#Kurds #Syria – QUALCHE AGGIORNAMENTO SULLA SITUAZIONE – di Gianni Sartori

Se pur difficoltosamente, comincia a filtrare qualche segnalazione (prevedibile) di violazioni dei diritti umani e di crimini di guerra per opera della bande jihadiste filo-turche. Segnalata la presenza del boia Abu Hatem Shaqra.

A Seherawa i mercenari di Ankara hanno torturato e sequestrato alcuni giovani curdi originari di Afrin mentre aspettavano dei mezzi con cui raggiungere i villaggi di Basilê e Deir Cimêl. Sul posto rimangono bloccati numerosi bambini e donne, esposti a maltrattamenti e rapimenti.

Erano ugualmente originari di Afrin i due curdi ezidi (di uno soltanto si conosce il nome, Ahmed Jemo) assassinati il 2 dicembre da miliziani jihadisti, presumibilmente integrati in Hayat Tahrir al-Sham (HTS, Organizzazione di liberazione del Levante, dove il termine “liberazione” quanto meno stride) o nell’SNA.

I due stavano tentando di allontanarsi da Aleppo (da qualche giorno sotto il controllo delle bande filo-turche con l’eccezione, per ora, dei quartieri curdi di Seikh e Maqsud, protetti da YPG e YPJ).

Così come due giorni fa una ventina di persone, tra cui numerose donne, venivano sequestrate a un posto di controllo nel villaggio di Cenê mentre da Shehba (tornata sotto la minaccia jihadista) tornavano a Afrin (occupata dalla Turchia ormai da sei anni). Sulla loro sorte non si hanno più notizie, mentre sappiamo che Ehmed Hiso è stato assassinato quando da Tall Rifaat tentava di rientrare in Afrin con sua moglie (rimasta ferita nell’attacco e poi rapita).

Sono oltre 200mila i curdi  scappati da Afrin a seguito dell’invasione turca di qualche anno fa (2018) per sfuggire alla pulizia etnica. Gran parte da allora sopravviveva nel cantone di Shehba.

Con la caduta di Aleppo nelle mani jihadiste sono nuovamente costretti a scappare, ma nel contempo subiscono gli attacchi, le persecuzioni degli invasori al servizio di Ankara.

Da segnalare la presenza in HTS e nel SNA di molti ex (ex?) esponenti di al-Qaeda e dell’Isis. Tra cui quella – confermata in Aleppo – di Abu Hatem Shaqra comandante del “Battaglione 123”della fazione Ahrar al-Sharqiya (attualmente organica al filo-turco Esercito Nazionale Siriano – SNA).

Si tratta di uno degli esecutori materiali del brutale assassinio nel 2019 di Hevrin Khalef, la giovane curda segretaria del Syrian Future Party (v. http://uikionlus.org/a-due-anni-dal-barbaro-assassino-un-ricordo-di-hevrim-xelef/).

Qualche precisazione poi su quanto è avvenuto a Deir ez-Zor.

I combattimenti tra gli arabo-curdi delle Forze Democratiche Siriane (una coalizione di forze curde, arabe e assiro-siriache) e l’esercito governativo per il controllo di Khasham non andrebbero interpretati come l’ulteriore apertura di un fronte anti-Damasco (con cui, se fosse stato possibile, i curdi probabilmente cercavano un accordo anti-jihadista). Ma solo come l’estremo tentativo per  non dover subire altri attacchi. Sia da parte delle milizie del clan Hafl (classificate come “filo-iraniane” e che qui trovavano rifugio dopo le incursioni), sia da parte delle mai estirpate cellule “dormienti” dello Stato islamico.

Al momento, stando alle dichiarazioni del Consiglio militare di Deir ez-Zor (MCD), le FDS avrebbero il controllo di sette villaggi della regione di Khasham (Salihiyya, Hatla, Marrat, Tabiyya, Hasham, Mazlum e Husayniyya).

Nel comunicato del 3 dicembre si dichiara di essere intervenuti soprattutto per prevenire possibili operazioni delle cellule dello Stato islamico insediate nelle aree desertiche circostanti (e mai completamente sradicate dal regime siriano).

Per ristabilire “un controllo geografico nelle zone che presentano evidenti carenze nella sicurezza a nord e a est di Deir ez-Zor”.

Spiegando che il dispiegamento dei combattenti delle FDS è avvenuto “in risposta agli appelli della popolazione locale contro le crescenti minacce dello Stato Islamico”.

Quanto agli altri soggetti implicati nel conflitto, mentre l’Iran punta il dito contro Israele (forse non senza ragione) in quanto corresponsabile dell’attacco turco-jihadista alla Siria, l’ambasciatore russo all’ONU ha accusato apertamente l’Ucraina di aver fornito sostegno tecnologico-militare (soprattutto i droni) e di intelligence (compreso l’addestramento) agli estremisti islamici di Hayat Tahrir al- Sham, ormai alle porte di Hama.

Denunciando l’avvenuta “identificazione nella provincia di istruttori militari ucraini che addestravano i combattenti dell’HTS” e sottolineando come i miliziani islamisti “non solo non nascondono il fatto che sono sostenuti dall’Ucraina, ma ne fanno mostra”.

Sarebbe poi in corso “il reclutamento di combattenti nelle forze armate ucraine per organizzare attacchi contro le truppe russe e siriane in Siria”.

Gianni Sartori

#Kurdistan #News – “BIJÎ BERXWEDANA ROJAVA” – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ ANF

In Siria, mentre i russi bombardano le milizie jihadiste di al-Nuṣra, gli USA quelle sciite a Deir ez-Zor e altre in arrivo dall’Iraq, Israele colpisce Hezbollah… la Turchia, ovviamente, non smette di bombardare le SDF e le YPG. Senza trascurare nel frattempo di reprimere a Istanbul le manifestazioni in sostegno del Rojava.

Il blocco di tagliagole (altro che “ribelli” come si ostinano a definirli i media) denominato Hayat Tahrir al-Sham (HTS) è sorto nel 2017 dal riciclo di Jabhat Fattah al-Sham, a sua volta derivato direttamente dal Fronte al-Nusra (ossia da al-Qaeda) e costituisce un’eterogenea coalizione composta da jihadisti, Fratelli musulmani e altre formazioni minori (tra cui il Fronte Ansar al-Din, Liwa al-Haqq, Jaysh al-Sunna e il Movimento Nour ad-Din al-Zenky).

Di sicuro non ha tutti i torti Basar al-Assad quando denuncia l’intervento di potenze straniere nell’evidente “tentativo di ridisegnare la mappa della regione”. Forze che avrebbero (hanno) fornito addestramento e supporto tecnologico alle milizie jihadiste così da garantirne l’efficienza e la rapidità nell’offensiva in atto.

Apprendisti stregoni che forse non sanno (o magari lo sanno benissimo e se ne fregano) a cosa potrebbe andare incontro la Siria in caso di vittoria delle milizie jihadiste fautrici del Califfato.

Frattanto che HTS prosegue l’avanzata verso Hama, l’altro blocco costituito dall’Esercito Nazionale Siriano (ANS, da non confondere con il governativo Esercito Arabo Siriano – SAA), con il sostegno dell’artiglieria turca, bersaglia le SDF e le YPG (Yekîneyên Parastina Gel).

Al momento sarebbe sorto anche qualche contenzioso tra i due gruppi proxy di Ankara.

Mentre HTS intendeva rimettere in funzione la centrale elettrica di Aleppo (con un atteggiamento, diciamo così, più “sociale”), l’ANS prosegue nella sua attività preferita: saccheggiare e portar via tutto il possibile.

Al momento l’ANS si starebbe concentrando nella regione di Manbij scontrandosi appunto con gruppi dell’SDF (sigla che oltre ai curdi raccoglie diversi gruppi di combattenti, tra cui i siriaco-cristiani). Oltre ad assediare i quartieri curdi di Aleppo.

A migliaia gli sfollati dalle zone di Sheba/Tall Rifaat tentano di raggiungere le regioni del Rojava attraverso un precario corridoio umanitario e nel freddo intenso.

Quanto alle SDF, avrebbero anche preso il controllo dell’ultima postazione tenuta in precedenza dall’esercito governativo a est dell’Eufrate, una fascia intorno a Deir ez-Zor in cui sorgono una mezza dozzina di insediamenti.

Ormai si contano a decine sia le vittime “morte ammazzate” che i feriti (la maggior parte gravemente). Ma aumentano anche i problemi sanitari, soprattutto tra le migliaia di sfollati, dovuti al freddo intenso, alla fame e mancanza di acqua potabile.

Come spiegava in un comunicato il Consiglio di Salute del Nord e dell’est della Siria. Chiedendo “solidarietà di fronte all’aumento della crisi umanitaria nelle regioni dell’Amministrazione Autonoma” e invitando tutte le istituzioni sanitarie e contribuire “in coerenza con i nostri valori morali e il senso di responsabilità umanitaria”.

Questo per quanto riguarda il quadro provvisorio curdo-siriano in data 3 dicembre.

Nel frattempo in Turchia, a Istanbul, veniva repressa una protesta per l’attacco portato dalle milizie jihadiste contro i curdi del Rojava.

La manifestazione era indetta da organizzazioni della società civile (sindacati, pacifisti, democratici, esponenti del Partito dell’Uguaglianza e la Democrazia dei Popoli…) che si erano riunite a Şişhane (un quartiere del distretto di Beyoğlu).

La dura reazione delle forze dell’ordine era scattata quando i presenti avevano scandito lo slogan ”Bijî berxwedana Rojava” (Viva la resistenza del Rojava). Le persone arrestate sarebbero più di una cinquantina.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – MENTRE PROCEDE L’ATTACCO TURCO SU LARGA SCALA, LA RESISTENZA CURDA SI ORGANIZZA CONTRO LA BARBARIE JIHADISTA – di Gianni Sartori

Per ora l’ultima notizia (tarda serata del 2 dicembre) è quella di una famiglia curda in fuga da Afrin contro cui i mercenari filo-turco hanno aperto il fuoco. Uccidendo due membri (Jamal Marsal e il figlio Hassan di 24 anni) e ferendone gravemente altri due (la madre e un’altra donna che viaggiava con loro). L’attacco è avvenuto presso il rondò di “Al-Shihan” di Aleppo.

A questo punto, possiamo dire “ordinaria amministrazione”.

Ora come ora gli abitanti dei quartieri curdi di Aleppo (in particolare Sheikh Maksud e Ashrafia) sono diventati ostaggi da deportare in territorio turco. Anche se al momento non se ne conosce il numero, tra le persone sequestrate vi sono molte donne attiviste di Hêzên Parastina Civakî(HPC, un’organizzazione consiliare di base).

Forse le stesse donne che due-tre giorni fa erano riuscite a impedire l’infiltrazione dei terroristi di Hayat Tahrir al-Sham(HTS) e a catturarne alcuni.

In una dichiarazione del Comando generale delle Unità di Protezione della Donna (YPJ – Yekîneyên Parastina Jin) si denunciava la brutalità dell’occupazione turca e le atrocità commesse sulle giovani militanti curde fatte prigioniere.

Chiamando le organizzazioni internazionali delle donne, quelle per i diritti umani, la società civile, tutti i democratici… a prendere le difese degli ostaggi nelle mani dei mercenari jihadisti.

Riprendo testuale: “Negli ultimi giorni la nostra regione, come tutto il territorio siriano, è diventata l’obiettivo di un attacco su larga scala e su molteplici fronti. Cominciando da Aleppo dove la popolazione è posta di fronte al rischio di venir massacrata. Contemporaneamente gli attacchi si sono rivolti alle nostre zone nel nord e nell’est della Siria dove abbiamo dato prova di una grande capacità di resistenza, in particolare nelle regioni di Shehba e di Aleppo. E il nostro popolo, guidato dalle donne, ha mostrato una grande resilienza di fronte alle aggressioni. A Sheikh Maqsoud e Ashrafia (i quartieri a prevalenza curda di Aleppo nda) la nostra gente – con l’esperienza acquisita nel corso di anni di guerra – ha reagito organizzandosi e operando come “Forze di protezione di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh” , stroncando decine di attacchi dei mercenari dello Stato di occupazione turco. Ma sfortunatamente – prosegue il comunicato delle YPG – molti giovani donne e uomini sono stati catturati da questi mercenari. Barbari che “non rispettando né l’etica, né le leggi di guerra, hanno violato la dignità delle prigioniere, utilizzandole come strumento di propaganda sui loro mezzi di comunicazione”.

Dichiarando apertamente sui social che le avrebbero vendute al mercato degli schiavi. Un comportamento brutale, disumano e intollerabile. Condannato energicamente dalle Unità di protezione della Donna (YPJ) che promettono di vendicare le donne catturate e sottoposte a tali umiliazioni.

Inoltre rivolgono un’accorata richiesta alle organizzazione internazionali, in particolare “a Amnesty International e al Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), così come a tutte le organizzazioni delle donne e dei diritti umani affinché, compiendo il loro dovere, proteggano queste donne che hanno difeso i quartieri e le città. Insistiamo sulla necessità di garantire i loro diritti come prigioniere di guerra”.

Per le YPG le atrocità commesse dai mercenari sulle giovani curde catturate sono il riflesso di quelle commesse dall’Isis nel 2014 a Sinjar, Mosul e Raqqa quando migliaia di donne vennero vendute come schiave.

L’estrema manifestazione di una mentalità patriarcale che umiliando le donne curde vuole colpire la resistenza di tutto un popolo che non si vuole arrendere.

E infatti il comunicato si conclude con un appello a ”tutte le donne giovani affinché si uniscano alle YPG, a prendere il proprio posto in prima linea”. L’unico modo, per quanto duro, difficile, pericoloso per “proteggere la nostra terra e la nostra dignità”.

Intanto (come nel caso citato all’inizio) sono migliaia i curdi che – scacciati nel 2018 da Afrin e rifugiati a Tell Rifaat (Shahba) nella campagne di Aleppo – sono nuovamente costretti a fuggire, in pieno inverno, di fronte alle bande degli ascari di Erdogan.

Anche se finora con scarsi risultati, gli esponenti curdi vanno esortando la comunità internazionale a istituire corridoi sicuri per la popolazione assediata a Tal Rifat (a seguito delle ripetute segnalazioni di rastrellamenti operati dai mercenari filo-turchi sulle strade che escono dalla città).

Decine di famiglie qui giunte da Afrin sono ora intrappolate a Tall Rifat in attesa di una via d’uscita. Dormendo all’addiaccio con temperature gelide.

Mentre le milizie dell’Esercito Nazionale Siriano (SNA) vanno compiendo decine di arresti tra questi sfollati. E già si parla di esecuzioni di civili in strada. Del resto appare evidente che i metodi utilizzati dall’alleanza jihadista denominata Esercito Nazionale Siriano (SNA), all’assalto della regione del nord-est della Siria, sono stati quelli prevedibili.

Dal comandante delle FDS (Forze Democratiche Siriane – Hêzên Sûriya Demokratîk‎) Mazloum Abdi, l’assicurazione di voler “garantire l’evacuazione in sicurezza degli sfollati interni di Afrin verso il nord-est” mentre “continua la resistenza nei quartieri curdi di Aleppo per proteggere il nostro popolo”.

Fermo restando, concludeva Mazloum Abdiche “il sostegno internazionale è cruciale per garantire la sicurezza di queste popolazioni vulnerabili”.

Volendo tentare una breve sintesi (provvisoria dato che tutto è in movimento, non solo in Siria ma nell’intero Medio Oriente) possiamo individuare due blocchi fondamentali, entrambi islamisti se pur a diverso titolo, nelle truppe e milizie all’attacco dei territori del nord e dell’est della Siria.

Il primo è quello riunito intorno a Hayat Tahrir al-Sham(ex al-Nusra, ramo siriano di Al-Qaïda), l’altro quello delle truppe ausiliarie (“cammellate”) di Ankara denominato Esercito Nazionale Siriano.

Mentre il primo procede spedito verso sud (verso Damasco quindi) con lo scopo dichiarato di abbattere il regime siriano, SNA – una coalizione posta direttamente sotto il comando turco – sembra indirizzarsi principalmente contro i curdi. Le sue operazioni hanno interessato soprattutto la regione di Shebah/Tall Rifaat impadronendosi di vaste aree agricole, di alcuni villaggi e investendo i campi profughi che ospitano decine di migliaia di curdi fuggiti da Afrin nel 2018. Inoltre avrebbero bloccato, reciso il corridoio umanitario aperto dai curdi.

Pur avendo perso terreno in quel di Sheba/Tall Rifaat, le Forze Democratiche Siriane avrebbero riconquistato una vasta area sulla riva ovest dell’Eufrate. Così come al momento conservano il controllo dei quartieri curdi e di una parte di quelli periferici nella parte nord-est di Aleppo. Ma per ora rimangono isolati rispetto al Rojava verso cui tentano di aprire un corridoio umanitario.

Tuttavia sulla situazione siriana in generale aleggia anche un’ipotesi ancora più inquietante.

Quella di un accordo tra Damasco e Ankara (sotto la supervisione russa e la benedizione israeliana). Chiudere definitivamente il “corridoio logistico” per le milizie sciite (libanesi e iraniane) e nel contempo tentare risolvere sbrigativamente la questione curda.

Azzerando la contagiosa (pericolosa non solo per la Turchia) esperienza del Rojava, del Confederalismo democratico. Con i curdi in diaspora o sottomessi.

Mentre “le stelle (e le strisce, scusa Cronin nda) stanno a guardare…”*

Gianni Sartori

*nota e PS: Quanto al fatto che ci riescano, conoscendo i Curdi, è un altro paio di maniche…

#Kanaky #Repressione – ANCHE I “CENTAURI” SOFFRONO IL CALDO – di Gianni Sartori

fonte immagine @ X

“C’est un blindé qui a coûté une blinde…”

Un gioco di parole che non è possibile restituire in lingua italiana (“E’ un blindato che è costato tantissimo”) quello con cui “Le Canard enchaîné” commentava la notizia.

I famosi “Centaure” (classificati VIPG: véhicule d’intervention polyvalent de la gendarmerie) nuovi fiammanti, inviati recentemente in Kanaky (Nouvelle-Calédonie), sarebbero già inservibili, fuori uso a causa del clima caldo-umido.

Ricapitoliamo.

Questo tipo di blindato, prodotto da Soframe 2 nel 2021, è costato a Parigi circa 70 milioni di euro (oltre ad altri 27 milioni in micidiali grenades de désencerclement). Stando alle dichiarazioni ufficiali, era destinato a sostituire “al 90%” entro l’anno prossimo i modelli ormai obsoleti in dotazione alla Gendarmerie Nationale Francaise. Come il VBRG (Véhicule blindé à roues de la Gendarmerie) risalente agli anni settanta.

Finora il Centaure era stato impiegato per le manifestazioni degli ambientalisti che protestavano contro l’autostrada A69.

Definito un “concentrato di alta tecnologia”, pesa 14,5 tonnellate ed è equipaggiato con telecamera dalla portata di nove chilometri (sia di giorno che di notte), lancia-granate, mitragliatrice e armamenti vari.

Complessivamente, sono una novantina i veicoli Centaure attualmente disponibili e operativi (a questa prima tranche ne seguirà a breve un’altra equivalente), di cui 56 destinati a rimanere in “métropole” et 34 da inviare “outre-mer”.

Oltre che in Kanaky forse anche a Nouméa dove finora sono stati impiegati véhicules de l’avant blindés (VAB) e véhicules blindés légers (VBL), modelli risalenti alla fine del secolo scorso.

Una quindicina di questi “Centauri” era stato appunto spedito in Kanaky nel luglio 2024 per sedare definitivamente la rivolta dei nativi. Utilizzando, pare, sia aerei Antonov An-124, (forse l’unico in grado di trasportare bestioni di tale stazza), sia navi-traghetto Roll-on/roll-off.

Ma poi si scoperto che il sofisticato armamentario tecnologico risente pesantemente del calore e dell’umidità. Tanto che al momento sarebbero tutti fuori uso, inservibili.

Infatti, come certi alimenti o medicine, dovrebbero essere “conservati al fresco”.

Gianni Sartori

#Alpi #Opinioni – ANCORA ODORE DI MORTE NEL TRENTINO “AMMAZZA-ORSI” – di Gianni Sartori

Sembra proprio che ormai la Provincia di Trento quando si tratta di eliminare qualche orso non guardi in faccia nessuno. Dopo M90 e KJ1 anche M91 è stato abbattuto per decreto.

Qualche mese fa, in aprile, un giovane orso di due anni, munito di radiocollare e denominato M91 (usare una sigla invece di un nome evidentemente “facilita” l’eventuale eliminazione), aveva – sfortunatamente – incontrato un turista (si presume un “amante della Natura” ma solo se adeguatamente addomesticata e reificata) forse eccessivamente emotivo dalle parti di Molveno. Costui non aveva trovato altro di meglio da fare che lanciargli pietre e minacciarlo con un bastone. Sicuramente l’atteggiamento meno indicato in simili circostanze.

Tuttavia l’orso, evidentemente di buon carattere e meno impressionabile del bipede, si era allontanato per i fatti suoi senza reagire alle provocazioni. Mostrando quindi una totale mancanza di aggressività.

Avrebbe poi, sempre l’orso, commesso un’altra “colpa” imperdonabile agli occhi dell’amministrazione. Quella di essersi troppo avvicinato agli abitati per cercare nutrimento nei cassonetti cosiddetti “liberi” ossia non protetti con adeguati dispositivi. Soluzione a cui da tempo avrebbe dovuto provvedere l’amministrazione trentina.

Quanto mai rapida e determinata – invece – nel decretarne la condanna a morte .

Così M91 è stato giustiziato nella notte tra l’1 e il 2 dicembre su ordinanza del presidente della provincia autonoma di Trento, tale Maurizio Fugatti.

Tra la firma dell’autorizzazione a procedere nell’abbattimento e l’esecuzione erano trascorse soltanto poche ore. Senza la possibilità per le associazioni protezioniste di impugnare il provvedimento. Ricorrendo a quella che Michela Brambilla (Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente) ha definito “una prassi inaccettabile che deve finire una volta per tutte”.

Amaro, ma non rassegnato, il commento delle associazioni Leal, Leidaa e Oipa:” Interverremo nelle opportune sedi giudiziarie per dimostrare l’illegittimità del decreto con conseguente danno alla fauna selvatica e uccisione di un animale (protetto) non necessitata. M91 era un giovane orso di circa due anni, monitorato attraverso tecnologie come il radiocollare. La decisione di abbatterlo è stata presa a dispetto delle necessità di preservare la fauna selvatica e nella fattispecie rappresenta l’ennesima sfida da parte della Provincia a chi con serietà e professionalità tutela animali e ambiente”.

Indignazione è stata espressa anche dalla LAV contro “un decreto tanto sanguinario quanto assurdo perché ha condannato a morte un orso che doveva invece essere preso ad esempio per non avere risposto alle molteplici provocazioni subite nel tempo”.

Ancora più determinata la presa di posizione dell’Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA) che intende presentare denuncia in sede europea contro Fugatti per il reato di uccisione di animali: “M91 è un’altra vittima del ‘metodo Fugatti’ che consiste nell’emanazione di ordinanze lampo e nella loro esecuzione a tempi di record, solitamente nel pieno della notte o alle prime luci dell’alba, con il chiaro obiettivo di negare ai portatori d’interesse l’esercizio del proprio diritto costituzionale ad agire in giudizio. Una lesione gravissima che denunceremo in sede europea”

Inoltre vari esponenti di associazioni ambientaliste, animaliste e protezioniste hanno lanciato un vibrante appello al boicottaggio turistico del Trentino.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – ESCALATION MILITARE E CRISI UMANITARIA NEL NORD DELLA SIRIA, MA PER ORA I CURDI RESISTONO – di Gianni Sartori

Com’era prevedibile l’unica resistenza valida all’attacco portato dall’alleanza turco-jihadista nel nord della Siria è stata finora quella delle Forze democratiche siriane (SDF, formate da combattenti curdi e dai loro alleati arabi). Il 30 novembre sul fronte di Al Bab (provincia di Aleppo) si sono registrati combattimenti tra le SDF e i mercenari filo-turchi del soidisant Esercito nazionale siriano (SNA). Gli scontri si sarebbero svolti (condizionale d’obbligo in quanto le notizie sono per forza di cose frammentarie; non si hanno dati certi nemmeno sul numero dei caduti) nella zona di Tedef. Dopo che in questa area si era creato un “vuoto di potere” per la ritirata delle truppe governative di Damasco, gli ascari di SNA avevano tentato di procedere nella loro avanzata.

Stando a quanto diffuso dall’agenzia ANHA, le unità di SNA avrebbero dovuto ritirarsi di fronte alla risposta delle SDF.

Altre fonti riferiscono di bombardamenti russi contro le postazione jihadiste. Nel corso di tali attacchi una base jihadista che sorgeva in prossimità di una serie di silos contenti grano, sarebbe stata distrutta (ma preservando i silos e il loro prezioso contenuto).

Qui la Turchia negli anni scorsi (agosto 2016) aveva avviato l’operazione “Scudo dell’Eufrate”. Ufficialmente per combattere l’Isis, ma in realtà per approfittare della vittoria imminente delle SDF contro lo Stato islamico (ormai in ritirata). Non a caso l’intervento turco seguiva di poco la liberazione di Manbij operata dalle milizie curdo-arabe.

Nel frattempo (1 dicembre 2024) arrivano notizie di operazioni dell’aviazione turca i cui caccia stanno sorvolando il distretto di Til Temir (cantone di Cizîr, nord-est della Siria). Gli aerei turchi si sono alzati in volo dopo una serie di bombardamenti dell’artiglieria turca contro i villaggi locali. Segnale inequivocabile che l’invasione delle milizie jiadiste non è soltanto “tollerata”, ma supportata dall’esercito di Ankara.

Nonostante le rassicuranti dichiarazioni di molti esponenti politici (anche nostrani), ormai si assiste impotenti all’intensificazione dei combattimenti e al fatale deterioramento della vita quotidiana delle popolazioni. Tra l’incudine dell’invasione e il martello dei bombardamenti.

Vittime, come sempre, soprattutto tra i civili. Nella regione di Aleppo anche oggi (1 dicembre) almeno quattro persone (tra cui due bambini rispettivamente di 2 e 3 anni) sono rimasti ferite mentre rientravano nel loro villaggio (Nairbiyeh) da Haidariya.

Contemporaneamente anche la città di Tal Tamr (cantone di Al-Jazira) veniva sottoposta a estenuanti bombardamenti da parte dell’esercito turco. Tra i villaggi maggiormente colpiti, Al-Tawila e Qabur al-Qaraqna. Pare che non vi siano vittime, ma solo gravi danni materiali (tra cui una centrale elettrica).

Durissimi combattimenti si stanno svolgendo nelle campagne di Afrin tra le Hêzên Rizgariya Efrînê (HRE, Forze di Liberazione di Afrin) e i mercenari filo-turchi che tentano di infiltrarsi con l’appoggio del’artiglieria che colpisce sia le infrastrutture che le aree abitate. Ma le bande jihadiste rimangono bloccate dalla strenua resistenza curda. Nessuna meraviglia del resto. E’ dal 2018 (con l’operazione turca ironicamente denominata ”ramoscello d’ulivo”) che – per quanto “occupata, rastrellata, passata per le armi…” – Afrin combatte e non si arrende.

Purtroppo è sulla popolazione civile che le conseguenze pesano inesorabilmente. Rendendo sempre più incerte, precarie le condizioni di vita in un contesto già fragile.

Oltre all’incremento esponenziale degli sfollati (profughi interni), alla penuria alimentare e alla pressoché generalizzata mancanza di servizi sanitari, va considerato che l’inacessibilità di molte aree rende assai problematici gli indispensabili interventi umanitari.

Altri scontri tra curdi e jihadisti si registrano nel cantone di Şehba (villaggi di Şewarqa e di Malikiyê), mentre i bombardamenti turchi avrebbero colpito (sempre condizionale d’obbligo in questa fase incerta e convulsa) anche Şewarqa, Merenaz, Kiştiar e Tetmeraş.

Le postazioni jihadiste vengono a loro volta colpite dall’aviazione russa, sia nella regione di Aleppo (almeno tre morti tra le milizie filo-turche nei quartieri di Rausa e Kirêdiya) che di Idlib.

Quanto a Damasco, starebbe rafforzando le difese militari della città di Hama posizionandosi sul monte Zên El Abidin (anche se per ora non vi sono segnali di una imminente controffensiva governativa).

Preoccupazioni per la sorte della popolazione civile sono state espresse sia dal segretario generale della Lega Araba,Ahmed Abu Al Xeyt, sia dagli Stati Uniti. Anche se è lecito dubitare della buona fede di Sean Savett (porta-voce del Consiglio nazionale di sicurezza). Il quale oltretutto attribuisce – fantasiosamente – la responsabilità di quanto sta avvenendo alla “intransigenza di Damasco” (e non alla Turchia, membro della Nato).

Quanto agli appelli per un cessate-il-fuoco immediato, si ha la netta impressione che rimarranno inascoltati a lungo.

Gianni Sartori