#Kurdistan #Anniversari – 1° NOVEMBRE 2024: GIORNATA MONDIALE PER KOBANÊ – di Gianni Sartori

Forse è nel cimitero di Kobanê che bisognerebbe recarsi in questi giorni per non dimenticare (come sembra aver fatto da tempo l’opinione pubblica mondiale) il sacrificio di migliaia di curdi caduti combattendo contro Daesh.

Premessa. Con Tev-Dem si indica la Tevgera Civaka Demoqratik (“Movimento della società democratica”) ossia il progetto sociale sperimentato nel Rojava: il confederalismo democratico. In sintesi, Tev-Dem è la forma di organizzazione della società ancora in atto, nonostante tutto, nel Rojava.

A dieci anni dalla Resistenza di Kobanê (novembre 2014), TEV-DEM rivolge un appello al sostegno internazionale per la popolazione del Rojava sotto attacco da parte dell’esercito di Ankara e dei suoi ascari jihadisti. In quella che ormai si celebra regolarmente da dieci anni il 1 novembre (“Giornata mondiale per Kobanê), il Movimento per una società democratica si rivolge al mondo (per quanto in altre faccende affaccendato) affinché non consenta allo Stato turco, supporter dello Stato islamico che il 15 settembre 2014 aveva assaltato Kobanê, di completarne l’opera.

Migliaia di combattenti curdi erano caduti nella battaglia con gli islamisti tra settembre 2014 e gennaio 2015. Mentre i combattimenti causavano la quasi completa distruzione di Kobanê, oltre 300mila persone erano ridotte nella condizione di sfollati-profughi interni.

Come si legge nel comunicato di TEV-DEM “a Kobanê è stata condotta una resistenza senza precedenti. La città è diventata un simbolo mondiale di resistenza per i valori comuni dell’umanità”.

All’epoca, dal carcere di Imrali, era giunto un altro appello, quello di Abdullah Öcalan che chiamava i curdi alla mobilitazione generale per difendere questa cittadina frontaliera nel nord della Siria. Sempre all’epoca, centinaia di milgliaia di persone, forse milioni, erano scese in strada il 1 novembre (proclamato da allora “Giornata mondiale per Kobanê”).

Continuando nella sua dichiarazione, TEV-DEM spiega che “dieci anni dopo Kobanê è nuovamente sotto attacco da parte dello Stato turco e dei suoi proxy jihadisti”. Per questo “ci appelliamo ad un maggior sostegno alle conquiste dei popoli del nord e dell’est della Siria. Il Rojava ha resistito per l’intera umanità, l’umanità deve ora impegnarsi per il Rojava”.

Una possibile spiegazione dell’ostinato persistere di Erdogan nella sua guerra contro i curdi, è stata ipotizzata in una recente intervista (all’agenzia ANHA) da Xerîb Hiso.

Denunciando la “politica di saccheggio e occupazione” di Ankara nelle regioni del nord e dell’est della Siria, il copresidente del Partito dell’Unione democratica (PYD, Partiya Yekîtiya Demokrat) ha condannato le aggressioni di quello che costituisce il secondo esercito della Nato contro la popolazione e le istituzioni locali. Aggressioni che sarebbero una conferma della sostanziale “perdita di influenza della Turchia in Medio-oriente”.

“Lo Stato turco – ha spiegato – si è illuso per lungo tempo che attaccando i curdi si sarebbe rafforzato. Un approccio del tutto sbagliato. Forse ha potuto funzionare in passato, ma alla fine non darà alcun risultato. Da oltre un secolo, massacri, saccheggi e occupazioni non hanno portato niente di positivo alla Turchia. Mentre si ostina a procedere sulla strada del fascismo e della brutalità, in realtà va perdendo il suo ruolo nella regione mediorientale, sempre più sconfitto e frammentato. Sul piano interno la Turchia sta cadendo nel caos, una conferma che la soluzione dei suoi problemi non può rinvenirla fuori dalle proprie frontiere. Gli attacchi contro di noi non sono altro che atti vigliacchi e terroristici. I tempi in cui si poteva affamare e scacciare la popolazione sono definitivamente finiti e la volontà del popolo alla fine vincerà”.

Indispensabile poi dire due parole anche su quanto avviene più a sud e a est, a Deir ez-Zor lungo le rive dell’Eufrate. Con le recenti immagini (criticate severamente da “campisti” di varia estrazione) di esponenti delle Forze Democratiche Siriane (FDS; in araboالديمقراطي , in curdo Quwwāt Sūriyā al-Dīmuqrāṭīya; in siriaco Hêzên Sûriya Demokratîk‎; in inglese Syrian Democratic Forces) dialogare fraternamente con militari della Coalizione internazionale chiaramente statunitensi). Con i simboli della rivoluzione curda (v. La stella rossa) a fianco della bandiera stelle e strisce.

Il video (SDF press center) documentava la recente costituzione di una pattuglia congiunta, costituita appunto da FDS (o SDF) e forze della Coalizione Internazionale a Deir ez-Zor. In difesa della popolazione ripetutamente sottoposta agli attacchi di Daesh e di non meglio precisate “milizie affiliate ai servizi di sicurezza di Damasco” (tribali arabi forse). In risposta, si legge in un comunicato di SDF press center, alle “ripetute richieste delle tribù e dei popoli della regione, richieste emerse nel corso di precedenti riunioni con il comando generale delle SDF e della Coalizione internazionale”.

A tale scopo sarebbe stata “rafforzata la capacità di combattimento per proteggere la popolazione dalle minacce portate da fazioni ostili”.

Nelle immagini si vedono appunto i blindati USA e i furgoni curdi percorrere insieme le strade. Poi i componenti della pattuglia congiunta (con i rispettivi simboli di riconoscimento, stella rossa in campo verde e bandierina a stelle e strisce) distribuire volantini informativi alla popolazione (con frotte di bambini che ne fanno incetta).

Capisco la contraddizione e non dico che faccia piacere. Ma – chiedo umilmente – che cazzo dovrebbero fare i curdi e gli altri popoli dell’area, visto che tutti (tutti, anche i francesi ormai) li hanno abbandonati al loro destino? Lasciarsi massacrare buoni e zitti? Affidarsi a Putin e Bashar al-Assad (proprio quando sembra in ripresa l’idillio con Erdogan)?

Fatemi sapere che magari glielo spiego.

Gianni Sartori

#Asia #Pilipinas – FILIPPINE: SQUADRONI DELLA MORTE CONTRO PRESUNTI SPACCIATORI E TOSSICODIPENDENTI, ESECUZIONI, SEQUESTRI E INTIMIDAZIONI PER GLI AMBIENTALISTI – di Gianni Sartori

Con la conferma del diretto responsabile (direttamente in Senato il 28 ottobre), è venuto meno il “velo” steso sulle stragi avvenute nel contesto della lotta alla droga nelle Filippine.

E’ stato proprio Rodrigo Duterte, ex presidente, a confermare quanto si sospettava (o meglio: si sapeva) da tempo.

Durante la sua leadership sono avvenute in gran quantità “esecuzioni sommarie extragiudiziali”, qualificabili come “crimini contro l’umanità”. Ovviamente rimasti impuniti.

Come ha ribadito Bienvenido Abante (responsabile della Commissione per i diritti umani della Camera) era stato Duterte in persona a ordinare alle forze dell’ordine di provocare (“incoraggiare”) i sospetti a reagire in modo da poterli ammazzare. Con uno squadrone della morte “d’élite” direttamente ai suoi ordini, operativo tra il 1988 e il 2016 (quando era sindaco di Davao) e poi tra il 2016 e il 2022 durante il suo mandato presidenziale.

Con la programmata eliminazione fisica di migliaia di sospetti spacciatori e tossicodipendenti (oltre che di soggetti genericamente classificati come antisociali). Senza esclusione di torture e sequestri e con una ricompensa ufficiale per ogni “scalpo”.

Se i dati ufficiali della Polizia nazionale filippina riferiscono di 6.600 morti ammazzati in questa “guerra alla droga”, per alcune Ong che si sono occupate della questione il numero delle vittime sarebbe di oltre 30mila.

Era intervenuta anche Amnesty International affermando che tali esecuzioni (omicidi in sostanza) erano “di natura deliberata e sistematica (…) parte di un attacco organizzato dal governo contro i poveri”.

Abante l’ha definita come “scioccante normalizzazione della brutalità”, invitando quindi “le autorità competenti a considerare attentamente la dichiarazione accertando le responsabilità penali degli individui interessati, sia sotto il concetto di responsabilità di comando che di cospirazione”. Molti di questi casi potrebbero rientrare nel novero di “crimini contro l’umanità, come sanzionato dalla legge repubblicana n.9581, dalla legge sui crimini contro il diritto umanitario internazionale, il genocidio e altri crimini contro l’umanità”.

Sostanzialmente in sintonia con Abante, Chel Diokno. L’avvocato per i diritti umani ritiene che tali ammissioni sotto giuramento (rese senza che Duterte abbia mostrato “alcun segno di pentimento”) siano utilizzabili contro l’ex presidente.

Al momento nei confronti di Duterte è aperta anche un’indagine della Corte penale internazionale (Cpi) per stabilire se le uccisioni avvenute nell’ambito della campagna antidroga siano “frutto di una politica di Stato”.

Altrettanto preoccupante quanto avviene tuttora nelle Filippine ai danni dei difensori della Natura.

Complessivamente gli attivisti per il clima e l’ambiente uccisi a livello mondiale nel 2023 sarebbero almeno 196 (quelli registrati da Global Witness, il numero reale è sicuramente più alto). In massima parte (almeno il 36%) appartenenti alle comunità indigene. Se il primato spetta all’America Latina (in particolare alla Colombia), in Asia sul poco ambito podio troviamo proprio le Filippine con 17 attivisti ambientali uccisi nel 2023.

Sempre in base ai dati forniti da Global Witness, dal 2012 nelle Filippine sono almeno 298. Per quanto non paragonabili a quelli della Colombia (461 dal 2012) la cifra appare alquanto significativa, soprattutto se confrontata con il totale dell’Asia (468). Addirittura superiore a quelli dell’intera Africa (116 dal 2012, ma con tanto beneficio d’inventario, sicuramente sottostimati per la difficoltà di documentarli adeguatamente).

Va poi considerato l’incremento di quelli che l’Asian Forum for Human Rights and Development ha definito “attacchi non letali” nei confronti dei difensori dei diritti umani. In particolare le “pressioni giudiziarie”. Accanto alla pratica abituale – e talvolta con conseguenze letali – delle sparizioni forzate.

Fenomeno peraltro in espansione anche al di fuori delle Filippine. Sempre stando alle denunce di Global Witness “Il rapimento di difensori della terra e dell’ambiente nel sud-est asiatico è diventato un problema cruciale, che riflette sforzi più ampi da parte dei detentori del potere di reprimere il dissenso e mantenere il controllo sulla terra e sulle risorse”. Emblematico, tra i tanti riportabili, il caso di due attiviste ventenni, Jhed Tamano e Jonila Castro. Rispettivamente coordinatrice per il Forum ecumenico episcopale e responsabile di People’s Network for the Environment.

Originarie del territorio della Baia di Manila, avevano appoggiato le comunità dei pescatori contro il progetto della costruzione di un nuovo aeroporto. Sequestrate il 2 settembre 2023, sono rimaste nelle mani dei rapitori (fondati sospetti sul ruolo dell’esercito) per 17 giorni.

Sequestro, ricordo, avvenuto sotto la presidenza di Ferdinand Marcos Jr.

Al momento del rilascio veniva organizzata dalle autorità una conferenza stampa. Definita però dalle due ambientaliste “una montatura” con cui si voleva costringerle (leggendo una dichiarazione prestampata) a qualificarsi come “militanti comuniste”.

Sottoposte per oltre due settimane a minacce e torture psicologiche, avevano coraggiosamente partecipato alla conferenza stampa per denunciare i loro sospetti sul ruolo dei militari. Pur essendo ben consapevoli dei possibili rischi. Infatti nel dicembre 2023 sono state accusate di “aver messo in imbarazzo e in cattiva luce le Forze armate delle Filippine” con tanto di mandato d’arresto.

Gianni Sartori

#NativeAmericans #Repressione – LEONARD PELTIER: È EVIDENTE CHE LO VOGLIONO MORTO – di Gianni Sartori

Dispiace dirlo, ma – se le cose andranno avanti così – sembra proprio che dobbiamo rassegnarci. Quando uscirà dal carcere Leonard Peltier (Turtle Mountain Ojibwe, il più antico prigioniero politico indigeno degli USA) lo farà con i piedi in avanti.

Il 28 ottobre il “Mandela” dei nativi americani (in prigione dal 1976) era stato ricoverato all’ospedale, ma sarebbe già stato riportato in cella. Nonostante i suoi sostenitori chiedano che venga trasferito d’urgenza in una struttura medica. Nato nel 1944 da un nativo chippewa e una donna lakota, Peltier (80 anni compiuti in settembre) è seriamente malato. Soffre di diabete, di ipertensione e per le conseguenze del Covid-19. Situazione sanitaria che l’infinita detenzione non ha fatto altro che aggravare. Stando a quanto riferito da Kevin Sharp, il suo avvocato, un’udienza provvisoria sarebbe prevista per giugno 2026, mentre un’udienza completa è stata programmata non prima del giugno 2039. Quando Peltier, se fosse ancora in vita, avrebbe 94 anni.

In giugno Peltier si era vista negare ancora una volta la libertà condizionale da parte della Commissione di Libertà Condizionale statunitense (organizzazione ufficialmente “indipendente” ma – almeno per il caso Peltier – influenzata dal Federal Bureau of Investigation). L’ultima udienza risaliva a ben quindici anni fa.

Anche Amnesty International si era mobilitata affinché venisse scarcerato per “ragioni umanitarie”.

Come aveva commentato Nick Tilsen (presidente del Collettivo NDN, un’organizzazione indigena che da anni si batte per Peltier) “oggi è un triste giorno per i popoli indigeni e per la giustizia”.

Per continuare: “Hanno negato la libertà condizionale a un sopravvissuto tra i prigionieri indiani le cui condizioni di reclusione si possono definire una forma di genocidio. Mentre lotta per sopravvivere, insistono nel trattenerlo in carcere per un reato di cui non hanno prove contro di lui”. Oltre alle numerose incongruenze (v. le diverse versioni in merito a un camioncino – o a un pickup – bianco e rosso) ricordo che Peltier venne giudicato da una giuria di soli bianche e che molti testimoni in seguito confessarono di essere stati minacciati dall’FBI.

E secondo Nick Tilsen sarebbe proprio il Federal Bureau of Investigation (FBI) a diffondere false informazioni su Peltier allo scopo di mantenerlo in carcere vita natural durante.

Una vendetta infinita, anche se nei confronti di un capro espiatorio. Membro dell’American Indian Movement (AIM), Peltier era stato accusato di coinvolgimento nell’uccisione di due agenti speciali dell’FBI (Ronald A. Williams e Jack R. Coler) nella riserva di Pine Ridge nel 1975. Episodio di cui Peltier si è sempre dichiarato innocente.

Gianni Sartori

#Americhe #Attentati – BOLIVIA: MORALES NEL MIRINO, FORSE NON SOLO METAFORICAMENTE – di Gianni Sartori

L’ex presidente boliviano Evo Morales ha denunciato un tentativo di sequestro, forse di assassinio, nei suoi confronti avvenuto nella mattinata del 27 ottobre. Stando a quanto si legge in un comunicato, mentre percorreva in auto la strada da Villa Tunari verso Lauca Ñ (nella zona, dipartimento di Cochabamba, sorge una caserma militare) per partecipare al suo programma radiofonico a Radio Kawsachun Coca “due furgoni (almeno tre secondo una ricostruzione successiva tratta da un video nda) tentavano di fermarlo e gli occupanti sparavano numerosi colpi (complessivamente circa una ventina in due momenti successivi nda) contro il veicolo su cui viaggiava”. Tanto che l’autista è rimasto ferito al braccio e alla testa.

Sospettando che il probabile mandante dell’imboscata sia l’attuale presidente Luis Arce (“Lucho”), Morales ha diffuso un messaggio in X in cui sostiene che Arce sia letteralmente impazzito (“Lucho se volvió loco”).

Sul momento non si registravano condanne da parte del governo boliviano. Successivamente venivano date assicurazioni di una “inmediata y minuciosa investigación para esclarecer las circunstancias del presunto atentado”.

Mentre altre fonti governative avanzavano l’ipotesi di un “auto-attentato”, al leader del MAS giungevano calorose espressioni di solidarietà dai governi di Venezuela, Cuba, Honduras, Colombia…

In un messaggio del presidente colombiano Gustavo Petro si legge. “Tutta la mia solidarietà a Evo, il fascismo si espande in tutta l’America Latina. Ormai non si tratta più soltanto di eliminazione giuridica (un riferimento forse a quando venne incarcerato Lula e alle recenti denunce contro Morales nda), ma tornano ai metodi di sempre: l’eliminazione fisica”.

Aggiungendo che “la scelta delle destre di rompere il patto democratico mette in pericolo le decisioni del voto popolare. Il tempo che stiamo vivendo, con la policrisi mondiale (v. Edgar Morin nda) del capitalismo e dell’umanità, è un tempo in cui bisogna prendere posizione per giungere a una democrazia reale e globale”.

Così dal Venezuela: “Questo fatto ripugnante rappresenta un atto di violenza fascista che vorrebbe introdurre la violenza e l’odio politico nella società boliviana”.

Mentre Bruno Rodriguez, cancelliere cubano, ha definito l’attentato “un’aggressione codarda alla pace e alla stabilità”.

Solidarietà a Morales e condanna per l’inquietante episodio anche dall’ex presidente dell’Argentina Cristina Fernández de Kirchner e dal segretario generale dell’OEA (Organizacion de los Estados Americanos), Luis Almagro.

Non è da sottovalutare che il fatto sia avvenuto a due settimane dall’inizio dei blocchi stradali da parte dei sostenitori di Morales che chiedono una soluzione per l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e la carenza di combustibile. Oltre a opporsi all’arresto di Morales richiesto dalla Fiscalía boliviana per il presunto “abuso de una menor cuando ejercía el poder”.

Accusa sempre respinta da Morales come “una mentira más” orchestrata dal governo.

Per la precisione, Morales è indagato per “tratta di esseri umani e violenza sessuale su minorenni” insieme ai genitori di una ragazza che l’avrebbero “donata all’ex capo dello stato in cambio di favori”. Ovviamente si tratterebbe di un fatto estremamente esecrabile, ma è perlomeno sospetto che la denuncia risalga al 26 settembre 2024, ossia ad appena tre giorni dalla conclusione di una protesta contro il presidente in carica Luis Arce – Da tempo in aperto contrasto con Morales per il controllo del MAS.

Per l’ex presidente si tratterebbe semplicemente dell’ennesimo atto di una “persecuzione politica orchestrata da mesi” per impedirgli di candidarsi alla presidenziali del 2025.

Poco prima del presunto attentato spiegava che “la strumentalizzazione della giustizia (lawfare, delegittimazione degli avversari politici con mezzi giuridici nda) è il nuovo Piano Condor: non si uccide più a colpi di pistola, ma si promuovono omicidi morali attraverso sentenze contro leader popolari. Hanno avviato contro di noi quattro processi giudiziari contemporaneamente per ottenere il nostro arresto”. Magari oggi sarebbe più drastico.

Tornando ai blocchi stradali tuttora in atto, stando ai dati forniti dall’Administradora Boliviana de Carreteras il 28 ottobre, sono almeno 22 e interessano le strade principali che uniscono Cochabamba con La Paz, Oruro e Santa Cruz. Con perdite calcolate in 1.200 milioni di dollari secondo il ministero di Desarrollo Productivo y Economía Plural.

Successivamente Morales, davanti alla Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) ha richiesto la destituzione di due ministri.

Precisando che “si Luis Arce no dio las órdenes de matarnos debe destituir y procesar de inmediato a sus ministros de Defensa y de Gobierno, Edmundo Novillo y Eduardo Del Castillo”.

Il 28 ottobre interveniva in conferenza stampa il ministro del Gobierno bolivianoEduardo del Castillo attaccando a sua volta Morales di far “teatro”. Confermando gli spari, ma sostenendo che l’ex presidente in realtà cercava di sfuggire a un “puesto de control en Chapare”. Contro cui avrebbe aperto il fuoco per primo invece di fermarsi all’ordine degli agenti. Accusandolo esplicitamente di “tentato omicidio contro un uomo in divisa”. Ovviamente il leader cocalero ha negato tale eventualità precisando che “ninguno de nosotros llevaba ningún tipo de armamento”. E aggiungendo che “ahora ya nadie duda de que el atentado fue perpetrado por un grupo de élite militar y policial”.

Per Gualberto Arispe, deputato del MAS potrebbe trattarsi di un tentato sequestro, forse per poi trasferirlo a Santa Cruz nell’ambito delle indagini a suo carico. Mascherandolo come un “ ataque de narcotraficantes o un ajuste de cuentas” (regolamento di conti) nel caso in cui l’ex presidente fosse rimasto ucciso. Aggiungendo comunque che le proteste aumenteranno e così il blocco della circolazione. Tanto che – a suo avviso – il governo di Luis Arce Catacora “tiene los días muy contados”.

Ancora più radicali le dichiarazioni di un dirigente campesino, Víctor Choque.

Confermando che – a seguito della ventilata possibilità di far intervenire l’esercito contro i blocchi stradali – le organizzazioni dei produttori di foglie di coca del Tropico di Cochabamba avrebbero già preso la decisione di “retirar a sus hijos del servicio militar de los puestos castrenses de la región”. In quanto “nuestros hijos no pueden mancharse matando a los movilizados”. Nella consapevolezza che l’attentato a Morales coincideva con le previste operazioni congiunte di esercito, polizia e paramilitari per eliminare i blocchi stradali. Operazioni rese possibili dai recenti cambiamenti avvenuti negli alti livelli dell’esercito e della polizia. Un piano ben congegnato.

Inevitabile, confrontando le rispettive biografie dei due antagonisti, coglierne l’oceanica distanza.

Juan Evo Morales Ayma, detto el Indio, è stato il primo presidente indigeno a guidare uno stato sudamericano dopo più di 500 anni dalla “scoperta” attribuita a Colombo. Già esponente sindacale dei cocaleros della Bolivia (confederazione di contadini, con una forte componente quechua e aymara) è stato il fondatore del MAS (Movimiento al Socialismo).

Era nato in una famiglia indigena aymara nella città mineraria di Orinoca (dipartimento di Oruro) negli altopiani. Da qui i suoi si trasferirono nei bassopiani dell’est (provincia di Chapare) dedicandosi all’agricoltura e alla coltivazione di coca.

Diventato elemento di spicco del movimento (molti erano ex minatori rimasti senza lavoro per le ristrutturazioni neoliberiste degli anni ottanta), Evo nel 1997 veniva eletto alla Camera dei deputati in rappresentanza delle province di Chapare e di Carrasco (Dipartimento di Cochabamba). Con la più alta percentuale di voti (70%).

Venne poi forzatamente espulso dal Congresso nazionale con accuse pretestuose di “terrorismo” (per le sue iniziative in difesa dei cocaleros), presumibilmente su richiesta di Washington. Rimozione che in seguito venne classificata come “incostituzionale”.

Come è noto divenne presidente della Bolivia con le elezioni (anticipate) del dicembre 2005.

Ma – per farla breve – se Morales si è guadagnato legittimamente un posto nella Storia (e in particolare in quella della Resistenza indigena) lo si deve allo storico (appunto) decreto del 2006. Nell’anno precedente, attraversato da ingenti proteste popolari, il Congresso boliviano aveva approvato una legge sull’energia che aggiungeva al canone già esistente del 18% una tassa sulla produzione del 32%. Tale provvedimento obbligava le imprese a rinegoziare i propri contratti con lo Stato.

Ma il 1º maggio 2006 (data scelta non a caso) Evo Morales, in quanto presidente e mantenendo così le promesse fatte in campagna elettorale, emanò un decreto di nazionalizzazione di tutte le riserve di gas naturali boliviane.

Per cui lo Stato riprendeva “la proprietà, il possesso e il totale e assoluto controllo degli idrocarburi”. Inviando l’esercito e i tecnici della compagnia di Stato (YPFB) a occupare gli impianti. Dando alle compagnie straniere sei mesi di tempo per rinegoziare i contratti o venir espulse.

Altra storia, si diceva, quella di Luis Arce. Nato a la Paz nel 1963, figlio di due insegnanti. Cresciuto in una famiglia della classe media, si era diplomato al liceo nel 1980. Aveva poi studiato all’Istituto di educazione bancaria di La Paz, diplomandosi come contabile nel 1984. Conseguiva nel 1991 una laurea in economia all’Università Superiore di San Andrés per poi completare gli studi presso l’Università di Warwick a Coventry (Gran Bretagna) con un master in economia nel 1997. Altri titoli accademici: un paio di dottorati onorari presso l’Università delle Ande (UNANDES) e l’Università Privata Franz Tamayo (UNIFRANZ) in Bolivia. Nel gennaio 2003 (incautamente con il senno di poi) Morales lo aveva nominato al Ministero delle Finanze. Nel 2009, assumeva il nuovo Ministero dell’Economia e delle Finanze Pubbliche. Vincitore alle presidenziali del 2020 come candidato del MAS, contro il suo insediamento ci fu un fallito tentativo golpista da parte del ministro della difesa del precedente governo Áñez (Luis Fernando López) e di ufficiali boliviani.

Gianni Sartori

* nota 1: Questo il messaggio di Evo su X: “La mentira organizada del gobierno y sus medios de comunicación pagados se esfuerzan todavía por desviar la verdad sobre el atentado criminal que sufrimos este domingo en el Trópico del que gracias a Dios, a mis padres Q.E.P.D y a nuestra Pachamama logramos salvar la vida. Ahora ya nadie duda de que el atentado fue perpetrado por un grupo de élite militar y policial. Si Luis Arce no dio las órdenes de matarnos debe destituir y procesar de inmediato a sus ministros de Defensa y de Gobierno, Edmundo Novillo y Eduardo Del Castillo. El Pueblo sabe que la verdad siempre se impondrá tarde o temprano”.

#IncontriSulWeb – CURDI, UN POPOLO, UNA CULTURA, UNA LINGUA – un estratto

Un estratto dell’incontro con la dr.ssa Nurgül Çokgezici , psicologa, docente, traduttrice, mediatrice linguistico culturale e componente attiva della Comunità curda di Milano, per offrire una testimonianza di prima mano sul Popolo Curdo, sulla sua Cultura e sulla sua Lingua. Per vedere il video completo https://youtu.be/rKKRrXdMp7E?si=kSQjUh3i3mjvlSlh

#Catalunya #Opinioni – AMNISTIA, AMNISTIA…PER PICCINA CHE TU SIA… – di Gianni Sartori

Capisco che possa lasciare, non dico “basiti” (si è visto ben altro), ma perlomeno perplessi. “Ma come – sento dire – viene adottata per quanto tardivamente una legge di amnistia (richiesta e concepita a favore degli indipendentisti catalani nda) e poi a usufruirne sono le forze dell’ordine, quelle che hanno picchiato i refrattari alla monarchia spagnola? Ma si può?”.

Tranquilli: si può, si può… Del resto basterebbe guardarsi indietro. per esempio all’amnistia del dopo apartheid. A conti fatti, a trarne beneficio sono stati forse più i vigilantes al servizio del regime sudafricano, i torturatori…più ancora dei dissidenti di ANC e PAC. Così in Irlanda, dove – sempre a spanne – probabilmente ne sono usciti meglio quelli delle milizie lealiste (UVF, UFF..) piuttosto che i repubblicani.

Per non parlare della Colombia! Per certi aspetti una farsa. Non solo per le centinaia di esponenti della società civile, sindacalisti, indigeni ed ex guerriglieri eliminati nel corso del processo di pace. Ma soprattutto pensando a quanti membri degli squadroni della morte (statali o parastatali) sono rientrati in società con la fedina penale intonsa (magari per riprendere i loro traffici).

E non voglio nemmeno ricordare, per carità di patria, l’amnistia di Togliatti che rimise in circolazione una caterva di fascisti mentre sotto processo finivano i partigiani.

Ricapitolando. Ai primi di giugno i deputati spagnoli, dopo un’ultima sessione a dir poco incandescente (condita di reciproci insulti) avevano approvato (177 a favore, 172 contro) una legge di amnistia. Senza peraltro fornire il numero preciso dei potenziali beneficiari. Mentre per il Governo si trattava di circa 400 persone, per gli indipendentisti la cifra si aggirava sui 1400.

Tra loro, l’ex presidente del governo autonomo catalano, Carles Puigdemont, l’ex vicepresidente ed esponente di ERC Oriol Junqueras, l’altro leader di ERC Josep Maria Jové.

Oltre a sindaci, consiglieri comunali, direttori televisivi e radiofonici, funzionari che in qualche modo avevano partecipato all’organizzazione del referendum sull’indipendenza del 2017. Ma anche  responsabili delle manifestazioni di protesta del 2019 (una risposta alle condanne per sedizione inflitte a esponenti indipendentisti).

Un’amnistia comunque anomala (nata zoppa ?) in quanto prevede che siano i tribunali a giudicare caso per caso (con il timore legittimo che le sentenze siano alquanto varie). Quanto agli esponenti politici indagati per “appropriazione indebita” o addirittura per “terrorismo”, potrebbero esserne esclusi. In quanto, secondo qualche procuratore, si tratterebbe di reati “non passibili di amnistia”.

Come avvenne in luglio quando la Corte Suprema di Spagna negava all’ex presidente catalano Carles Puigdemont la possibilità di rientrare in Catalunya dall’esilio (proprio in quanto accusato di “appropriazione indebita”).

Attualmente, fine ottobre 2024, ne hanno usufruito 154 persone.

Tra cui ben 95 agenti delle forze dell’ordine (Cuerpo Nacional de Policia, Guardia Civil, mossos d’Esquadra…). Una settimana fa, in un colpo solo sono stati amnistiati 45 membri della G.C. sottoposti a inchiesta per il loro operato all’epoca del referendum. In precedenza ne avevano usufruito 46 membri della Polizia nazionale, indagati per aver agito con violenza nei seggi elettorali di Barcellona. Amnistiati anche quattro membri della polizia autonoma catalana (Mossos d’Esquadra).

Degli altri 59 amnistiati, 24 sono funzionari che avevano collaborato al referendum (giudicato illegale da Madrid) e 35 manifestanti già condannati (su migliaia).

Gianni Sartori