#Turkey #Syria – TURCHIA E SIRIA: GRANDE È IL DISORDINE SOTTO IL CIELO – di Gianni Sartori

Probabilmente sono rimasti solo i “campisti” (e i rosso-bruni in genere) a non capire cosa realmente abbia rappresentato e – se pur tra mille difficoltà e qualche contraddizione – continui a rappresentare la lotta del popolo curdo in Turchia e Siria. Un brandello di speranza, una possibile fuoriuscita dalle miserie del Giano fascista-neoliberista.

Anche recentemente vanno sproloquiando (o semplicemente delirando) di fantomatiche alleanze tra curdi e sionisti

Vedi le surreali affermazioni dell’ineffabile Thierry Meyssan: “In Turchia, la pacificazione interna della questione kurda delegittima la posizione dei mercenari kurdi dello pseudo-Stato del Rojava in Siria, e li rende disponibili per un’eventuale invasione di terra dell’Iran per conto di Israele.”

Fermo restando – ovviamente – che la proposta di una soluzione politica avanzata da Ocalan non rappresenta il Vangelo nemmeno per tutte le organizzazioni curde. Vedi le YPG che hanno già detto chiaramente, pur apprezzandone lo spirito, di voler continuare a combattere.

Intanto da un paio di giorni nelle maggiori città turche migliaia di manifestanti sono scese in strada per protestare contro l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu e di un centinaio di esponenti del partito di opposizione CHP (Partito repubblicano del popolo, erede del kemalismo, ora su posizioni socialdemocratiche). Con fantasiose accuse di aver “costituito una rete criminale” e addirittura di “sostegno al PKK” (come riportava l’agenzia filogovernativa Anadolu Ajansı).

Oltre a Ekrem Imamoğlu il 19 gennaio sono stati incarcerati il sindaco di Şişli (Resul Emrah Şahan) e quello diBeylikdüzü (Mehmet Murat Çalık).

Ma forse ai manifestanti – peraltro coraggiosi – che sventolano bandiere turche e ritratti di Kemal Ataturk sarebbe il caso di ricordare che non è la prima occasione in cui vengono destituiti rappresentanti eletti dal popolo (finora si trattava di sindaci e deputati curdi) sostituendoli con amministratori imposti (kayyum ou kayyim).

Ma senza suscitare particolare indignazione nella società civile turca.

Effetto probabilmente del sistematico lavaggio del cervello a cui viene sottoposta dalla propaganda governativa.

Descrivendo i curdi (popolo oppresso, colonizzato, marginalizzato, sfruttato…) come dei subumani, meritevoli solo di odio e disprezzo. Come per i visi pallidi d’oltreoceano quando si riferivano agli indigeni: “l’unico curdo buono è quello morto”.

Tuttavia, facendo di necessità virtù, il CHP non aveva certo rifiutato i voti curdi, indispensabili per eleggere anche il sindaco ora defenestrato di Istanbul (così come a Izmir e Ankara).

Infatti il Partito DEM (Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli – Partiya Wekhevî û Demokrasiya Gelan), si era astenuto dal presentare propri candidati in alcuni distretti dove si profilava una possibile vittoria del CHP.

Dopo gli eventi del 19 marzo il Comitato esecutivo centrale del Partito DEM con un comunicato ha condannato duramente tali arresti, chiedendo l’immediata scarcerazione degli esponenti politici del CHP. Definendo tali pratiche “metodi degni di un colpo di Stato”.

È auspicabile che questo autentico tsunami favorisca una doverosa riflessione da parte della società civile turca in merito alla questione curda. Portandola ad ammettere come dalla colonizzazione del Kurdistan anche il popolo turco – non solo le classi dominanti – abbia in fondo approfittato, ricavandone migliori condizioni di vita (analogia scontata, citare Marx che parlava negli stessi termini della questione irlandese e dei vantaggi di cui beneficiava anche il proletariato britannico).

E intanto, oltre agli attacchi turchi contro il Rojava, lungo la costa siriana proseguono i pogrom. Nel mirino ancorai i civili, alawiti e altre minoranze.

Uno stillicidio quotidiano di uccisioni e di rapimenti (come segnala l’agenzia ANHA). Per esempio il 20 marzo nel quartiere di Al-Adkhar (Homs) sono stati assassinati quattro membri di una stessa famiglia.

Come denuncia l’Osservatorio siriano dei diritti umani (OSDH / SOHR): “un gruppo armato (presumibilmente jihadista nda) ha assalito un’abitazione assassinando brutalmente, a sangue freddo il padre e i suoi tre figli sotto gli occhi della madre e di una figlia”.

Tra i “campisti” circola poi l’auspicio di una riscossa dei nostalgici di Assad (come il Fronte della resistenza islamica in Siria -Awliel-Bas – del generale Ghiath Dalla), grazie magari al sostegno di Putin (alquanto improbabile direi, visti i rapporti di Mosca con Erdogan).

Pur potendo ben immaginare che a farne le spese sarebbe soprattutto la popolazione alawita diventando ulteriormente vittima di rappresaglie. Andrebbe invece sottolineato come siano soprattutto i curdi a esprimere solidarietà e a condannare i pogrom. Intervenendo anche con gli aiuti umanitari della Croce Rossa curda.

Gianni Sartori

#Kurds #Kobane – SALGONO A DIECI LE VITTIME CURDE DELL’INFAME ATTACCO DI UN DRONE TURCO A SUD DI KOBANE – di Gianni Sartori

Sono saliti a dieci le vittime (madre, padre e otto figli) del brutale attacco del 17 marzo di un drone armato turco a una fattoria nelle campagne di Kobane (tra i villaggi di Qomçî e di Berxbotan). Purtroppo anche Ronîda Osman Ebdo, una dei due giovani rimasti feriti, è morta il 18 marzo all’ospedale dove era stata ricoverata con il fratello Narîn Osman Ebdo (9 anni) unico sopravvissuto al massacro. Un’intera famiglia curda, gli Othman, sterminata dall’esercito di occupazione turco.

Ricordo che verso la fine dell’anno scorso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy aveva dato luce verde all’acquisizione di Piaggio Aerospace da parte della Baykar. Azienda turca proprietà del genero di Erdogan e nota a livello mondiale per produrre sia semplici droni (armati) che i più sofisticati UCAV (unmanned combat aerial vehicle).

Nel marzo di quest’anno veniva poi firmato un Memorandum of understanding con la creazione di una joint venture per i sistemi aerei senza pilota con Leonardo.

Ignara di tutto ciò, la famiglia Othman lavorava nella fattoria dove era stata ospitata da Hanif Qasim Ahmed. Uno degli organizzatori dei raduni alla diga di Tishrīn (sull’Eufrate) per protestare contro l’occupazione turca. Per cui l’attacco, apparentemente indiscriminato, potrebbe essere stato mirato e non casuale.

Hanif Qasim Ahmed ha espresso tutto il suo dolore e indignazione con queste parole: “lo Stato turco non riconosce i valori e i principi dell’umanità. In base a quelle legge i bambini sono dei bersagli?”. Chiedendo inoltre alle organizzazioni internazionali (“quelle che sostengono di difendere i diritti umani”) di agire per mettere fine a tali crimini.

Tutto un altro stile quello dei volontari della Croce-Rossa curda (mossi evidentemente da sentimenti ben diversi da quelli del governo e dell’esercito turco) che stanno portando aiuto alle popolazioni costiere della Siria, vittime dei recenti massacri della minoranza alawita. In collaborazione con l’Amministrazione autonoma del Rojava/nord e dell’est della Siria, il 17 marzo la ONG ha inviato il primo convoglio (20 camion) di aiuti umanitari. Portando sia alimenti che materiale sanitario di emergenza. Altri convogli sono previsti entro breve tempo.

I primi aiuti giunti nella città di Jableh dove sono stati scaricati nei magazzini di una associazione umanitaria locale (“Mano nella mano”).

Nella prima mattinata del 19 marzo i volontari curdi hanno costituito due comitati, uno per preparare le liste delle famiglie colpite dalla violenza settaria e uno per selezionare e preparare i rifornimenti alimentari da distribuire.

Particolare degno di rilievo, le autorità di Damasco (meschine!) hanno preteso che dal convoglio venissero tolti i contrassegni della Croce-Rossa curda. Richiesta a cui i curdi (se pur con scarsa convinzione) si sono adatti in quanto “il nostro obiettivo principale resta quello di portare il più rapidamente possibile aiuto alle famiglie”. Un altro stile appunto.

Gianni Sartori

#Palestina #News – LA MILITANTE PALESTINESE LEYLA KHALED RICOVERATA IN TERAPIA INTENSIVA – di Gianni Sartori

Brutta notizia. Leyla Khaled, nota esponente della lotta di liberazione del popolo palestinese (possiamo definirla un’icona, senza timore di esagerare) è stata ricoverata d’urgenza per una emorragia cerebrale e viene sottoposta a terapia intensiva. Inevitabile collegarlo al momento terribile (atroce, insostenibile…) che da mesi sta vivendo il suo popolo sotto il tallone di ferro dell’occupazione e delle rappresaglie israeliane.

Nata ad Haifa nel 1944, Leyla aveva preso a parte a due azioni di dirottamento aereo nel 1969 e nel 1970 dedicandosi per tutta la sua vita alla causa palestinese. E’ membro del Comitato centrale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (una forza laica, di sinistra).

L’annuncio era stato dato da Vijay Prashad, membro del Consiglio dell’Internazionale Progressista.

Forse tra i primi a diffondere notizia alcune agenzie curde.

Una vicinanza quella tra il popolo curdo e palestinese che non è mai venuta meno.

Nonostante alcune vicende recenti potessero aver dato l’impressione (ma solo apparentemente) di averli collocati in “campi” diversi (v. nella Siria di Assad, in Rojava).

Basti ricordare come nell’aprile 2019 Leiya Khaled si recasse di persona a Diyarbakir (Amed) per visitare Leyla Guven in sciopero della fame ormai da cinque mesi. *

Già qualche giorno prima, insieme ad Angela Davis, con una lettera aveva espresso solidarietà a lei ai prigionieri curdi (circa settemila) del PKK e del PJAK ugualmente in sciopero della fame chiedendo la fine dell’isolamento per Ocalan. **

Gianni Sartori

*Nota 1: https://centrostudidialogo.com/2019/01/24/cara-leyla-ti-scrivo-di-gianni-sartori/

**nota 2: https://centrostudidialogo.com/2021/05/17/autodeterminazione-opinioni-palestinesi-e-curdi-stessa-oppressione-stessa-resistenza-di-gianni-sartori/

#Syria #News – L’ONU DENUNCIA IL MASSACRO DELLA POPOLAZIONE ALAWITA (mentre la Turchia continua a perseguitare i curdi) – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ Moawia Atrash/Dpa/AP

Dato che evidentemente “grande è la confusione sotto il cielo”, nei giorni immediatamente successivi al recente massacro di civili alawiti operato in Siria da bande jihadiste filogovernative, qualcuno (in polemica con le proteste anti-israeliane per le stragi genocide operate a Gaza da Tsvá haHaganá leYisraél) aveva così commentato le immagini delle vittime alawite (civili, famiglie intere): “Il tutto senza reazioni furenti da parte dell’ONU o manifestazioni di protesta nelle nostre piazze contro il genocidio”. E invece l’ONU ora sappiamo che stava già raccogliendo prove e testimonianze. L’Alto Commissariato dell’ONU ai diritti umani (HCDH) ha infatti denunciato che “intere famiglie sono state assassinate nella zona costiera siriana nel corso di una operazione di pulizia etnica contro la popolazione alawita e le altre minoranze del paese”. La Commissione onusiana ha potuto documentare la morte di almeno 111 civili (90 uomini, 18 donne, tre bambini), ma le verifiche sono ancora in corso e sicuramente il conto finale sarà ben più alto (nell’ordine delle migliaia).

Tanto che l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo (OSDH/SOHR) ha già documentato almeno 1093 casi di civili assassinati nel corso di una quarantina di attacchi.

Come ha sottolineato in conferenza stampa il porta-voce di HCDH a Ginevra Thameen Al-Khaita, in diverse occasioni sono state sterminate “intere famiglie, bambini e persone estranee ai combattimenti, colpendo soprattutto i villaggi a maggioranza alawita”.

E spesso si trattava di “esecuzioni sommarie perpetrate su base settaria”. Inoltre molte persone, stando alle testimonianze raccolte, sono state abbattute davanti ai familiari.

L’Alto Commissariato ha poi denunciato anche i saccheggi successivi alle stragi. Mettendo in guardia dai messaggi di odio diffusi in rete e dalla sistematica opera di disinformazione che – entrambi – contribuiscono ad alimentare le tensioni minando la coesione sociale siriana.

Intravedendo (forse troppo ottimisticamente) una soluzione, un superamento nella rapida integrazione delle milizie nell’esercito siriano. Ovviamente un richiamo severo andrebbe rivolto anche alla Turchia che continua a colpire indiscriminatamente la popolazione del Rojava. Nella notte tra il 16 e il 17 marzo un drone turco ha ucciso nove persone: padre, madre (Osman Barkal Abdo e Ghazala Osman Abdo) e sette dei loro figli (Ahin, Dijla, Delovan, Yasser, Aziza, Saleha e Avesta Osman Abdo).

Altri due bambini (Ronaida e Narin Osman Abdo) sono rimasti gravemente feriti.

Gli attacchi erano rivolti contro i villaggi curdi di Qomji e di Barkh Butan a sud di Kobane.

Del resto, nonostante l’importante appello di Abdullah Öcalan alla “pace per una società democratica” e il gran parlare di una possibile “soluzione politica” della questione curda, Ankara non demorde nemmeno “in casa”. Soprattutto – come è ovvio – nei confronti dei prigionieri curdi.

Come confermano le recenti rivelazioni in materia di violazione dei diritti umani nella prigione di Silivri n° 5 di Istanbul. Stando alle testimonianze rese dai detenuti stessi (tramite i loro avvocati) all’Agenzia di Mesopotamia (MA) sarebbero oggetto di “attacchi diretti (specialità questa del Team Ready Force – Forza di intervento rapida nda), insulti, intimidazioni, violazioni e pressioni da parte degli agenti penitenziari”. Tra continue perquisizioni nelle celle operate da gruppi numerosi di agenti (da 30 a 40) e confische di tutto ciò che arbitrariamente viene classificato come “di uso non previsto”. Stando a quanto dichiarano i prigionieri, molti interrogatori verrebbero falsificati e i detenuti sottoposti a inchieste disciplinari per impedir loro di esercitare il diritto alla difesa. Allo scopo evidentemente di tenerli in cella anche in mancanza di prove (in qualità di ostaggi?).

Gianni Sartori