QUALCHE MODESTA CONSIDERAZIONE SULL’EUSKARA, la lingua degli “Indiani d’Europa”- di Gianni Sartori

Euskararen_atzerakada1

Osservo che spesso si attribuisce all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese del 1789 la quasi totale responsabilità della repressione linguistica e culturale subita dalla “nazioni senza stato”. Anche nel caso dei baschi.

Quasi che l’ancienne regime invece le tutelasse e salvaguardasse la loro integrità.

In realtà la faccenda mi sembra un tantino più complessa.

A mio modesto avviso, quello che traspare è una sostanziale continuità. Quale che sia il “blocco dominante al potere”, lo stato mantiene il controllo esercitato nei confronti dei “sottoposti” (sia sulle classi subalterne che sui popoli minorizzati) con ogni mezzo ritenuto necessario.

Come sentenziava Luigi XIV sul letto di morte: “Lo Stato rimane”.

Non solo dopo la morte di un monarca assoluto.

Anche dopo una rivoluzione. Soprattutto se va troppo per le lunghe e degenera in guerra. Senza dare risposte e soluzioni adeguate alle aspirazioni di giustizia e libertà da cui, presumibilmente, era stata innescata.

Per restare nell”Esagono”, pensiamo alla dura repressione della ribellione dei Bonnets rouges in Bretagna (scoppiata per le nuove tasse, ma che en passant aveva fornito l’occasione per l’incendio di vari castelli e l’uccisione dei proprietari) per mano di Luigi XIV.

Pensiamo allo sterminio di donne basche accusate di stregoneria in Lapurdi (regione considerata “sediziosa”) alla fine del XVI secolo: oltre tremila “streghe”, circa il 12% della popolazione di allora.

L’inviato del re, il visconte di Lancres (tutto fuorché un illuminista o un “giacobino” ante litteram) individuò nella “stregoneria” una probabile fonte di disordini. Agì quindi di conseguenza spedendo le povere donne (al massimo erboriste e depositarie di saperi tradizionali, comunque “soggetti antagonisti”) sul rogo.

Successivamente, nel XVII sec., scoppiò una rivolta in Zuberoa.

Era la risposta dei Baschi a Luigi XIV che aveva arbitrariamente concesso la proprietà della provincia al Conte di Treville.

La ribellione era guidata da un certo Matalas, poi fatto decapitare.

Appare evidente che anche l’aristocrazia si dava da fare.

Quanto alla specifica, mirata repressione linguistica operata dallo stato francese in Iparralde, non ebbe inizio di punto in bianco con il 1789. C’erano già dei precedenti.

Nel 1539 Francesco I firmò un’ordinanza che imponeva ai tribunali l’uso esclusivo del francese. Il primo passo in un’epoca in cui Iparralde godeva ancora di una certa relativa autonomia e conservava in parte le sue istituzioni tradizionali.

Circa un secolo dopo la nascita dell’Accademia della Lingua rappresentò un ulteriore passaggio nel fare della lingua francese l’elemento unificante del territorio.

Poi, con la rivoluzione del 1789, un’ulteriore mazzata (in precedenza avevo scritto: “il colpo di grazia”, ma poi a conti fatti si è visto che qui l’euskara è comunque sopravissuto, con o senza il benestare istituzionale.

Non fu di lunga durata l’entusiasmo suscitato in Ipar E.H. (ma pare anche in Hego E.H., soprattutto nelle zone costiere) nelle classi emergenti basche che videro nella Rivoluzione una possibilità di cambiamento e di progresso economico.

L’imposizione del francese a tutte le nazionalità presenti nell’Esagono determinò una sorta di messa al bando dell’euskara (oltre che del bretone, del corso…..)

L’obiettivo era quello di salvaguardare unità e coesione dello stato francese. Ma questo avveniva a spese dei popoli minorizzati, delle Nazioni senza stato.

Ma andiamo con ordine.

Quando, dopo le prime sollevazioni a Parigi, il re Luigi XVI convocò i tre Stati Generali, i baschi di Iparralde protestarono perché, come in Lapurdi, clero, nobili e borghesia non si erano mai riuniti.

Dopo che Lapurdi, Zuberoa e Nafarroa Beherea (Bassa Navarra) vennero riconosciute come circoscrizioni autonome, ogni herrialde (regione) inviò i suoi rappresentanti convinti che le nuove istituzioni rivoluzionarie avrebbero ripristinato le libertà storiche basche.

Ma il 4 agosto 1789 i deputati eletti nell’Assemblea Nazionale, eliminando i privilegi della nobiltà e del clero, abolirono anche i fueros di Iparralde in quanto “privilegi della monarchia” ( i fueros venivano considerati accordi stretti direttamente con il sovrano).

Il 12 gennaio 1970 la Francia veniva divisa in dipartimenti e Iparralde formalmente scompariva in quanto integrata nel dipartimento dei Bassi Pirenei, insieme al Bearn (nonostante l’opposizione congiunta dei deputati baschi e bearnesi).

Invano un deputato di Lapurdi aveva tentato di ottenere un nuovo ordinamento amministrativo presentando il progetto di un dipartimento basco.

Vennero cambiati i nomi di molti paesi: Arbona in Constante; Kambo in La Montagna; Itsasu in Union; Donibane Lohizune in Chavin-Dragon; Sempere in Beaugard; Urt in Liberté; Ustaritze in Marat; Sara in la Colomba; Mirafranga in Tricolore; Boigorri in Termopoli; Garazi in France; Donapaleu in Monte Bidouze; Baiona in Porto della Montagna…

I rappresentanti baschi finirono per abbandonare l’Assemblea Nazionale.

Altre norme e consuetudini vennero abolite negli anni successivi. L’abolizione del mayoragzo determinò la frammentazione delle fattorie e quindi al vendita delle terre che vennero acquistate dalla borghesia locale.

Poi toccò alle terre comunali.

Le massicce diserzioni dall’esercito di giovani baschi (ora sottoposti alla leva obbligatoria) vennero punite dalla Francia con la deportazione nelle Lande di circa 4mila abitanti di Sara, Itsasu, Ezpeleta, Ainhoa, Kambo…Si trattava soprattutto di persone anziane, donne e bambini. Secondo lo storico basco Inaki Egana “la metà non sopravvisse al penoso viaggio”.

Insieme ad alcuni suoi complici, uno dei maggiori responsabili della deportazione, Jean Berouet, venne ucciso da un gruppo di giovani baschi a Ustaritze nel 1797.

Con il senno di poi, un’occasione irreparabilmente persa per entrambi: per i Baschi innanzitutto, ma forse anche per la Francia rivoluzionaria che non seppe (o non volle) coniugare i Diritti dell’Uomo e del Cittadino con i Diritti dei Popoli. Diciamo che all’epoca mancava un antesignano di Emilio Lussu o di Lelio Basso.

Se poi guardiamo a Hego Euskal Herria (Paese basco provvisoriamente sotto amministrazione spagnola), le cose andarono anche peggio, sempre per opera della “monarchia tradizionale” (“organica” e cattolica, la stessa vagheggiata da Franco).

Dai massacri di eretici (veri o presunti, in realtà più che altro dissidenti) dell’Inquisizione dopo l’invasione della Navarra da parte di quel che rimaneva dei “re cattolici” (il solo Ferdinando, a quel punto Isabella era già defunta) alle stragi operate nel dopoguerra (quella civile spagnola, dopo il 1939) dal cattolicissimo Franco…

Fino, si parva licet, alla bassa manovalanza neofascista italica operante nei vari squadroni della morte antibaschi (ATE, BVE, GAL) in batteria con elementi dei Guerrilleros de Cristo Rey (cattolici ultratradizionalisti, legati ai servizi segreti spagnoli)

euskaraz-bizi-nahi-dut-fondo-beltza

UNO SGUARDO SUL MONDO

Con la fine dell’impero coloniale francese (ma non della “politica d’Oltremare”, vedi il rilancio del neocolonialismo, gli interventi militari…) si è in parte assistito alla rinascita di lingue che in passato venivano schiacciate dall’omologazione alla lingua e alla cultura esportata dalla metropoli.

Sia in Asia che in Africa, le lingue tradizionali in precedenza erano considerate quantomeno un modo poco colto di esprimersi (anche da una parte della popolazione locale) mentre contemporaneamente si celebrava la grandeur francese.

Indirettamente l’esempio del cosiddetto “terzo mondo” con le sue lotte di liberazione (Algeria, Vietnam, colonie portoghesi…) fornì, se non un modello, sicuramente una indicazione per le lotte di liberazione in Europa, dai Paesi baschi alla Corsica.

ETA si richiamava esplicitamente all’esempio del FLN (Algeria) e Yves Stella (uno dei fondatori del FLNC, Corsica) parlava della sua lunga esperienza in Africa da cui trasse la convinzione che era possibile combattere per salvaguardare la propria cultura e lingua (identità o appartenenza che dir si voglia).

In ogni caso, alla fine del XX secolo la situazione in Iparralde (Euskadi Nord), per quanto grave, non era altrettanto drammatica di quella che si registrava in Hegoalde (Euskadi Sud).

Anche a vent’anni dalla sua fine, la dittatura franchista durata un quarantennio aveva lasciato segni indelebili.

Questa la situazione su quanti utilizzavano l’euskara in Hego Euskal Herria alla fine del secolo scorso:

Bizkaia 17%; Alava 7%; Gipuzkoa 44% (un’ipotesi: la vicinanza alla frontiera di Gipuzkoa consentì la fuga in Iparralde e in Francia a un numero maggiore di cittadini baschi nel 1939; col tempo molti rientrarono e presumibilmente i loro figli erano cresciuti parlando anche euskara); Navarra11%;

Nello stesso periodo in Ipar Euskal Herria (paesi baschi “francesi”, per convenzione) la situazione era questa:

Lapurdi 24%; Bassa Navarra 72%: Zuberoa 70%.

Appariva evidente che complessivamente il basco si era meglio conservato al Nord (pur segnato dalle rappresaglie giacobine) rispetto al Sud (che aveva invece “goduto” della Tradizione clerico-fascista.

Naturalmente, se in Iparralde non si sono registrati arretramenti, gran parte del merito va all’impegno sociale, all’insegnamento, all’attività di associazioni e volontari.

A conti fatti, in Hegoalde (“Paesi baschi “spagnoli”, tanto per intenderci) alla fine del secolo scorso il 67% della popolazione parlava solamente il castigliano, mentre il basco come lingua di comunicazione era utilizzata da nemmeno il 10%. Drammatico!

E questo nonostante l’esistenza di una radio e di una televisione basche (ETB, anche se i programmi erano soprattutto “per giovani”: giochi, sport, cartoni animati…) e della possibilità di corsi in euskara all’Università.

Tra le cause, ovviamente la dura repressione fascista (al limite del genocidio culturale, e non solo).

 Va anche considerato il “peso linguistico” (espressione che prendo in prestito) delle varie istituzioni (esercito compreso) e dell’amministrazione.

Altro fattore,il tentativo franchista (riuscito solo in parte: molti figli di immigrati si integrarono nella lotta dei baschi per la libertà, vedi il Txiki) di trasformare i caratteri etnico-culturali della nazione basca attraverso una immigrazione massiccia nelle aree industriali basche.

Per quanto riguarda i giornali, se l’euskara era ed è presente sulla stampa lo si deve alle iniziative sociali degli abertzale, non certo a quelle della Comunità autonoma.

A grandi linee possiamo calcolare che attualmente esistono circa un milione (su tre milioni di abitanti) di basco-parlanti.

Oltre che dalla prevalente presenza delle lingue francese e spagnola (scontata), a suo tempo qualche ulteriore difficoltà sorse con l’introduzione dell’euskera batua (unificato)

Fermo restando che vanno sempre tenute in considerazione le difficoltà inerenti alla forzata “tripartizione” del paese basco, possiamo affermare che dalla fine del secolo scorso in Hego Euskal Herria si va evidenziando una certa “normalizzazione” linguistica.

Quasi una istituzionalizzazione (paragonabile a quella dei Paisos Catalans).

NON è esistita comunque una politica linguistica comune in quanto non esiste una stato basco (e tantomeno uno stato basco unitario).

Sostanzialmente si può parlare di TRE politiche linguistiche diverse a seconda delle diverse realtà sia giuridiche che socio-linguistiche in cui versa E.H.

Nelle tre Vascongadas l’euskara ha conquistato terreno da un paio di decenni.

E’ adottato dai mezzi di comunicazione, nell’amministrazione, nell’insegnamento e dalla fine degli anni novanta anche in ambito lavorativo, in particolare nei servizi.

Fino a qualche anno fa la situazione peggiore era quella della Navarra, linguisticamente divisa in tre zone principali:

il nord in cui si parla il basco, Pamplona e dintorni da considerare “zona mista” e il sud dove è assai carente (anche a livello istituzionale).

E lo sbandierato bilinguismo ? Non è sempre una garanzia, anzi. Come spesso succede (vedi in Irlanda tra inglese e gaelico) la lingua più forte finisce con divorare l’altra.

In base all’articolo 3 della Costituzione spagnola, tutti i cittadini (baschi compresi) avrebbero il dovere di conoscere il castigliano. Invece il basco rimane un “diritto”.

Formalmente nelle Vascongadas i ragazzi delle scuole medie dovrebbero conoscere il basco, ma tale norma non viene applicata adeguatamente.

 Da quanto mi era stato riferito, negli ultimi decenni sono rimasti in vigore tre i modelli di insegnamento.

Nel primo con tutte le materie in castigliano, il basco è seconda lingua.

In un’altro l’insegnamento è bilingue.

Nell’ultimo troviamo tutte le materie in euskara e il castigliano come seconda lingua.

E questo, sostengono gli indipendentisti abertzale, sembra l’unico che garantisce veramente l’apprendimento della lingua.

In Navarra esiste (per decine di migliaia, oltre centomila alunni) la scolarizzazione del primo tipo, ma a quanto sembra i bambini non imparano l’euskara.

Dalla prima metà degli anni novanta (1993) si sono applicati due tipi di insegnamento:

1) quello della scuola pubblica che dipendeva dal governo regionale basco

2) e quello della scuola privata (per esempio le scuole gestite dal clero o i collegi francesi, anche tedeschi, riservati in genere ai ragazzi di ricca famiglia).

Questo all’epoca aveva comportato la chiusura di molte scuole basche (le ikastolas) che dovevano scegliere tra scuola pubblica e scuola privata. Ne era derivata una lacerazione, una divisione.

E’ probabile che le ikastolas, in quanto spina nel fianco del governo basco (in senso buono: di stimolo, di pressione) siano state elegantemente e volutamente mandate in crisi (sempre secondo gli abertzale).

O forse il governo basco considerava la normalizzazione linguistica ormai conquistata.

Parlando di “ikastolas”, ricordo che contemporaneamente (in sintonia) all’operazione contro il giornale in lingua basca “Egunkaria”* nel 2003 (arresto di una decina di redattori, alcuni sottoposti a tortura, chiusura del giornale e del suo sito internet per presunta relazione con ETA) vennero perquisiti anche gli uffici della Federazione delle Ikastolas. Una grande quantità di materiale  pedagogico, contabile e culturale venne sequestrato ed inviato a Madrid.

Tornando al 1993, questi in sintesi furono i modelli scolastici imposti a E. H. dallo stato spagnolo.

E’ da allora che l’euskara diventa, da lingua della Resistenza, uno strumento di mobilità sociale per tutti quei settori (funzionari, impiegati pubblici, telecronisti, presentatori televisivi…), soggetti che non si erano mai particolarmente distinti nella lotta per l’autodeterminazione.**

 

Gianni Sartori

*nota 1: Egunkaria era l’unico quotidiano pubblicato integralmente in euskara (sei giorni a settimana) e distribuito in tutte e sette le province basche (sia in Hego E.H. che in Ipar E.H.).

** nota 2: Analogia evidente con il gaelico: a Dublino lo imparavano i funzionari statali per fare carriera, mentre a Belfast i militanti e i prigionieri repubblicani come rivendicazione.

 

 

SI SCRIVE MITENI, SI LEGGE RIMAR – (di Gianni Sartori)

Pubblichiamo questo articolo di Gianni Sartori su una “ormai storica” vicenda di inquinamento del territorio, in questo caso veneto. Un problema che ha colpito e colpisce anche la Lombardia, spesso poco attenta a questi aspetti. Per noi Indipendenza significa anche amore per la propria Terra, nella speranza di consegnare un futuro migliore ai nostri figli.

inquinamento-2

SI SCRIVE MITENI, SI LEGGE RIMAR

(Gianni Sartori)

 

Avvertenza: questo non è, assolutamente, un articolo di informazione sull’inquinamento da PFASS che sta impregnando le acque e i corpi del Veneto. Soltanto un necrologio, un amaro amarcord condito di qualche considerazione su come funziona il capitalismo, quello del nord-est in particolare. Per gli aspetti tecnici potete attingere alle puntuali denunce pubblicate da qualche anno a questa parte su Quaderni Vicentini.  In tempi non sospetti, quando invece un noto quotidiano locale ignorava o minimizzava la grave situazione che si andava delineando.

Non è nemmeno un invito a intervenire per rimediare. Da tempo ho la convinzione che cercare di fermare il degrado ambientale sia quasi impossibile. Nel Veneto senza “quasi”. Qui la catastrofe è ormai completa, per quanto subdola e inavvertita. Il territorio veneto e ancor più quello vicentino (un’autentica “poltiglia urbana diffusa” da manuale) hanno raggiunto livelli di contaminazione e cementificazione tali che soltanto un’apocalisse di ampia portata potrebbe, forse, porvi rimedio. Ripristinando in parte quell’ordine naturale che oggi come oggi appare irrimediabilmente stravolto.

Prendiamo atto comunque che se  pur molto  tardivamente, la questione PFASS ha assunto rilevanza non solo locale ma anche regionale (vedi la richiesta di analizzare l’acqua “potabile” nelle scuole in provincia di Rovigo). Ma per quanto riguarda la “sfilata degli ipocriti” (i sindaci vicentini che hanno manifestato a Lonigo contro l’inquinamento da PFASS) direi che si commenta da sola. Dov’erano le istituzioni in tutti questi decenni (almeno 4, dagli anni settanta) mentre la RIMAR prima e la MITENI (cambia il nome, ma l’azienda fisicamente è sempre la stessa) poi versavano schifezze direttamente nelle nostre acque e indirettamente nel nostro sangue?

Solo una facile “profezia”. E’ probabile che tra una decina d’anni altri sindaci sfileranno nel Basso Vicentino (magari, azzardo, in quel di Albettone, uno dei tratti più riempiti da scarti di fonderia e altre schifezze) per esprimere una tardiva e altrettanto ipocrita indignazione per l’inquinamento prodotto dai rifiuti tossici (metalli pesanti) ammucchiati a tonnellate sotto la A31.

Non dovendo preoccuparmi di fornire numeri e dati sull’inquinamento prodotto dalla exRimar, ora Miteni (ampiamente disponibili in rete), attingo a qualche  ricordo personale*riesumando speranze e delusioni di quando, ormai 40 anni fa, forse si sarebbe ancora potuto arginare la marea tossica non più strisciante, ma ora dilagante.

Un accenno soltanto all’apprezzabile richiesta (per quanto simbolica e fuori tempo massimo, a mio  avviso) avanzata da qualche oppositore di “parametri certi sulla soglia di inquinanti presenti nelle acque con cui si abbeverano gli animali e si irrigano i campi, così come è doveroso da parte del Governo dare una risposta immediata per fare fronte alla crisi che per ovvie ragioni rischia di precipitare su chi lavora di agricoltura, soprattutto considerando il fatto che l’inquinamento da Pfass ha contaminato anche la catena alimentare, come risulta da una serie di prime analisi effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità in alcune zone del Veneto. Sia sul siero umano che su alcuni alimenti come uova e pesci emerge infatti la presenza di contaminazione, come abbiamo sottolineato in una risoluzione indirizzata al Governo a dicembre.”

Una presa di posizione modesta, scontata, ma sempre meglio che niente.

D’altra parte: l’avete voluto il capitalismo? E allora godetevelo, cazzo!

AMARCORD

Metà anni settanta. Qualche anno prima avevo (coerentemente o sconsideratamente…non l’ho ancora capito) rinunciato al posto statale da insegnante elementare, pur avendo vinto il concorso. La scelta (comunque sofferta per un giovane proletario figlio di proletari, con scarse alternative) veniva dopo aver scoperto che l’assunzione comportava un giuramento (allo Stato delle stragi? Mai!). Ero quindi tornato allo scaricamento e stivaggio di camion alla Domenichelli, in notturna, alternando con saltuari lavori da operaio (tra le altre, la Veneta-Piombo di Alte-Ceccato: tutta salute!).

Finendo poi inchiodato per qualche anno alla fresa, nel “retrobottega” di una microazienda artigiana con orari prolungati.

Fu durante un breve periodo di transizione di circa 20 giorni (transitavo da operaio in una microazienda a commesso in una libreria) che tornai a scaricare con una delle due o tre famigerate “cooperative” **di facchinaggio esistenti in città. Questo mi consentiva, paradossalmente, di staccare dal lavoro in orari decenti (tra le cinque e le sei di sera), mentre prima in genere finivo verso le 19,30-20. Una possibilità per frequentare Radio Vicenza, all’epoca gestita da amici e compagni di area libertaria, in particolare Rino Refosco e Rosy. Doveva essere la fine del 1976 , mi pare. Lo deduco dal fatto che quasi ogni sera qualcuno dedicava una canzone (in particolare “Ma chi ha detto che non c’è?” di Manfredi) al compagno Claudio Muraro da poco arrestato (nel 1976) e ancora detenuto a Vicenza, prima di finire nel “circuito dei camosci” delle carceri speciali (a Pianosa, mi pare).

Dalla radio veniva denunciata con ostinazione la recente scoperta che la RIMAR (“Ricerche-Marzotto”) scaricava fetide sostanze nelle acque correnti dell’Alto Vicentino. In particolare quelle della Poscola, un nome a cui ero sentimentalmente legato. Nasceva infatti dall’omonima grotta situata a Priabona, un “aperitivo” prima del Buso della Rana.

Denuncia dopo denuncia, non mancarono velati consigli di “lasciar perdere, non mettersi contro qualcuno troppo grande per voi…”. Se non vere  e proprie minacce, quasi.

Tutto qui, per quanto mi riguarda. Tornai quindi ai miei soliti orari e le mie frequentazioni calarono sensibilmente (o forse per scazzi personali e comunque “avevo altro da fare”).

E pensare che in anni non sospetti avevo avuto anche modo di visitarla, la RIMAR intendo. Doveva essere verso la fine del 1967 o l’inizio del 1968, sicuramente prima del 19 aprile e della storica rivolta operaia (a cui, casualmente, mi capitò di assistere, ma ve lo racconto un’altra volta, magari per il 50°) con abbattimento della statua del feudatario locale.

Mi capitava allora di andare qualche pomeriggio a Valdagno in autostop per frequentare la piscina comunale aperta in periodo invernale. Un tardo pomeriggio stavo giusto rientrando a Vicenza quando un macchinone si fermò in risposta al mio pollice levato. Salgo e il signore dopo un po’ si presenta. Era uno dei fratelli Marzotto, nientemeno. Evidentemente metteva in pratica i principi paternalistici su cui si fondava la dinastia.

Il clima doveva già aver cominciato a surriscaldarsi (quello sociale, non si parlava ancora dei cambiamenti climatici) perché il borghese che gentilmente si prestava a farmi da autista commentò alcuni recenti episodi di contestazione al consumismo sostenendo (vado a memoria, sono passati 50 anni) che per la “felicità” della gente era indispensabile che tutti potessero godere di auto, frigoriferi e lavatrici. Poi, caso mai, si poteva pensare…non ricordo a cosa, sinceramente.

Dato che non dovevo sembrare molto convinto di questo elogio della merce, mi propose una visita alla sua fabbrica d’avanguardia che sorgeva lungo il percorso. Fu così che mi affidò a un tecnico per una visita guidata della RIMAR. Poco convinto il tecnico, poco convinto anch’io che temevo di non trovare un altro passaggio prima di notte, la visita fu alquanto frettolosa e mi rimase soltanto la sensazione di un leggero bruciore alle mucose respiratorie. Per chi non è del posto, segnalo che la già denominata Rimar oggi si chiama Miteni, dopo aver cambiato due-tre volte nome, consiglio di amministrazione e in parte proprietà.

Tutto qui.Ricordo solo che un’altra volta presi un passaggio dall’altro Marzotto, il fratello in politica nel PLI. Evidentemente ci tenevano a mostrarsi generosi con le masse popolari appiedate.

Ma dopo il 19 aprile le cose cambiarono, evidentemente e non mi capitò più l’onore di un autista chiamato Marzotto. In compenso, nel febbraio 1969 (all’epoca dell’occupazione della fabbrica) tornai a Vicenza con la grandissima compagna, partigiana e giornalista dell’Unità, Tina Merlin (ma questa è un’altra storia).

Gianni Sartori

* nota 1: “Preserva i tuoi ricordi, è tutto quello che ti resta” P. Simon (cito a memoria)

** nota 2 : “famigerate” perché, come scoprii a mie spese, oltre a praticare una forma mascherata di caporalato, non versavano mai alcun contributo, nonostante richiedessero la consegna del libretto di lavoro. Perché? In caso di incidente potevano sempre dire di averti assunto proprio quel giorno e di non aver ancora compilato le “carte”. 

Una nota polemica anche per alcuni “compagni”. Ricordo benissimo che per gli amici di Potere Operaio la mia scelta era stata classificata da “lumpenproletariat”. Detto da loro, di estrazione medio e piccolo-borghese pareva un complimento. Questo nella prima metà degli anni settanta. Dopo, nella seconda metà dei settanta, quando erano già diventati quelli di AutOp, le cose cambiarono con la scoperta dell’”operaio sociale”. Addirittura a Scienze Politiche di Padova si organizzarono corsi e seminari sulle cooperative di facchinaggio. Ma non ne ricordo uno che fosse uno di costoro (devo far nomi?) che sia venuto una sola volta a scaricare camion. Avevo invece condiviso spesso tali attività ricreative con il già citato compagno anarchico Claudio Muraro (fratello della filosofa Luisa Muraro, quella dell’Erba Voglio e della Signora del gioco) sia alla Domenichelli che alla Olimpico-traslochi.

MEMORIA STORICA – INTERVISTA con JOHN TRAINOR dell’Ufficio Affari Internazionale del SINN FEIN – di Gianni Sartori (febbraio 1997)

UNO DEGLI EFFETTI PIU’ EVIDENTI DELLA BREXIT, E’ SICURAMENTE LA SPINTA POSITIVA NEI CONFRONTI DEI PROCESSI DI AUTODETERMINAZIONE SUL TERRITORIO BRITANNICO.  SUL TERRITORIO IRLANDESE E’ RIPARTITO IL DIBATTITO POLITICO IN MERITO ALLA RIUNIFICAZIONE. INTENDIAMO CONTRIBUIRE A TALE DIBATTITO RIPORTANDO COMMENTI E INTERVISTE CHE, ANCHE SE APPARTENGONO AL PASSATO, SERVONO PER MEGLIO COMPRENDERE LA QUESTIONE IRLANDESE .

NdR. John Trainor fu definito anche “the intelligence officer of the IRA’s Belfast brigade”.

18010227_436581003355356_2523884628848478240_n

 

INTERVISTA con  JOHN TRAINOR dell’Ufficio Affari Internazionale del SINN FEIN

Gianni Sartori    (febbraio 1997)

In attesa delle prossime elezioni politiche nel Regno Unito, il processo di pace nell’Irlanda del Nord si è arrestato (anche se solo momentaneamente, si presume).

Nessun progresso sostanziale nei colloqui di Londra. Da parte sua, l’IRA nel febbraio 1996 aveva interrotto la  tregua dichiarata nel 1994.

Ne abbiamo parlato con John Trainor dell’Ufficio Affari Internazionali del Sinn Fein.

D. Perché l’IRA ha sospeso la tregua e ripreso la lotta armata?

Trainor: Per tanti motivi. Innanzitutto perché i britannici hanno mostrato chiaramente di non volersene andare. Hanno frustrato sistematicamente gli sforzi del Sinn Fein e anche quelli del Social Democratic and Labour Party (Sdlp) e del governo di Dublino.

D. A proposito, un vostro giudizio sul ruolo del governo irlandese in questa fase di colloqui e trattative…

Trainor: Il governo di Dublino aveva contatti diretti con quello di Londra e questa era una precisa garanzia per la nostra comunità; significava avere uno spazio, un ruolo come Irlandesi per spingere avanti ulteriormente il processo di pace.

D. Durante la tregua la situazione della comunità cattolica nelle Sei contee era migliorata o peggiorata?

Trainor: Il popolo irlandese non ha mai realmente sperimentato la pace. L’esercito britannico stava sempre nelle strade, le discriminazioni e la legislazione d’emergenza erano ancora in vigore. Rastrellamenti e perquisizioni continuavano come prima e i prigionieri repubblicani sono rimasti nelle carceri.

Inoltre la comunità cattolica ha dovuto subire le parate orangiste grazie al coprifuoco imposto dalla polizia. I cattolici hanno continuato ad essere cittadini di serie B nel loro stesso Paese.  E tutto questo mentre i media parlavano di “risoluzione del conflitto”.

D. In questi giorni si parla molto della situazione in Euskal Herria; dall’arresto di molti esponenti di Herri Batasuna alla recrudescenza delle azioni armate di Eta. Come giudica il Sinn Fein la questione basca?

Trainor:  Per il Sinn Fein la Nazione basca ha sicuramente diritto all’autodeterminazione. I nostri rapporti sia con il Popolo basco che con Herri Batasuna sono di vecchia data e noi appoggiamo  la loro lotta di liberazione. Pensiamo che il governo spagnolo dovrebbe aprire quanto prima dei negoziati per risolvere politicamente il “problema basco”. E ci sentiamo particolarmente solidali con i prigionieri politici baschi.

D. Mi dicevi che attualmente quelli che stanno peggio non sono i detenuti repubblicani nei famigerati “Blocchi H” (dove nel 1981 morirono in sciopero della fame dieci militanti dell’Ira e dell’Inla), ma quelli in Gran Bretagna…

Trainor: I nostri prigionieri in Gran Bretagna sono incarcerati nelle Ssu (Special Secure Units), sottoposti per 23 ore al giorno alla luce artificiale, in condizioni di vera e propria deprivazione. Di notte vengono svegliati continuamente dai secondini. Proprio durante la tregua è stato deciso di introdurre “visite chiuse” inserendo vetri divisori tra i prigionieri e i loro familiari. Inoltre i secondini controllavano se fra loro parlavano in gaelico e in questo caso la visita veniva interrotta. La situazione è degenerata al punto che i prigionieri hanno rifiutato le visite in queste condizioni e ormai non vedono i loro familiari da più di due anni.

D. A suo tempo la proposta di una tregua sembrò cogliere impreparati sia il governo inglese che gli organi di informazione. Un ulteriore segnale di quanto poco si conosca del conflitto nordirlandese. Puoi aiutarci a chiarire alcuni aspetti di questa complessa situazione, anche attraverso la ricostruzione degli ultimi avvenimenti?

Trainor:  Dell’eventualità di una tregua per la pace il Sinn Fein cominciò a parlare alla fine degli anni ottanta. Con il cessate il fuoco dell’estate 1994 l’Ira ha dato prova di serietà nella ricerca di una pace giusta.

Invece Londra ha cominciato a mettere ostacoli al Sinn Fein, ci ha impedito di prendere parte ai negoziati e ha scelto di sprecare questa opportunità eccezionale. Noi pensavamo a negoziati senza condizioni, ma intanto il governo britannico decideva di colpire i nostri prigionieri nelle carceri inglesi. Tuttavia nonostante queste provocazioni i prigionieri repubblicani hanno continuato ad appoggiare il progetto di pace del Sinn Fein. Allora il governo britannico ha rivolto la sua strategia direttamente contro il nostro partito, imponendo al Sinn Fein “tre mesi di decontaminazione” prima dei colloqui. Visto poi che anche il governo di Dublino continuava a lavorare per cercare una soluzione equa, Londra ha imposto come nuova condizione il disarmo dell’Ira, altrimenti si sarebbero rifiutati di parlare con i Repubblicani. Il governo britannico cercava così di ottenere quello che non gli era mai riuscito in 27 anni: la resa dell’Ira. In pratica chiedeva al Sinn Fein di far arrendere l’Ira. A quel punto si è avuto il collasso del processo di pace.

D. Perché l’Ira non ha voluto consegnare le armi?

Trainor: In tutti i processi di pace che comportino la soluzione del conflitto non ci sono vinti e vincitori. Pensiamo a cosa è accaduto recentemente in Sud Africa, in alcuni paesi dell’America Latina (Salvador, Guatemala), in Palestina…Il governo britannico chiedeva all’Ira una resa senza averla mai sconfitta militarmente. In questa situazione, nel 1996, l’Ira ha ritenuto di dover riprendere la lotta armata. E questa è l’attuale situazione prima del voto.

D. Vi aspettate qualche cambiamento da un’eventuale vittoria dei laburisti alle prossime elezioni?

Trainor:  Non ci sono prove che un eventuale governo laburista avrebbe una politica diversa per l’Irlanda rispetto ai Conservatori. Storicamente i governi laburisti hanno introdotto le leggi d’emergenza e riportato l’esercito in Irlanda. L’essenza della politica britannica è che nessuno dei partiti ha mai una maggioranza assoluta per cui, alla fine, ogni governo inglese dipende dai voti dei deputati unionisti. Questo riduce di molto la loro libertà di manovra.

(Gianni Sartori – febbraio 1997)

***Nota del settembre 1997, successiva di qualche mese all’intervista.

In realtà, nonostante l’evidente pessimismo di Trainor, nel corso dell’anno le cose subirono un’ulteriore evoluzione verso l’auspicabile soluzione politica del conflitto.

Il 19 luglio 1997 l’Ira decretò una nuova tregua. Il mese prima, maggio 1997, i laburisti erano tornati al governo (dopo diciotto anni di potere ai conservatori) dimostrando una maggiore disponibilità al confronto. A questo si deve aggiungere che appariva evidente l’aumento di consensi elettorali del Sinn Fein (due deputati eletti al Parlamento britannico, uno  quello irlandese) che conquistava il 42% dell’elettorato cattolico in Irlanda del Nord.

Nella Repubblica il nuovo governo del Fianna Fail di Bertie Ahern appariva più disponibile del precedente di John Bruton. In questa situazione anche gli Unionisti non poterono fare a meno di sedersi al tavolo dei negoziati, iniziati il 15 settembre 1997.

CON AMORE E ONORE, LA LOTTA DEI PRIGIONIERI CURDI CONTINUA – di Gianni Sartori

CON AMORE E ONORE, LA LOTTA DEI PRIGIONIERI CURDI CONTINUA

 (Gianni Sartori)

erdogan-26

Quello che parte della sinistra curda ha definito “il golpe di Erdoğan” rischia ormai di oscurare perfino il golpe “storico”, militare, del 12 settembre 1980. Appare infatti evidente che in Turchia si è insediato un regime fondato sulla repressione e sull’uso dispotico della violenza di Stato. Paradossalmente, chi sostiene che “dopo questo referendum sulle modifiche costituzionali la Turchia potrebbe trasformarsi in una dittatura” pecca forse di ottimismo. Lo Stato turco non può diventare una una dittatura perché in realtà lo sarebbe da tempo.

Il ruolo dei parlamentari è ormai ridotto a quello di “belle statuine”. I media liberi sono vietati e rimangono in attività soltanto quelli allineati e omologati. Migliaia di giovani, arbitrariamente qualificati come “terroristi“, vengono perseguitati, assassinati, segregati nelle carceri. Dopo che per molti esponenti del HDP si sono aperte (ma solo in entrata) le porte del carcere, i partiti  ancora non criminalizzati dell’opposizione (come il CHP) non sembrano all’altezza del compito che dovrebbero svolgere .

5866f18ebf7f5-e1813210-8620-4fc0-a97f-5b0a51079e91-w987-r1-sjpg

Nel frattempo in 27 carceri della Turchia oltre 200 prigioniere e prigionieri politici sono in sciopero della fame. Alcuni già da due mesi. Chiedono la revoca del coprifuoco a causa del quale circa mezzo milione di persone in Turchia sono state forzatamente espulse. Chiedono la revoca delle condizioni di isolamento in cui a Imrali versa Abdullah Öcalan.  Chiedono la fine degli arresti di massa, della tortura, dell’isolamento in carcere. Chiedono la sospensione dello stato di emergenza (OHAL).

Come dopo il 1980, anche stavolta sono state le madri dei prigionieri a esprimere concretamente sostegno e solidarietà per chi sta in carcere. E ora molte di loro sono in sciopero della fame: a İzmir, Amed, Van e İstanbul. Anche in Iran 6 prigionieri politici rinchiusi a Urmiye e Tebriz, hanno dichiarato di entrare in sciopero della fame per solidarietà. Kimberly Taylor, una giovane internazionalista che si è unita alle YPJ parteciperà allo sciopero per una settimana. Il 13 aprile a Strasburgo è iniziato uno sciopero della fame di solidarietà a cui partecipano 50 rappresentanti di diverse organizzazioni, giornalisti, artisti e accademici. In sciopero della fame anche deputati dell’HDP come Faysal Sarıyıldız e Tuğba Hezer.

71611e488a20e7e41b7b5b9367f61cc6

Per squarciare il velo dell’ipocrisia, per rompere il silenzio e, almeno simbolicamente “rompere i muri”, a Milano e Torino scioperano congiuntamente esponenti curdi, militanti anarchici (FAI) e del sindacalismo di base (CUB).

Durante uno sciopero della fame Ayşe Irmak aveva dichiarato: “Veniamo arrestati perché andiamo ai funerali. Andiamo ai funerali e al ritorno in carcere. Vogliamo una vita senza carcere e morti“.

 

CxTPdUSXcAAYxEo

Nel loro ultimo comunicato prigioniere e prigionieri in sciopero della fame si rivolgevano all’opinione pubblica internazionale con queste parole:

 “Il nemico sta applicando il regime di Imrali in tutte le carceri, tutti devono sapere che il principale scopo delle nostre attività è di eliminare il regime di Imrali, non abbiamo lanciato queste attività per mettere fine all’esperienza che stiamo vivendo, la nostra maggiore preoccupazione è di eliminare il regime di Imrali, perché quello che ci viene imposto è parte di quel regime.

Diciamo ai martiri, diciamo ad Agid,

Non possiamo più vivere con il regime di Imrali,

Nessuno può più sopportare di tenere ancora prigioniero il leader Apo,

Nessuno può sopportare attacco, assedio e massacri commessi contro il nostro popolo.

La voce del nostro compagno Muhamad Tunc risuona ancora.

La voce del nostro compagno Mazlum Doğan vive ancora nel cuore di ogni curdo.

Per l’orgoglio e la resistenza.

Verso più coraggio, sostegno, rivoluzione e sacrificio, ci impegniamo per la prospettiva del leader Apo, oggi è il giorno in cui abbiamo adottato la libertà per il leader Apo, il Kurdistan e i curdi, con il leader Apo siamo diventati un popolo dalla volontà libera, oggi è il giorno in cui liberiamo il leader Apo e il Paese con una volontà libera.

Con amore e onore, vi salutiamo tutti”.

 Al momento sono 278 le prigioniere e prigionieri che hanno adottato, in 29 carceri della Turchia e del Kurdistan, questa estrema forma di lotta. Ricordiamo che nel carcere di Şakran lo sciopero prosegue da oltre 60 giorni.

Nel frattempo, nonostante i prigionieri bevano quanti più liquidi possibile per conservare energia, le loro condizioni si stanno aggravando. Lo ha confermato in conferenza stampa l’avvocata Fatma Demirer che li ha incontrati nel carcere di Şakran.

A causa dello sciopero la mobilità fisica dei prigionieri è seriamente limitata e “abbiamo notato differenze nel livello di ascolto e di comprensione. Oltre a questo le questioni che vivono sono di stordimento, mal di testa e irregolarità del sonno. Dormono per 3 o 4 ore al massimo, il che mostra la gravità della situazione.”

 Ha poi aggiunto: “Sappiamo che il nostro cliente Şirvan Bilik ha sputato sangue. Özkan Yaşar non può scendere le scale per controlli medici, quindi il medico sale da lui per le misurazioni. Zana Yatkın ha problemi di concentrazione. Ha detto che mentre scrive ha dei vuoti e non riesce a farsi venire in mente le parole. È nella T2. Gli è venuta una piaga sulla faccia. Le donne in questa fase hanno il polso accelerato e la tachicardia.”

L’amministrazione del carcere ha incontrato le prigioniere e i prigionieri il 10° giorno dello sciopero della fame dicendo loro: “Diteci qual è il problema e noi lo risolveremo, smettete lo sciopero della fame.”

Quando i prigionieri hanno elencato le loro richieste, l’amministrazione ha risposto che per quanto riguarda il carcere di İmrali “questo è al di sopra delle nostre competenze”. Ma poi non hanno fatto niente nemmeno per le altre richieste che riguardavano la situazione all’interno del carcere. E proseguiva Demirer: “Portare libri dall’esterno è vietato. Ci sono problemi rispetto all’identità. Non possono svolgere alcuna attività.”

 I medici, stando a quanto ha riferito Demirer, avrebbero visitato i prigionieri soltanto un paio di volte limitandosi a misurare il polso e la perdita di peso. Sempre secondo l’avvocata, infermieri e medici si mostrano alquanto disinteressati e quando i prigionieri parlano di questioni legate alla salute “rispondono che anche loro hanno questi problemi”.

“Non è etico – denuncia Fatma Demirer – dire questo a una persona che è in sciopero della fame da due mesi.”

 

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

 

LO STATO TURCO HA SUPERATO LA LINEA ROSSA – di Gianni Sartori

LO STATO TURCO HA SUPERATO LA LINEA ROSSA

di Gianni Sartori

Qandil 0

Un recente comunicato dei prigionieri politici e prigioniere politiche del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e PAJK (Partito delle Donne Libere del Kurdistan) nelle carceri di tutta la Turchia e del Kurdistan intendeva chiarire quale sia il significato (e la posta in gioco) dello sciopero della fame in corso.

In questa prima settimana di aprile lo sciopero della fame si conferma irreversibile e a oltranza. Si svolge da oltre 30 giorni in varie carceri (a Şakran, Sincan, Edirne e Van ) mentre  in tutte le altre prigioni era iniziato il 15 marzo. Una protesta sia per l’isolamento totale imposto a Ocalan, sia contro tutte le pratiche di oppressione, tortura e annichilimento a cui vengono sottoposti i prigionieri curdi.

Nel comunicato dei prigionieri si ribadisce che “essere in grado di dire NO alla trappola mortale che il sistema cerca di imporre ai nostri popoli sarà l’inizio per sventare gli attacchi”.

Nel loro comunicato i prigionieri curdi commemoravano alcune vittime della repressione turca (“i Mazlum, i Kemal e i Ferhat”) rivendicando orgogliosamente di essere “i  loro compagni e i loro successori”.

“Come prigionieri -continuavano- siamo consapevoli del fatto che con le nostre diecimila famiglie siamo una grande forza di resistenza e crediamo di poter svolgere il nostro ruolo storico e su questa base condividiamo la nostra vita e il suo significato con il nostro Leader e possiamo essere creatori di grandi trionfi. La vittoria certamente sarà di chi resiste nella verità.”

Altrettanto esplicita la dichiarazione scritta di Deniz Kaya a nome del PKK-PAJK:

“Il governo dell’AKP non accetta una soluzione democratica politica e la trasformazione e mira a prolungare la sua esistenza portando il fascismo all’ultima soglia e istituzionalizzandolo e sta gettando ancora una volta il popolo curdo in una situazione senza status nell’ambito della riorganizzazione della regione. Tutte le loro politiche sono mirate a questo.

Tutta l’oppressione, la violenza e le violazioni di diritti con gli arresti si riflettono sulle carceri. Le operazioni per spezzare la volontà e per intimidire coloro puntano a essere complementari con quelle all’interno. Questi attacchi che mirano alla dignità umana vengono portati avanti con questo spirito.

Mentre ci sono attacchi e violazioni di diritti in tutte le carceri, alcune sono selezionate in particolare come centri pilota per la tortura. Stanno cercando di spezzare la nostra volontà in questo modo e allo stesso tempo vogliono che ogni galera si occupi dei suoi problemi e non sia in grado di sostenere abbastanza le altre.

 DOBBIAMO PREPARARCI A COSTRUIRE SENZA IMPEDIMENTI O SCUSE

 Come prigionieri e prigioniere di PKK e PAJK, nella consapevolezza del periodo storico di resistenza che stiamo vivendo, conosciamo l’importanza di collegarci allo spazio e al tempo nel quale ci troviamo con gli sviluppi universali e stiamo svolgendo il nostro ruolo in questo periodo che segnerà il destino. Sulla base della resistenza rivoluzionaria totale contro un attacco totale, stiamo prendendo ogni momento come un’area in cui difendere il nostro onore e costruire un carattere libero e una vita libera. Il nostro popolo stipato nelle carceri svilupperà la sua consapevolezza e la sua esperienza nella lotta, rafforzando così la volontà che farà pentire il fascismo di averi attaccati. Per questa ragione consideriamo nostro dovere primario preparare i nostri compagni per la resistenza in ogni circostanza e la costruzione di una vita libera, senza considerare come impedimenti o scuse gli eventi quotidiani di esilio e attacchi.

 LA VITA A IN ŞAKRAN È DIVENTATA UN INFERNO

Oltre alle azioni di massa alle quali prendiamo parte, dobbiamo essere consapevoli delle regioni pilota nelle quali il fascismo si mette alla prova e rafforzare la solidarietà coni nostri compagni in quelle aree. Una di queste aree è il carcere T4 di Şakran dove sono tenuti insieme compagni di altre parti del Kurdistan. La vita in questo carcere è diventata un inferno. Tutti i prigionieri e le famiglie sono costretti a essere perquisiti nudi. L’amministrazione sta imponendo disonore e sottomissione con pratiche come stare in piedi durante l’appello, camminare in fila nei corridoio e attaccare l’identificativo del carcere sui vestiti. I prigionieri in cinque celle di questo carcere sono completamente isolati e non possono comunicare gli uni con gli altri.

 APPELLO AI DEPUTATI CHP E ALLE ONG

 Facciamo appello alle ONG in Turchia e ai parlamentari del CHP che sostengono i diritti umani perché vadano a vedere la situazione in questo carcere e la rendano visibile ad altri. Come prigionieri e prigioniere di PKK-PAJK denunceremo quest’amministrazione carceraria, scriveremo alle istituzioni internazionali e mostreremo la nostra solidarietà in questo modo.

DIRE ‘NO’ SARÀ UN INIZIO”.

Da parte turca si accentua invece la vergognosa opera di devastazione anche dei simboli della resistenza curda.

Qandil 2

Qandil 3

Qandil 4

In questi giorni aerei da guerra turchi hanno nuovamente colpito il Cimitero dei Martiri Mehmet Karasungur a Qandil distruggendo sia le tombe che l’attiguo museo.

Nel cimitero sono sepolti guerriglieri curdi morti in combattimento in ogni parte del Kurdistan. Il luogo viene quotidianamente visitato dalle famiglie dei caduti così come il museo vicino al cimitero che conserva immagini e memorie dei martiri.

Da segnalare che nell’ultimo bombardamento sono state uccise anche le colombe che qui venivano ospitate e  nutrite.

Tra le persone immediatamente accorse dopo il bombardamento, il cittadino Mam Şêx di Qandil.  “In nessun’altra parte del mondo -ha voluto dichiarare ai giornalisti curdi- vengono bombardati i cimiteri. Questo è un atto inumano. Il più grande tradimento. Condanno lo Stato fascista turco che non ha neanche un po’ di umanità e teme i nostri morti.”

Ancora più esplicito il commento di un guerrigliero. Çekdar ha definito il bombardamento del Cimitero dei Martiri  “un segno di debolezza da parte dello Stato turco” aggiungendo che “i Cimiteri dei Martiri sono la nostra linea rossa. Pagheranno per questo.”

Gianni Sartori

 

ETA: ULTIMO ATTO? – di Gianni Sartori

Dal fiero popolo basco una nuova sfida alla Storia, ma stavolta il “campo di battaglia” è quello della pace

 (Gianni Sartori)

eta

 

Esponenti accreditati della società civile confermano quanto si andava profilando da tempo: il disarmo totale e definitivo di  Euskadi Ta Askatasuna (Paese Basco e Libertà).

La data di tale evento, l’8 aprile 2017, non sembra scelta a caso. Cadrà infatti pochi giorni prima dell’Aberri Eguna. La prima celebrazione del Giorno della Patria basca risale alla Domenica di Pasqua del 1932. Con questa ricorrenza, altamente simbolica, il nazionalismo basco intendeva richiamarsi all’insurrezione irlandese della Pasqua del 1916.

Non si può escludere che proprio in occasione dell’Aberri Eguna di quest’anno ETA dia l’annuncio di autoscioglimento come organizzazione armata. Pur continuando a lottare, ovviamente con altri mezzi, per l’indipendenza e il socialismo.

eta3

La scorsa settimana Bake Bidea, piattaforma della società civile che promuove il processo di pace in Euskal Herria, aveva organizzato un convegno (“Il disarmo al servizio del processo di pace”) a Biarritz, nel Nord del Paese basco (Ipar Euskal Herria, sotto amministrazione francese). Vi avevano preso parte numerosi esperti e rappresentanti degli “Artigiani della Pace”. Tra questi, le cinque persone arrestate lo scorso dicembre mentre si apprestavano a mettere fuori uso un certo quantitativo di armi di ETA (come concordato con l’organizzazione indipendentista armata). Un gesto di “buona volontà” (già applicato positivamente in Irlanda del Nord) che si voleva propedeutico alla soluzione politica del conflitto, ma che invece era incorso nella repressione e nella manipolazione mediatica.

A circa due anni dalla “Conferenza umanitaria per la pace nel Paese Basco” e a cinque anni dall’inizio del mandato del governo socialista francese, il Convegno di Biarritz ha rappresentato l’occasione per un  bilancio e una riflessione sul ruolo della società civile nel promuovere il processo di pace. Un processo destinato ad avanzare soltanto per l’impegno del popolo basco, non certo per la sostanziale assenza dei governi spagnolo e francese.

A seguito della Conferenza umanitaria, si era costituita una “Commissione di giuristi per la pace nel Paese Basco”, composta da una ventina di giuristi francesi e baschi, per riflettere sulle possibili soluzioni per la situazione in cui versano i prigionieri politici.

Un breve riepilogo sugli eventi di Luhuso (Louhossoa, Pyrénées -Atlantiques), la località  vicino a Bayona in cui vennero arrestate le cinque persone coinvolte nell’operazione di distruzione delle armi di ETA.

Il 16 dicembre 2016 alcuni rappresentanti della società civile avevano preso la storica decisione di intervenire direttamente, in prima persona, nel disarmo di ETA.

Tra loro, i due primi arrestati: Michel Berhocoirigoin (ex presidente di Euskal Herriko Laborantza Ganbara e sindacalista) e Jean-Noël Etcheverry (militante di organizzazioni ambientaliste e pacifiste come Bizi). Entrambi sono conosciuti in Ipar Euskal Herria sia per la loro attività politica, sindacale e sociale che per il coinvolgimento nel processo di pace.

In un primo momento si era parlato anche di Michel Tubiana, presidente onorario della Lega per i Diritti dell’Uomo di Francia. Invece non si trovava tra gli arrestati, ma soltanto perché non era uscito da casa per tempo. Si dichiarava comunque a disposizione delle autorità in quanto firmatario del documento sottoscritto da Michel Berhocoirigoin e Jean-Noël Etcheverry.

Inoltre Tubiana condannava fermamente l’operazione che aveva portato all’arresto dei due esponenti pacifisti e ribadiva il suo coinvolgimento per la pace e il disarmo.

Nella medesima circostanza venivano fermati la giornalista Béatrice Molle-Haran (di Mediabask),  Michel Bergouigan (“Irulegi”) e Stèphane Etchegaray che doveva riprendere l’operazione.

Dopo quattro giorni di detenzione i cinque vennero rimessi in libertà, ma posti sotto controllo giudiziario e  accusati di “porto, trasporto e detenzioni di armi, di munizioni e prodotti esplosivi in associazione con organizzazione terrorista”. Accuse per cui, in teoria, potrebbero essere condannati dai 15 ai 20 anni di prigione.

eta2

Con una loro dichiarazione scritta in precedenza, prevedendo un’azione giudiziaria, Tubiana, Berhocoirigoin e Etcheverry rivendicavano che “in quanto esponenti della società civile e senza nessun legame e subordinazione rispetto a ETA abbiamo deciso di dare inizio al processo di disarmo dell’organizzazione armata con la distruzione di un primo stock di armi corrispondente al 15% dell’arsenale di cui dispone ETA”.

Nello stesso documento si appellavano alla società civile e agli eletti chiedendo di “mobilitarsi in massa, in modo totalmente pacifico, per sostenere la necessità di un disarmo ordinato e controllato”.

Pronta la risposta popolare: una grande manifestazione a Baiona con concentramento in Euskaldunen Plaza all’insegna della parola d’ordine: “Bakearen alde, liberté pour les artisants de la paix”.

Altre manifestazioni a sostegno dei cinque militanti si svolgevano in tutta Euskal Herria il 17 dicembre 2016, nel giorno successivo al loro arresto.

In un altro documento Tubiana, Berhocoirigoin e Etcheverry chiarivano ulteriormente il loro ruolo di “intermediari tra ETA e uno stato che vorremmo portare a riflettere”. Un atteggiamento il loro, lo riconoscono, che potrebbe “apparire pretenzioso, ma abbiamo deciso di assumerci le nostre responsabilità nella convinzione che questo può essere utile per la pace”.

Contro questo genere di persone, avulse da ogni apologia della violenza, si era messa in campo un’operazione congiunta della Guardia Civil spagnola e della Direccion General de Seguridad Interior (DGSI). Operazione che venne poi falsamente presentata dal Ministero dell’Interno come un “nuovo colpo assestato agli arsenali di ETA”. Stando a quanto aveva divulgato Euskal Irratiak, l’abitazione in cui si svolgeva l’operazione si trova nel quartiere di Kurutxeta, tra Luhuso e Heleta. Mentre la polizia completava la perquisizione, un centinaio di cittadini (non certo pochi per una località che conta un migliaio di abitanti) si erano riuniti all’esterno protestando.  Verso le ore 21 @bakeaEHan (PaixEn PB/bakeanEHan) aveva lanciato una serie di tuits per segnalare che si stava svolgendo un’operazione di polizia a Luhuso per “impedire la distruzione delle armi di ETA da parte della società civile”.

Secondo quanto riportava recentemente Le Monde  “l’essenziale dell’arsenale militare dei separatisti di Euskadi Ta Askatasuna è nascosto in Francia”. Anche dopo l’abbandono della lotta armata nel 2014, secondo il noto quotidiano francese, centinaia di fucili d’assalto, pistole, esplosivi rimarrebbero ancora disseminati e nascosti in rifugi e nascondigli. E Le Monde confermava che “diverse centinaia di persone e numerosi eletti della regione parteciperanno a questa operazione di inedita ampiezza”. Operazione, ripeto, prevista per l’8 aprile; sempre che i governi di Madrid e Parigi non decidano di vanificarla. Per esempio, nel caso della Francia, rifiutandosi di prendere in carico le armi consegnate sotto gli occhi di osservatori internazionali.

“ETA ci ha affidato la responsabilità del disarmo del suo arsenale e, alla sera del prossimo 8 aprile, ETA sarà totalmente disarmata” ha ripetuto in varie occasioni Etcheverry. Ricordando poi come da tempo la società civile basca sia in attesa di un intervento del governo francese a favore del processo di pace avviato nel 2011 con la Conferenza internazionale di Ayete a Donosti (San Sebastian).

Tra i contributi più significativi al laborioso processo di pace che comunque, governi permettendo, si va costruendo n Euskal Herria, segnalo un cortometraggio realizzato da La Bande Passante:

“La Paix Maintenant, une exigence populaire”.

Come spiega la pellicola, è questa forse la prima volta nella storia dei conflitti che un’organizzazione politico-militare consegna le armi e dichiara unilateralmente la pace senza contropartite.

E proprio dalla consapevolezza dell’importanza storica di questo gesto è scaturita la mobilitazione di ampi settori della  popolazione basca che vuol farsene carico direttamente.

Auguri al popolo Basco, se li merita.

Gianni Sartori

 

Newroz 2017: No alla dittatura – Sì per democrazia e libertà (tramite Gianni Sartori)

Newroz 2017: No alla dittatura – Sì per democrazia e libertà

Milioni di persone celebrano il Newroz il 21 marzo che sancisce l’inizio di un nuovo anno e della Primavera. Il popolo kurdo si rifà alla leggenda, secondo la quale il fabbro Kawa sconfisse il Tiranno Dehaq ponendo così fine a secoli di oppressione.

Il Newroz viene celebrato come una festa di pace, libertà e democrazia. Questi valori sono fondamenti di ogni società e attualmente più che mai in pericolo. La difesa risoluta e collettiva di quei valori è un chiaro no alla guerra e alla dittatura: questi valori sono capisaldi anche del Newroz di quest’anno.

La guerra e la dittatura caratterizzano il Medio Oriente. Con le misure prese dopo il colpo di stato militare del 15 luglio 2016 Erdogan e i suoi seguaci hanno portato la Turchia ad una vera e propria dittatura. Tutti i diritti e le libertà sono state cancellate e decine di co-sindaci, politici democraticamente eletti, tra cui deputati dell’HDP, detenuti. Il governo turco aveva già terminato il dialogo per una soluzione politica della questione curda e intensificato la guerra in Kurdistan. Centinaia di civili sono stati uccisi e interi quartieri sistematicamente distrutti dall’esercito.

Parallelamente a questi sviluppi la Turchia ha avviato una politica di espansione nella vicina Siria e in Iraq: questo non solo è pericoloso per lo sviluppo della regione, ma in particolare nel contesto della sua cooperazione con i gruppi islamisti. L’obiettivo in questa aggressione che viola ogni diritto umano sono i risultati progressivi dei curdi e dei loro alleati regionali. Il modello della Federazione Democratica del nord della Siria con i suoi principi di equità democratica, ecologia e di genere è il modello futuro per l’intera regione. Lo Stato turco porta ad una grande polarizzazione della società e realizza intimidazioni nei confronti di attivisti dell’opposizione.

Quest’anno il Newroz si svolge in un contesto di pesante stato d’assedio e sarà al tempo stesso un modo per contestare il prossimo referendum del 16 Aprile che prevede di votare sull’emendamento costituzionale che vuole imporre e legittimare il regime dittatoriale in Turchia. I curdi e tutte le forze democratiche della Turchia si posizioneranno per il NO, contro la dittatura, la guerra e lo sfruttamento, per la giustizia, la pace, la libertà e la democrazia.

Questo anno decine di delegazioni di osservatori da tutta l’Europa, compresa l’Italia, sono partiti per partecipare allo svolgimento dei festeggiamenti, con l’invito dell’HDP, con lo slogan “Vinceremo di Sicuro” in molte città turche e curde, cominciando dal 17 Marzo da Nusaybin sino al 21 Marzo data in cui si festeggerà in 33 città contemporaneamente. Non solo in Turchia ma anche in tutto il Medio Oriente, in Europa, Italia inclusa, i curdi e i solidali con il popolo curdo festeggeranno:

Inviatiamo a tutti partecipare ai festeggiamenti del Newroz 2017
Le città e le date del Newroz in Italia sono le seguenti:

Newroz-bari-768x543NewrozParmaNewrozRomaNewroz-Torino

UIKI Onlus – Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia