IN MEMORIA DI UN PRIGIONIERO POLITICO (e di altri) – di Gianni Sartori

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Non è mia intenzione fare un bilancio del ruolo, sicuramente fondamentale, esercitato dal pensiero e dall’opera di Giuseppe (“Bepin”) Segato, scomparso nel marzo 2006,  nell’ambito venetista. Altri, più addentro al problema, potranno farlo in maniera adeguata. Cercherò invece di collocare la tragica conclusione della sua umana vicenda in un contesto che conosco maggiormente, quello della prigionia politica e delle persecuzioni di Stato nei confronti di dissidenti e oppositori; non solo “indipendentisti” naturalmente.

Al ritorno da un viaggio in Euskal Herria nell’estate 2006 (a qualche mese dalla morte di Bepin) avevo dovuto, mio malgrado, fare i conti con il gran numero di conoscenti (militanti, giornalisti, esponenti di Ong…) relativamente giovani scomparsi nel giro di pochi anni. Tutti loro avevano conosciuto la realtà del carcere e la coincidenza non sembrava proprio una coincidenza.

Pochi anni prima era morto sui Pirenei (una disgrazia? Mah…) Manex Goinetxe, fondatore della sezione basca della “Lega per i diritti e la liberazione dei popoli” (a cui, se pur indegnamente, avevo dato un contributo iniziale dopo il mio incontro, ancora nel 1986, con “Takolo”); nello stesso periodo era mancato anche Marc Palmés (lo avevo intervistato a Barcellona nel 1987) , l’avvocato catalano che difese il Txiki, militante di ETA, poi condannato a morte e fucilato, davanti al tribunale speciale nel 1975; il giornalista Pepe Rei, esponente della sinistra abertzale basca, ma di origine gallega,  aveva subito un grave incidente automobilistico sulle cui reali dinamiche sussistono forti dubbi e, sopravvissuto, si trovava in gravi difficoltà. Anche se non ci siamo mai incontrati di persona, lo avevo intervistato telefonicamente in varie occasioni.

Un altro amico, Gari Arriaga (esponente di Gestoras pro-amnistia), ex prigioniero politico, era stato gravemente ammalato; Gorka Martinez, dirigente storico di Herri Batasuna, era morto nel 2002, per un tumore, dopo una serie di arresti e detenzioni. La medesima sorte è poi toccata nel 2005 a Jon Idigoras. Ricordo che nel marzo di quel 2006 altri due prigionieri politici baschi (Igor Angulo Iturrate e Roberto Sainz) erano morti in carcere in circostanze non chiare. Altri nomi da aggiungere ad una lista lunghissima, da Juan José Crespo a Joseba Asensio, da Mikel Lopetegi a Ohiane Errazkin.

Anche in Irlanda le cose non andavano meglio tra gli ex prigionieri politici. Basti ricordare Pat McGeown, uno dei due sopravvissuti allo sciopero della fame del 1981, morto improvvisamente al ritorno da una camminata nel 1994. Ricordo che l’altro sopravvissuto, Mc Keawon (lo avevamo invitato a Vicenza per una conferenza ancora nel 1994) gode fortunatamente di buona salute ed è sempre molto impegnato a livello culturale.

Ed erano trascorsi pochi mesi dall’improvvisa scomparsa di Duma Kumalo (febbraio 2006), martire scampato alle forche dell’apartheid. Protagonista in prima persona delle dure lotte in Sudafrica negli anni Ottanta, Duma aveva dedicato la sua vita a denunciare i meccanismi dell’esclusione e della discriminazione con cui si era istituzionalizzato il razzismo. Sicuramente la sua morte era stata la conseguenza degli anni di sofferenze e di torture nella cella della morte.

Non potevo poi dimenticare Edoardo Massari e Soledad Rosas, morti suicidi (o meglio: spinti al suicidio dal trattamento subito in carcere) dopo una campagna diffamatoria (vedi Michele Serra tanto per non far nomi) che aveva trasformato due romantici “squatters” in pericolosi “ecoterroristi”. Magra consolazione che, dopo la morte, siano stati dichiarati innocenti e che lo stesso giudice, poi defunto, si fosse dichiarato “dispiaciuto”.

Tornando al Veneto, era ancora vivo il ricordo di Emilio Vesce, intellettuale della sinistra antagonista incarcerato all’epoca del “7 aprile” 1979. E molti nell’Alto Vicentino si ricordano del calvario subito da Lorenzo Bortoli. Accusato di essere un militante di Autonomia Operaia, trascinato davanti al cadavere massacrato, irriconoscibile, della compagna Antonietta da un giudice senza cuore, venne trovato impiccato in una cella del carcere di Verona dopo altri tentativi di suicidio che le autorità avevano preferito ignorare. La persecuzione, l’individuazione di un capro espiatorio (e l’indifferenza per le vittime, per gli “sconfitti” della Storia) resta una costante della cultura repressiva, ad ogni latitudine e con ogni regime.

E da allora, come era facile immaginare, la lista degli ex prigionieri politici scomparsi prematuramente si è andata allungando.

Eva Forest che avevo incontrato a Donosti nel 1996 e rivista a Firenze, con i No-global, nel 2002, è morta nel 2007  mentre Theresa Ramaphosa, unica donna dei Sei di Sharpeville ci ha lasciato alla fine del 2015.

Quanto agli arrestati e incarcerati del “7 aprile” veneto (l’inchiesta del giudice Calogero che mise a tacere l’originale esperienza dell’Autonomia Operaia in Veneto), la lista di quelli morti prematuramente è impressionante. Oltre ai già citati Lorenzo Bortoli ed Emilio Vesce, sono morti ancora nel 1991 Sandro Serafini e nel 2000 Luciano Ferrari Bravo.

Senza poi dimenticare Augusto Finzi, Guido Bianchini, Franco Tommei, Giorgio Raiteri, Paolo Pozzi, Antonio Liverani, Gianmario Baietta…

Fino a Dalmaviva, nel 2016. Dalmaviva, ricordo, aveva protestato contro l’ingiusta detenzione (5 anni e 4 mesi per accuse venute poi a cadere) con un lungo sciopero della fame.

NOTTE 8-9 MAGGIO 1997: LO STATO MOSTRA I MUSCOLI

In una conversazione di qualche anno fa Ettore Beggiato (all’epoca consigliere comunale a Vicenza) sosteneva che “il dato centrale che emerge dai fatti della notte 8-9 maggio 1997 è che lo Stato ha voluto mostrare i muscoli”.

Da un libro (Il Leone blindato) scritto da Paolo Citran, allora dirigente della polizia di Venezia, in servizio nella notte del fatto, emerge chiaramente che “ben prima dell’intervento dei Gis, erano stati identificati i componenti del gruppo penetrato nel campanile”. Basti pensare che il questore si rivolgeva a Fausto Faccia chiamandolo per nome. “La polizia sapeva benissimo chi aveva di fronte”. Li avevano lasciati fare in modo da poter dare una dimostrazione di forza “inscenando lo spettacolo per i Gis”.

Beggiato definiva i militanti veneti “otto sognatori che non avrebbero fatto male a una mosca” e che avevano perfino “pagato il biglietto del ferry-boat”. Precedentemente avevano anche “fatto un sopralluogo per capire se il tanko avrebbe potuto danneggiare la piazza”. Antonio Barison era stato “tenuto per tre ore in caserma praticamente in coma, rischiando di morire”. E ricordava le reazioni politiche, la richiesta di “pene esemplari”.

Oltre agli “otto” del campanile vennero poi processati Severino Contin (l’autista del camion), Luigi Faccia e Giuseppe Segato, considerato l’”ideologo”.

Da sempre “si sono caratterizzati, più che per una dimensione politica, per un’idea di riappropriazione della propria dimensione storica, non solo della Serenissima, ma anche in senso dinamico”. Sostenevano che “il popolo veneto, se lasciato in grado di autogovernarsi, riesce sempre a produrre modelli”. Si riferivano “sia alla Repubblica Veneta che al 1848 quando Venezia, con Manin, fu l’ultima città d’Europa a cadere sotto i colpi dell’Impero, resistendo dal 22 marzo 1848 al 23 agosto 1849”. Infine (chi parla è sempre Beggiato): “Tutti giustamente sanno delle Cinque Giornate di Milano, ma non tutti sanno che qui la resistenza è durata più di un anno”. Senza dimenticare, aggiungo io, che quelli del campanile di san Marco avevano rivendicato anche un’altra Resistenza, quella contro il nazifascismo del 1943-45.

Al momento di quelle riflessioni Segato era ancora in carcere mentre Luigi Faccia era in semilibertà;  anche gli altri erano liberi, magari sottoposti a qualche restrizione. Sembrava che sull’intellettuale veneto, laureato in Scienze politiche, si volesse proprio infierire. Alcuni ambienti politici e della società civile veneta chiedevano da tempo la sua liberazione e richieste in tal senso erano venute da Cacciari, Bettin, Gustavo Selva…

Parroco e sindaco di Borgoricco (il paese di Segato, in provincia di Padova) avevano chiesto ufficialmente in varie occasioni la sua liberazione, testimoniando che Segato era una persona mite, pacifica, nonviolenta. Già allora il sindaco aveva proposto di inserirlo nella biblioteca per un’alternativa alla prigionia attraverso i servizi sociali.

Una conferma della solidarietà popolare nei confronti del prigioniero politico veneto era poi venuta dai dati elettorali. Candidato nel collegio senatoriale di Schio, Segato aveva avuto circa 16.000 voti (il 10% del totale). Sicuramente le sue condizioni di salute si erano aggravate con il protrarsi della detenzione e la sua morte non si può considerare una semplice fatalità, ma una conseguenza delle persecuzioni subite. I funerali sono stati celebrati a Borgoricco un giovedì di maggio, mentre inizialmente avrebbero dovuto svolgersi nel sabato successivo. E’ possibile che “qualcuno” abbia fatto pressione per spostarli? Forse pensando che i veneti, instancabili stacanovisti, ma poco coinvolti dalle questioni ideali, difficilmente avrebbero partecipato in massa in una giornata lavorativa. Ma quel “qualcuno” per una volta si era sbagliato.

Attorno alla bara, avvolta nel Leone di San Marco, si sono stretti in tantissimi e gli è stato reso onore con una scarica di fucileria, il “Saluto finale”. Ora riposa nel cimitero di S. martino delle Badesse.

Un’ultima cosa che mi pare significativa. Quando era in carcere gli immigrati africani con lui detenuti lo avevano soprannominato il “Mandela bianco”. Alcuni di origine congolese lo avevano addirittura paragonato a Lumumba, l’eroe dell’indipendenza fatto assassinare dai colonialisti.

Evidentemente, nonostante l’alone negativo che la stampa gli aveva costruito intorno, la sua buona fede, il suo idealismo disinteressato erano stati riconosciuti e apprezzati. Con l’intuito e la sensibilità che contraddistingue i popoli africani, i suoi compagni di prigionia lo avevano capito molto meglio di tanti intellettuali

Dalla morte di Segato  è trascorso oltre un decennio e molte cose sono cambiate, io sono cambiato. Se in meglio o in peggio, non saprei. All’epoca, ormai da molti anni, stavo in precario equilibrio tra un passato di partecipazione alle lotte sociali (diciamo dal 1968 al 1975) e un presente di condivisione profonda, quasi esistenziale, con varie lotte di liberazione (diciamo dalla fine degli anni settanta in poi), lotte rigorosamente di sinistra (altrimenti, che liberazione è?). Da questo derivava, come effetto collaterale,  una mia frequentazione di persone, gruppi, iniziative…legate all’autonomismo nostrano. Partivo dal presupposto che ogni lotta per l’autodeterminazione finisce fatalmente per  imboccare, magari in parte, la “sanca” (come era avvenuto, per esempio, sia in Euskal Herria che nei Paisos Catalans). Non dico che mi aspettassi  la nascita di una Herri Batasuna (o di un Moviment de Defensa de la Terra) in Veneto, ma almeno l’equivalente di  Eusko Alkartasuna (o di Esquerra Republicana).

Invece le cose andarono diversamente, come è noto. Le divisioni e separazioni ci furono (attualmente ho perso il conto di quanti siano i movimenti autonomisti in Veneto), ma sostanzialmente quasi tutte o a destra o al centro destra. E comunque impregnate di neoliberismo e filocapitalismo. Nessuna messa in discussione del devastante “modello veneto” di utilizzo del territorio (cemento, superstrade, capannoni e inquinamento) e nemmeno della sempre più ingombrante presenza di basi statunitensi (l’ultima creatura, per ora, quella del Dal Molin).

Mi chiedo a quale modello di autonomia stiano pensando molti venetisti. Forse a quella che consentirebbe di fabbricare ancora più capannoni, temo. E nuove superstrade per seppellirvi altre tonnellate di rifiuti tossici (vedi la recente Valdastico Sud).

E pazienza per l’ambiente, la salute, il paesaggio tradizionale…

Non voglio ipotecare niente e nessuno, ma quello di Giuseppe Segato mi sembrava un atteggiamento diverso. In ogni caso il suo idealismo disinteressato rimane fuori discussione, così come la sua condizione di perseguitato, prigioniero politico e vittima della repressione.

E concludo. “Comprensivo” nei confronti delle varie tribù dell’autonomismo nostrano, il mio atteggiamento era invece, ca va sans dire, di assoluta contrarietà nei confronti dei neofascisti.

Diffidavo (e diffido) in particolare delle simpatie (“a senso unico”, sottolineava Bernadette Devlin) espresse da Destra nei confronti delle lotte per l’autodeterminazione.

Delle strumentalizzazioni operate sulla questione irlandese mi ero già occupato. Suggerisco a tale proposito la (ri)lettura di “Fascisti, giù le mani dall’Irlanda” (per quanto ormai datato).

Dovrei aggiungere che parte del problema nasce, forse,  dal fatto che la lotta di liberazione antimperialista del popolo irlandese è stata interpretata e divulgata dagli esperti e addetti ai lavori, pieni di buoni sentimenti per carità, soprattutto in chiave umanitaria, paternalistica, direi in fondo borghese (come le origini inequivocabili di tali esperti o addetti ai lavori) mettendo in sordina la condizione proletaria della maggioranza dei militanti repubblicani. Questa generica “solidarietà” buona per tutte le stagioni lascia, a mio avviso, un varco per intrusioni non previste.

Ma, ho scoperto, c’è anche di peggio (almeno da mio punto di vista, ossia di un ex anarchico e consiliare).

Tra chi ha tentato di appropriarsi dei martiri irlandesi del 1981 ci sono anche alcuni cosiddetti libertariani, (teorici di un liberismo economico senza vincoli di sorta, irresponsabile, “anarchico” nel senso deteriore del termine). In un loro sito (“Istinti libertari”), dopo aver ricoperto di elogi l’operato della Lady di Ferro (per il suo sfrenato liberismo, vedi i licenziamenti di massa e la dura repressione nei confronti dei minatori), versavano lacrime ipocrite su Bobby Sands e sugli altri compagni morti in sciopero della fame (ribadisco: compagni. I tre dell’INLA morti nel 1981 erano comunisti, gli altri, quelli dell’IRA, sicuramente di sinistra, anticapitalisti e antimperialisti).

Ne siano consapevoli o meno i soidisant “libertari”, il loro stile ricorda molto una variante (“neoliberista”?) dell’infiltrazione e intossicazione operate dai fascisti negli anni settanta. Oltre ad alimentare la confusione e gli equivoci, con i loro commenti questi utili idioti del capitalismo mostrano chiaramente di non capire una beata mazza della questione irlandese. Prendono poi un’altra madornale cantonata quando negano la relazione profonda tra fascismo e neoliberismo  (vedi i Chicago boys nel Cile con Pinochet).

Che dire? Voi “libertari”? Senza uno stato a difenderlo manu militari sapete che fine farebbe il vostro amato liberismo?.

Un altro aspetto da considerare, ancora più grave dei tentativi di appropriazione indebita di personaggi di sinistra (come Bobby. Sands, Che Guevara o Barry Horne) è la possibile infiltrazione nei movimenti di liberazione, di emancipazione sociale e nei movimenti ecologisti radicali. Se in Italia è relativamente noto il ruolo svolto da Mario Merlino nel movimento anarchico, non va dimenticato che elementi legati all’Aginter Presse si infiltrarono (con false credenziali “maoiste” e antimperialiste) nel movimenti di liberazione delle colonie portoghesi per eliminarne i dirigenti (vedi i casi di Mondlane e Cabral, forse anche della dissidente sudafricana R. First assassinata in Mozambico). Da segnalare poi il ruolo dei neofascisti (NAR, ma non solo) a fianco dei falangisti maroniti contro i palestinesi. Non esattamente il massimo della coerenza da parte di soggetti che in Italia si inventavano sigle “terceriste” come OLP (maldestro camouflage dell’ organizzazione Lotta di Popolo fondata da Di Luia, braccio destro di Delle Chiaie). Vedi anche gli attacchi (non casuali) al rappresentante dell’OLP (quella autentica) a Roma e all’ambasciata libanese da parte dei NAR. Sorvoliamo sull’impiego di neofascisti italiani contro i rifugiati baschi nella Spagna franchista e post-franchista (dall’eccidio di Montejurra – Jurramendi, all’eliminazione di Pertur)

E’ lecito perlomeno sospettare che alcuni neofascisti che da Londra si inventavano approcci con i Repubblicani irlandesi (mentre erano ospitati dai fascisti inglesi del NF, notoriamente legati agli unionisti protestanti di UVF, oltre che ai servizi britannici) tentassero in realtà di infiltrarsi con tutte le possibili conseguenze.

Insomma, tornando a una vecchia polemica con una mia compaesana (peraltro meritevole di stima per l’ampio lavoro di controinformazioni sulle violazioni dei diritti umani operate dalla Gran Bretagna in Irlanda del Nord) va detto che chi ha presentato il libro su Bobby Sands tra due esponenti dell’estrema destra “tercerista” (Angelilli, ex di Terza Posizione e Della Longa, di “Sinistra nazionale”, giornale il cui direttore è un ex esponente di Lotta di Popolo) ha peccato quanto meno di ingenuità. Non si tratta di rivendicare paternità o primogeniture ma di non farsi strumentalizzare.

Gianni Sartori

 

 

8 MARZO IN ARABIA SAUDITA? NON SE NE PARLA – di Gianni Sartori

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“Io uso una spada per giustiziare criminali maschi e armi da fuoco per giustiziare criminali donne. La decapitazione significherebbe scoprire il loro volto ed esporre il collo e parte della schiena”.

Così spiegava qualche anno fa il boia saudita Said bin Abdullah bin Mabrouk al-Bishi.

Ma certe attenzioni evidentemente non valgono per le presunte “streghe”.

In quei giorni la decapitazione di Amina Bent Abdellhalim Nassar, avvenuta il 12 dicembre 2011, aveva riaperto il dibattito sulle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita. La donna, secondo il comunicato del Ministero degli interni, era accusata di “stregoneria e magia”, pratiche vietate dal sistema giuridico basato sulla sharia.

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Va anche detto che, almeno per questo reato, nella petromonarchia (alleata storica dell’Occidente e sede di basi militari; statunitensi, ca va sans dire) esistono pari opportunità per “streghe” e “stregoni” di sesso maschile. Tra i casi di cui si è venuti a conoscenza, quello di Ali Ibn Hadi Ateef che venne decapitato nel marzo 1995 per “attività basate sulla magia e sui giochi di prestigio”. Nel dicembre 1996 stessa sorte per un cittadino siriano, Abdul Karim Al-Naqshabandi, giudicato colpevole di “stregoneria” dopo una confessione estorta con la tortura. Di entrambi i casi si era occupata, invano, Amnesty International.

Nell’ottobre 2011, invece, un’altra donna era stata decapitata per aver provocato la morte del marito incendiando la casa (azione evidentemente considerata degna di una “strega”; per un banale adulterio l’ avrebbero lapidata).

Come non esistono dati complessivi definitivi sulle esecuzioni capitali, così non si conosce con precisione il numero delle donne giustiziate. Le informazioni di Amnesty International segnalano un tendenziale aumento dell’uso della pena capitale con periodiche impennate.

Se il numero medio annuo di esecuzioni tra il 1980 e il 1986 era stato di 29, tra il 1987 e il 1999 saliva a 73, con il poco invidiabile record di 191 nel 1995.

Complessivamente, dal 1980 al 1999 le esecuzioni accertate erano state 1.163. Nel 2000 furono 121. In seguito, la media annuale sembrava destinata a diminuire, ma nel 2007 si arrivava a 158. Quasi un centinaio l’anno seguente. Altra impennata nel 2011, con 73 esecuzioni accertate dopo che nel 2010 erano scese a 27.

Nel 2012 il 2 gennaio si contavano già 3 esecuzioni, destinate a diventare una ventina nel corso dell’anno.

Secondo un nuovo aggiornamento fatto all’epoca da A.I., ma calcolando solo quelle eseguite dal 1985, con il 2013 le esecuzioni approdavano a quota 2mila.

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Nel 2014 furono una novantina.

Ulteriore aumento l’anno successivo: almeno 85 tra gennaio e maggio. Un ritmo che sarà mantenuto per tutto il 2015. Alla fine dell’anno, secondo i dati forniti da “Nessuno tocchi Caino” se ne conteranno 159 (tra cui 72 stranieri).

Sempre nel 2015 suscitò scalpore la notizia che Riad intendeva assumere almeno otto nuovi boia per far fronte all’incremento delle esecuzioni.

2 gennaio 2016: ben 47 esecuzioni simultanee nello stesso giorno (tra cui quella di un leader sciita). Alla fine dell’anno Oltre 150 (una ventina gli stranieri) il conto finale dell’anno.

La prima esecuzione del 2017 risale al 7 gennaio.

La vittima, un saudita, Mamdouh Al Anzi. Era stato condannato per aver ucciso un connazionale durante una lite.

Oltre che per omicidio, stupro, rapina a mano armata e traffico di droga, la pena capitale è prevista per ogni atto di “corruzione sulla terra”. Quindi apostasia, adulterio (prevista la lapidazione), sodomia e il già citato “esercizio di arti magiche”. Circa due terzi dei condannati a morte sono stranieri, in quanto i processi offrono scarse possibilità di difesa ai lavoratori immigrati. Molti di loro non comprendono bene la lingua e comunque, secondo A.I. “ non vengono messi in condizione di difendersi”.

Frequenti sono i casi di donne, in genere filippine assunte come domestiche, che uccidono il datore di lavoro per difendersi da un tentativo di stupro. Magari inconsapevolmente, queste donne lavoratrici mettono in pratica “la prosecuzione della lotta di classe con altri mezzi”. Senza poi dimenticare che l’Arabia Saudita (definito lo “Stato islamico bianco”, per distinguerlo da quello “nero” dell’Isis) non risparmia nemmeno i minorenni, trasgredendo le norme internazionali.

Tra le decine di donne uccise per mano dello Stato saudita, gran parte era accusata di omicidio nei confronti del marito o del padre, una forma di ribellione alla condizione di subalternità imposta dalle tradizioni culturali e religiose. In molti casi sono costrette a confessare a causa dei metodi brutali usati dai poliziotti. Funzionari maschi che approfittano della condizione di svantaggio in cui versa la donna nella società saudita, fortemente caratterizzata in senso maschilista e gerarchico.

Nonostante tutto questo, la maggior parte dei media occidentali sembra riservare un trattamento di riguardo al fondamentalismo saudita.

Merito delle forniture petrolifere?

Gianni Sartori

 

DONOSTIA – 22 febbraio 2017 – Conferenza di Juan Jose Ibarretxe e di Artur Mas

Ieri a Donostia (Euskal Herria) si è svolta una Conferenza davanti a 1800 persone che ha avuto come protagonisti due personaggi politici che rappresentano un riferimento per alcuni settori del mondo indipendentista di Euskal Herria e Catalunya. Due ex-presidenti delle due Nazioni più combattive del panorama politico della Penisola Iberica.

I CAMPANILI DI ROSA SGARABOTTO – di Gianni Sartori

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“Campanile rittu e fieru / Puntatu come un stilettu / Signala a lu mondu interu: / Qui ci resta qualche tettu!”

 

Avevo ascoltato  e trascritto questa canzone, triste e fiera nello stesso tempo, molti anni fa a Corte, attraversando a piedi le montagne della Corsica. L’Isola di Granito: terra di antiche miserie, violenza e soprattutto emigrazione. Con l’inevitabile risvolto di ribellioni ricorrenti e aspirazioni indipendentiste.

Non avevo mai veramente compreso la commozione che pervadeva la voce di Giacumu Andreani, una sorta di Woody Guthrie corso, altrettanto tenero e ribelle. Il cantautore evocava l’immagine del campanile, ultima testimonianza tra i boschi di castagni della sopravvivenza del paesello dove era nato. Poco più di una contrada, abitato ormai quasi soltanto da donne anziane vestite di nero, con le vecchie abitazioni destinate a crollare o, peggio, diventare pittoresche curiosità per turisti frettolosi.

Posso dire di averne compreso il significato soltanto dopo aver visto scorrere le immagini di centinaia di campanili (soprattutto cartoline e qualche foto da mezzo mondo) raccolte per anni con invidiabile pazienza da Rosa Sgarabotto di Vicenza.

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Nella ballata di Andreani e nei ricordi di Rosa il campanile, orgogliosamente slanciato contro il cielo, oltre che di fede, diventa testimonianza della storia e della presenza testarda di una comunità che resiste (o almeno resisteva, l’anagrafe purtroppo non perdona). Una comunità a cui far riferimento e dove, ritornare, magari solo con il pensiero, per ritrovare le proprie radici.

 

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Le radici di Rosa rimangono profondamente aggrappate al gruppo di case denominato Casaleto alle pendici, modestissime, del montexeo dei Dalmaso (in questi anni deturpato da una finta fattoria, paesaggisticamente uno scempio) lungo la strada che da Casale porta a San Piero Intrigogna, ultime case prima di quel triangolo ancora verde denominato Boche del Tesena, alla confluenza tra il Bacchiglione e il Tesina. A San Piero la strada termina (la piazzetta evoca l’antica curtis benedettina) e quel campanile di mattoni chiudeva anche l’orizzonte di Rosa quando era piccina, negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale. Se invece lo sguardo volgeva verso nord, vedeva il campanile di Monte Berico stagliarsi contro il cielo marcando il profilo dei Colli Berici. Una parte significativa dei suoi ricordi è poi legata alla chiesa e al campanile di Casale dove nel 1950 si era sposata con Leone (“Marcello”) Sartori.

Mi racconta che quando la chiesa venne ricostruita, era stato suo fratello Aldo a infilarsi dentro le nicchie dove avrebbero dovuto prendere posto le statue dei santi per prendere le misure. Adesso il nome di Aldo Sgarabotto è scolpito sulla stele posta davanti alla chiesa e dedicata ai caduti in Russia, Grecia e Albania. Insieme a quello di Danilo Sartori, fratello di Leone.

Poco tempo dopo aver finito le scuole elementari, anche per Rosa arrivò il momento di andare a lavorare in fabbrica, “al stabilimento”, cioè al Cotonificio Rossi di Debba che raccoglieva forza-lavoro, soprattutto donne, dalle campagne circostanti.

Rosa ricorda che molte sue compagne venivano da Lumignano, altre da Lapio. Arrivavano in gruppo, in bicicletta o magari a piedi, anche d’inverno con le neve che fioccava.

Alla mia doverosa osservazione in merito allo sfruttamento di pura marca capitalista cui erano sottoposte, risponde che in realtà si riteneva fortunata: a quel tempo chi lavorava da Rossi non pativa la fame. Con una certa perplessità da parte mia (e nonostante i miei ripetuti tentativi di alimentare la sua “coscienza di classe”) aggiunge che anni fa, andando a piedi a Monte Berico, aveva incontrato il vecchio padrone del cotonificio, il famoso baron Rossi e si era fermata a salutarlo cordialmente. E conclude: “El xe sta tanto contento e gentile”.

In tutti questi anni, anche dopo aver lasciato la sua vecchia casa (dove stavano in affitto), Rosa ha avuto un sogno, quello appunto di collezionare immagini, soprattutto cartoline, di campanili. Il primo in assoluto era stato quello di Caorle, rotondo.

Andata in pensione e con i figli e i nipoti ormai grandi, aveva potuto dedicarsi a una ricerca sistematica. “Li colleziono ormai da qualche decina di anni e quando sentivo che qualcuno stava per partire per un viaggio gli raccomandavo di portarmi una cartolina con il campanile”. Alcune vengono dall’Australia (dove erano emigrati parenti e amici, qualcuno anche da Casaleto), altre dall’Alaska o dal Sudamerica (i viaggi della figlia avventurosa). Qualche campanile da Derry, Belfast e Paesi Baschi (il figlio talvolta avventuriero). Altre immagini dal Sudafrica e dagli Stati Uniti, dal Quebec e da altri angoli foresti grazie ai nipoti giramondo.

“Naturalmente – spiega Rosa – sono molto legata al campanile di Monte Berico, ma per me sono comunque tutti belli; mi fanno pensare a delle “sentinelle” rivolte verso l’alto, vicine al cielo…Quando mi sento un po’ stanca prendo i miei album e sfogliandoli mi sembra di fare un lungo viaggio per il mondo tra chiese e campanili”:

Guardando la raccolta scopro somiglianze impensate tra il campanile di san Francesco a Sottomarina e quello di Giazza nel cuore della cimbra Lessinia. Colpisce come un effetto speciale il colore rosso vivo della cuspide a punta di santa Geltrude in Val d’Ultimo, mentre appare sproporzionato il campanile di Notre-Dame de Granville (un ripensamento dell’architetto?) rispetto alla cattedrale. Quasi nascosta tra i faggi in veste autunnale una chiesetta slovena dedicata alla Madonna di Loreto, poi incredibilmente ritrovata – identica –  in un ex voto dipinto da un certo Tone Kralj in una chiesetta dell’Alaska; sovrastata dall’immensa mole del Catinaccio d’Antermoja, già imbiancato di neve, quella di San Cipriano costruita dai baroni di Piè intorno al 1580; illuminato dall’ultimo sole il piccolo monastero della Santissima Trinità sulla cima di una guglia delle Meteore – in Grecia – mentre il buio ricopre le ripide pareti e la valle sottostante; la candida mole del Sacré- Coeur di Parigi  abbinata a quella di Monte Berico, entrambe assediate da torpedoni e pellegrini; confuso tra gli alberi il campanile del santuario della Madonna del Frassino a Peschiera del Garda mentre sembra stiano per caderti in testa, quasi cattivi, i tre campanili della Chiesa della salute a Este. 

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E poi immagini da brivido: la bianca e slanciata “astronave” adagiata sulla terra ferita sopra la diga del Vajont o il campanile di Curon vecchia

(ricoperta dall’acqua nel 1950) che spunta dalla superficie del lago artificiale a estremo monito…

Leggermente fuori-norma, ma non per Rosa, le immagini di tre campanili particolari riunite nella stessa pagina: il campanile di Val Montanaia, il Campanile Basso del gruppo dolomitico del Brenta e la Gusela del Vescovà (prima della recente deturpazione: un altro tassello nella trasformazione della Montagna in divertimentificio) che dalla Schiara domina Belluno.

Tre guglie di pietra maestose che fendono l’aria, tutte rigorosamente sormontate da una croce. Come ogni campanile che si rispetti.

I CAMPANILI? DI SICURO SOCIALMENTE UTILI

Sfogliando la vasta collezione di Rosa Sgarabotto, mi sono tornate alla mente le scampagnate di qualche anno fa, quando la campagna vicentina non era ancora completamente trasformata dal “miracolo economico del Nord-Est” in una triste poltiglia urbana, ricoperta da capannoni, centri commerciali, tangenziali e villette pretensiose. Senza scordare discariche, inceneritori e basi militari. A volte prendevo la bicicletta (bici normale, niente MB) e me ne andavo per stradine e stradicciole, magari anche qualche caresà e teràio (con la bici per mano).

Finivo per perdermi, regolarmente e mi ritrovavo magari in riva alla Brenta o addirittura, una volta sola e per puro caso, nella mitica Trebaseleghe, località regolarmente evocata da mia nonna Pina (al secolo Evoli Marta, da giovane mondariso) quando voleva riferirsi a un luogo fuori dal mondo (“in tanta malora”). Perso tra i campi di sorgo, costretto a deviare in continuazione per la presenza di fossi e canali, riuscivo a mantenere l’orientamento solo grazie ai campanili che spuntavano tra le siese all’orizzonte. Con pazienza avevo imparato a riconoscerli. Inconfondibili quelli di Bertesina, di Carturo e di Colzè; più complicato distinguere il campanile di Gaianigo da quello di Grossa. Ebbi quindi modo di comprendere non solo l’indiscutibile utilità sociale delle svettanti cuspidi (oltretutto mi comunicavano l’ora giusta), ma anche l’importanza di un’altra loro funzione: identificare e caratterizzare i diversi paesi dotandoli di una propria identità.

A volte magari esagerando un pochettino. A mio avviso il campanile “nuovo” di Lumignano è troppo alto, in sleale concorrenza con le pareti circostanti, mentre quello di Nanto con le statue dei quattro evangelisti una sopra l’altra pecca forse di presunzione.

Un caso particolare quello di Fimon. La presenza dei due campanili è dovuta ad un errore di calcolo (o almeno così me l’hanno raccontata all’osteria-birreria di “Carletto” Franzina). Al momento di cambiare le campane, quelle nuove risultarono troppo grandi e non entravano. Da ciò la necessità di costruirne un altro di maggiori dimensioni.

Vorrei concludere tornando alla ballata corsa.

E’ proprio rivedendo dopo tanti anni il “suo” campanile che l’emigrato ritrova se stesso, il proprio senso di appartenenza: “Tant’anni passati fora / Un t’hanu micca scambiatu”.

Un’affermazione che anche Rosa Sgarabotto potrebbe sottoscrivere. In tutti questi anni passati “fora” lontana da Casaleto e San Piero Intrigogna ha saputo conservare i profondi legami, le raise, con quel piccolo mando antico;  in ogni campanile ha sempre ritrovato il “suo”.

Preservando i preziosi ricordi di quando era bambina: il padre che portava le bèstie al pascolo o rabboniva il toro fuggito dalla stalla; la mamma che la portava a filò; il fratello Aldo che suonava la cornetta mentre lei segnava il tempo…

Gianni Sartori

 

 

 

 

ULTIMO VIENE IL CORVO…. – di Gianni Sartori

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In passato Lumignano (Colli Berici, Basso Vicentino) e dintorni erano luogo di nidificazione e riproduzione per falco pellegrino, rondine rossiccia, passero solitario…poi arrivarono i FC.

E’ ora giunto anche il turno del corvo imperiale?

Il titolo del racconto scritto da Italo Calvino, pubblicato nel 1949, mi è fatalmente tornato alla mente.

Vuoi perché Calvino mi è sempre piaciuto (“Marcovaldo” il preferito), vuoi perché nel racconto citato, un ragazzo con seri problemi socio-esistenziali, spara a tutto ciò che vola, si muove (un falchetto, un ghiro, pernici…) tranne che al corvo.

Ma cosa c’entra con Lumignano? Mi spiego.

A Lumignano (e dintorni: covoli di Castegnero, rupe di Barbarano, san Donato… ), in maniera subdola, non cruenta (almeno apparentemente) sta accadendo di peggio o quasi.

Dopo il falco pellegrino, la rondine rossiccia, il passero solitario…forse toccherà anche al corvo imperiale (corvus corax) sloggiare dalle maestose pareti, degradate al rango di “palestra” e diventate parco giochi per soidisant “alpinisti”.

Il ragazzo del racconto (sbandato, inconsapevolmente crudele, forse vagamente psicopatico) uccide per gioco*. In modo brutale, quasi senza rendersene conto (siamo all’epoca della II guerra mondiale e certe tematiche non erano ancora oggetto di dibattito).

A Lumignano invece la quotidiana frequentazione di massa delle “scogliere” da parte di FC in ogni periodo dell’anno ha provocato (gradualmente, ma sistematicamente) la graduale scomparsa di specie qui nidificanti da tempo immemorabile.

Oltre a quelli già citati, anche tra i notturni si registrano defezioni. Da quant’è che non si vedono barbagianni (in passato relativamente frequenti) tra i covoli e le pareti?**

Gli abitanti naturali del luogo hanno dovuto ripiegare e trasformarsi in profughi. Abbandonare questi siti per l’eccessiva frequentazione di scanzonati personaggi muniti di trapano (competitivi e poco rispettosi dell’habitat) che sulle pareti cercano presumibilmente una valvola di sfogo per la loro quotidianità alienata.

Anche in periodo di nidificazione. Anzi: soprattutto in periodo di nidificazione, quando il clima è favorevole per entrambe le categorie, quella legittima dei volatili  e quella abusiva dei FC. Convergono sui Colli Berici decine (centinaia?) di padovani dato che, giustamente, a Rocca Pendice (Colli Euganei) per qualche mese l’arrampicata è proibita a norma di legge (e infatti il falco pellegrino è tornato a nidificare e riprodursi).

Sempre più numerosi poi quelli provenienti dall’Emilia. In passato ho anche cercato di spiegargli che, a mio avviso, uno che si fa due-trecento chilometri in auto per  qualche ora “in mezzo alla natura” su una paretina di dieci metri o poco più (eravamo alla rupe di Barbarano) dovrebbe chiedersi se per caso non stia conducendo “una vita sostanzialmente di merda” (e scusate il francesismo), ma senza successo. Potenza della società dello Spettacolo e della Merce che riesce a spremere profitto anche dal tempo cosiddetto libero.

 

CORVO IMPERIALE A LUMIGNANO.USQUE TANDEM?

 

 

In febbraio, a seguito di osservazioni quasi quotidiane, ho potuto assistere ai tentativi, non dico disperati, ma sicuramente sempre più frenetici, di una coppia di corvi imperiali (una delle circa 3 mila presenti in Italia) in evidente stato di agitazione. Per ragioni che posso solo cercare di indovinare. (forse legate a fattori climatici o alle rumorose opere di disboscamento sottostanti) quest’anno non parevano intenzionati a nidificare nella zona sopra all’Eremo. Più volte li ho visti volteggiare e posarsi sul Broion, in particolare in una nicchia che sembrava ottima come rifugio e per la cova. Peccato si trovi su una delle pareti dove (non si sa in base a quali parametri) è consentito arrampicare in ogni periodo dell’anno. In realtà una pura ipocrisia, un alibi, dato che anche dove l’arrampicata non sarebbe, in teoria,  consentita prima di luglio (vedi sempre sul Broion i covoli in alto a destra, per chi guarda) in questi giorni di febbraio 2017 la presenza di FC è stata costante e invadente. Ed è inutile segnalarlo ai frequentatori. Se ne fregano altamente, rivendicando uno “spirito libertario” (in realtà liberista) del tutto fuori luogo. ***

Ricordo che la parete del Broion, gradualmente colonizzata dai FC (con centinaia di spit) negli ultimi 15-20 anni, è quella che ha subito maggiori devastazioni. Tralasciando la questione saxifraga berica (avremo modo di riparlarne) e il brutale allontanamento del falco pellegrino (c’è chi ha assistito alla realizzazione di una via a colpi di trapano, con calata dall’alto ovviamente, in primavera mentre un falco nidificante lanciava inutilmente grida disperate) vorrei ricordare soltanto  quella dozzina di stalattiti di notevoli dimensioni (da un metro a un metro e ottanta) che ornavano la volta di alcuni covoli. Stalattiti abbattute in due fasi successivi (fine anni novanta e inizio del millennio) per poter realizzare le “vie” che ora passano tra i moncherini delle concrezioni.

Non so se la coppia di corvi imperiali riuscirà alla fine a trovare un’alternativa e comunque nidificare e riprodursi o se dovrà cercare asilo definitivamente altrove.

Pensare di fermare per qualche mese l’arrampicata sul Broion, mi dicono, è alquanto improbabile. Troppi interessi e troppo potente la corporazione dei FC, coccolata da amministrazioni poco sensibili alle questioni ambientali. Per non parlare delle associazioni di categoria che da questa attività ricavano lustro e forse anche altro. Siamo arrivati al punto di organizzare vere e proprie gare in parete!

Quindi?

Ultimo viene il corvo, si diceva…speriamo che questo non sia l’ultimo corvo che viene.

Gianni Sartori

*nota 1: “Era un bel gioco andare così da un bersaglio all’altro: forse si poteva fare il giro del mondo”.

**Nota 2: sopravvivono invece gheppio e allocco, forse più adattabili e prolifici

** *nota 3: Un’analogia: se la caccia ha rappresentato in passato una valvola di sfogo, la possibilità di esercitare comunque una qualche forma, per quanto abietta, di “potere” da parte delle classi subalterne proletarie, al giorno d’oggi attività come quelle dei FC sono chiaramente compensatorie (o consolatorie?). Una vita alienata, virtuale, artificiosa se non propria artificiale, necessita appunto di compensazioni, sfoghi, alimentando lo stato complessivo di alienazione (marxianamente intesa) in cui versa, senza magari rendersene conto, buona parte della popolazione. E cosa c’è di meglio di attività apparentemente “alternative” come la presunta ”arrampicata sportiva” (“uno sport altro” ho sentito definirla) che vive sostanzialmente di rendita, ancora avvolta nell’alone eroico dell’alpinismo del passato?

Talvolta addirittura con echi “rivoluzionari”.

E’ di questi giorni (febbraio 2017) l’ingombrante permanenza di un grosso camper con targa tedesca dove spicca l’immagine enorme (copre tutta la fiancata posteriore) di un FC appeso e dove giganteggia la scritta “ACTION DIRECTE”. Nota bene: in francese, NON in tedesco. Un evidente richiamo all’omonimo gruppo armato clandestino che agiva in Francia negli anni settanta. Ambiguità voluta, frustrazione mai risolta, ammiccamento?

O semplicemente stupidità infantile di chi vorrebbe tanto sentirsi alternativo e quindi pesca spudoratamente perfino in quanto rimane dell’immaginario sovversivo degli anni settanta?

Comunque, ribelli di plastica!

 

 

MORIRE PER IL KURDISTAN: LA BREVE ESTATE DI BARBARA KISTLER E ANDREA WOLF – di Gianni Sartori

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MORIRE PER IL KURDISTAN: LA BREVE ESTATE DI BARBARA KISTLER  E ANDREA WOLF

(Gianni Sartori)

I compagni (i valorosi compagni, diciamolo) che combattono con le organizzazioni curde contro i fascisti islamici dell’Isis si rifanno esplicitamente all’esperienza della guerra civile spagnola. A quei volontari anarchici, comunisti, socialisti, antifascisti generici… che da ogni angolo d’Europa (e non solo) accorsero nelle Brigate Internazionali per respingere il fascista Franco appoggiato da Mussolini e Hitler. A fianco delle classi subalterne iberiche e dei popoli basco e catalano insorti per la loro liberazione, sociale e nazionale.

Già altri in passato avevano scelto di impugnare le armi e integrarsi nella lotta dei curdi e della sinistra rivoluzionaria turca contro l’imperialismo.

Tra quanti alla fine del secolo scorso raggiunsero i guerriglieri ci furono anche una ragazza svizzera, la compagna Barbara Kistler e una tedesca, Andrea Wolf.

CADUTA IN COMBATTIMENTO CONTRO L’ESERCITO TURCO

Quando nel 1993 giunse la notizia della morte di Barbara in combattimento, sembrava  una cosa di altri tempi. Appunto da Brigate internazionali nella guerra di Spagna o da guerriglie sudamericane degli anni sessanta. Non certo in sintonia con l’Europa fine secolo. Forse un po’ meno satolla con la crisi incombente, ma ancora rincoglionita e sotto gli effetti tardivi del consumismo. Un’ Europa da cui era impensabile partissero volontari disposti a morire per i diritti di un popolo sconosciuto ai più.

Invece a Barbara Kistler era toccato in sorte di “esalare l’ultimo respiro” * tra le montagne curde nel febbraio 1993 quando l’azione repressiva dell’esercito turco contro la resistenza si era ulteriormente inasprita e l’aviazione di Ankara non perdeva occasione per bombardare i villaggi curdi, sia al qua che al di là del condine con l’Iraq.

“Da notare -scrivevo all’epoca su Frigidaire – che l’aviazione statunitense, sempre  prontissima ad intervenire se un aereo iracheno accenna solo a sorvolare i territori curdi posti sotto la “tutela” degli USA, non ha mosso nemmeno un dito contro le azioni di rappresaglia, con vittime in maggioranza civili, del suo fedele alleato turco, membro della NATO”.

Personaggio già noto, sia nell’universo antagonista che alle forze di polizia, Barbara era da più di vent’anni una militante comunista.

Nel 1974, quando aveva 18 anni, era stata intervistata da una rivista “per giovani” (POP) dichiarando apertamente di voler “vivere per il socialismo”. Già allora doveva essersi posta il problema dell’autodifesa e della violenza rivoluzionaria.

Spiegava infatti: “Attraverso il confronto con la polizia ho dovuto ben presto affrontare la questione della violenza. Credo che per prima cosa si dovrebbe parlare della violenza usata dalla società per rendere i cosiddetti cittadini degli schiavi, ovvero quella violenza che viene usata per impedire che i giovani e i lavoratori difendano i loro diritti.

Pensiamo al Cile (il golpe di Pinochet risaliva a qualche mese prima nda) dove il movimento operaio aveva tentato con metodi democratici, pacifici di realizzare una società giusta, una società in cui non solo i ricchi potessero mangiare adeguatamente.  Invece i capitalisti e i generali – proseguiva Barbara nella stessa intervista – vedendo  minacciati i loro privilegi, non si sono fatti scrupoli e non si sono fermati di fronte a niente. I lavoratori sono stati rinchiusi nei campi di concentramento, torturati e assassinati a migliaia”.

Secondo Barbara l’errore fondamentale commesso dai lavoratori cileni era stato di “non essersi preparati anticipatamente alla resistenza, alla lotta armata contro gli sgherri del capitalismo. Così invece si son fatti massacrare”. L’intervista era del 1974 e fatalmente risentiva del clima politico di allora, leggermente surriscaldato. Magari oggi potrà apparire un po’ naive, ma pur nella sua semplicità contiene affermazioni in gran parte condivisibili. Anche, o soprattutto, con il senno di poi.

Comunque indicative per comprendere le scelte successive di Barbara: scelte coerenti con tali premesse.

LA MILITANZA DI BARBARA KISTLER NEL KGI

In un primo tempo Barbara aderì ad un gruppo della sinistra radicale di nuova formazione, poi collaborò con Soccorso Rosso e, a partire dal 1980, entrò a far parte del KGI (Comitato contro l’isolamento dei prigionieri). Fu con questa organizzazione che prese parte attivamente alla lotta contro il “Patto sociale” messo in cantiere dai vertici delle burocrazie sindacali svizzere. Un inciso: in Svizzera, fin dal 1937, lo Stato si poneva come mediatore neutrale tra sindacati e padronato (termine obsoleto? Pardon…). In cambio veniva sottratto ai lavoratori l’utilizzo di uno strumento indispensabile nel conflitto di classe: lo sciopero, niente meno.

Il tutto con la complicità del sindacalismo istituzionalizzato.

E fu proprio nel corso di questa campagna che Barbara cominciò a conoscere i lavoratori immigrati curdi e turchi, alcuni legati al TKP/ML (partito comunista turco/marxista-leninista), un’organizzazione che riuniva rivoluzionari di sinistra sia turchi che curdi.

Altro punto fermo del suo impegno politico fu la solidarietà con i prigionieri politici, anche con quelli tedeschi della RAF. Fu al loro fianco durante gli scioperi della fame per il raggruppamento e per anni visitò in carcere Rolf Clemens Wagner. Finché nel 1991 prese la decisione di continuare la sua lotta contro l’imperialismo nel Kurdistan.

Presumibilmente i servizi segreti erano già stati informati delle sue intenzioni e appena giunta in Turchia venne arrestata. Torturata da una unità speciale della polizia, non rivelò nessuna informazione. Rimase detenuta a Bayranbasa per sette mesi. Nonostante la dura esperienza, appena rilasciata in libertà provvisoria, dopo un breve ritorno di un mese in Svizzera, portò a termine i suoi propositi integrandosi nella guerriglia condotta dal TIKKO (Esercito per la liberazione dei lavoratori e dei contadini di Turchia), ala militare del TKP/ML.

UNA TOMBA IN MEMORIA DI ANDREA WOLF

Andrea Wolf aveva aderito all’organizzazione combattente delle donne curde (YAJK). Venne uccisa a Keles (villaggio a pochi chilometri da Van) dai soldati turchi nel 1998, dopo che era stata fatta prigioniera e torturata insieme ad altre due guerrigliere.

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Dal 2013 nella città di Wan (quartiere Catak) una tomba monumentale ricorda i 24 compagni che il 23 ottobre del 1998 vennero assassinati e sepolti in una fossa comune dall’esercito turco (fossa scoperta soltanto nel 2011). Tra di loro anche Ronahi, nome di battaglia della sociologa e attivista tedesca Andrea Wolf. Nel corso della cerimonia di inaugurazione della tomba (coperta da una grande bandiera del PKK)  venivano esposte le immagini di Abdullah Ocalan, Sakine Cansiz, Mahsum Korkmaz e Andrea Wolf. Su questa una scritta: “We riha xwe ya sirin di ber gele kurd de da. Heya ev gel hebe de minetare we be” (Una vita divina dedicata al popolo curdo che rimarrà grato finché vive).

Nel suo intervento un giovane guerrigliero aveva sottolineato come “la nostra compagna Andrea Wolf è un esempio della diversità e dell’internazionalità del movimento curdo. E’ stata uccisa dal nemico in un modo che va completamente contro l’etica di guerra. Con la costruzione della tomba monumentale che prenderà il nome da Andrea, vogliamo che i nostri compagni sappiano che non potremo mai dimenticarla”.

Un altro combattente, il comandante Serif Firat, uno dei quattro testimoni oculari dell’esecuzione sommaria di Andrea, aveva dichiarato in un’intervista che era “pronto a raccontare tutti i dettagli dell’esecuzione di Andrea Wolf” nel caso servissero delle prove presso la Corte internazionale di Giustizia per i crimini contro l’umanità commessi dalla Turchia. Aveva poi aggiunto: “E’ stata la sua visione internazionalista che ha fatto entrare la compagna Ronahi nelle file del PKK. La sua determinazione a essere una vera e propria guerrigliera del PKK nel suo complesso ha fatto sì che i suoi compagni la rispettassero”.

Gianni Sartori

* nota:

“Se a noi che nel nostro piccolo punto della carta geografica adempiamo il compito che preconizziamo e mettiamo a disposizione della lotta il poco che ci è permesso dare: la nostra vita, i nostri sacrifici, se uno di questi giorni ci tocca esalare l’ultimo respiro in una qualsiasi terra già nostra perché bagnata del nostro sangue, si sappia che abbiamo misurato la portata dei nostri atti e che ci consideriamo niente altro che elementi del grande esercito del proletariato…”.

(Ernesto CHE Guevara)