Risorgimento italiano: Lombardia terra di conquista insanguinata – di Dario Pederzani , pro Lombardia Indipendenza – Brescia

                              

 Il “Risorgimento” italiano è avvolto da una tale aura di sacralità laica che molto spesso il ricordo e lo studio degli eventi che lo hanno formato sono influenzati da un approccio acritico e sfociano nella banale celebrazione retorica.

Molti miti risorgimentali dovrebbero essere sfatati per lasciare spazio semplicemente alla ricerca storica e alla verità storica, e, in questo senso, mi sembra utile ripercorrere gli accadimenti di giugno e luglio di centocinquantacinque anni fa che interessarono la Lombardia: allora la Lombardia fu trattata come terra di conquista e merce di scambio in una partita che non fu mossa da motivazioni ideali, ma fu determinata dagli interessi politici ed economici di qualche casa regnante europea.
Negli anni precedenti i tragici eventi del 1859, la Francia era a interessata ad imporre un cambiamento degli equilibri europei stabiliti dal congresso di Vienna del 1815: per ottenere un indebolimento dell’Impero austro-ungarico, suo storico avversario, sostenne la politica espansionistica del Regno di Sardegna, suo alleato, a danno del Regno Lombardo-Veneto.
Nel luglio 1858 gli accordi di Plombieres tra l’imperatore francese Napoleone III e il conte di Cavour, capo del governo sabaudo, sancirono la spartizione territoriale che sarebbe avvenuta: il Lombardo-Veneto e i Ducati padani al Regno di Sardegna, Savoia e Nizza alla Francia.
Per raggiungere lo scopo, gli alleati franco-piemontesi misero in atto una serie di provocazioni diplomatiche e militari che causarono l’entrata in guerra dell’Impero austriaco.
Il primo atto della commedia fu portato in scena il 10 gennaio 1859, quando Vittorio Emanuele II si presentò davanti alle Camere per denunciare il “grido di dolore che che da tante parti d’Italia si leva verso di noi”: ma i moti popolari spontanei volti a realizzare la cosiddetta unità italiana erano in realtà provocazioni organizzate da piccoli gruppi riuniti nella Società nazionale e finanziati da Cavour e che avevano appunto lo scopo di giustificare le guerre di aggressione del Piemonte.
Dopo il proclama di guerra pronunciato da Vittorio Emanuele II, il Regno di Sardegna iniziò ad arruolare volontari, richiamò i riservisti, inquadrò nel suo esercito il noto mercenario Giuseppe Garibaldi e rifiutò l’ipotesi di un congresso internazionale caldeggiato da Gran Bretagna, Russia e Prussia, che volevano evitare il conflitto.
Quando sul Ticino (il confine con il Lombardo-Veneto) affluirono una serie di corpi d’armata piemontesi, il 23 aprile 1859 Vienna intimò a Torino il ritiro immediato delle truppe e, quando Torino respinse l’ultimatum, le truppe asburgiche invasero il Piemonte ai primi di maggio.
Come da programma, l’esercito francese accorreva in aiuto dell’alleato sabaudo e respingeva l’attacco austriaco: la vittoriosa battaglia di Magenta (4 giugno) spianava la strada all’ingresso dei franco-piemontesi a Milano.
Ma, mentre la popolazione lombarda partecipò attivamente ai moti insurrezionali del 1848 (i cittadini milanesi da soli liberarono Milano), al contrario nel 1859 manifestò apatia e ostilità verso l’invasore piemontese; illuminante la testimonianza di Carlo Cattaneo pubblicata nel suo “Politecnico”: “Qual differenza tra Milano che nel 1848, senza guardarsi intorno, affronta un grande esercito: e Milano che nel 1859 sta immobile al fragore della vicina battaglia, in quei supremi istanti quando un atomo può far traboccare la bilancia! Qual differenza tra Como che nel 1848 assedia e uccide o disarma duemila austriaci: e Como che nel 1859 riceve Garibaldi a porte serrate e in silenzio sepolcrale!” .
Perfino il “Times” aveva smentito l’esistenza in Lombardia di patrioti italiani anti-austriaci, esistenza invece sostenuta dalla propaganda piemontese.
L’esercito francese proseguì la sua avanzata fino al 23 e 24 giugno quando con la battaglia di Solferino vinse le armate austriache; l’esercito piemontese, comandato da Vittorio Emanuele II, notoriamente un amante della guerra ma incapace di fare il generale, non riuscì mai a sfondare le linee austriache e riuscì a conquistare il colle di San Martino solo grazie alla ritirata dell’esercito austriaco dopo la sconfitta di Solferino.
Ogni anno i risorgimentalisti italiani celebrano l’anniversario di queste battaglie attraverso manifestazioni e proclami in cui grande risalto ha la solita retorica patriottica italiana, ma ha poco o nessuno spazio il ricordo di uno dei più grandi massacri di guerra dell’Ottocento.
Gli eserciti francesi e austro-ungarici si fronteggiarono lasciando sul campo di battaglia 5.000 morti e 20.000 feriti.
Testimone della carneficina fu lo svizzero Jean-Henry Dunant che da vero reporter di guerra descrisse non solo le fasi più crude della battaglia (“un mattatoio”) ma anche i soccorsi successivi al massacro: uomini e donne dell’Alto Mantovano e del Bresciano che portavano soccorso ai moribondi costituirono un evento civile tanto rivoluzionario che dopo pochi anni ispirarono addirittura la nascita della Croce Rossa Internazionale.
L’11 luglio 1859 con il trattato di Villafranca Napoleone III imperatore di Francia trasferiva la Lombardia appena conquistata al Regno di Sardegna e futuro Regno d’Italia.
Come ha scritto lo storico Franco Cardini, “la soluzione unitaria dell’assetto italiano fu una soluzione imposta dal convergere delle ambizioni espansioniste sabaude e del neogiacobinismo mazziniano-garibaldino con la spolveratura ‘democratica’ di plebisciti dominati dalla violenza e dall’intimidazione. Io credo che, al riguardo, un po’ di sano revisionismo sarebbe salutare. Intanto, per inserire quegli eventi in un contesto più ampio e preciso, si dovrebbe parlare di guerra franco- austriaca”.
“Non si continui ancora a far della retorica risorgimentale su questa storia di schermaglie diplomatiche e di egemonie internazionali a far le spese della quale, una volta di più, erano i popoli gettati nel macello dei campi di battaglia”.
Cari cittadini Lombardi, se il “Risorgimento” fu una guerra di aggressione, liberiamoci dall’idea che fu il sacro fondamento della inesistente “nazione” italiana; liberiamoci dall’idea che dovremmo continuare ad essere sudditi dello Stato italiano oggi per celebrare i morti della guerra di allora, morti che non furono inconsapevoli eroi dell’ “Italia unita” ma solo le ennesime vittime della follia dei potenti.
Solo liberandoci da queste catene mentali costruite ad arte dalla propaganda italiana e imposte nel sistema scolastico e culturale italiano, potremo riscoprire la nostra coscienza lombarda e costruire le basi per reclamare la nostra indipendenza politica ed economica da questo stato ladro, corrotto, mafioso e completamente estraneo alla nostra società.

L’incredibile incuria in cui è lasciato il monumento il monumento a Carlo Cattaneo a Milano – Lettera aperta all’Assessore Comunale Carmela Rozza e al Sindaco Gian Domenico Pisapia di Giacomo Consalez – portavoce di pro Lombardia Indipendenza

      

L’incredibile incuria in cui è lasciato il monumento il monumento a Carlo Cattaneo a Milano

                                                                                                

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All’attenzione dell’assessore Maria Carmela Rozza

e p.c. al Sindaco Gian Domenico Pisapia

 

L’incredibile incuria in cui è lasciato il monumento il monumento a Carlo Cattaneo a Milano

A seguito di una segnalazione pervenutagli il giorno prima, Alberto Schiatti di Pro Lombardia scriveva ieri le seguenti righe dopo un sopralluogo al monumento: “Le condizioni sono paurose: profondo degrado del monumento e una boscaglia alta quasi un metro e mezzo tutto intorno. È anche possibile che qualcuno forse dorma sotto i cespugli. Il tutto fra piazza Duomo, la Scala e il Cordusio. Il problema è che non ci sarebbe consentito intervenire con una “pulitura” dimostrativa perche’ il tutto è recintato da un’inferriata e quindi rischeremmo anche una denuncia per ingresso non autorizzato in uno spazio comunale. Secondo me, potremmo farci promotori di una lettera aperta al Sindaco Pisapia e all’assessore responsabile ai momunenti chiedendo la bonifica e la manutenzione del sito.”

Carlo Cattaneo è stato il politico più lucido e profetico della Storia di questa sventurata penisola. Gli sono bastati pochissimi anni per capire che questo paese non aveva senso di esistere così com’era stato concepito e costruito di complotto massonico in complotto dinastico. Se solo qualcuno avesse avuto la lungimiranza di ascoltarlo, forse oggi non saremmo alla soglia dello sfacelo economico e civile. Per questo nel 1860 Cattaneo si lasciò definitivamente alle spalle l’Italia. È curioso constatare come la massa degli italiani, e in particolare la classe dirigente del paese, non abbia potuto o voluto trarre alcun insegnamento dalla sua opera di Statista e di architetto istituzionale (sua fu tra l’altro la riforma della pubblica istruzione ancora in vigore nel Canton Ticino e inviterei tutti a confrontarla, nell’impostazione e negli effetti sortiti, con la riforma Gentile, ad oggi struttura portante della scuola italiana). Forse per questo motivo il monumento dedicato a questo grande uomo versa nelle condizioni in cui versa, mentre il discutibilissimo re Savoia a cavallo scintilla di fronte al Duomo. Ciascuno ha la propria agenda, dettata dalle proprie radici culturali e dagli interessi di cui desidera farsi interprete. Incuriosisce solo il fatto che alcuni perseguano un’agenda tanto remota indossando le vesti di rappresentanti del Comune di Milano e difensori della sua Storia e tradizione civica, mentre accompagnano questa città sulla via di un degrado che pare irreversibile. È il solito intramontabile ribaltamento deliberato dei contorni della realtà, tanto caro al pensiero unico dominante.

Giacomo Consalez
Portavoce
Pro Lombardia Indipendenza
http://www.prolombardia.eu

 

LA LOMBARDIA CHE AFFONDA – di Juri Orsi

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Le recenti esondazioni del fiume Seveso nella periferia Nord di Milano stanno occupando le nostre cronache nazionali. Ovviamente tale accadimento è usato dall’opposizione di centro-destra come attacco all’amministrazione Pisapia, come aveva già fatto il centrosinistra con l’allora sindaco Moratti. E così, come ogni altra problematica che attanaglia il nostro territorio, la situazione idrologica della Lombardia diventerà solo un mezzo per vili battaglie politiche, nessun partito italiano operante in Lombardia si sogna minimamente di risolvere l’annosa situazione. La condizione idrologica della Lombardia è sicuramente di grande difficoltà, e necessiterebbe di un intervento importante per porvi rimedio. Da cosa deriva quest’insostenibile spada di Damocle sul territorio lombardo? Sicuramente dall’incapacità storica della classi dirigente ed imprenditoriale lombarda di limitare lo sviluppo urbanistico o quanto meno di studiarne i possibili effetti negativi sull’assetto idro-geologico.

L’urbanizzazione selvaggia che ha comportato l’interramento di vari corsi d’acqua non è stata accompagnata dalla necessaria sensibilità verso le possibili conseguenze per il territorio. Non è la prima volta che dobbiamo rilevare tale l’incapacità nelle nostre miopi classi imprenditoriali, spesso colpevoli di aver sfruttato il territorio e l’ambiente lombardo senza tener minimamente conto dei costi ambientali che avrebbero potuto riversarsi sulle vite dei lombardi. Sarebbe bello poter dire che dove non è arrivata la nostra classe imprenditoriale possa essere arrivata la nostra classe politica. Così, purtroppo, non è. Nonostante la condizione idrogeologica della Lombardia necessiti di un intervento urgente da decenni, la nostra classe politica(a prescindere dal partito italiano d’appartenenza) non ha mostrato la maturità necessaria per porre una soluzione all’annosa questione. Il modus operandi si mantiene lo stesso per ogni problema: Non risolverlo ma strumentalizzarlo politicamente ed unicamente a fini elettorali. Spesso chi critica la nostra posizione a favore della democrazia diretta millanta una superiorità intellettuale e una maggiore capacità di gestione della classe dirigente, che il popolo non sarebbe in grado di dimostrare. Se la nostra classe dirigente questa capacità ce l’ha, ha deciso di nasconderla senza farne mai mostra, riuscendoci perfettamente.

Dal nostro punto di vista è proprio ridando la vera sovranità ai lombardi che obbligheremo la nostra classe dirigente a dimostrare una maggiore capacità amministrativa, oppure a farsi da parte a favore di qualcuno che sia in grado di svolgere in modo migliore queste mansioni. È solo colpa della classe dirigente lombarda? No. È inutile negare i costi ingenti che un’operazione massiccia di messa in sicurezza dei corsi d’acqua lombardi avrebbe. La regione Lombardia e i nostri comuni non hanno i fondi necessari. Certo, se la Lombardia fosse indipendente, la Lombardia avrebbe più di 55 miliardi di euro in più ogni anno, derivanti dal residuo fiscale che smetterebbe di perdersi nei meandri dei ministeri romani. Con una simile cifra si potrebbe mettere in sicurezza l’intero territorio lombardo. Come per molte altre questioni, la Lombardia si trova ad essere vessata da uno stato predatorio e ad essere abbandonata da una classe dirigente storicamente irresponsabile. Nel frattempo, La Lombardia, e stavolta smette di essere una metafora, affonda.

Juri Orsi

pro Lombardia Indipendenza

Le recenti esondazioni del fiume Seveso nella periferia Nord di Milano stanno occupando le nostre cronache nazionali. Ovviamente tale accadimento è usato dall’opposizione di centro-destra come attacco all’amministrazione Pisapia, come aveva già fatto il centrosinistra con l’allora sindaco Moratti. E così, come ogni altra problematica che attanaglia il nostro territorio, la situazione idrologica della Lombardia diventerà solo un mezzo per vili battaglie politiche, nessun partito italiano operante in Lombardia si sogna minimamente di risolvere l’annosa situazione. La condizione idrologica della Lombardia è sicuramente di grande difficoltà, e necessiterebbe di un intervento importante per porvi rimedio. Da cosa deriva quest’insostenibile spada di Damocle sul territorio lombardo? Sicuramente dall’incapacità storica della classi dirigente ed imprenditoriale lombarda di limitare lo sviluppo urbanistico o quanto meno di studiarne i possibili effetti negativi sull’assetto idro-geologico.

L’urbanizzazione selvaggia che ha comportato l’interramento di vari corsi d’acqua non è stata accompagnata dalla necessaria sensibilità verso le possibili conseguenze per il territorio. Non è la prima volta che dobbiamo rilevare tale l’incapacità nelle nostre miopi classi imprenditoriali, spesso colpevoli di aver sfruttato il territorio e l’ambiente lombardo senza tener minimamente conto dei costi ambientali che avrebbero potuto riversarsi sulle vite dei lombardi. Sarebbe bello poter dire che dove non è arrivata la nostra classe imprenditoriale possa essere arrivata la nostra classe politica. Così, purtroppo, non è. Nonostante la condizione idrogeologica della Lombardia necessiti di un intervento urgente da decenni, la nostra classe politica(a prescindere dal partito italiano d’appartenenza) non ha mostrato la maturità necessaria per porre una soluzione all’annosa questione. Il modus operandi si mantiene lo stesso per ogni problema: Non risolverlo ma strumentalizzarlo politicamente ed unicamente a fini elettorali. Spesso chi critica la nostra posizione a favore della democrazia diretta millanta una superiorità intellettuale e una maggiore capacità di gestione della classe dirigente, che il popolo non sarebbe in grado di dimostrare. Se la nostra classe dirigente questa capacità ce l’ha, ha deciso di nasconderla senza farne mai mostra, riuscendoci perfettamente.

Dal nostro punto di vista è proprio ridando la vera sovranità ai lombardi che obbligheremo la nostra classe dirigente a dimostrare una maggiore capacità amministrativa, oppure a farsi da parte a favore di qualcuno che sia in grado di svolgere in modo migliore queste mansioni. È solo colpa della classe dirigente lombarda? No. È inutile negare i costi ingenti che un’operazione massiccia di messa in sicurezza dei corsi d’acqua lombardi avrebbe. La regione Lombardia e i nostri comuni non hanno i fondi necessari. Certo, se la Lombardia fosse indipendente, la Lombardia avrebbe più di 55 miliardi di euro in più ogni anno, derivanti dal residuo fiscale che smetterebbe di perdersi nei meandri dei ministeri romani. Con una simile cifra si potrebbe mettere in sicurezza l’intero territorio lombardo. Come per molte altre questioni, la Lombardia si trova ad essere vessata da uno stato predatorio e ad essere abbandonata da una classe dirigente storicamente irresponsabile. Nel frattempo, La Lombardia, e stavolta smette di essere una metafora, affonda.

Juri Orsi

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Le stampelle dello Stato italiano in Lombardia di Giacomo Consalez – Portavoce di pro Lombardia Indipendenza

Roberto Calderoli, esponente storico dei vertici della Lega Nord, è stato, nella sua carica di ministro delle riforme, l’autore principale della legge n. 270 del 21 dicembre 2005, una legge che ha modificato il sistema elettorale italiano e ha delineato la disciplina attualmente in vigore, salvo alcune modifiche decorrenti dal 16 gennaio 2014, in seguito all’annullamento di alcune norme da parte della Corte Costituzionale. Lo stesso Calderoli, rinnegando la sua legge in perfetto stile leghista, la definì «una porcata» in un’intervista televisiva. Per questo la legge 270 fu rinominata da calderolum a porcellum (termine che ebbe molta fortuna e diffusione) dal politologo Giovanni Sartori. La legge contravveniva in modo smaccato all’esito del referendum del 18 aprile 1993, il quale, con un consenso dell’82,7% dei voti e un’affluenza del 77%, aveva portato all’abrogazione di alcuni articoli della vecchia normativa elettorale proporzionale del Senato, configurando un sistema maggioritario, delineato in seguito dalle leggi n. 276 (per il Senato) e n. 277 (per la Camera, nota anche come legge Mattarella) del 4 agosto 1993. Abolendo i collegi uninominali, la legge n. 270 ha introdotto il premio di maggioranza senza soglia di sbarramento per la coalizione vincente alla Camera, ricalcando due leggi elettorali italiane del passato: la legge Acerbo del 1923 e la cosiddetta “legge truffa” del 1953. Inoltre, fatto a mio avviso scandaloso, con la legge 270 l’elettore si limita a votare per delle liste di candidati, senza la possibilità di indicare preferenze. L’elezione dei parlamentari dipende quindi completamente dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dai partiti, in base a logiche che lascerei giudicare ai lettori. Recentemente, Calderoli è tornato in due clamorose occasioni a dar mostra della propria natura di arcigno difensore dell’autoreferenzialità ed impunità dello stato centralista romano. Tra la fine di giugno e i primi di luglio del 2014, assieme ad Anna Finocchiaro (PD) ha depositato un emendamento che introduce l’immunità parlamentare, un vero e proprio scudo giuridico per gli amministratori locali che diventeranno senatori. Questo provvedimento è stato seguito da un impressionante scaricabarile tra i redattori del provvedimento e il resto della compagine governativa (di cui la lega nominalmente non fa parte – Calderoli, in questo, svolge solo un ruolo di “basista”, se posso usare giocosamente questo termine). Negli stessi giorni, l’ineffabile odontotecnico si è prodotto in un nuovo festoso parto. Assieme all’anima gemella Finocchiaro, per la quale pare nutrire un trasporto intellettuale incontenibile, Calderoli ha promosso la modifica del terzo comma dell’Art. 71 della “Costituzione più bella del mondo che tutti ci invidiano”. In virtù di questa modifica, il numero di firme necessario ai promotori per presentare una legge di iniziativa popolare sale da cinquantamila a trecentomila. E, aggiunge il testo redatto tra gli altri dallo statista orobico, “La discussione e la votazione finale delle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”. Cioè se e quando garba a lor signori. In pratica, da molti anni, la Lega e Calderoli in primis sono insieme garanti e stampelle di un processo irreversibile che conduce alla completa autoreferenzialità dello stato romano. Uno stato blindato nel proprio fortilizio a strenua difesa di un castello di privilegi insostenibili, e a sostegno di un sistema di voto di scambio che ha ridotto in pezzi l’economia dell’invaso a forma di stivale. Comprese le quattro regioni che, uniche nel loro genere, producono più di quanto non consumino, dunque possono sostenere a testa alta di non praticare lo sport nazionale italiano, quello di vivere alle spalle altrui. Lombardia e Veneto in testa. In questo contesto, l’alleanza ormai strategica tra PD e Lega agisce con la grazia di un cancro per distruggere i flebilissimi ambiti di autonomia concessi ad oggi dall’ordinamento ipercentralista italiano. Ma la Lega non doveva essere la paladina di queste regioni contro le cattive abitudini di altre realtà del cosiddetto “Paese”? Come dice una persona brava e seria di mia conoscenza, la Lega è una orrenda convivenza tra vecchio marcio e conati di nuovo. Restiamo in attesa che i conati si materializzino, perché il dominio incontrastato del vecchio marcio è sotto gli occhi di tutti, checché ne dica Salvini, e il vomito ce l’abbiamo noi che, stoltamente, anni addietro, ci avevamo creduto.

*Giacomo Consalez, Portavoce Pro Lombardia Indipendenza, http://www.prolombardia.eu