalo un cortometraggio realizzato da La Bande Passante:

La Paix Maintenant, une exigence populaire”.

Come spiega la pellicola, è questa forse la prima volta nella storia dei conflitti che un’organizzazione politico-militare consegna le armi e dichiara unilateralmente la pace senza contropartite.

E proprio dalla consapevolezza dell’importanza storica di questo gesto è scaturita la mobilitazione di ampi settori della  popolazione basca che vuol farsene carico direttamente.

Auguri al popolo Basco, se li merita.

Gianni Sartori

 

Newroz 2017: No alla dittatura – Sì per democrazia e libertà (tramite Gianni Sartori)

Newroz 2017: No alla dittatura – Sì per democrazia e libertà

Milioni di persone celebrano il Newroz il 21 marzo che sancisce l’inizio di un nuovo anno e della Primavera. Il popolo kurdo si rifà alla leggenda, secondo la quale il fabbro Kawa sconfisse il Tiranno Dehaq ponendo così fine a secoli di oppressione.

Il Newroz viene celebrato come una festa di pace, libertà e democrazia. Questi valori sono fondamenti di ogni società e attualmente più che mai in pericolo. La difesa risoluta e collettiva di quei valori è un chiaro no alla guerra e alla dittatura: questi valori sono capisaldi anche del Newroz di quest’anno.

La guerra e la dittatura caratterizzano il Medio Oriente. Con le misure prese dopo il colpo di stato militare del 15 luglio 2016 Erdogan e i suoi seguaci hanno portato la Turchia ad una vera e propria dittatura. Tutti i diritti e le libertà sono state cancellate e decine di co-sindaci, politici democraticamente eletti, tra cui deputati dell’HDP, detenuti. Il governo turco aveva già terminato il dialogo per una soluzione politica della questione curda e intensificato la guerra in Kurdistan. Centinaia di civili sono stati uccisi e interi quartieri sistematicamente distrutti dall’esercito.

Parallelamente a questi sviluppi la Turchia ha avviato una politica di espansione nella vicina Siria e in Iraq: questo non solo è pericoloso per lo sviluppo della regione, ma in particolare nel contesto della sua cooperazione con i gruppi islamisti. L’obiettivo in questa aggressione che viola ogni diritto umano sono i risultati progressivi dei curdi e dei loro alleati regionali. Il modello della Federazione Democratica del nord della Siria con i suoi principi di equità democratica, ecologia e di genere è il modello futuro per l’intera regione. Lo Stato turco porta ad una grande polarizzazione della società e realizza intimidazioni nei confronti di attivisti dell’opposizione.

Quest’anno il Newroz si svolge in un contesto di pesante stato d’assedio e sarà al tempo stesso un modo per contestare il prossimo referendum del 16 Aprile che prevede di votare sull’emendamento costituzionale che vuole imporre e legittimare il regime dittatoriale in Turchia. I curdi e tutte le forze democratiche della Turchia si posizioneranno per il NO, contro la dittatura, la guerra e lo sfruttamento, per la giustizia, la pace, la libertà e la democrazia.

Questo anno decine di delegazioni di osservatori da tutta l’Europa, compresa l’Italia, sono partiti per partecipare allo svolgimento dei festeggiamenti, con l’invito dell’HDP, con lo slogan “Vinceremo di Sicuro” in molte città turche e curde, cominciando dal 17 Marzo da Nusaybin sino al 21 Marzo data in cui si festeggerà in 33 città contemporaneamente. Non solo in Turchia ma anche in tutto il Medio Oriente, in Europa, Italia inclusa, i curdi e i solidali con il popolo curdo festeggeranno:

Inviatiamo a tutti partecipare ai festeggiamenti del Newroz 2017
Le città e le date del Newroz in Italia sono le seguenti:

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UIKI Onlus – Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia

IN MEMORIA DI UN PRIGIONIERO POLITICO (e di altri) – di Gianni Sartori

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Non è mia intenzione fare un bilancio del ruolo, sicuramente fondamentale, esercitato dal pensiero e dall’opera di Giuseppe (“Bepin”) Segato, scomparso nel marzo 2006,  nell’ambito venetista. Altri, più addentro al problema, potranno farlo in maniera adeguata. Cercherò invece di collocare la tragica conclusione della sua umana vicenda in un contesto che conosco maggiormente, quello della prigionia politica e delle persecuzioni di Stato nei confronti di dissidenti e oppositori; non solo “indipendentisti” naturalmente.

Al ritorno da un viaggio in Euskal Herria nell’estate 2006 (a qualche mese dalla morte di Bepin) avevo dovuto, mio malgrado, fare i conti con il gran numero di conoscenti (militanti, giornalisti, esponenti di Ong…) relativamente giovani scomparsi nel giro di pochi anni. Tutti loro avevano conosciuto la realtà del carcere e la coincidenza non sembrava proprio una coincidenza.

Pochi anni prima era morto sui Pirenei (una disgrazia? Mah…) Manex Goinetxe, fondatore della sezione basca della “Lega per i diritti e la liberazione dei popoli” (a cui, se pur indegnamente, avevo dato un contributo iniziale dopo il mio incontro, ancora nel 1986, con “Takolo”); nello stesso periodo era mancato anche Marc Palmés (lo avevo intervistato a Barcellona nel 1987) , l’avvocato catalano che difese il Txiki, militante di ETA, poi condannato a morte e fucilato, davanti al tribunale speciale nel 1975; il giornalista Pepe Rei, esponente della sinistra abertzale basca, ma di origine gallega,  aveva subito un grave incidente automobilistico sulle cui reali dinamiche sussistono forti dubbi e, sopravvissuto, si trovava in gravi difficoltà. Anche se non ci siamo mai incontrati di persona, lo avevo intervistato telefonicamente in varie occasioni.

Un altro amico, Gari Arriaga (esponente di Gestoras pro-amnistia), ex prigioniero politico, era stato gravemente ammalato; Gorka Martinez, dirigente storico di Herri Batasuna, era morto nel 2002, per un tumore, dopo una serie di arresti e detenzioni. La medesima sorte è poi toccata nel 2005 a Jon Idigoras. Ricordo che nel marzo di quel 2006 altri due prigionieri politici baschi (Igor Angulo Iturrate e Roberto Sainz) erano morti in carcere in circostanze non chiare. Altri nomi da aggiungere ad una lista lunghissima, da Juan José Crespo a Joseba Asensio, da Mikel Lopetegi a Ohiane Errazkin.

Anche in Irlanda le cose non andavano meglio tra gli ex prigionieri politici. Basti ricordare Pat McGeown, uno dei due sopravvissuti allo sciopero della fame del 1981, morto improvvisamente al ritorno da una camminata nel 1994. Ricordo che l’altro sopravvissuto, Mc Keawon (lo avevamo invitato a Vicenza per una conferenza ancora nel 1994) gode fortunatamente di buona salute ed è sempre molto impegnato a livello culturale.

Ed erano trascorsi pochi mesi dall’improvvisa scomparsa di Duma Kumalo (febbraio 2006), martire scampato alle forche dell’apartheid. Protagonista in prima persona delle dure lotte in Sudafrica negli anni Ottanta, Duma aveva dedicato la sua vita a denunciare i meccanismi dell’esclusione e della discriminazione con cui si era istituzionalizzato il razzismo. Sicuramente la sua morte era stata la conseguenza degli anni di sofferenze e di torture nella cella della morte.

Non potevo poi dimenticare Edoardo Massari e Soledad Rosas, morti suicidi (o meglio: spinti al suicidio dal trattamento subito in carcere) dopo una campagna diffamatoria (vedi Michele Serra tanto per non far nomi) che aveva trasformato due romantici “squatters” in pericolosi “ecoterroristi”. Magra consolazione che, dopo la morte, siano stati dichiarati innocenti e che lo stesso giudice, poi defunto, si fosse dichiarato “dispiaciuto”.

Tornando al Veneto, era ancora vivo il ricordo di Emilio Vesce, intellettuale della sinistra antagonista incarcerato all’epoca del “7 aprile” 1979. E molti nell’Alto Vicentino si ricordano del calvario subito da Lorenzo Bortoli. Accusato di essere un militante di Autonomia Operaia, trascinato davanti al cadavere massacrato, irriconoscibile, della compagna Antonietta da un giudice senza cuore, venne trovato impiccato in una cella del carcere di Verona dopo altri tentativi di suicidio che le autorità avevano preferito ignorare. La persecuzione, l’individuazione di un capro espiatorio (e l’indifferenza per le vittime, per gli “sconfitti” della Storia) resta una costante della cultura repressiva, ad ogni latitudine e con ogni regime.

E da allora, come era facile immaginare, la lista degli ex prigionieri politici scomparsi prematuramente si è andata allungando.

Eva Forest che avevo incontrato a Donosti nel 1996 e rivista a Firenze, con i No-global, nel 2002, è morta nel 2007  mentre Theresa Ramaphosa, unica donna dei Sei di Sharpeville ci ha lasciato alla fine del 2015.

Quanto agli arrestati e incarcerati del “7 aprile” veneto (l’inchiesta del giudice Calogero che mise a tacere l’originale esperienza dell’Autonomia Operaia in Veneto), la lista di quelli morti prematuramente è impressionante. Oltre ai già citati Lorenzo Bortoli ed Emilio Vesce, sono morti ancora nel 1991 Sandro Serafini e nel 2000 Luciano Ferrari Bravo.

Senza poi dimenticare Augusto Finzi, Guido Bianchini, Franco Tommei, Giorgio Raiteri, Paolo Pozzi, Antonio Liverani, Gianmario Baietta…

Fino a Dalmaviva, nel 2016. Dalmaviva, ricordo, aveva protestato contro l’ingiusta detenzione (5 anni e 4 mesi per accuse venute poi a cadere) con un lungo sciopero della fame.

NOTTE 8-9 MAGGIO 1997: LO STATO MOSTRA I MUSCOLI

In una conversazione di qualche anno fa Ettore Beggiato (all’epoca consigliere comunale a Vicenza) sosteneva che “il dato centrale che emerge dai fatti della notte 8-9 maggio 1997 è che lo Stato ha voluto mostrare i muscoli”.

Da un libro (Il Leone blindato) scritto da Paolo Citran, allora dirigente della polizia di Venezia, in servizio nella notte del fatto, emerge chiaramente che “ben prima dell’intervento dei Gis, erano stati identificati i componenti del gruppo penetrato nel campanile”. Basti pensare che il questore si rivolgeva a Fausto Faccia chiamandolo per nome. “La polizia sapeva benissimo chi aveva di fronte”. Li avevano lasciati fare in modo da poter dare una dimostrazione di forza “inscenando lo spettacolo per i Gis”.

Beggiato definiva i militanti veneti “otto sognatori che non avrebbero fatto male a una mosca” e che avevano perfino “pagato il biglietto del ferry-boat”. Precedentemente avevano anche “fatto un sopralluogo per capire se il tanko avrebbe potuto danneggiare la piazza”. Antonio Barison era stato “tenuto per tre ore in caserma praticamente in coma, rischiando di morire”. E ricordava le reazioni politiche, la richiesta di “pene esemplari”.

Oltre agli “otto” del campanile vennero poi processati Severino Contin (l’autista del camion), Luigi Faccia e Giuseppe Segato, considerato l’”ideologo”.

Da sempre “si sono caratterizzati, più che per una dimensione politica, per un’idea di riappropriazione della propria dimensione storica, non solo della Serenissima, ma anche in senso dinamico”. Sostenevano che “il popolo veneto, se lasciato in grado di autogovernarsi, riesce sempre a produrre modelli”. Si riferivano “sia alla Repubblica Veneta che al 1848 quando Venezia, con Manin, fu l’ultima città d’Europa a cadere sotto i colpi dell’Impero, resistendo dal 22 marzo 1848 al 23 agosto 1849”. Infine (chi parla è sempre Beggiato): “Tutti giustamente sanno delle Cinque Giornate di Milano, ma non tutti sanno che qui la resistenza è durata più di un anno”. Senza dimenticare, aggiungo io, che quelli del campanile di san Marco avevano rivendicato anche un’altra Resistenza, quella contro il nazifascismo del 1943-45.

Al momento di quelle riflessioni Segato era ancora in carcere mentre Luigi Faccia era in semilibertà;  anche gli altri erano liberi, magari sottoposti a qualche restrizione. Sembrava che sull’intellettuale veneto, laureato in Scienze politiche, si volesse proprio infierire. Alcuni ambienti politici e della società civile veneta chiedevano da tempo la sua liberazione e richieste in tal senso erano venute da Cacciari, Bettin, Gustavo Selva…

Parroco e sindaco di Borgoricco (il paese di Segato, in provincia di Padova) avevano chiesto ufficialmente in varie occasioni la sua liberazione, testimoniando che Segato era una persona mite, pacifica, nonviolenta. Già allora il sindaco aveva proposto di inserirlo nella biblioteca per un’alternativa alla prigionia attraverso i servizi sociali.

Una conferma della solidarietà popolare nei confronti del prigioniero politico veneto era poi venuta dai dati elettorali. Candidato nel collegio senatoriale di Schio, Segato aveva avuto circa 16.000 voti (il 10% del totale). Sicuramente le sue condizioni di salute si erano aggravate con il protrarsi della detenzione e la sua morte non si può considerare una semplice fatalità, ma una conseguenza delle persecuzioni subite. I funerali sono stati celebrati a Borgoricco un giovedì di maggio, mentre inizialmente avrebbero dovuto svolgersi nel sabato successivo. E’ possibile che “qualcuno” abbia fatto pressione per spostarli? Forse pensando che i veneti, instancabili stacanovisti, ma poco coinvolti dalle questioni ideali, difficilmente avrebbero partecipato in massa in una giornata lavorativa. Ma quel “qualcuno” per una volta si era sbagliato.

Attorno alla bara, avvolta nel Leone di San Marco, si sono stretti in tantissimi e gli è stato reso onore con una scarica di fucileria, il “Saluto finale”. Ora riposa nel cimitero di S. martino delle Badesse.

Un’ultima cosa che mi pare significativa. Quando era in carcere gli immigrati africani con lui detenuti lo avevano soprannominato il “Mandela bianco”. Alcuni di origine congolese lo avevano addirittura paragonato a Lumumba, l’eroe dell’indipendenza fatto assassinare dai colonialisti.

Evidentemente, nonostante l’alone negativo che la stampa gli aveva costruito intorno, la sua buona fede, il suo idealismo disinteressato erano stati riconosciuti e apprezzati. Con l’intuito e la sensibilità che contraddistingue i popoli africani, i suoi compagni di prigionia lo avevano capito molto meglio di tanti intellettuali

Dalla morte di Segato  è trascorso oltre un decennio e molte cose sono cambiate, io sono cambiato. Se in meglio o in peggio, non saprei. All’epoca, ormai da molti anni, stavo in precario equilibrio tra un passato di partecipazione alle lotte sociali (diciamo dal 1968 al 1975) e un presente di condivisione profonda, quasi esistenziale, con varie lotte di liberazione (diciamo dalla fine degli anni settanta in poi), lotte rigorosamente di sinistra (altrimenti, che liberazione è?). Da questo derivava, come effetto collaterale,  una mia frequentazione di persone, gruppi, iniziative…legate all’autonomismo nostrano. Partivo dal presupposto che ogni lotta per l’autodeterminazione finisce fatalmente per  imboccare, magari in parte, la “sanca” (come era avvenuto, per esempio, sia in Euskal Herria che nei Paisos Catalans). Non dico che mi aspettassi  la nascita di una Herri Batasuna (o di un Moviment de Defensa de la Terra) in Veneto, ma almeno l’equivalente di  Eusko Alkartasuna (o di Esquerra Republicana).

Invece le cose andarono diversamente, come è noto. Le divisioni e separazioni ci furono (attualmente ho perso il conto di quanti siano i movimenti autonomisti in Veneto), ma sostanzialmente quasi tutte o a destra o al centro destra. E comunque impregnate di neoliberismo e filocapitalismo. Nessuna messa in discussione del devastante “modello veneto” di utilizzo del territorio (cemento, superstrade, capannoni e inquinamento) e nemmeno della sempre più ingombrante presenza di basi statunitensi (l’ultima creatura, per ora, quella del Dal Molin).

Mi chiedo a quale modello di autonomia stiano pensando molti venetisti. Forse a quella che consentirebbe di fabbricare ancora più capannoni, temo. E nuove superstrade per seppellirvi altre tonnellate di rifiuti tossici (vedi la recente Valdastico Sud).

E pazienza per l’ambiente, la salute, il paesaggio tradizionale…

Non voglio ipotecare niente e nessuno, ma quello di Giuseppe Segato mi sembrava un atteggiamento diverso. In ogni caso il suo idealismo disinteressato rimane fuori discussione, così come la sua condizione di perseguitato, prigioniero politico e vittima della repressione.

E concludo. “Comprensivo” nei confronti delle varie tribù dell’autonomismo nostrano, il mio atteggiamento era invece, ca va sans dire, di assoluta contrarietà nei confronti dei neofascisti.

Diffidavo (e diffido) in particolare delle simpatie (“a senso unico”, sottolineava Bernadette Devlin) espresse da Destra nei confronti delle lotte per l’autodeterminazione.

Delle strumentalizzazioni operate sulla questione irlandese mi ero già occupato. Suggerisco a tale proposito la (ri)lettura di “Fascisti, giù le mani dall’Irlanda” (per quanto ormai datato).

Dovrei aggiungere che parte del problema nasce, forse,  dal fatto che la lotta di liberazione antimperialista del popolo irlandese è stata interpretata e divulgata dagli esperti e addetti ai lavori, pieni di buoni sentimenti per carità, soprattutto in chiave umanitaria, paternalistica, direi in fondo borghese (come le origini inequivocabili di tali esperti o addetti ai lavori) mettendo in sordina la condizione proletaria della maggioranza dei militanti repubblicani. Questa generica “solidarietà” buona per tutte le stagioni lascia, a mio avviso, un varco per intrusioni non previste.

Ma, ho scoperto, c’è anche di peggio (almeno da mio punto di vista, ossia di un ex anarchico e consiliare).

Tra chi ha tentato di appropriarsi dei martiri irlandesi del 1981 ci sono anche alcuni cosiddetti libertariani, (teorici di un liberismo economico senza vincoli di sorta, irresponsabile, “anarchico” nel senso deteriore del termine). In un loro sito (“Istinti libertari”), dopo aver ricoperto di elogi l’operato della Lady di Ferro (per il suo sfrenato liberismo, vedi i licenziamenti di massa e la dura repressione nei confronti dei minatori), versavano lacrime ipocrite su Bobby Sands e sugli altri compagni morti in sciopero della fame (ribadisco: compagni. I tre dell’INLA morti nel 1981 erano comunisti, gli altri, quelli dell’IRA, sicuramente di sinistra, anticapitalisti e antimperialisti).

Ne siano consapevoli o meno i soidisant “libertari”, il loro stile ricorda molto una variante (“neoliberista”?) dell’infiltrazione e intossicazione operate dai fascisti negli anni settanta. Oltre ad alimentare la confusione e gli equivoci, con i loro commenti questi utili idioti del capitalismo mostrano chiaramente di non capire una beata mazza della questione irlandese. Prendono poi un’altra madornale cantonata quando negano la relazione profonda tra fascismo e neoliberismo  (vedi i Chicago boys nel Cile con Pinochet).

Che dire? Voi “libertari”? Senza uno stato a difenderlo manu militari sapete che fine farebbe il vostro amato liberismo?.

Un altro aspetto da considerare, ancora più grave dei tentativi di appropriazione indebita di personaggi di sinistra (come Bobby. Sands, Che Guevara o Barry Horne) è la possibile infiltrazione nei movimenti di liberazione, di emancipazione sociale e nei movimenti ecologisti radicali. Se in Italia è relativamente noto il ruolo svolto da Mario Merlino nel movimento anarchico, non va dimenticato che elementi legati all’Aginter Presse si infiltrarono (con false credenziali “maoiste” e antimperialiste) nel movimenti di liberazione delle colonie portoghesi per eliminarne i dirigenti (vedi i casi di Mondlane e Cabral, forse anche della dissidente sudafricana R. First assassinata in Mozambico). Da segnalare poi il ruolo dei neofascisti (NAR, ma non solo) a fianco dei falangisti maroniti contro i palestinesi. Non esattamente il massimo della coerenza da parte di soggetti che in Italia si inventavano sigle “terceriste” come OLP (maldestro camouflage dell’ organizzazione Lotta di Popolo fondata da Di Luia, braccio destro di Delle Chiaie). Vedi anche gli attacchi (non casuali) al rappresentante dell’OLP (quella autentica) a Roma e all’ambasciata libanese da parte dei NAR. Sorvoliamo sull’impiego di neofascisti italiani contro i rifugiati baschi nella Spagna franchista e post-franchista (dall’eccidio di Montejurra – Jurramendi, all’eliminazione di Pertur)

E’ lecito perlomeno sospettare che alcuni neofascisti che da Londra si inventavano approcci con i Repubblicani irlandesi (mentre erano ospitati dai fascisti inglesi del NF, notoriamente legati agli unionisti protestanti di UVF, oltre che ai servizi britannici) tentassero in realtà di infiltrarsi con tutte le possibili conseguenze.

Insomma, tornando a una vecchia polemica con una mia compaesana (peraltro meritevole di stima per l’ampio lavoro di controinformazioni sulle violazioni dei diritti umani operate dalla Gran Bretagna in Irlanda del Nord) va detto che chi ha presentato il libro su Bobby Sands tra due esponenti dell’estrema destra “tercerista” (Angelilli, ex di Terza Posizione e Della Longa, di “Sinistra nazionale”, giornale il cui direttore è un ex esponente di Lotta di Popolo) ha peccato quanto meno di ingenuità. Non si tratta di rivendicare paternità o primogeniture ma di non farsi strumentalizzare.

Gianni Sartori

 

 

8 MARZO IN ARABIA SAUDITA? NON SE NE PARLA – di Gianni Sartori

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Io uso una spada per giustiziare criminali maschi e armi da fuoco per giustiziare criminali donne. La decapitazione significherebbe scoprire il loro volto ed esporre il collo e parte della schiena”.

Così spiegava qualche anno fa il boia saudita Said bin Abdullah bin Mabrouk al-Bishi.

Ma certe attenzioni evidentemente non valgono per le presunte “streghe”.

In quei giorni la decapitazione di Amina Bent Abdellhalim Nassar, avvenuta il 12 dicembre 2011, aveva riaperto il dibattito sulle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita. La donna, secondo il comunicato del Ministero degli interni, era accusata di “stregoneria e magia”, pratiche vietate dal sistema giuridico basato sulla sharia.

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Va anche detto che, almeno per questo reato, nella petromonarchia (alleata storica dell’Occidente e sede di basi militari; statunitensi, ca va sans dire) esistono pari opportunità per “streghe” e “stregoni” di sesso maschile. Tra i casi di cui si è venuti a conoscenza, quello di Ali Ibn Hadi Ateef che venne decapitato nel marzo 1995 per “attività basate sulla magia e sui giochi di prestigio”. Nel dicembre 1996 stessa sorte per un cittadino siriano, Abdul Karim Al-Naqshabandi, giudicato colpevole di “stregoneria” dopo una confessione estorta con la tortura. Di entrambi i casi si era occupata, invano, Amnesty International.

Nell’ottobre 2011, invece, un’altra donna era stata decapitata per aver provocato la morte del marito incendiando la casa (azione evidentemente considerata degna di una “strega”; per un banale adulterio l’ avrebbero lapidata).

Come non esistono dati complessivi definitivi sulle esecuzioni capitali, così non si conosce con precisione il numero delle donne giustiziate. Le informazioni di Amnesty International segnalano un tendenziale aumento dell’uso della pena capitale con periodiche impennate.

Se il numero medio annuo di esecuzioni tra il 1980 e il 1986 era stato di 29, tra il 1987 e il 1999 saliva a 73, con il poco invidiabile record di 191 nel 1995.

Complessivamente, dal 1980 al 1999 le esecuzioni accertate erano state 1.163. Nel 2000 furono 121. In seguito, la media annuale sembrava destinata a diminuire, ma nel 2007 si arrivava a 158. Quasi un centinaio l’anno seguente. Altra impennata nel 2011, con 73 esecuzioni accertate dopo che nel 2010 erano scese a 27.

Nel 2012 il 2 gennaio si contavano già 3 esecuzioni, destinate a diventare una ventina nel corso dell’anno.

Secondo un nuovo aggiornamento fatto all’epoca da A.I., ma calcolando solo quelle eseguite dal 1985, con il 2013 le esecuzioni approdavano a quota 2mila.

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Nel 2014 furono una novantina.

Ulteriore aumento l’anno successivo: almeno 85 tra gennaio e maggio. Un ritmo che sarà mantenuto per tutto il 2015. Alla fine dell’anno, secondo i dati forniti da “Nessuno tocchi Caino” se ne conteranno 159 (tra cui 72 stranieri).

Sempre nel 2015 suscitò scalpore la notizia che Riad intendeva assumere almeno otto nuovi boia per far fronte all’incremento delle esecuzioni.

2 gennaio 2016: ben 47 esecuzioni simultanee nello stesso giorno (tra cui quella di un leader sciita). Alla fine dell’anno Oltre 150 (una ventina gli stranieri) il conto finale dell’anno.

La prima esecuzione del 2017 risale al 7 gennaio.

La vittima, un saudita, Mamdouh Al Anzi. Era stato condannato per aver ucciso un connazionale durante una lite.

Oltre che per omicidio, stupro, rapina a mano armata e traffico di droga, la pena capitale è prevista per ogni atto di “corruzione sulla terra”. Quindi apostasia, adulterio (prevista la lapidazione), sodomia e il già citato “esercizio di arti magiche”. Circa due terzi dei condannati a morte sono stranieri, in quanto i processi offrono scarse possibilità di difesa ai lavoratori immigrati. Molti di loro non comprendono bene la lingua e comunque, secondo A.I. “ non vengono messi in condizione di difendersi”.

Frequenti sono i casi di donne, in genere filippine assunte come domestiche, che uccidono il datore di lavoro per difendersi da un tentativo di stupro. Magari inconsapevolmente, queste donne lavoratrici mettono in pratica “la prosecuzione della lotta di classe con altri mezzi”. Senza poi dimenticare che l’Arabia Saudita (definito lo “Stato islamico bianco”, per distinguerlo da quello “nero” dell’Isis) non risparmia nemmeno i minorenni, trasgredendo le norme internazionali.

Tra le decine di donne uccise per mano dello Stato saudita, gran parte era accusata di omicidio nei confronti del marito o del padre, una forma di ribellione alla condizione di subalternità imposta dalle tradizioni culturali e religiose. In molti casi sono costrette a confessare a causa dei metodi brutali usati dai poliziotti. Funzionari maschi che approfittano della condizione di svantaggio in cui versa la donna nella società saudita, fortemente caratterizzata in senso maschilista e gerarchico.

Nonostante tutto questo, la maggior parte dei media occidentali sembra riservare un trattamento di riguardo al fondamentalismo saudita.

Merito delle forniture petrolifere?

Gianni Sartori