CARA LEYLA, TI SCRIVO… – di Gianni Sartori

E’ dal giorno 8 novembre dell’anno scorso che la prigioniera politica Leyla Guven – deputata curda e militante femminista – è in sciopero della fame illimitato.
Fate bene i vostri conti e potrete rendervi conto di quanto ormai la sua stessa vita (per non parlare della salute e integrità fisica) sia a rischio.
La sua richiesta, finirla con l’isolamento totale (definito “crimine contro l’umanità”) imposto all’esponente curdo Abdullah Ocalan, segregato sull’isola si Imrali.
Isolamento che “non viene imposto solamente a lui, ma all’intera società”.
Da ogni parte del mondo altre donne – molte delle quali hanno conosciuto di persona il carcere, le persecuzioni del potere – le hanno scritto per esprimere vicinanza. Segnalate dai media soprattutto le lettere di Angela Davis – nota come scrittrice oltre che esponente storica delle lotte per i Diritti degli afro-americani – e della militante palestinese Leila Khaled.
Ricordava Angela Davis che “il maggior movimento di difesa delle donne in Turchia, il Congresso delle donne libere, fondato in Kurdistan, è stato dissolto con la forza e molte militanti sono state imprigionate. E chi aveva protestato contro i massacri di migliaia di Curdi per mano dell’esercito turco – dopo la rottura del processo di pace nel 2015 – è stato criminalizzato in vario modo. Coloro che tra noi, negli Stati Uniti, hanno protestato contro l’espansione del complesso penitenziario-industriale venivano incoraggiati nel corso degli anni dalle coraggiose azioni dei prigionieri politici curdi e in particolare dalle donne che hanno saputo resistere alle carceri di stile americano in Turchia”. Aggiungendo che Leyla Guven è “una grande fonte di ispirazione per i popoli del mondo intero che credono nella pace, la giustizia e la liberazione. Mi unisco a tutti coloro che la sostengono e condanno le condizioni repressive della detenzione di Ocalan”.
Leyla Khaled, in quanto esponente del Fronte popolare di liberazione della Palestina, ha sottolineato che “nelle prigioni turche e israeliane, le rivoluzionarie hanno avviato uno sciopero della fame per la libertà, la giustizia, per impedire al sistema al potere di spezzare la voce di quanto vogliono la democrazia”.
Altri messaggi di solidarietà provenivano poi da donne di Paesi come Euskal Herria e l’Irlanda dove non sono mancati esempi di scioperi della fame condotti da prigionieri politici.
Lettera significativa quella di Nora Irma Morales de Cortinas, tra le fondatrici delle Madri di Plaza de Mayo, il movimento delle donne i cui figli erano “scomparsi” dopo essere stati sequestrati (decine di migliaia di desaparecidos) durante la dittatura militare in Argentina.
“Le madri di Plaza de Mayo Linea Fundadora – ha scritto – hanno più di 40 anni di resistenza alla dittatura. Per questo sappiamo bene che in questa lotta, si impegna la propria vita in molteplici modi. Noi sosteniamo che tale azione di lotta in diverse prigioni non rappresenta soltanto un gesto di dignità e un esempio, in un mondo ripiegato nell’indifferenza. Noi sosteniamo che riguarda ugualmente l’obiettivo della libertà di tutti i prigionieri politici”.
Particolarmente significativo – dato che la scrivente si trova attualmente rinchiusa in un carcere iraniano – quanto ha detto Zeynab Jalalian, militante curda del Rojhelat (Kurdistan orientale, sotto amministrazione iraniana).
Nel 2008 era stata condannata alla pena capitale (in quanto “nemica di Dio”), in seguito modificata in ergastolo.
Nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni di salute – e nonostante l’intervento di organizzazioni umanitarie – le sono state negate cure adeguate.
“Mia cara Leyla – scrive – sono Zeynab, Zeynab Jalalian, dietro le sbarre di una prigione. Quando sento l’eco della tua lotta per la libertà, io divento più determinata e resistente nel battermi per gli oppressi”.
Per Zeynab, il Kurdistan “madre di ogni civilizzazione” è sempre stato oggetto di distruzione da parte di dittatori sanguinari e autoritari. Con il risultato di “migliaia di vittime innocenti”. In Turchia, continua “la repressione è feroce, la Turchia vuole risolvere la situazione ricorrendo a un’aggressione di stampo fascista”.
E naturalmente “i crimini fascisti non sono perpetrati solamente contro il popolo curdo. Tale oppressione è altrettanto crudele nei confronti dei Turchi in quanto la crisi economica aggrava di giorno in giorno la situazione della popolazione turca. Le guerre devastatrici nella regione hanno provocato la morte e l’allontanamento di centinaia di migliaia di persone. I Curdi hanno sempre cercato la pace con gli Stati vicini e il loro Confederalismo democratico rappresentava una soluzione ai problemi. Ma altrettanto chiaramente tale prospettiva costituisce “una minaccia per i regimi autoritari in quanto mette in primo piano l’interesse dei popoli”.
Augurandosi che il corpo di Leyla non subisca troppi e irreparabili danni, Zeynab conclude: “ i miei pensieri sono con te, Leyla,mia cara (…) tu e la gente come te siete l’avanguardia di una lotta mondiale. E quindi meritate il meglio”.
Gianni Sartori
Un reportage dal Kurdistan
Un giovane film-maker americano ci mostra il suo reportage tra i Kurdi che combattono l’ISIS.
ANKARA NON VUOLE I SIRIANI A MINBEJ – di Gianni Sartori

Truppe siriana a Minbej? Per la Turchia meglio di no.
Ankara non ci sta. Le milizie YPG avevano invitato l’esercito siriano a dispiegare i propri soldati nella città del nord della Siria – strappata agli integralisti nel 2016 e ancora sotto controllo delle FDS (Forze democratiche siriane, alleanza arabo-curda in cui sono integrate le YPG) – dove qualche giorno fa un’esplosione in un ristorante, opera di un attentatore solitario, aveva causato una ventina di vittime (tra cui alcuni militari americani).
Rivendicato dallo Stato islamico, si tratta dell’attacco più devastante condotto dal 2014 contro la componente statunitense della coalizione anti-Isis in Siria.
“Nonostante il tentativo delle YPG, non consentiremo al regime siriano di entrare a Minbej” ha dichiarato alla stampa Hami Aksoy, portavoce del ministero degli Affari Esteri turco.
Come è noto, la Turchia considera le YPG un “gruppo terrorista” in quanto legate al PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), in armi contro Ankara dagli anni ottanta.
L’annunciato ritiro statunitense dalla Siria (pur con qualche successivo ripensamento) aveva determinato nei curdi (consapevoli di rischiare l’ennesima operazione di pulizia etnica da parte dell’esercito turco) la sofferta decisione di appellarsi al regime di Damasco.
Ma la Turchia, alleata e sponsor dei “ribelli” anti-Assad, non poteva certo vedere di buon occhio tale prospettiva. Nelle trattative avviate l’anno scorso – e poi interrotte – tra Ankara e Washington, Minbej doveva diventare teatro di una soluzione, un compromesso che prevedeva (dopo il ritiro curdo e la – improbabile – riconsegna delle armi agli USA), la presenza di pattuglie congiunte turco-statunitensi.
L’8 gennaio era previsto un incontro tra Erdogan e John Bolton. Ma allora il presidente turco – in aperta polemica con Trump – si era rifiutato di incontrare il consigliere alla sicurezza statunitense.
L’incontro – per quanto posticipato di una decina di giorni – è poi avvenuto il 18 gennaio. Forse una conseguenza della minacce di Trump di “devastare l’economia turca” se Ankara avesse approfittato della nuova situazione in Siria per attaccare i curdi.
Presenti, oltre a Erdogan, il senatore repubblicano Lindsey Graham, il ministro degli Affari Esteri Cavusoglu (che si era già incontrato con Graham il 6 gennaio), Ibrahim Kalin (portavoce di Erdogan) e Fahrettin Altun (direttore delle comunicazioni della presidenza).
Rilanciata nella riunione la proposta (risalente ancora al 2013 da parte di Ankara) di una “zona di sicurezza di 32 chilometri a protezione della frontiera meridionale turca”.
In febbraio Cavusoglu dovrebbe a sua volta recarsi a Washington per la prevista riunione della coalizione internazionale contro lo Stato islamico.
Gianni Sartori
#LlibertatPresosPolitics #FreedomPoliticalPrisoners

CORSICA – voci dal Mediterraneo
ROJAVA, BAKUR, ROJHILAT…CURDI SEMPRE SOTTO TIRO – di Gianni Sartori

Cantone di Afrin. Chi lo ha visitato ne parlava con entusiasmo.
Una natura magnifica – tra montagne e pianura – varia e suggestiva. Ricchezze inestimabili, sia in superficie che nel sottosuolo. Storicamente agricola, questa regione nel nord della Siria è da sempre anche vivaio di convivenza tra diverse etnie, fedi religiose, culture (Arabi, Curdi, Ezidi, Zoroastriani, Aleviti, Sunniti…). Un esempio di possibile e proficua convivenza tra popoli, se pur in miniatura, .
Le principali industrie sono funzionali alla lavorazione delle olive e alla produzione di olio. Altre, più recenti, producono conserve, sapone o si sono specializzate nel settore tessile.
Quella di Afrin è una delle aree liberate in cui maggiormente si era consolidata l’esperienza del Confederalismo democratico, frutto della rivoluzione – sociale e culturale – del Rojava.
Negli ultimi anni era divenuta anche un rifugio per quanti fuggivano dalle devastazioni operate dagli Stati (in particolare di quello soidisant “islamico”).
Anche sotto assedio, l’amministrazione autonoma ha offerto protezione e assistenza agli sfollati provenienti da ogni angolo della Siria. E soprattutto, diversamente da come la Turchia agisce con i rifugiati (usati come ricatto e moneta di scambio nei confronti dell’Europa) senza contropartite.
L’acuirsi del conflitto aveva alimentato ulteriormente le ondate di fuggitivi, provenienti da Aleppo, Kafrnaha, al-Tabqa, al-Raqqa, Hama…e anche di profughi palestinesi, in parte scappati dall’Iraq.
Aperto nel 2014, il campo profughi di Robar a Basla (distretto di Sherawa) aveva accolto oltre tremila profughi. Un altro centinaio di famiglie venivano ospitate direttamente nella città di Afrin, 25mila persone nel distretto di Rajo, 50mila nella regione di Janders, 10mila a Bulbul e 15mila nel distretto di Shara.
L’intensa collaborazione tra il Comitato di gestione delle persone sfollate e l’Autorità per gli affari sociali e del lavoro, ha consentito – nell’ambito dell’Amministrazione democratica autonoma – di affrontare positivamente le questioni vitali (tende, elettricità, acqua, assistenza medica, istruzione…) per gli ospiti dei campi di Shehba e Robar. Garantendo, nei limiti del possibile, anche opportunità lavorative per i rifugiati.
Va comunque stigmatizzato che gli appelli rivolti alle organizzazioni umanitarie, sono stati disattesi.
La situazione era precipitata il 20 gennaio 2017, data dell’attacco turco eufemisticamente denominato “Ramoscello d’olivo” (ma forse “Randello” era più appropriato). Mentre esercito e aviazione di Ankara (con l’accompagnamento dei soliti mercenari) si scatenavano su Afrin e dintorni, alla furia devastatrice non sfuggivano nemmeno i campi profughi. E non certo come “effetto collaterale”, ma in quanto obiettivi precisi e prestabiliti.
Un gran numero di profughi (in gran parte arabi), tra cui decine di bambini rimasti feriti nei bombardamenti dei primi giorni, hanno dovuto fuggirsene via – terrorizzati –da Robar, rifugiandosi nei villaggi circostanti.
REPRESSIONE NEL ROJHILAT

Se la Turchia opera contro i curdi su scala industriale, non va sottovalutata la gravità della repressione iraniana (su scala artigianale, per ora) nel Rojhilat (Kurdistan orientale, sotto l’amministrazione di Teheran). Dopo la recente ondata di arresti operata da polizia e servizi nelle città di Kamyaran e Sine (Sanandaj), la Piattaforma democratica dei movimenti e dei popoli d’Iran ha diffuso una dichiarazione in cui si rivolge a tutti i movimenti politici chiedendo loro di solidarizzare con gli arrestati.
Nel testo di mette in guardia contro il rischio rappresentato dalle attuali misure di sicurezza adottate dalla Repubblica islamica per la vita stessa (oltre che per la libertà) dei dieci militanti ecologisti curdi. Accusati di “spionaggio e corruzione sulla terra”, potrebbero venir sottoposti a torture per estorcere improbabili “confessioni”.
L’azione repressiva, opera dei servizi del regime, viene definita un “complotto”, deciso e avviato a Teheran per approdare in Rojhilat. Oltre all’arresto dei dieci militanti, vi rientrerebbe a pieno titolo l’uccisione di Kavous Seyed Emami – sociologo ed ecologista – morto in circostanze poco chiare nella prigione di Evin.
Nella dichiarazione si ricorda che il responsabile governativo della sicurezza – in un’intervista concessa all’agenzia Mehr – ha affermato che gli arrestati erano membri del Partito della vita libera del Kurdistan (PJAK) e che agivano sotto la copertura di associazioni ambientaliste. Accusandoli anche della morte del conducente di un’ambulanza dell’organizzazione Kamyaran, ma senza fornire alcuna prova. Va ricordato che il PJAK, oltre a non rivendicare come propri membri gli arrestati, aveva fornito un’altra versione sulla morte dell’autista che in realtà sarebbe stato ucciso da agenti dei servizi iraniani.
Scrive la Piattaforma democratica dei movimenti e dei popoli d’Iran: “Senza alcun dubbio, l’obiettivo strategico del regime islamico dell’Iran, di complottare contro i militanti dei movimenti sociali e civili così come contro i militanti ambientalisti, i lavoratori, gli insegnanti, gli studenti, le donne etc. – che continua da quattro decenni di potere reazionario e repressivo – non è altro che un capovolgimento del movimento sociale di massa condotto dagli oppressi, dopo la creazione della Repubblica islamica”.
E quindi invita “tutte le organizzazioni socialiste e di sinistra, i partiti e i movimenti politici, i militanti libertari ed ecologisti, i difensori dei dei diritti umani e le comunità oppresse in Iran a sostenere i militanti arrestati in Kurdistan per sconfiggere le denunce e i mandati di arresto del regime”.
Gianni Sartori
#LlibertatPresosPolitics #FreedomPoliticalPrisoners

Tolta di mezzo la statua in memoria di Ghassan Kanafani – di Gianni Sartori

Niente da fare. Lo Stato – nella fattispecie quello israeliano, ma esempi simili non mancano in giro per il Pianeta – non si smentisce.
E l’arroganza istituzionalizzata non recede nemmeno di fronte alla statua, piccolina tra l’altro, in memoria di un grande scrittore.
Ovviamente non di uno qualsiasi.
Lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani – comunista – era nato nel 1936 e con la sua famiglia aveva subito la Nakba, la “Catastrofe” nel 1948.
La sua città natale, Acri, all’epoca era abitata da palestinesi musulmani, cristiani, ebrei e baha’i. Ma al momento della nascita dello Stato di Israele il 75% della popolazione subì una vera e propria deportazione.
Oltre che come maggior teorico ed esponente della “Letteratura della resistenza” (Adab al-Muqawwama ) era noto come esponente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ancora nel 1960, all’epoca di George Habbas, entrò a far parte della redazione di al-Hurriyya e in seguito anche di al-Muharrir, a Beirut.
Proprio nella capitale libanese incontrò l’insegnante danese che sarebbe divenuta sua moglie, Anni Hoover. Risale appunto ai primi anni sessanta il suo libro più conosciuto: Uomini sotto il sole.
Altro romanzo importante, Ritorno ad Haifa scritto dopo l’amara esperienza, per i palestinesi, della Guerra dei sei giorni.
In seguito, dopo un periodo di collaborazione con il giornale al-Anwar, nel 1969 sarà tra i fondatori di al-Hadaf, destinato a diventare la voce del FPLP.
Ma a causa del suo impegno politico, della sua adesione alla lotta di liberazione del popolo palestinese, venne eliminato con un attentato (un’autobomba, presumibilmente opera del Mossad) insieme alla giovane nipote.
Nel suo necrologio venne scritto: “Era un combattente che non aveva mai sparato un colpo, la cui arma era la penna biro e il campo di operazioni le pagine dei giornali”..

Come dicevo, la settimana scorsa lo Stato di Israele ha fatto togliere una statua eretta – all’interno di un cimitero di Acri – per commemorare lo scrittore scomparso nel 1972.
Già al momento della installazione, il ministero israeliano dell’Interno aveva intimato al Waqf locale di farla sparire.
Il ministro dell’Interno Aryeh Deri (esponente del partito Shas, ultraortodosso) l’aveva definita “un memoriale in onore di un terrorista” aggiungendo che non lo avrebbe consentito.
Di diverso parere, ovviamente, i palestinesi. Per Ahmad Odeh, consigliere comunale della città “ Ghassan Kanafani è un simbolo per l’intero popolo palestinese”.
Stando alle dichiarazioni di un familiare dello scrittore palestinese, la statua dovrebbe essere ricollocata nel giardino privato – sempre nella città di Acri – di un altro parente.
A quando i falò dei suoi libri?
Gianni Sartori
DA PARIGI UNA RICHIESTA CORALE: OCALAN VENGA RESTITUITO AL SUO POPOLO – di Gianni Sartori

Una buona notizia, perlomeno confortante: Abdullah Ocalan è vivo e – compatibilmente con la sua situazione di prigioniero politico da un ventennio – in discreta salute. Questo è quanto ha potuto verificare il fratello Mehmet nel primo colloquio concesso al leader curdo da quasi tre anni a questa parte. L’ultima visita infatti risaliva al settembre 2016. Inoltre dal 27 luglio 2011 non erano stati consentiti dalle autorità turche nemmeno i colloqui con gli avvocati. Stessa sorte, per inciso, toccata ad altri tre prigionieri segregati a Imrali.
La notizia è stata data dal nipote, il deputato di HDP (Partito Democratico dei Popoli) Omer Ocalan.
Comunque una buona notizia – dicevo – anche se il colloquio è stato forzatamente limitato alle questioni inerenti la salute di “Apo”.
Con un breve comunicato Pervin Buldan, co-presidente di HDP ha confermato che “oggi si è svolto un colloquio tra Abdullah Ocalan e suo fratello Mehemet Ocalan. Voglio comunicare in proposito che Abdullah Ocalan è in buona salute e che domani pubblicheremo altre informazioni”.
Una piccola, ma significativa vittoria dovuta all’impegno di migliaia di militanti curdi e in particolare al sacrificio di quanti sono entrati in sciopero della fame, seguendo l’esempio di Leyla Guven, proprio per ottenere la fine dell’isolamento per Ocalan.
Sicuramente la decisione di Ankara di “non tirare troppo la corda” deriva anche dall’imponente spettacolo offerto dalla manifestazione di Parigi di sabato 12 gennaio.
Almeno 15mila curdi provenienti da tutta Europa hanno voluto ricordare il massacro perpetrato in rue Lafayette sei anni fa, il 9 gennaio 2013.
Non sembrava poi una coincidenza il fatto che il 17 dicembre 2016, l’autore del triplice omicidio – legato ai servizi segreti turchi – fosse morto improvvisamente in carcere a un mese dal previsto inizio del processo (23 gennaio 2017).
Processo – non casualmente – già ripetutamente rinviato.
Quella che è stata definita una “une plaie ouverte” (una piaga aperta) nel sistema giudiziario francese è destinata a rimanere tale almeno fino a quando i mandanti non saranno identificati e condannati.
Come è noto, l’operazione da “guerra sporca” avvenne in coincidenza con l’appello del prigioniero Ocalan affinché la voce delle armi cedesse il campo a colloqui di pace tra lo Stato turco e il PKK. Un processo di pace che però venne subitamente abbandonato da Erdogan nel 2017 quando i risultati delle elezioni negarono al suo partito la maggioranza parlamentare.
A fianco dei curdi, nella manifestazione parigina, anche molti eletti ed esponenti della cultura francesi.
In particolare: Laurence Cohen, senatrice del PCF di Val-de-Marne, Vice-presidente della commissione degli affari sociali; Pierre Laurent, Vice-presidente del Partito della sinistra europea, senatore di Parigi; Simonnet Danielle, esponente del Parti de Gauche; Esther Banbassa, senatrice EELV; Poyraz Sahin, delegato per la solidarietà internazionale al 18° arrondissement di Parigi; Jean Christophe Sellin, consigliere regionale della Region Occitanie; Sergio Coronado, ex deputato EELV; Rémi Feraud, senatore del PS; Lydia Amarbakhsh, responsabile delle relazioni internazionali del PCF; Patrick Leyaric, deputato del Parlamento Europeo; Hélène Bidar, esponente del PCF; Eric Coquerel, deputato di St Ouen Epinay e coordinatore del Parti de Gauche; Laurent Ziegelmeyer , membro del consiglio comunale di Choisy le Roi….Senza dimenticare l’editrice Emmanuelle Collas Glaade; la presidente dell’associazione France-Kurdistan Sylvie Jan…e tanti altri amici del coraggioso, indomito popolo curdo.
Gianni Sartori
