5 MAGGIO 1981: MUORE L’ALLODOLA D’IRLANDA – di Gianni Sartori

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La morte di Bobby Sands nel 1981 ha rappresentato per molte persone un evento di quelli che ti segnano, ti cambiano se non proprio la vita almeno la percezione della stessa (oltre che della Storia, della politica…).

Per chi scrive le cose andarono altrimenti. Dopo una militanza iniziata nel ’68 ritenevo di aver concluso il mio impegno (per stanchezza esistenziale, sensazione di impossibilità nel cambiare le cose, riflusso… fate voi) con le manifestazioni, talvolta dure, a cui avevo partecipato nel 1974 (esecuzione di Puig Antich) e nel 1975 (vedi le proteste per l’uccisione di Varalli, Zibecchi e Micciché e, in settembre, per la fucilazione di due etarra – Txiki e Otaegi – e di tre militanti del FRAP). Per qualche anno mi dedicai ad altro, pur mantenendo curiosità per quello che nel mondo si muoveva e agitava (con qualche incursione nella Spagna post-franchista, per esempio…). Poi era arrivato lo sciopero della fame dei militanti repubblicani irlandesi e il tragico epilogo. Piantai tutto (quasi tutto, a dire il vero) e partii per Belfast. Da allora sostanzialmente ho continuato, bene o male.

Colpa sua, di Bobby. Accidenti a lui che potrebbe essere ancora al mondo. Era infatti più giovane di me e la cosa mi colpì molto (fino ad allora erano stati soprattutto compagni miei coetanei a morire: Salvador Puig Antich, Saltarelli, Franco Serantini, Txiki…). A distanza di tanti anni – visto anche come poi sono andate le cose in Irlanda – mi chiedo se ne valesse veramente la pena. Ma questo nulla toglie al suo coraggio e a quelli dei suoi 9 compagni.

Un breve riepilogo, senza dimenticare che comunque «viviamo per calpestare i re» come spesso si cita (*) in qualche manifestazione ribelle.

Sembra soltanto ieri e invece sono passati quasi 40 anni. Sotto gli occhi attoniti di una vecchia Europa sazia e soddisfatta, 10 giovani repubblicani irlandesi sacrificavano la loro vita per rivendicare diritti inalienabili come quello dell’autodeterminazione e per il riconoscimento dello status di prigioniero politico per chi viene incarcerato nel corso di una guerra di liberazione.

Lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze fa parte della tradizione celtica irlandese. Ma quello condotto con estrema determinazione dai prigionieri degli H Block, più che un esplicito richiamo al diritto tradizionale gaelico e alle leggi druidiche, rappresentava un atto prettamente politico all’interno di un processo collettivo di liberazione.

Sono oltre una ventina i detenuti politici irlandesi morti nel secolo scorso in sciopero della fame.

Il primo di questa lista è Thomas Ashe, uno dei protagonisti della “Pasqua di sangue” dublinese (del 1916) morto nel 1917 dopo essere stato costretto a ingerire cibo per forza. Nel 1920 moriva Terence McSweeney, sindaco di Cork, detenuto nel carcere di Brixton (Londra) dopo 74 giorni di sciopero della fame. Nel corso della medesima protesta morirono anche Fitzgerald Michael e Murphy Joseph. Nel 1923, durante la vera e propria guerra civile tra l’Ira e i sostenitori dello “Stato Libero”, disposti ad accettare la divisione dell’isola, nel carcere irlandese di Montioy persero la vita – dopo oltre 40 giorni di sciopero della fame – Andrew Sullivan e Dennis Barry.

Sempre in Irlanda, nel carcere di Arbour Hill, nel 1940 morirono dopo 50 giorni di sciopero della fame Jack McNeela e Tony d’Arcy. In un altro carcere irlandese la stessa sorte toccò a Joseph Witty. Nel 1943, dopo 31 giorni di sciopero della fame e della sete, si spegneva nel carcere di Dublino il volontario dell’Ira Sean Mc Caughey.

All’inizio degli anni Settanta la situazione in Irlanda del Nord precipita: il 6 febbraio 1971 l’Ira uccide un soldato inglese (vittima che va ad aggiungersi ai soldati già uccisi nel 1969 dai cecchini protestanti) e la reazione non tarda; il 9 agosto dello stesso anno viene introdotto l’internamento a tempo indeterminato (quella stessa mattina 342 uomini, in prevalenza cattolici, furono arrestati) durante il quale sarà regolarmente impiegata la tortura fisica.

Si intensificano gli scontri di strada e il 30 gennaio 1972 le truppe inglesi massacrano tredici persone inermi a Derry (“domenica di sangue”).

Due mesi dopo Londra riprende in mano direttamente l’amministrazione dell’Ulster e “concede” ai detenuti repubblicani lo status di prigionieri politici. Ma la pressione giudiziaria si fa sempre più pesante. Nel 1973 vengono introdotti i tribunali speciali, senza giuria, e nel 1974, con l’introduzione del “Preven-tion of terrorism act”, il fermo di polizia viene portato a sette giorni. Nel periodo immediatamente successivo lo sciopero della fame provoca altre due vittime nelle carceri inglesi: Michael Gaugham nel 1974 e Frank Staff nel 1976.

Intanto era stato revocato lo status di prigioniero politico.

Il 27 ottobre del 1980 inizia negli H Block del carcere di Long Kesh (soprannominato “Maze”) uno sciopero della fame che – dopo essere stato sospeso a Natale e ripreso il 1 marzo 1981 – porterà alla morte di 10 militanti repubblicani. Che i loro nomi possano vivere per sempre nella mente, nel cuore e nelle lotte di tutti gli oppressi e sfruttati del mondo. Più forti della morte.

La mattina del 5 maggio 1981, dopo 66 giorni, muore Robert Gerard Sands. Nato a Belfast nel 1954 da madre cattolica e padre protestante, era entrato nell’Ira a soli 18 anni. Quando morì ne aveva 27. Oggi Bobby è sepolto a Milltown, il cimitero cattolico di Belfast-Ovest, posto lungo le “Falls” (Falls Road), la famosa arteria repubblicana. Qui riposano molti martiri della causa irlandese: combattenti come Bobby Sands e Joe McDonnel o semplici cittadini assassinati dalla polizia come Sean Downes. Ricordo che il 16 marzo 1988 Milltown fu teatro di una brutale aggressione armata da parte di un fanatico lealista (miliziano filobritannico) conclusasi con una strage di cattolici, ai danni di un corteo funebre.

Il 14 maggio, dopo 59 giorni di sciopero, muore Francis Hughes, di 25 anni. Soprannominato “il Che Guevara dell’Ulster”, nel ’78 era stato arrestato e condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso otto soldati inglesi.

Raimond McCreesh muore il 21 maggio, dopo 61 giorni. Entrato nell’Ira a soli 16 anni, fu arrestato nel ’76 dopo un’imboscata contro l’esercito. Quando morì aveva 24 anni ed espresse al fratello sacerdote che l’assisteva il desiderio che la sua morte non provocasse alcuna violenza.

Patsy O’Hara si era staccato dall’Ira e unito, nel 1975, all’Inla (Irish NationalLiberation Army) di Derry. Dopo l’arresto subì in carcere ogni tipo di violenza fisica e psichica. Morì il 21 maggio all’età di 24 anni. Nel 2015 anche sua madre, Peggy O’Hara, se n’è andata. L’avevo conosciuta e visitata a casa sua, a Derry, in un paio di occasioni. Mi ha lasciato, oltre a una drammatica intervista (**) dove raccontava quei giorni di immenso dolore, anche alcune foto del figlio e una toccante dedica sul libro che mi aveva regalato (“The irish Hunger Strike” di T. Collins). E quest’anno, in gennaio, è morta la mamma di Bobby Sands, Rosaleen.

L’8 luglio 1981, dopo 61 giorni di astensione dal cibo, moriva Joe McDonnel, membro dell’Ira di Belfast e il più anziano del gruppo. Fra i compagni che sostituirono i primi quattro morti toccò a lui prendere il posto di Bobby Sands, insieme al quale era stato arrestato e con cui oggi è sepolto.

Martin Hurson era stato arrestato nel novembre del ’76 per cospirazione e detenzione di esplosivi. Portato a Long Kesh, venne interrogato e torturato. Morì il 13 luglio, a 24 anni, dopo 46 giorni di sciopero della fame.

Kevin Lynch, militante dell’Inla, fu arrestato nel ’76 in seguito all’uccisione di un poliziotto, venne torturato e condannato a dieci anni. Iniziò lo sciopero il 23 maggio e morì il 21 agosto, all’età di 25 anni.

Kieran Doherty, già attivissimo militante dell’Ira, durante lo sciopero della fame svolse un ruolo di leader, riconosciutogli dagli altri detenuti, soprattutto nei contatti con la Chiesa. Morì il 2 agosto, a 25 anni, dopo essere riuscito a sopravvivere senza cibo per 73 giorni.

Thomas McIlwee, esponente dell’Ira, passò la maggior parte della sua prigionia nel blocco di punizione. Quando morì, dopo 62 giorni di sciopero della fame, aveva soltanto 23 anni.

Emblematica la vita di Micki Devine. Vissuto fin da bambino in condizioni di estrema povertà (raccontò di aver spesso patito la fame), fu uno dei primi membri dell’Inla di Derry. Iniziò lo sciopero della fame a metà giugno e morì il 20 agosto, a 27 anni.

Altri due prigionieri vennero salvati quando ormai erano in coma. Uno di loro, Pat McGeown, è morto nel 1994. L’altro, Lawrence McKeown, scrittore e conferenziere, è rimasto segnato a livello fisico.

Ho avuto l’onore di incontrare (e ospitare) McKeown negli anni ’90 durante un giro di conferenze. Naturalmente gli chiesi dove avesse trovato la determinazione per aggiungere anche il suo nome alla lista dei volontari che avrebbero dovuto sostituire i compagni morti durante la protesta. «È praticamente impossibile – mi aveva detto – capire perché siamo arrivati a questa decisione senza conoscere cosa era accaduto a Long Kesh nei cinque anni precedenti, dopo che ci era stato tolto lo status di prigionieri di guerra. Le condizioni dei prigionieri erano brutali e nessuna forma di protesta sembrava in grado di modificarle. Eravamo tutti molto giovani, tra i 20 e i 30 anni. La maggior parte quando erano entrati in carcere erano poco più che adolescenti. Tra di noi c’era molta unione, molta solidarietà e forti convinzioni politiche, le stesse che mi avevano portato a entrare nell’Ira, ben sapendo che la prospettiva della prigione e della morte era tutt’altro che remota.

Vedere con i miei occhi la dura repressione subita dai detenuti non ha fatto altro che rafforzare le mie convinzioni. Il governo britannico tentava in tutti i modi di criminalizzarci, di farci apparire come delinquenti comuni. Dovevamo ribellarci per dimostrare che le nostre scelte e le nostre azioni erano politiche, non criminali». Aveva poi aggiunto che «molti volontari dell’Ira prigionieri sono morti in sciopero della fame negli anni Venti, Quaranta, Settanta… E così via fino al 1981. In tutto i detenuti politici irlandesi morti durante uno sciopero della fame negli ultimi 80 anni sono 22. Di tutti loro possiamo dire che sono “morti perché altri fossero liberi” (come è scritto sulla tomba di Micky Devine e Patsy O’Hara, a Derry). Anche lo status di prigioniero politico era stato ottenuto, nel 1972, con uno sciopero della fame. Venne poi ritirato nel 1976».

La loro decisione quindi non fu certo presa alla leggera. «Per quanto mi riguarda – proseguiva McKeown – ero ben consapevole che questo sciopero sarebbe stato portato fino alle estreme conseguenze. Mettendo il nostro nome nella lista dei volontari non sapevamo quando sarebbe venuto il nostro turno; chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto. Avevo pensato molto a quali sarebbero state le conseguenze per la mia famiglia… Io ero sposato ma almeno non avevo figli, diversamente da altri volontari, come Bobby Sands…».

Le richieste fondamentali degli scioperanti di Long Kesh erano cinque, strettamente collegate alla rivendicazione dello status di prigionieri politici: non indossare uniformi carcerarie, non svolgere lavori penali, libertà di studio e associazione, possibilità di ricevere visite e pacchi, diritto alla riduzione della pena. Tali richieste, anche se in maniera non plateale e senza la reintroduzione formale dello status di prigioniero politico, vennero poi riconosciute e soddisfatte nella sostanza.

Ai primi di novembre del 1981, infatti, dopo la fine dello sciopero della fame, il ministro Prior presentava le sue riforme carcerarie che comportavano per i detenuti repubblicani del “Maze” il permesso di indossare i propri vestiti, la possibilità di beneficiare della riduzione della pena ecc. Niente altro da aggiungere che non sia già stato detto dai diretti interessati con il loro gesto così radicale e definitivo.

Per quanto mi riguarda: «In qualunque luogo mi sorprenda la morte, seppellite il mio cuore a Milltown».

Gianni Sartori

(*) Questa è la citazione esatta da «Enrico IV» di Shakespeare: «Se viviamo è per camminare sulla testa dei Re. Se moriamo, o che bella morte, quando i Principi muoiono con noi. Ora per le nostre coscienze le armi sono giuste. Quando l’intenzione nel portarle è ragionevole».

TURCHIA: UNA QUESTIONE DI DONNE: “Lo Stato non ci ha trattato come esseri umani. E quindi noi non riconosciamo più lo Stato” – di Gianni Sartori

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Brutti tempi – ma non è certo una novità – per le donne a cui è toccato la mala-sorte di nascere e vivere entro i confini dello Stato turco.

Solo in aprile – stando a quanto riporta l’agenzia ANF citando l’associazione “Noi fermeremo i femminicidi” – almeno 20 donne sono state assassinate in Turchia. Inoltre, sempre secondo ANF, altrettanti bambini avrebbero subito abusi.

Entrambi, i femminicidi e gli abusi su minori, risultano in preoccupante aumento. Sempre in aprile, quindici donne hanno denunciato di aver subito aggressioni sessuali e tre bambini sono stati uccisi. Contemporaneamente, i tribunali hanno concesso consistenti riduzioni di pena per “buona condotta” (!) a una mezza dozzina di stupratori.

In marzo le donne assassinate in Turchia erano state 27 e in gennaio 43.

Ad alimentare tale situazione, oltre al clima politico promosso dal partito di Etdogan, l’AKP, contribuiscono sia la sostanziale impunità, sia il linguaggio apertamente sessista dei media.

Una conferma di questi dati viene anche da Jin News, l’agenzia di stampa fondata l’8 marzo 2012 da una trentina di giornaliste e artiste (sia turche che curde, tra cui Evrim, Beritan e Zerha Dogan).*

La loro missione: denunciare le discriminazioni e le violenze quotidiane subite dalle donne. La scritta in turco riportata sotto al logo (Kadman Kalemiyle Hakikatin Izinde) sta per “sulla scia della verità”.

In precedenza il governo turco aveva fatto chiudere una prima loro agenzia (Jihna Haber Ajans) e anche il quotidiano Gujin.

Particolarmente gravi poi le violazioni dei diritti umani nei confronti delle donne curde in Bakur (il Kurdistan sotto amministrazione – o meglio: occupazione militare – turca).

Secondo un rapporto di GOCIZDER (un’Associazione- osservatorio sulle migrazioni), durante il periodo di coprifuoco totale (24 ore su 24, senza luce e senza acqua) imposto dall’esercito turco tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, le donne curde sono state sistematicamente minacciate di stupro e venivano impedite l’assistenza e le cure mediche (anche alle donne incinte). Con le prevedibili conseguenze psicologiche: depressione, stress post-traumatici, suicidi…

Contro le città e i villaggi che avevano dichiarato l’autonomia (in base ai principi del Confederalismo democratico) Ankara aveva scatenato i suoi reparti militari attaccando e bombardando con carri armati ed elicotteri.

Almeno mezzo milione di persone avevano dovuto abbandonare le loro case trasformandosi in rifugiati. Le vittime registrate erano state 3638 (di cui un centinaio bruciati o sepolti nelle cantine di Cizre) mentre risultava incalcolabile il numero delle violazioni dei diritti umani.

Il rapporto di  GOCIZDER (“Violazioni dei diritti umani contro le donne e la loro esperienza durante il copri-fuoco e la migrazione forzata”) si basava sulle testimonianze di 480 donne e metteva in evidenza il carattere sessista della violenza di Stato. Un documento che dovrebbe allertare anche in merito ai progetti, in parte già avviati, di Erdogan nei confronti del Nord della Siria. E’ facilmente immaginabile quali rischi correrebbero le popolazioni di quei territori al momento ancora parzialmente sotto il controllo dei Curdi e dei loro alleati.

Significativa la dichiarazione di una ragazza diciottenne che aveva trascorso tre mesi nelle cantine di Cizre:
“C’erano molte persone ammalate. Ma non potevamo né andare all’ospedale, né procurarci le medicine. Non potevamo assolutamente uscire. Lo Stato non ci ha trattato come esseri umani e quindi noi non riconosciamo più lo Stato. Personalmente ho smesso anche di andare a scuola, non ne voglio più sapere”.

Altra testimonianza da Nusaybin:

Una donna era rimasta ferita davanti a casa nostra. I soldati continuavano a sparare e noi non potevamo uscire per soccorrerla. Era incinta ed è rimasta a morire  sulle scale dove l’avevano colpita”.
Tra i più drammatici, il racconto di una donna di Cizre la cui figlia era rimasta ferita non gravemente: “Lei ci aveva detto di non portarla all’ospedale perché l’avrebbero uccisa. Invece noi nonostante le difficoltà siamo riusciti a raggiungerlo, ma poi  laggiù i soldati l’hanno assassinata. E’ il mio più grande rimorso”.

 Gianni Sartori

*Nota 1: Una certa notorietà è toccata all’artista Zerha Dogan, arrestata nel 2017 (e rilasciata nel 2019) per un acquarello su cui aveva dipinto lo strazio della regione di Nusaybin sotto l’attacco turco. 

A lei – nel 2018 – Banksy aveva dedicato un mural sul mitico Bowery Wall (un muro già utilizzato da Keith Haring nel 1982) di N.York. 

AMNESTY INTERNATIONAL: MA DA CHE PARTE STAI? – di Gianni Sartori

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Certo, notoriamente in Gran Bretagna lo sciopero della fame non gode di grande popolarità. La morte di dieci militanti repubblicani irlandesi nel 1981 e quella di Barry Horne, anarchico antispecista, nel 2001 stanno lì a confermarlo.

Ma che anche Amnesty international…?!?

Un riepilogo. La mattina del 27 aprile la polizia inglese ha interrotto con la forza l’azione di protesta pacifica dei militanti in sciopero della fame da tre giorni all’interno dei locali di Amnesty International a Londra.

Venti persone sono state arrestate. Con questa iniziativa intendevano incrinare il muro di silenzio calato sulla situazione carceraria di Ocalan – in isolamento totale – e sullo sciopero della fame condotto da Leyla Guven e da migliaia di prigionieri e militanti curdi.

I funzionari di Amnesty International avevano bloccato le porte dei locali, installato un sistema di sicurezza e impedito l’uso delle toilette ai militanti pro-curdi.

A coloro che erano stati costretti a lasciare la sede di A.I. (per ovvie ragioni, non potendo utilizzare i bagni all’interno) era poi stato impedito di rientrare.

Secondo alcuni osservatori la richiesta dell’intervento della polizia per liberare i locali occupati veniva direttamente da esponenti di A.I. L’operazione repressiva contro i militanti – tra cui alcune persone in sciopero della fame da oltre 40 giorni – sarebbe stata alquanto dura. Stando alle ultime notizie, gli arrestati sono stati condotti direttamente in vari commissariati londinesi (la maggior parte a Barnet).

Gianni Sartori

KURDISTAN – NASCE IL BATTAGLIONE ARMENO DI AUTODIFESA “NUBAR OZANYAN” – di Gianni Sartori

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Dalla Grande Catastrofe (Metz Yegherni) sono ormai trascorsi 104 anni, ma la ferita non si è ancora rimarginata. E come potrebbe? Di certo non finché il responsabile, lo Stato turco, non avrà ammesso le proprie responsabilità e chiederà – almeno – scusa al popolo armeno.

Il genocidio era cominciato il 24 aprile 1915 quando oltre duecento intellettuali armeni vennero sequestrati ed eliminati. Si continuò con la deportazione e l’esilio per centinaia di migliaia di persone. E per moltissimi di loro fu il massacro. Un genocidio pianificato per uniformare la popolazione dello Stato turco, per cancellare le differenze e creare una società omogenea: una sola razza, una sola religione, una sola lingua. Uno stile che lo Stato turco ha sostanzialmente mantenuto. Ieri per gli armeni, oggi per curdi.

Due giorni prima dell’anniversario, il 22 aprile, l’evento era stato ricordato con la costituzione del primo Battaglione armeno di autodifesa, denominato “martire Nubar Ozanyan”.

L’annuncio è stato dato con un comunicato dalla formazione politica TPK/ML (Partito comunista di Turchia/marxista- leninista) spiegando che “questo battaglione andrà a rafforzare la rivoluzione nel territorio di Rojava per difenderlo dagli attacchi dei fascisti dello stato islamico e dello stato turco”. Consentendo contemporaneamente “l’autodifesa del popolo armeno contro ogni tipo di oppressione, persecuzione, massacro o tentativo di assimilazione”. Nel comunicato si sottolineava come con la creazione di tale battaglione venissero realizzati una parte dei sogni e delle speranze del comandante Nubar Ozanyan. Il militante comunista armeno era nato nel 1956 e caduto combattendo contro Daesh nel 2017 durante la battaglia di Raqqa.

Nell’agosto di due anni fa il suo sacrificio era stato commemorato a Parigi e a Zurigo da qualche centinaio di esponenti di diverse organizzazioni di sinistra, sia europee che turche e curde (Revolutionarer Aufbau, Secours rouge de Suisse, OCML-VP, Partizan, KCK…).

Gianni Sartori

IRELAND – Easter Rising 1916 – JAMES CONNOLLY

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Ricorre oggi l’anniversario dell’ inizio della Rivolta di Pasqua che insanguinò le strade di Dublino nel 1916. Dopo il sollevamento dei nazionalisti irlandesi, le truppe britanniche presero man mano il sopravvento, fino a schiacciare la rivolta e a giustiziare i leaders della stessa.

Uno di questi fu James Connolly, fucilato su una sedia a causa di una precedente ferita patita negli scontri con le truppe.

Connolly rappresentava l’anello di congiunzione tra il nazionalismo irlandese e l’ideologia socialista, interpretando in quei giorni un ruolo fondamentale.

Lo ricordiamo con uno scritto di Paolo Perri, ricercatore storico dei movimenti nazionalisti  e dei riflessi che su questi ebbero gli influssi di carattere socialista, pubblicato sul sito http://storiaefuturo.eu.

Un punto di svolta nella questione irlandese: il socialismo gaelico e il pensiero di James Connolly

“Il socialismo gaelico ha sicuramente rappresentato un’anomalia nel panorama del movimento operaio mondiale. Fortemente intriso di caratteri indipendentisti, se non apertamente nazionalisti, il movimento socialista irlandese deve la sua fama, benché ridotta, alle teorie e al pensiero di un personaggio particolarmente controverso che animò la storia dell’isola, e del movimento socialista europeo, all’inizio del Novecento: James Connolly. Una vita, la sua, dedicata alla causa dell’Irlanda e dell’emancipazione delle classi subalterne, culminata in una sorta di martirio laico seguito alla repressione della prima insurrezione novecentesca sull’isola. Quanto accadde nella Pasqua del 1916 in Irlanda, ed in particolare a Dublino, rappresenta, per molti storici, un punto di svolta, se non addirittura una vera e propria fonte d’ispirazione, per tutto ciò che viene generalmente indicato come “conflitto irlandese”. Quella rivolta, passata alla storia come la Easter Rising, oltre ad aver contribuito al rilancio del nazionalismo irlandese, rappresentò l’apogeo del socialismo celtico tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Per la prima volta nella storia dell’isola di smeraldo, infatti, tra i leader dell’insurrezione si trovava un socialista di lungo corso. James Connolly, difatti, non era soltanto uno dei principali agitatori indipendentisti a cavallo tra i due secoli, ma anche un fervente marxista, responsabile della diffusione delle teorie socialiste in Irlanda e Scozia, e teorico di una via nazionale al socialismo spesso fraintesa o volutamente ignorata………

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