Un appello Internazionale per la fine dell’isolamento di Abdullah Ocalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia – trasmessoci da Gianni Sartori

ocalan prison

Noi, come firmatari, chiediamo l’immiediata cessazione dell’isolamento del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan e di altri prigionieri politici in Turchia tenuti in condizioni che violano i loro diritti umani e le norme concordate internazionalmente con le Regole Mandela.

Ogni forma di isolamento è espressamente proibita sotto le Regole Minime del Trattamento dei Prigionieri delle Nazioni Unite (Regole Mandela), adottate dall’ONU nel maggio 2015. Secondo queste regole, 22 ore o più al giorno senza contatto umano per un tempo maggiore di 15 giorni consecutivi è considerato “isolamento prolungato”.

L’isolamento prolungato di Abdullah Öcalan sulla prigione dell’isola di İmralı, dalla sia cattura nel 1999, ha continuato per 20 anni. L’isolamento assoluto imposto su Öcalan è arrivato a tre anni e non si hanno notizie di lui. Nello stesso tempo, dall’abbandono dell’iniziativa di pace tra curda-turca nel 2015, la Turchia ha intensificato la sua guerra militare e la repressione politica contro i curdi. La soppressione dei partiti politici e l’imprigionamento dei leader politici curdi sono diventate la norma dato che la democrazia turca è diventata un governo autoritario.

Leyla Güven, una donna membro del parlamento per il Partito Democratico dei Popoli (HDP) attualmenre in prigione, ha iniziato uno sciopero della fame in protesta all’isolamento di Öcalan da più di 65 giorni. Da allora più di 150 prigionieri si sono uniti a lei. 14 politici curdi a Strasburgo, Francia, continuano il loro sciopero della fame.
Il numero di persone nelle prigioni turche è arrivato a 260’000. Organizzazioni per i diritti umani riportano violazioni crescenti contro i prigionieri. L’isolamento è una delle più severe di queste violazioni.

Gli scioperi della fame stanno causando gravi danni alla salute di chi li sta attuando. Noi, come firmatari, facciamo parte di un movimento di solidarietà in crescita che chiede una fine all’ingiustizia dell’isolamento.
È un fatto di dignità e diritti umani. Chiediamo la fine immediata dell’isolamento imposto a Abdullah Öcalan e a tutti i prigionieri politici incarcerati in Turchia per far terminare gli scioperi della fame. Chiediamo alla comunità internazionale di insistere affinché la Turchia si conformi alle Regole Mandela e le applichi.

Firmato da

Prof.Immanuel Wallerstein,USA; Prof. David Graeber,UK; Raúl Zibechi,Uruguay; Prof.Norman Paech,Germany; Prof. Andrej Grubacic, Chair Anthropology and Social Change Department CIIS, San Francisco; Denis O’Hearn, Dean of Liberal Arts, Professor of Sociology,University of Texas; Prof. Ana Cecilia Dinerstein, Department of Social and Policy Sciences University of Bath; Orsola Casagrande, Journalist; Alessandro Spinazzi, Italy; Salvadore Palidda, Genova University,Italy; Seamas Carraher, Poet and Writer,Ireland; JM Arrugaeta Historian and Journalist,Basque Country; Debra Werblud, Visual Artist, US; Victoria Sandino Senator FARC,Colombia; Alexandra Nariño FARC Party Executive,Colombia; Boris Guevara Film Director,Colombia; Angelo Baracca, University of Florence,Italy; Jesús Maria Aldaiturriaga Egia LAB,Basque Country; Emanuele Leonardi,Researcher,Italy; Giovanni Giacopuzzi, Writer, Italy, Lord Nicolas Rea,UK; Lord Dholakia,UK; Hywel Williams MP,UK; Tommy Sheppard SNP MP; Chris Stephens SNP MP; Jill Evans MEP; Julie Ward MEP; Dr Thomas Jeffrey Miley, Lecturer of Political Sociology in the Department of Sociology, Cambridge University; Dr Derek Wall, Goldsmith University of London; Christine Blower, NUE International Secretary; Amber Huff,Researcher Sussex University; Margaret Owen OBE, human rights lawyer; James Kelman, writer; Dr Radha D’Souza, Westminster University; Les Levidow, CAMPACC; Nick Hildyard,policy analyst; Gareth Peirce, solicitor; John Hunt, journalist and writer; Janet Biehl, writer,translator; Rahila Gupta, writer, journalist; Simon Dubbins, International Director UNITE;Clare Baker, International Officer UNITE; Meredith Tax, writer; Prof Kariane Westrheim,University of Bergen; Sarah Parker, translator; Stephen Smellie, Deputy Covenor UNISON Scotland; Doug Nicholls, General Secretary, General Federation of Trade Unions (GFTU); John Smith, President of GFTU; Steve Sweeney, International Editor, Morning Star; Alastair Lyons, Solicitor; Dr Patrick Huff, Birkbeck College, University of London; Bert Schouwenbourg, trade union advisor; Trevor Rayne, Editorial Board of Fight Racism!Fight Imperialism!; David Morgan, journalist; Melanie Gingell, barrister; Jonathan Bloch, writer; Dr Felix Padel, writer; Maggie Bowden, General Secretary, Liberation; Robert Atkins, solicitor; Saleh Mamon, CAMPACC; Liz Saville Roberts MP; Penny Papadopoulou, journalist; Isabel Kaeser, PhD student, SOAS University; Greta Sykes, writer and poet; Gacheke Gachihi, Coordinator Mathare Social Justice Center, Kenya; Veronica Fagan, editor Socialist Resistance; Tony Simpson, Bertrand Russell Peace Foundation; Dr Naif Bezwan, scholar; Maude Casey, writer; Dr Aubrey Nunes, clinical linguist; Jack Hirschman, emeritus Poet Laureate of San Francisco, Agneta Falk, Poet and Painter; Catherine Taylor, musician; Luca Guzzetti, University of Genoa,Italy; Rossella Caruso, art historian,Italy; Roger Connah, writer –Wales; Giuliana Grando, psychoanalyst and psychotherapist – Italy; Joyce Kozloff, artist; Max Kozloff, writer and artist; Gioia Meller Marcovicz, designer; Piero Scarselli, academic; Dr.Dario Azzellini, Cornell University, Ithaca, USA; Sergio Tischler, Benemérita Universidad Autonoma de Puebla, Mexico; John Gibler, writer; Dr. Dawn Marie Paley, journalist; Andrés Ruggeri, director Programa Facultad Abierta, Universidad de Buenos Aires, Argentina; Dr.Gilberto López y Rivas, Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM); Peter Ranis, Professor Emeritus of Political Science City University of New York; Camila Piñeiro Harnecker, profesora Centro de Estudios de la Economía Cubana, Universidad de La Habana, Cuba; Ashish Kothari, Kalpavriksh, India; Christy Petropoulou, As. Profesora Universidad de Egeo, Greece; Dr. Grazia Borrini-Feyerabend, Switzerland; Marko Ulvila, Tampere, Finland; Sarah Sexton, Nicholas Hildyard, Larry Lohmann, co-directors The Corner House, UK; Emily Andersen, photographer and senior lecturer, Nottingham Trent University; Alice Dalgobbo, academic; Flavio Chedid Henriquez,coordenador Solidariedade Tecnica,SOLTEC/UFRJ, Brazil; Emily Apple, journalist; Maxine Peake, actor; Darnell Stephen Summers, film-maker; Valerie Mainstone; Kurdistan Solidarity Network; Brighton Kurdistan Solidarity; Prof. Nira Yuval-Davis, Centre for Migration, Refugees and Belonging, the University of East London; Alain Hertzmann, UNITE the Union; Dafydd Iwan, Former President Plaid Cymru; Bruce Kent, Peace Campaigner; Aonghas MacNeacail, Scottish Gaelic poet; Engin Sustam, Barış İçin Akademisyenler; Muzaffer Kaya, Barış İçin Akademisyenler; Nazan Üstündağ, Barış İçin Akademisyenler; Achin Vanaik, Retired Professor of ‘International Relations and Global Politics’, University of Delhi; Pamela Philipose, Senior Journalist, New Delhi, India Bodhisatwa Ray, Social Activist, West Bengal India; Sushovan Dhar, Trade Unionist, West Bengal, India; Avishek Konar, Assistant Professor, Jindal Global University, Haryana, India; Anish Vanaik, Associate Professor, Jindal Global University,Haryana, India.

PARIGI, 12 GENNAIO: MANIFESTAZIONE PER SAKINE, FIDAN E LEYLA, compagne che hanno sputato in faccia ai macellai – di Gianni Sartori

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Anche i militanti curdi in sciopero della fame a Strasburgo hanno aderito alla marcia parigina del 12 gennaio. Iniziativa con cui – nel sesto anniversario – si vuole ribadire che l’assassinio impunito delle tre femministe curde ( Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Soylemez) è un crimine di Stato, un’azione di terrorismo istituzionale perpetrato dal governo turco.

Come ha sottolineato un loro portavoce, Dilek Ocalan: “Il movimento di liberazione ha acquistato ulteriore forza dalla lotta delle donne curde come la compagna Sara”.

Nel loro comunicato, rivolgono un appello a tutti i curdi in Europa per sostenere questa lotta e a partecipare alla manifestazione di sabato a Parigi.

E’ ormai chiaro come il sole che il triplice assassinio avvenuto nella sede del CIK (Centro di informazione Kurdistan) in rue La Fayette (una vera e propria esecuzione extragiudiziale, da squadroni della morte) era stato pianificato dai servizi turchi, dal MIT. Ed è altrettanto evidente  – come ha ribadito Dilek Ocalan – che l’atteggiamento dello Stato francese, quantomeno restio a far luce sul triplice omicidio, rischia di sconfinare in una sorta di  “complicità nella politica genocida della Turchia”. Con questo massacro – ha continuato Dilek – hanno voluto mettere alla prova la nostra volontà, il nostro impegno.hanno cercato di farci allontanare, dissociare dall’amore di Sakine e dalla costanza di Rojbin per la lotta, dalla speranza per il futuro di Leyla. Volevano annientare l’identità stessa del movimento di liberazione delle donne curde”.

Ma questo non è avvenuto. Il rigetto, l’indignazione per il massacro del 9 gennaio 2013 ha avuto eco mondiale e la lotta delle donne curde ne ha tratto ulteriore forza. In sostanza si può affermare che l’azione terroristica di rue Lafayettesi è rivelata un boomerang per il governo turco”.

Ricordando quanto era avvenuto tra il 2015 e il 2017 in Bakur (Kurdistan sottoposto all’occupazione turca) il portavoce ha voluto evidenziare quale sia la mentalità genocida dello Stato turco  (definito senza eufemismi “fascista”) : “Hanno raso al suolo le nostre città, bruciato i nostri giovani, mutilato i corpi delle donne combattenti, distrutto anche i cimiteri, bombardato i nostri guerriglieri con tonnellate di esplosivo, trasformato il paese in una immensa prigione e seminato i germi della paura nel cuore delle persone. E adesso credono di poter sopprimere anche le richieste più umane e democratiche del nostro popolo con la scorciatoia della repressione. Tuttavia, non ci riusciranno.

E questo perché nel nostro movimento ci sono compagne come Sakine Cansiz che hanno sputato in faccia ai macellai. Un movimento che si alimenta dello spirito di Hayri Durmus e di Kemal Pir (“Noi amiamo a tal punto la vita da essere disposti anche a morirne”). Un movimento di  decine di migliaia di combattenti, donne e uomini, che hanno trasformato le montagne del Kurdistan in una fortezza della Resistenza…”.

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Va riconosciuto un fatto storicamente incontestabile. La lotta di migliaia e migliaia di partigiani curdi ispirati dal pensiero di Abdullah Ocalan (il dirigente curdo segregato a Imrali) ha consentito la salvezza, anche fisica, del popolo curdo destinato altrimenti a essere annientato. Ed è significativo che l’idea del Confederalismo democratico abbia saputo affascinare – dando una prospettiva di fuoriuscita possibile, realistica dall’oppressine statale e capitalista – anche a molti arabi, armeni, siriaci, assiri, turcomanni. Non è solo una speranza, ma una convinzione: “Un giorno questa oppressione avrà fine, le autorità e i loro palazzi crolleranno (…). Coloro che si inchinano davanti alla tirannia, quelli che sono diventati ostaggi timorosi, finiranno nelle pagine dimenticate della Storia”.

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Dai grévistes, è stata poi riaffermata la solidarietà con Leyla Guven  e ribadita la volontà di non recedere. Di proseguire, costi quel che costi, nello sciopero fino al raggiungimento dei loro obiettivi (in primis la fine dell’isolamento per Ocalan).

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Oltre a Leyla (la cui vita – al 65 giorno di sciopero nella prigione di Amed – è ormai a rischio) sono stati ricordati Nasir Yagiz a Hewler (Erbil) al 52° giorno, i 226 prigionieri politici al 27° giorno, Iman Shis a Galler (26° giorno) e ovviamente quelli di Strasburgo.

Gianni Sartori

 

 

 

Gli Stati Uniti delle Isole Ionie (1815-1864) – di Ettore Beggiato

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Le sette isole ionie con capitale Corfù che nel 1800 avevano costituito la Repubblica Settinsulare con il simbolo del Leone alato di San Marco e le sette frecce rappresentanti le  isole in questione (Corfù, Passo, Leucade, Itaca, Cefalonia, Zante e Cerigo) nel 1815 tornarono protagoniste della scena politica europea.

Chiusa definitivamente la parentesi napoleonica che aveva portato la seconda occupazione francese delle isole (1807-1814), il Congresso di Vienna non aveva risolto la questione relativa al futuro di queste sette isole così strategiche; ricordo che mentre  Braudel con una felicissima espresssione  le aveva definite “la flotta immobile di Venezia”, Napoleone aveva più volte sottolineato la fondamentale importanza delle isole ionie: “Corfù è la chiave di volta di un possibile impero orientale”, “Con Malta e Corfù dovremmo essere in breve padroni del Mediterraneo” e ancora “Ritengo che d’ora innanzi uno dei punti fermi della Repubblica Francese dovrebbe essere di non cedere mai Corfù, Zante ecc.”.

Fu così che le quattro potenze dell’epoca (Inghilterra, Austria, Russia e Prussia) risolsero la questione con il trattato di Parigi del 5 novembre 1815: nasce il protettorato inglese sulle isole, per la prima volta nella storia si utilizza questo istituto giuridico, il “protettorato”, che sarà largamente usato dagli stati della vecchia Europa cambiando notevolmente l’atlante geopolitico del mondo; e così avremo diversi protettorati inglesi (Swaziland, Brunei, Zanzibar, Transvaal) , francesi (Tunisia, Laos, Congo, Marocco), tedeschi (Camerun e Burundi), persino italiani (Somalia nel 1889).

Il protettorato inglese prende il nome di “Stati Uniti delle Isole Ionie” e sir James Campbell è il primo “Alto commissario”; gli inglesi dividono il territorio in sette province, una per ciascuna isola, a loro volta divise in città, borghi e villaggi; il 28 ottobre 1817 viene promulgata la costituzione che entra in vigore il primi gennaio del 1818.

Ma la cosa che balza all’occhio di questo protettorato è … la bandiera: fondo blu con in  alto a sinistra l’Union Jack e in basso a destra il Leone di San Marco con le sette frecce a rappresentare una continuità con la Serenissima Repubblica Veneta e con la Repubblica Settinsulare.

E questa bandiera sventolerà nei mari europei fino al 1864: se pensiamo che nel 1797 Napoleone aveva dichiarato guerra alla Serenissima e al suo simbolo, intimando di atterrare tutti i Leoni di San Marco, è una dimostrazione di come, ancora una volta il Leone si sia dimostrato più forte di tutti e di tutto.

Con il trattato di Londra del 29 marzo 1864 le sette isole ionie vengono annesse al regno di Grecia e il settimanale inglese “Saturday Review” descriverà con realismo il sentimento degli isolani nei confronti degli inglesi: “Agli occhi degli Ionici niente del nostro Protettorato è piaciuto quanto la sua dipartita”.

L’ultima considerazione la lascio allo storico veneziano Gino Damerini (1881-1967):

“Tutte le dominazioni straniere ebbero in comune il gesto di sopraffazione e la volontà proterva, messa in atto, poscia, anche dalla Grecia moderna, di cancellare ogni ricordo della gloriosa civiltà veneta, oppure di denegarla con una sistematica diffamazione truccata sotto gli aspetti della critica storica. I Francesi appena penetrati in Corfù, mutilarono come avevano già fatto a Venezia, la maggior parte dei monumenti, le iscrizioni marmoree furono da loro, con lo scalpello, rese illeggibili. Più tardi gli Inglesi, peggiori dei Turchi e de’ Francesi, come già detto più indietro, si accanirono contro gli emblemi della sovranità veneziana….

Fatica inutile perché il sigillo imposto da Venezia alle Isole Ionie s’è compenetrato nella natura … “ 

Ettore Beggiato

Autore di “La Repubblica Settinsulare”

PROCESSO DI PACE? PER I PRIGIONIERI BASCHI QUELLA DEI CIMITERI – di Gianni Sartori

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Chiamatela resa, chiamatela scelta consapevole…ma dalla definitiva rinuncia alle armi di ETA non sembra sortire granché. Almeno per gli etarras prigionieri. Basta fare un confronto con quanto era avvenuto prima in Sudafrica e poi in Irlanda, dove almeno le porte delle celle si erano aperte e gli ex combattenti avevano potuto rientrare a casa loro.

Ma non in Spagna. Sarà la cultura cattolica dell’espiazione, sarà che lo Stato spagnolo è geneticamente fascista e vendicativo…non so. Resta il fatto che l’idea di lasciarli crepare dietro le sbarre (a guerra finita, ricordo) a Madrid pare non dispiacere.

In prigione il tempo passa lentamente, ma passa. E si invecchia.

Per questo le condizioni di salute dei prigionieri politici baschi sono andate via via peggiorando. Al punto che molti di loro sono in pericolo di vita.

Una percentuale, quella di chi è afflitto da gravi malanni fisici o psichici, notevolmente aumentata negli ultimi anni. Con conseguenze immaginabili.

Senza retrocedere troppo nel tempo (i casi sarebbero decine), l’anno scorso nel carcere di Puerto si era suicidato Xabier Rey, mentre a Badajoz, in giugno, era morto Kepa del Hoyo (a causa di una precedente crisi cardiaca non adeguatamente diagnosticata e tantomeno curata).

Al momento sarebbero almeno 21 i prigionieri colpiti da malattie gravi e incurabili (di 15 si conosce il nome, gli altri per ora preferiscono conservare l’anonimato).

Va segnalato il caso della malattia psichica di Kepa Arronategui la cui gravità è stata riconosciuta anche dalle autorità spagnole che lo hanno fatto trasferire a Zuera.

Altri detenuti in pessime condizioni di salute sono: Gurutz Maiza (69 anni), Joseba Cette , Txus Martin, Josetxo Arizkuren, Gari Arruarte, Inaki Etxebarria, Aitzol Gogorza, Ibon Iparragirre, Ibon fernandez Iradi, Jacoba Codò, Gorka Fraile, Joseba Borde, Mikel Arrieta, Mikel Otegi (tutti tra i 40 e i 61 anni). La maggior parte è detenuta da oltre 20 anni.

Tutti loro, come anche i sei prigionieri rimasti per ora anonimi, soffrono di gravi patologie: cancro alla prostata, tumore dei testicoli, spondilite anchilosante, grave depressione…

La mancanza di cure, l’insorgere di malattie psichiche, l’aggravarsi di patologie distruttive ormai croniche non possono che allarmare ulteriormente sulla sorte di questi militanti – indipendentisti e socialisti – prigionieri.

Gianni Sartori

PALESTINESI – CURDI: ANNO NUOVO, MEDESIMA REPRESSIONE – di Gianni Sartori

Il 2018 si era concluso con ulteriori inasprimenti repressivi per i popoli oppressi curdo e palestinese. In particolare nei confronti dei prigionieri. E nel 2019 – stando ai primi segnali – la tendenza sembra doversi confermare e rafforzare.

Ma – contemporaneamente – anche la Resistenza di chi – come appunto i curdi e i palestinesi – non ha mai accettato di rassegnarsi, di lasciarsi ingabbiare dagli Stati che li vorrebbero reprimere, addomesticare…al limite sterminare.

Qualche episodio significativo a sostegno di tali affermazioni.

Il 2 gennaio Gilad Ardenne – ministro della sicurezza interna israeliana – ha annunciato di voler adottare nuove misure – a carattere punitivo – nei confronti dei prigionieri palestinesi. Tra queste: abolizione della separazione dei prigionieri in base all’organizzazione di appartenenza, soppressione dei depositi in denaro, ulteriore razionamento dell’acqua e ulteriori limitazioni per radio e  televisione, impedimento – di fatto – alla preparazione dei pasti da parte dei detenuti stessi, drastica riduzione delle visite dei familiari.

A subire queste inutili e crudeli sanzioni sono al momento circa seimila prigionieri, suddivisi in 22 carceri. Tra di loro, anche 250 bambini, otto deputati del Consiglio legislativo, 27 giornalisti.

Misure – quelle annunciate da Gilad Ardenne – in sintonia con quanto avviene all’esterno.

Pochi giorni prima, il 27 dicembre, l’esercito israeliano aveva ucciso Karm Fayyad (26 anni) nel corso di una manifestazione a ridosso della barriera di sicurezza che imprigiona gli abitanti di Gaza. Alle diverse manifestazioni di quel giorno partecipavano circa 5mila persone. Nelle stesse circostanze altri otto palestinesi sono rimasti feriti. Dal 24 marzo 2018 – inizio della “Marcia del ritorno” – sono oltre 240 i palestinesi uccisi dai soldati israeliani durante tali iniziative di protesta.

Arriva invece a 312 (310 da pallottole, 2 per aver inalato gas lacrimogeni – di tipo CS, si presume) il totale complessivo delle vittime palestinesi della repressione nel 2018.

La cifra (quattro volte superiore a quella del 2017 quando le vittime palestinesi furono una settantina) è stata fornita dal rapporto annuale del Raduno nazionale delle famiglie delle Vittime. Tra di loro, donne e bambini (57 minorenni). La vittima più giovane – di soli otto mesi – si chiamava Laila al-Ghandour.

In particolare, ben 217 sono stati uccisi in diversi punti della Striscia di Gaza.

Israele detiene ancora – praticamente un sequestro – 28 salme di palestinesi uccisi nel 2018, così come quelle di altre 38 vittime risalenti al 2015. In totale ne detiene 284, alcune addirittura dal 1965.

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Pugno di ferro anche per i reati d’opinione. Nel luglio dell’anno scorso veniva arrestata Lama Khater, giornalista palestinese. Arbitrariamente accusata di “incitamento all’odio” questa donna, madre di cinque figli, venne sottoposta a lunghi, estenuanti interrogatori.

Alla fine di dicembre, un tribunale israeliano ha rinviato il suo processo al 30 gennaio 2019.

Particolarmente drammatico (e anche surreale in quanto detenuta dall’Autorità Palestinese) il caso di Suha Jabar. Madre di tre figli – dopo essere stata prelevata nella sua casa in Ramallah – venne incarcerata a Gerico senza imputazioni (per le forze di sicurezza dell’ANP potrebbe aver fornito aiuto e assistenza ai familiari dei prigionieri politici e ai manifestanti anti-occupazione). Stando alle dichiarazioni dei suoi familiari la donna avrebbe subito maltrattamenti, percosse e torture.

Il 17 dicembre, a causa dell’evidente peggioramento del suo stato di salute, era stata ricoverata in ospedale a Hebron. Ma poi, alla fine di dicembre – al 54° giorno di sciopero della fame – si era vista rifiutare nuovamente la scarcerazione.

Risale invece al 2 gennaio la notizia che Samidoun (rete di solidarietà con i prigionieri palestinesi) ha indetto una settimana internazionale di lotta (dal 15 al 22 gennaio 2019) per la liberazione di Ahmad Sa’dat, segretario del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) condannato a 30 anni e in prigione ormai da 17 (dal 2002 al 2006 a Gerico, in un carcere dell’Autorità Palestinese, poi – dopo un assalto dell’esercito e relativa consegna – in quelle israeliane).

 

ANCHE I PRIGIONIERI MAOISTI TURCHI ADERISCONO ALLO SCIOPERO DELLA FAME CONTRO L’ISOLAMENTO PER OCALAN

 

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In Turchia intanto proseguono gli scioperi della fame di numerosi prigionieri curdi.

Sia per la fine dell’isolamento di Ocalan, sia in solidarietà con la deputata di HDP e copresidente del DTK (Congresso della società democratica) Leyla Guven. Rinchiusa nel carcere di Diyarbakir e in sciopero della fame dal giorno 8 novembre 2018.

A questa lotta il 25 dicembre 2018 si erano uniti – per uno sciopero di qualche giorno, a staffetta – alcuni militanti del MKP (Maoist Komunist Partisi) detenuti nella prigione di Siliviri.

Successivamente – dal 3 gennaio 2019 – entravano in sciopero della fame per le stesse motivazioni anche molti prigionieri militanti del MLKP (Marksist-Leninist Komunist Partisi).

Ovviamente per i prigionieri in sciopero della fame la repressione si indurisce.

Alla fine di dicembre, alla co-presidente del DBP (Partito democratico delle Regioni) Sebahat Tuncel – militante femminista e socialista – incarcerata dal novembre 2016 nel carcere di tipo F di Kocaeli, è stata inflitta una sanzione disciplinare di dieci mesi solo per aver partecipato allo sciopero della fame avviato il 7 novembre da Leyla Guven. Con tale iniziativa, ricordo, si intendeva riportare all’attenzione dell’opinione pubblica la pesante situazione carceraria in cui versa – ormai da 20 anni – il “Mandela curdo” Ocalan. E in particolare l’isolamento assoluto che subisce dal 2016.

Quanto al duro regime disciplinare adottato per punire Sebahat Tuncel (isolamento, proibizione di qualsiasi contatto con l’esterno e di ogni attività all’interno della prigione), basti ricordare che dai detenuti viene chiamato “sepoltura”.

Repressione sempre pronta a colpire anche nei territori curdi sotto amministrazione iraniana. Della “guerra sporca” a bassa intensità che si svolge in Rojilat ho già parlato altre volte.

Si parva licet (tutto è relativo, ovviamente) vorrei ricordare che agli inizi di dicembre 2018 quattro sindacalisti curdi (Shahou Sadeghi, Aram Mohammadi, Mehrdad Sabouri e Omid Ahmadi) sono stati rinchiusi nel carcere di Kamyaran.

Erano stati arrestati ancora nel 2016 per aver partecipato alle manifestazioni indette per la ricorrenza del 1° maggio. Successivamente rimessi in libertà su cauzione, nell’ottobre del 2016 venivano processati, accusati di “propaganda contro il regime”  e condannati a quattro anni e sei mesi di detenzione.

La pena veniva poi ridotta in appello, nel 2018.    

Naturalmente anche la vecchia Europa vuol dare il suo contributo.

La notizia è del 1 gennaio 2019. L’internazionalista londinese Ozkan Ozdil è stato arrestato all’aeroporto di Luton con l’accusa di essersi integrato nelle YPG (Unità di protezione del popolo) per combattere contro l’Isis insieme ai curdi. Per il momento è tornato in libertà (provvisoria) sotto cauzione, ma ovviamente dovrà rispondere del suo operato davanti al tribunale. Così impara!

Gianni Sartori

 

 

 


 

IRAN: ALTRI CURDI DESAPARECIDOS? – di Gianni Sartori

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Premetto che in fondo è spiacevole dover attaccare – non tanto il regime ovviamente – un Paese come l’Iran sottoposto a ingiuste sanzioni. Un Paese che comunque, pur tra contraddizioni e giravolte, ha rappresentato una trincea antimperialista. Un paese che ha saputo, nel contesto non certo facile del cosiddetto – in senso lato – “Medio oriente”, raggiungere obiettivi encomiabili in settori come la sanità (vedi la significativa, esponenziale riduzione della mortalità infantile) e l’istruzione.

E’ pur sempre il Paese che – ricordo – nel 1981 dedicò una via (la centrale ex “Strada degli Inglesi” di Teheran) a Bobby Sands in quanto eroe antimperialista. Addirittura, funzionari dell’ambasciata iraniana parteciparono ai suoi funerali, a Belfast, suscitando peraltro lo sconcerto in alcuni militanti repubblicani come Bernadette Devlin (“questi a casa loro ammazzano i compagni…” mi spiegò un giorno a casa sua).

Insomma, la contraddizione esiste, ma non è colpa mia. Vedano loro, il popolo iraniano e i suoi governanti, la maniera per risolverla.

Non mi pare coerente opporsi all’imperialismo e nel contempo contribuire (magari “in batteria” con Ankara) alla persecuzione di un popolo oppresso come quello curdo.

L’ultimo episodio risale al 31 dicembre 2018.

A darne notizia – in Francia – la Rete Curda per i Diritti Umani (Kurdistan Human Rights).

Nella cittadina di Kamyaran (Kurdistan orientale) un gruppo di miliziani – guardiani della Rivoluzione presumibilmente – si è reso responsabile del sequestro di tre militanti ecologisti curdi. Militanti di cui – particolare inquietante visti i numerosi precedenti di esecuzioni extragiudiziali – da quel momento non si hanno più notizie.

Da informazioni raccolte in loco dall’agenzia ANF è stato possibile risalire all’identità dei tre sequestrati. Si tratta di Reza Asadi, di Fazel Ghaytasi (assaliti e rapiti nel loro negozio) e di Hadi Kamangar. In questo caso, alcuni testimoni hanno raccontato che dopo avergli messo un sacco sulla testa, i rapitori lo hanno trascinato dentro a un’auto. Lo stile, per chi possiede ancora un minimo di memoria storica, ricorda quello delle squadracce parastatali spagnole (BVE, GAL…) integrate dalla fascisteria italica, contro i rifugiati baschi in Iparralde (Paese basco sotto amministrazione francese). Tutti gli eco-attivisti arbitrariamente prelevati sono membri del Comitato per l’Ambiente e la Salute del Partito dell’Unità Curda. Un’organizzazione ambientalista che si occupa di riforestazione – attraverso una sistematica opera sia di piantumazione che di sensibilizzazione – oltre che della conservazione dei boschi e della biodiversità.

Dopo i recenti episodi contro militanti curdi (ricordo in particolare la morte atroce di Meryem Fereci) è auspicabile non dover assistere all’ennesimo caso di “guerra sporca”.

Gianni Sartori

LE RADICI DEL FUTURO – Ettore Beggiato ricorda il prof. Sabino Acquaviva

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Il 29 dicembre 2015 moriva a Padova il prestigioso sociologo Sabino Acquaviva, docente universitario, già preside di Scienze politiche all’Ateneo patavino; dopo tre anni continuo a rilevare l’assordante silenzio delle istituzioni, dal Comune all’Università, sulla sua straordinaria figura … troppo schivo, troppo mite, troppo rivoluzionario, troppo avanti ? Mah …

E così, in tutta modestia, vorrei riproporre alcune sue riflessioni contenute nella presentazione di “Le radici del futuro. L’Europa dei popoli, il rifiuto degli Stati nazionali e dei partiti” il suo ultimo libro pubblicato nel 2014, quasi un testamento spirituale:

“La tesi di fondo di questo libro? Molto semplice: gli Stati nazionali che fanno parte dell’Unione Europa vanno cancellati dalla carta geografica e politica del continente insieme ai cosiddetti partiti nazionali e alle caste di potere di cui sono espressione, che nei fatti ci dominano e governano.

Anche l’Italia, ovviamente, deve sparire, Perché? Perché gli Stati nazionali non faranno mai l’Europa, anzi sono i becchini di un’Europa che, se continuerà ad essere divisa, vedrà i nani da cui è composta demoliti dai colossi economici e demografici emergenti sulla scena del pianeta.

Il meschino nazionalismo e l’egoistica difesa dei cosiddetti “interessi nazionali” è espressione di un sistema fondato su una democrazia, di cui i partiti vogliono essere considerati l’anima, che impedisce la nascita di una nuova grande Europa. Il potere dei partiti si traduce, anche se forse soltanto in parte, in quello della supercasta che ci domina, che ha poco a che fare con una realtà che amiamo definire democratica, ma che nei fatti governa le società moderne quasi senza una reale delega popolare.

Come dunque  osserva Galli della Loggia la supercasta “è composta da poche migliaia di persone; anzitutto dai direttori generali dei Ministeri, da presidenti e consiglieri di amministrazione degli enti parastatali, della Cassa Depositi e Prestiti, delle società economiche a partecipazione pubblica, dai capi degli uffici legislativi e dai capi di gabinetti dei Ministeri”, ….

Sono questi i veri e propri factotum della concreta attività di governo.

Galli della Loggia conclude osservando che costoro “sfuggono a qualunque scrutinio pubblico, ma in realtà sono i veri padroni della politica. In più di un caso ne sono i veri e propri burattinai” ….

E ancora:

“Scrivendo, cerco di restituire il loro vero significato a singole parole e aggettivi. Un esempio ? La parola “razzista”. Si sostiene che coloro che difendono le culture regionali sono dei “razzisti”, ma è vero esattamente il contrario. Purtroppo sono poche le forze politiche che cercano di tutelare le culture dei popoli e delle lingue europee contro la stretta soffocante degli Stati (e delle lingue) nazionali, e quindi dei partiti che con tali organismi di controllo si identificano.

Dobbiamo combattere il loro razzismo nazionalista che, anche con uso di parte della scuola, tende a cancellare l’identità dei singoli popoli, come lo è il cacciatore che non difende gli altri mammiferi dai massacri per opera di essere umani psicologicamente e culturalmente primitivi. In poche parole, non è razzista chi cerca di tutelare l’antica lingua e la cultura della regione in cui abita, ma chi vuole imporre la lingua di un’altra regione eletta a lingua nazionale, cancellando ogni altro strumento di espressione linguistica e culturale….La difesa delle lingue regionali, troppo spesso considerate e chiamate dialetti, era anche un desiderio di Pasolini, il quale sosteneva che la decadenza e fine delle lingue regionali, con il trionfo dell’italiano, -è avvenuta al prezzo della distruzione di una cultura originaria- “

E concludeva alla sua maniera…

“Concluderò citando, appunto in maniera anticonformisticamente anticonformista, il pensiero di Michail Bakunin, l’anarchico che sosteneva “E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati, arresi a ciò che loro appariva come possibile, non sono mai avanzati di un solo passo”

Consentitemi dunque di sognare l’altra Europa, quella impossibile: dei popoli liberi. E non degli Stati e dei partiti.”

Ed è quella Europa, Professor Acquaviva, che milioni di europei stanno sognando… in Catalogna, in Scozia, nei Paesi Baschi, in Corsica, nel Galles, in Bretagna, in Galizia, in Tirolo, in Sardegna…E anche nel “Suo” Veneto …

Ettore Beggiato  beggiato@hotmail.com