PARIGI, 12 GENNAIO: MANIFESTAZIONE PER SAKINE, FIDAN E LEYLA, compagne che hanno sputato in faccia ai macellai – di Gianni Sartori

Anche i militanti curdi in sciopero della fame a Strasburgo hanno aderito alla marcia parigina del 12 gennaio. Iniziativa con cui – nel sesto anniversario – si vuole ribadire che l’assassinio impunito delle tre femministe curde ( Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Soylemez) è un crimine di Stato, un’azione di terrorismo istituzionale perpetrato dal governo turco.
Come ha sottolineato un loro portavoce, Dilek Ocalan: “Il movimento di liberazione ha acquistato ulteriore forza dalla lotta delle donne curde come la compagna Sara”.
Nel loro comunicato, rivolgono un appello a tutti i curdi in Europa per sostenere questa lotta e a partecipare alla manifestazione di sabato a Parigi.
E’ ormai chiaro come il sole che il triplice assassinio avvenuto nella sede del CIK (Centro di informazione Kurdistan) in rue La Fayette (una vera e propria esecuzione extragiudiziale, da squadroni della morte) era stato pianificato dai servizi turchi, dal MIT. Ed è altrettanto evidente – come ha ribadito Dilek Ocalan – che l’atteggiamento dello Stato francese, quantomeno restio a far luce sul triplice omicidio, rischia di sconfinare in una sorta di “complicità nella politica genocida della Turchia”. Con questo massacro – ha continuato Dilek – hanno voluto mettere alla prova la nostra volontà, il nostro impegno.hanno cercato di farci allontanare, dissociare dall’amore di Sakine e dalla costanza di Rojbin per la lotta, dalla speranza per il futuro di Leyla. Volevano annientare l’identità stessa del movimento di liberazione delle donne curde”.
Ma questo non è avvenuto. Il rigetto, l’indignazione per il massacro del 9 gennaio 2013 ha avuto eco mondiale e la lotta delle donne curde ne ha tratto ulteriore forza. In sostanza si può affermare che l’azione terroristica di rue Lafayette “si è rivelata un boomerang per il governo turco”.
Ricordando quanto era avvenuto tra il 2015 e il 2017 in Bakur (Kurdistan sottoposto all’occupazione turca) il portavoce ha voluto evidenziare quale sia la mentalità genocida dello Stato turco (definito senza eufemismi “fascista”) : “Hanno raso al suolo le nostre città, bruciato i nostri giovani, mutilato i corpi delle donne combattenti, distrutto anche i cimiteri, bombardato i nostri guerriglieri con tonnellate di esplosivo, trasformato il paese in una immensa prigione e seminato i germi della paura nel cuore delle persone. E adesso credono di poter sopprimere anche le richieste più umane e democratiche del nostro popolo con la scorciatoia della repressione. Tuttavia, non ci riusciranno.
E questo perché nel nostro movimento ci sono compagne come Sakine Cansiz che hanno sputato in faccia ai macellai. Un movimento che si alimenta dello spirito di Hayri Durmus e di Kemal Pir (“Noi amiamo a tal punto la vita da essere disposti anche a morirne”). Un movimento di decine di migliaia di combattenti, donne e uomini, che hanno trasformato le montagne del Kurdistan in una fortezza della Resistenza…”.

Va riconosciuto un fatto storicamente incontestabile. La lotta di migliaia e migliaia di partigiani curdi ispirati dal pensiero di Abdullah Ocalan (il dirigente curdo segregato a Imrali) ha consentito la salvezza, anche fisica, del popolo curdo destinato altrimenti a essere annientato. Ed è significativo che l’idea del Confederalismo democratico abbia saputo affascinare – dando una prospettiva di fuoriuscita possibile, realistica dall’oppressine statale e capitalista – anche a molti arabi, armeni, siriaci, assiri, turcomanni. Non è solo una speranza, ma una convinzione: “Un giorno questa oppressione avrà fine, le autorità e i loro palazzi crolleranno (…). Coloro che si inchinano davanti alla tirannia, quelli che sono diventati ostaggi timorosi, finiranno nelle pagine dimenticate della Storia”.

Dai grévistes, è stata poi riaffermata la solidarietà con Leyla Guven e ribadita la volontà di non recedere. Di proseguire, costi quel che costi, nello sciopero fino al raggiungimento dei loro obiettivi (in primis la fine dell’isolamento per Ocalan).

Oltre a Leyla (la cui vita – al 65 giorno di sciopero nella prigione di Amed – è ormai a rischio) sono stati ricordati Nasir Yagiz a Hewler (Erbil) al 52° giorno, i 226 prigionieri politici al 27° giorno, Iman Shis a Galler (26° giorno) e ovviamente quelli di Strasburgo.
Gianni Sartori
Gli Stati Uniti delle Isole Ionie (1815-1864) – di Ettore Beggiato

Le sette isole ionie con capitale Corfù che nel 1800 avevano costituito la Repubblica Settinsulare con il simbolo del Leone alato di San Marco e le sette frecce rappresentanti le isole in questione (Corfù, Passo, Leucade, Itaca, Cefalonia, Zante e Cerigo) nel 1815 tornarono protagoniste della scena politica europea.
Chiusa definitivamente la parentesi napoleonica che aveva portato la seconda occupazione francese delle isole (1807-1814), il Congresso di Vienna non aveva risolto la questione relativa al futuro di queste sette isole così strategiche; ricordo che mentre Braudel con una felicissima espresssione le aveva definite “la flotta immobile di Venezia”, Napoleone aveva più volte sottolineato la fondamentale importanza delle isole ionie: “Corfù è la chiave di volta di un possibile impero orientale”, “Con Malta e Corfù dovremmo essere in breve padroni del Mediterraneo” e ancora “Ritengo che d’ora innanzi uno dei punti fermi della Repubblica Francese dovrebbe essere di non cedere mai Corfù, Zante ecc.”.
Fu così che le quattro potenze dell’epoca (Inghilterra, Austria, Russia e Prussia) risolsero la questione con il trattato di Parigi del 5 novembre 1815: nasce il protettorato inglese sulle isole, per la prima volta nella storia si utilizza questo istituto giuridico, il “protettorato”, che sarà largamente usato dagli stati della vecchia Europa cambiando notevolmente l’atlante geopolitico del mondo; e così avremo diversi protettorati inglesi (Swaziland, Brunei, Zanzibar, Transvaal) , francesi (Tunisia, Laos, Congo, Marocco), tedeschi (Camerun e Burundi), persino italiani (Somalia nel 1889).
Il protettorato inglese prende il nome di “Stati Uniti delle Isole Ionie” e sir James Campbell è il primo “Alto commissario”; gli inglesi dividono il territorio in sette province, una per ciascuna isola, a loro volta divise in città, borghi e villaggi; il 28 ottobre 1817 viene promulgata la costituzione che entra in vigore il primi gennaio del 1818.
Ma la cosa che balza all’occhio di questo protettorato è … la bandiera: fondo blu con in alto a sinistra l’Union Jack e in basso a destra il Leone di San Marco con le sette frecce a rappresentare una continuità con la Serenissima Repubblica Veneta e con la Repubblica Settinsulare.
E questa bandiera sventolerà nei mari europei fino al 1864: se pensiamo che nel 1797 Napoleone aveva dichiarato guerra alla Serenissima e al suo simbolo, intimando di atterrare tutti i Leoni di San Marco, è una dimostrazione di come, ancora una volta il Leone si sia dimostrato più forte di tutti e di tutto.
Con il trattato di Londra del 29 marzo 1864 le sette isole ionie vengono annesse al regno di Grecia e il settimanale inglese “Saturday Review” descriverà con realismo il sentimento degli isolani nei confronti degli inglesi: “Agli occhi degli Ionici niente del nostro Protettorato è piaciuto quanto la sua dipartita”.
L’ultima considerazione la lascio allo storico veneziano Gino Damerini (1881-1967):
“Tutte le dominazioni straniere ebbero in comune il gesto di sopraffazione e la volontà proterva, messa in atto, poscia, anche dalla Grecia moderna, di cancellare ogni ricordo della gloriosa civiltà veneta, oppure di denegarla con una sistematica diffamazione truccata sotto gli aspetti della critica storica. I Francesi appena penetrati in Corfù, mutilarono come avevano già fatto a Venezia, la maggior parte dei monumenti, le iscrizioni marmoree furono da loro, con lo scalpello, rese illeggibili. Più tardi gli Inglesi, peggiori dei Turchi e de’ Francesi, come già detto più indietro, si accanirono contro gli emblemi della sovranità veneziana….
Fatica inutile perché il sigillo imposto da Venezia alle Isole Ionie s’è compenetrato nella natura … “
Ettore Beggiato
Autore di “La Repubblica Settinsulare”
E’ IN USCITA DIALOGO EUROREGIONALISTA n. 04 anno 02
PROCESSO DI PACE? PER I PRIGIONIERI BASCHI QUELLA DEI CIMITERI – di Gianni Sartori

Chiamatela resa, chiamatela scelta consapevole…ma dalla definitiva rinuncia alle armi di ETA non sembra sortire granché. Almeno per gli etarras prigionieri. Basta fare un confronto con quanto era avvenuto prima in Sudafrica e poi in Irlanda, dove almeno le porte delle celle si erano aperte e gli ex combattenti avevano potuto rientrare a casa loro.
Ma non in Spagna. Sarà la cultura cattolica dell’espiazione, sarà che lo Stato spagnolo è geneticamente fascista e vendicativo…non so. Resta il fatto che l’idea di lasciarli crepare dietro le sbarre (a guerra finita, ricordo) a Madrid pare non dispiacere.
In prigione il tempo passa lentamente, ma passa. E si invecchia.
Per questo le condizioni di salute dei prigionieri politici baschi sono andate via via peggiorando. Al punto che molti di loro sono in pericolo di vita.
Una percentuale, quella di chi è afflitto da gravi malanni fisici o psichici, notevolmente aumentata negli ultimi anni. Con conseguenze immaginabili.
Senza retrocedere troppo nel tempo (i casi sarebbero decine), l’anno scorso nel carcere di Puerto si era suicidato Xabier Rey, mentre a Badajoz, in giugno, era morto Kepa del Hoyo (a causa di una precedente crisi cardiaca non adeguatamente diagnosticata e tantomeno curata).
Al momento sarebbero almeno 21 i prigionieri colpiti da malattie gravi e incurabili (di 15 si conosce il nome, gli altri per ora preferiscono conservare l’anonimato).
Va segnalato il caso della malattia psichica di Kepa Arronategui la cui gravità è stata riconosciuta anche dalle autorità spagnole che lo hanno fatto trasferire a Zuera.
Altri detenuti in pessime condizioni di salute sono: Gurutz Maiza (69 anni), Joseba Cette , Txus Martin, Josetxo Arizkuren, Gari Arruarte, Inaki Etxebarria, Aitzol Gogorza, Ibon Iparragirre, Ibon fernandez Iradi, Jacoba Codò, Gorka Fraile, Joseba Borde, Mikel Arrieta, Mikel Otegi (tutti tra i 40 e i 61 anni). La maggior parte è detenuta da oltre 20 anni.
Tutti loro, come anche i sei prigionieri rimasti per ora anonimi, soffrono di gravi patologie: cancro alla prostata, tumore dei testicoli, spondilite anchilosante, grave depressione…
La mancanza di cure, l’insorgere di malattie psichiche, l’aggravarsi di patologie distruttive ormai croniche non possono che allarmare ulteriormente sulla sorte di questi militanti – indipendentisti e socialisti – prigionieri.
Gianni Sartori
PALESTINESI – CURDI: ANNO NUOVO, MEDESIMA REPRESSIONE – di Gianni Sartori
Il 2018 si era concluso con ulteriori inasprimenti repressivi per i popoli oppressi curdo e palestinese. In particolare nei confronti dei prigionieri. E nel 2019 – stando ai primi segnali – la tendenza sembra doversi confermare e rafforzare.
Ma – contemporaneamente – anche la Resistenza di chi – come appunto i curdi e i palestinesi – non ha mai accettato di rassegnarsi, di lasciarsi ingabbiare dagli Stati che li vorrebbero reprimere, addomesticare…al limite sterminare.
Qualche episodio significativo a sostegno di tali affermazioni.
Il 2 gennaio Gilad Ardenne – ministro della sicurezza interna israeliana – ha annunciato di voler adottare nuove misure – a carattere punitivo – nei confronti dei prigionieri palestinesi. Tra queste: abolizione della separazione dei prigionieri in base all’organizzazione di appartenenza, soppressione dei depositi in denaro, ulteriore razionamento dell’acqua e ulteriori limitazioni per radio e televisione, impedimento – di fatto – alla preparazione dei pasti da parte dei detenuti stessi, drastica riduzione delle visite dei familiari.
A subire queste inutili e crudeli sanzioni sono al momento circa seimila prigionieri, suddivisi in 22 carceri. Tra di loro, anche 250 bambini, otto deputati del Consiglio legislativo, 27 giornalisti.
Misure – quelle annunciate da Gilad Ardenne – in sintonia con quanto avviene all’esterno.
Pochi giorni prima, il 27 dicembre, l’esercito israeliano aveva ucciso Karm Fayyad (26 anni) nel corso di una manifestazione a ridosso della barriera di sicurezza che imprigiona gli abitanti di Gaza. Alle diverse manifestazioni di quel giorno partecipavano circa 5mila persone. Nelle stesse circostanze altri otto palestinesi sono rimasti feriti. Dal 24 marzo 2018 – inizio della “Marcia del ritorno” – sono oltre 240 i palestinesi uccisi dai soldati israeliani durante tali iniziative di protesta.
Arriva invece a 312 (310 da pallottole, 2 per aver inalato gas lacrimogeni – di tipo CS, si presume) il totale complessivo delle vittime palestinesi della repressione nel 2018.
La cifra (quattro volte superiore a quella del 2017 quando le vittime palestinesi furono una settantina) è stata fornita dal rapporto annuale del Raduno nazionale delle famiglie delle Vittime. Tra di loro, donne e bambini (57 minorenni). La vittima più giovane – di soli otto mesi – si chiamava Laila al-Ghandour.
In particolare, ben 217 sono stati uccisi in diversi punti della Striscia di Gaza.
Israele detiene ancora – praticamente un sequestro – 28 salme di palestinesi uccisi nel 2018, così come quelle di altre 38 vittime risalenti al 2015. In totale ne detiene 284, alcune addirittura dal 1965.

Pugno di ferro anche per i reati d’opinione. Nel luglio dell’anno scorso veniva arrestata Lama Khater, giornalista palestinese. Arbitrariamente accusata di “incitamento all’odio” questa donna, madre di cinque figli, venne sottoposta a lunghi, estenuanti interrogatori.
Alla fine di dicembre, un tribunale israeliano ha rinviato il suo processo al 30 gennaio 2019.
Particolarmente drammatico (e anche surreale in quanto detenuta dall’Autorità Palestinese) il caso di Suha Jabar. Madre di tre figli – dopo essere stata prelevata nella sua casa in Ramallah – venne incarcerata a Gerico senza imputazioni (per le forze di sicurezza dell’ANP potrebbe aver fornito aiuto e assistenza ai familiari dei prigionieri politici e ai manifestanti anti-occupazione). Stando alle dichiarazioni dei suoi familiari la donna avrebbe subito maltrattamenti, percosse e torture.
Il 17 dicembre, a causa dell’evidente peggioramento del suo stato di salute, era stata ricoverata in ospedale a Hebron. Ma poi, alla fine di dicembre – al 54° giorno di sciopero della fame – si era vista rifiutare nuovamente la scarcerazione.
Risale invece al 2 gennaio la notizia che Samidoun (rete di solidarietà con i prigionieri palestinesi) ha indetto una settimana internazionale di lotta (dal 15 al 22 gennaio 2019) per la liberazione di Ahmad Sa’dat, segretario del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) condannato a 30 anni e in prigione ormai da 17 (dal 2002 al 2006 a Gerico, in un carcere dell’Autorità Palestinese, poi – dopo un assalto dell’esercito e relativa consegna – in quelle israeliane).
ANCHE I PRIGIONIERI MAOISTI TURCHI ADERISCONO ALLO SCIOPERO DELLA FAME CONTRO L’ISOLAMENTO PER OCALAN

In Turchia intanto proseguono gli scioperi della fame di numerosi prigionieri curdi.
Sia per la fine dell’isolamento di Ocalan, sia in solidarietà con la deputata di HDP e copresidente del DTK (Congresso della società democratica) Leyla Guven. Rinchiusa nel carcere di Diyarbakir e in sciopero della fame dal giorno 8 novembre 2018.
A questa lotta il 25 dicembre 2018 si erano uniti – per uno sciopero di qualche giorno, a staffetta – alcuni militanti del MKP (Maoist Komunist Partisi) detenuti nella prigione di Siliviri.
Successivamente – dal 3 gennaio 2019 – entravano in sciopero della fame per le stesse motivazioni anche molti prigionieri militanti del MLKP (Marksist-Leninist Komunist Partisi).
Ovviamente per i prigionieri in sciopero della fame la repressione si indurisce.
Alla fine di dicembre, alla co-presidente del DBP (Partito democratico delle Regioni) Sebahat Tuncel – militante femminista e socialista – incarcerata dal novembre 2016 nel carcere di tipo F di Kocaeli, è stata inflitta una sanzione disciplinare di dieci mesi solo per aver partecipato allo sciopero della fame avviato il 7 novembre da Leyla Guven. Con tale iniziativa, ricordo, si intendeva riportare all’attenzione dell’opinione pubblica la pesante situazione carceraria in cui versa – ormai da 20 anni – il “Mandela curdo” Ocalan. E in particolare l’isolamento assoluto che subisce dal 2016.
Quanto al duro regime disciplinare adottato per punire Sebahat Tuncel (isolamento, proibizione di qualsiasi contatto con l’esterno e di ogni attività all’interno della prigione), basti ricordare che dai detenuti viene chiamato “sepoltura”.
Repressione sempre pronta a colpire anche nei territori curdi sotto amministrazione iraniana. Della “guerra sporca” a bassa intensità che si svolge in Rojilat ho già parlato altre volte.
Si parva licet (tutto è relativo, ovviamente) vorrei ricordare che agli inizi di dicembre 2018 quattro sindacalisti curdi (Shahou Sadeghi, Aram Mohammadi, Mehrdad Sabouri e Omid Ahmadi) sono stati rinchiusi nel carcere di Kamyaran.
Erano stati arrestati ancora nel 2016 per aver partecipato alle manifestazioni indette per la ricorrenza del 1° maggio. Successivamente rimessi in libertà su cauzione, nell’ottobre del 2016 venivano processati, accusati di “propaganda contro il regime” e condannati a quattro anni e sei mesi di detenzione.
La pena veniva poi ridotta in appello, nel 2018.
Naturalmente anche la vecchia Europa vuol dare il suo contributo.
La notizia è del 1 gennaio 2019. L’internazionalista londinese Ozkan Ozdil è stato arrestato all’aeroporto di Luton con l’accusa di essersi integrato nelle YPG (Unità di protezione del popolo) per combattere contro l’Isis insieme ai curdi. Per il momento è tornato in libertà (provvisoria) sotto cauzione, ma ovviamente dovrà rispondere del suo operato davanti al tribunale. Così impara!
Gianni Sartori
IRAN: ALTRI CURDI DESAPARECIDOS? – di Gianni Sartori

Premetto che in fondo è spiacevole dover attaccare – non tanto il regime ovviamente – un Paese come l’Iran sottoposto a ingiuste sanzioni. Un Paese che comunque, pur tra contraddizioni e giravolte, ha rappresentato una trincea antimperialista. Un paese che ha saputo, nel contesto non certo facile del cosiddetto – in senso lato – “Medio oriente”, raggiungere obiettivi encomiabili in settori come la sanità (vedi la significativa, esponenziale riduzione della mortalità infantile) e l’istruzione.
E’ pur sempre il Paese che – ricordo – nel 1981 dedicò una via (la centrale ex “Strada degli Inglesi” di Teheran) a Bobby Sands in quanto eroe antimperialista. Addirittura, funzionari dell’ambasciata iraniana parteciparono ai suoi funerali, a Belfast, suscitando peraltro lo sconcerto in alcuni militanti repubblicani come Bernadette Devlin (“questi a casa loro ammazzano i compagni…” mi spiegò un giorno a casa sua).
Insomma, la contraddizione esiste, ma non è colpa mia. Vedano loro, il popolo iraniano e i suoi governanti, la maniera per risolverla.
Non mi pare coerente opporsi all’imperialismo e nel contempo contribuire (magari “in batteria” con Ankara) alla persecuzione di un popolo oppresso come quello curdo.
L’ultimo episodio risale al 31 dicembre 2018.
A darne notizia – in Francia – la Rete Curda per i Diritti Umani (Kurdistan Human Rights).
Nella cittadina di Kamyaran (Kurdistan orientale) un gruppo di miliziani – guardiani della Rivoluzione presumibilmente – si è reso responsabile del sequestro di tre militanti ecologisti curdi. Militanti di cui – particolare inquietante visti i numerosi precedenti di esecuzioni extragiudiziali – da quel momento non si hanno più notizie.
Da informazioni raccolte in loco dall’agenzia ANF è stato possibile risalire all’identità dei tre sequestrati. Si tratta di Reza Asadi, di Fazel Ghaytasi (assaliti e rapiti nel loro negozio) e di Hadi Kamangar. In questo caso, alcuni testimoni hanno raccontato che dopo avergli messo un sacco sulla testa, i rapitori lo hanno trascinato dentro a un’auto. Lo stile, per chi possiede ancora un minimo di memoria storica, ricorda quello delle squadracce parastatali spagnole (BVE, GAL…) integrate dalla fascisteria italica, contro i rifugiati baschi in Iparralde (Paese basco sotto amministrazione francese). Tutti gli eco-attivisti arbitrariamente prelevati sono membri del Comitato per l’Ambiente e la Salute del Partito dell’Unità Curda. Un’organizzazione ambientalista che si occupa di riforestazione – attraverso una sistematica opera sia di piantumazione che di sensibilizzazione – oltre che della conservazione dei boschi e della biodiversità.
Dopo i recenti episodi contro militanti curdi (ricordo in particolare la morte atroce di Meryem Fereci) è auspicabile non dover assistere all’ennesimo caso di “guerra sporca”.
Gianni Sartori
LE RADICI DEL FUTURO – Ettore Beggiato ricorda il prof. Sabino Acquaviva

Il 29 dicembre 2015 moriva a Padova il prestigioso sociologo Sabino Acquaviva, docente universitario, già preside di Scienze politiche all’Ateneo patavino; dopo tre anni continuo a rilevare l’assordante silenzio delle istituzioni, dal Comune all’Università, sulla sua straordinaria figura … troppo schivo, troppo mite, troppo rivoluzionario, troppo avanti ? Mah …
E così, in tutta modestia, vorrei riproporre alcune sue riflessioni contenute nella presentazione di “Le radici del futuro. L’Europa dei popoli, il rifiuto degli Stati nazionali e dei partiti” il suo ultimo libro pubblicato nel 2014, quasi un testamento spirituale:
“La tesi di fondo di questo libro? Molto semplice: gli Stati nazionali che fanno parte dell’Unione Europa vanno cancellati dalla carta geografica e politica del continente insieme ai cosiddetti partiti nazionali e alle caste di potere di cui sono espressione, che nei fatti ci dominano e governano.
Anche l’Italia, ovviamente, deve sparire, Perché? Perché gli Stati nazionali non faranno mai l’Europa, anzi sono i becchini di un’Europa che, se continuerà ad essere divisa, vedrà i nani da cui è composta demoliti dai colossi economici e demografici emergenti sulla scena del pianeta.
Il meschino nazionalismo e l’egoistica difesa dei cosiddetti “interessi nazionali” è espressione di un sistema fondato su una democrazia, di cui i partiti vogliono essere considerati l’anima, che impedisce la nascita di una nuova grande Europa. Il potere dei partiti si traduce, anche se forse soltanto in parte, in quello della supercasta che ci domina, che ha poco a che fare con una realtà che amiamo definire democratica, ma che nei fatti governa le società moderne quasi senza una reale delega popolare.
Come dunque osserva Galli della Loggia la supercasta “è composta da poche migliaia di persone; anzitutto dai direttori generali dei Ministeri, da presidenti e consiglieri di amministrazione degli enti parastatali, della Cassa Depositi e Prestiti, delle società economiche a partecipazione pubblica, dai capi degli uffici legislativi e dai capi di gabinetti dei Ministeri”, ….
Sono questi i veri e propri factotum della concreta attività di governo.
Galli della Loggia conclude osservando che costoro “sfuggono a qualunque scrutinio pubblico, ma in realtà sono i veri padroni della politica. In più di un caso ne sono i veri e propri burattinai” ….
E ancora:
“Scrivendo, cerco di restituire il loro vero significato a singole parole e aggettivi. Un esempio ? La parola “razzista”. Si sostiene che coloro che difendono le culture regionali sono dei “razzisti”, ma è vero esattamente il contrario. Purtroppo sono poche le forze politiche che cercano di tutelare le culture dei popoli e delle lingue europee contro la stretta soffocante degli Stati (e delle lingue) nazionali, e quindi dei partiti che con tali organismi di controllo si identificano.
Dobbiamo combattere il loro razzismo nazionalista che, anche con uso di parte della scuola, tende a cancellare l’identità dei singoli popoli, come lo è il cacciatore che non difende gli altri mammiferi dai massacri per opera di essere umani psicologicamente e culturalmente primitivi. In poche parole, non è razzista chi cerca di tutelare l’antica lingua e la cultura della regione in cui abita, ma chi vuole imporre la lingua di un’altra regione eletta a lingua nazionale, cancellando ogni altro strumento di espressione linguistica e culturale….La difesa delle lingue regionali, troppo spesso considerate e chiamate dialetti, era anche un desiderio di Pasolini, il quale sosteneva che la decadenza e fine delle lingue regionali, con il trionfo dell’italiano, -è avvenuta al prezzo della distruzione di una cultura originaria- “
E concludeva alla sua maniera…
“Concluderò citando, appunto in maniera anticonformisticamente anticonformista, il pensiero di Michail Bakunin, l’anarchico che sosteneva “E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati, arresi a ciò che loro appariva come possibile, non sono mai avanzati di un solo passo”
Consentitemi dunque di sognare l’altra Europa, quella impossibile: dei popoli liberi. E non degli Stati e dei partiti.”
Ed è quella Europa, Professor Acquaviva, che milioni di europei stanno sognando… in Catalogna, in Scozia, nei Paesi Baschi, in Corsica, nel Galles, in Bretagna, in Galizia, in Tirolo, in Sardegna…E anche nel “Suo” Veneto …
Ettore Beggiato beggiato@hotmail.com
POPOLI E GENOCIDI – I TEDESCHI CHIEDONO SCUSA PER IL GENOCIDIO DI HERERO E NAMA (E FORSE L’ITALIA DOVREBBE PRENDERE ESEMPIO) – di Gianni Sartori
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Con colpevole ritardo – ma non si può seguire tutto in tempo reale – apprendo che il processo definito (forse in maniera non del tutto appropriata) di “Riconciliazione” per lo sterminio di Herero e Nama in Namibia (all’epoca “Africa tedesca del Sud-Ovest”) va compiendo ulteriori passi avanti.
Nel 2018 la Germania (Stato colpevole e reo-confesso) aveva ammesso pubblicamente le proprie colpe e – in Agosto – la Chiesa evangelica tedesca (EKD, luterana) chiedeva perdono per quello che viene considerato il primo genocidio del XX secolo. Precedente sia a quello armeno, sia a quello ebraico, ma non ovviamente il primo della Storia. Basti pensare a quello subito da”indiani” e “indios” nel continente americano per mano degli europei (rispettivamente anglosassoni e latini).
Il sistematico massacro di Herero e Nama si colloca tra il 1904 e il 1907, ossia nel periodo delle “guerre herero” (un eufemismo, in realtà si trattava di colonizzazione brutale e sanguinaria).
Per soffocare la ribellione dei nativi, il generale Lothar von Trotha ricorse ad ogni possibile mezzo “non convenzionale” (altro che “guerra”!) come l’avvelenamento dei pozzi.
E’ passato alla Storia il comunicato – in stile nazista ante litteram – rivolto dal generale tedesco agli Herero sopravvissuti dopo la battaglia di Waterberg:
“ Il popolo Herero deve lasciare il paese. Ogni Herero che sarà trovato all’interno dei confini tedeschi, con o senza arma, con o senza bestiame, verrà ucciso. Non accolgo più né donne nè bambini: li ricaccerò alla loro gente o farò sparare loro addosso. Queste sono le mie parole per il popolo Herero”.
Nel novembre 1904 – su preciso ordine del cancelliere del Reich von Bulow – iniziava la costruzione dei Konzentrationslager (tradurre mi sembra superfluo) per gli Herero (in gran parte donne e bambini) sopravvissuti. Prima schedati in quanto “idonei al lavoro” o meno, gli indigeni vennero utilizzati sia come schiavi, sia come cavie per esperimenti definiti “medici” e “scientifici” (sterilizzazione, inoculazione di germi del vaiolo, della tubercolosi, del tifo…). Metodi artigianali (un “banco di prova”), propedeutici a quanto il nazismo opererà poi su scala industriale.
Lo “scienziato” tedesco (scienziato? Pazzo criminale piuttosto) Eugen Fischer compì esperimenti sui figli – mulatti – di donne Herero e di coloni bianchi arrivando alla conclusione che “per le razze inferiori l’unica soluzione era quella dello sterminio totale”. In nome della purezza della razza. Non è poi secondario ricordare che Fischer divenne rettore dell’Università di Berlino avendo tra i suoi studenti nientemeno che Josef Mengele, l’allievo destinato a superare il maestro.
Se all’inizio dell’occupazione tedesca gli Herero erano circa 100mila, alla fine ne rimanevano soltanto 25mila. Cifre analoghe a quelle registrate in Libia, colonia italiana.
Solo nel 1985 le Nazioni Unite arrivarono a definire lo sterminio pianificato di Herero e Nama come “genocidio” (anche se talvolta, minimizzando, si è parlato di “tentativo di genocidio”). All’epoca, ricordo, la Namibia era ancora sotto l’occupazione di Pretoria che vi aveva introdotto l’apartheid e combatteva aspramente – grazie anche ai “volontari” neofascisti europei – contro il movimento di liberazione SWAPO.
Risaliva al 2004 un primo, modesto “riconoscimento della proprie responsabilità” da parte del Governo tedesco.
Ma per quanto “modesto”, sempre meglio dell’Italia comunque. Roma (come da millenaria tradizione) si è specializzata nel confondere le acque (in base al luogo comune – non verificato – degli “Italiani brava gente”) in merito ai vari massacri perpetrati dal proprio esercito contro le popolazioni civili. Dalla guerra di Spagna (bombardameni su Barcellona) alla Libia, dall’Etiopia (uso di gas micidiali, esecuzioni di massa…) alla Yugoslavia nella Seconda guerra mondiale.
Per non parlare del collaborazionismo fascista nella deportazione e sterminio degli Ebrei.
Il 29 agosto del 2018 Berlino ha poi restituito i resti mortali di persone Herero e Nama portati in Germania nel corso del periodo coloniale (1884-1919) e in occasione di tale evento è stato celebrato – presso la Franzosische Friedrichstadtkirke di Berlino – un culto commemorativo a cura della Chiesa evangelica tedesca e del Consiglio delle Chiese in Namibia. Dopo la cerimonia, i resti sono stati consegnati ai rappresentanti del governo namibiano in un atto ufficiale del ministero degli Esteri tedesco e dell’ambasciata di Namibia. Due giorni dopo, il 31 agosto, nella capitale namibiana – Windhoek – si è svolta un’analoga cerimonia di Stato.
Era intervenuto Ernst Gamxamub, vescovo della Chiesa evangelica luterana nella Repubblica di Namibia (chiesa membro della Federazione luterana mondiale). Congiuntamente, anche Petra Bosse-Huber, vescova per le relazioni ecumeniche e responsabile per i pastori all’estero.
Nel suo sermone Gamxamub ha rivolto un appello affinché possiamo “imparare dal nostro passato per scrivere nuovamente il nostro futuro, caratterizzato dai seguenti valori: dignità umana, rispetto, uguaglianza, buona convivenza”. Per la Pace e la Giustizia.
“Insieme ai discendenti delle vittima – aveva poi aggiunto Petra Bosse-Huber – intendiamo mantenere viva la loro memoria, sostenere pubblicamente il riconoscimento del genocidio e lavorare per sconfiggere i torti commessi dal domino coloniale tedesco”.
A quando un’analoga ammissione di colpa per l’operato italico nel secolo scorso?
Gianni Sartori
“Foreign Friends of Catalonia” – un’iniziativa a sostegno della Libertà catalana
un video diffuso tramite i socials da questa associazione composta da cittadini, provenienti da ogni Nazione, che intendono sostenere la “causa catalana”
