#Turkey #Proteste – RISCHIO DI DEGENERAZIONE DELLE MANIFESTAZIONI IN CHIAVE ANTI-CURDA – di Gianni Sartori

Inquietanti tentativi di fuorviare le manifestazioni in Turchia spingendole in una direzione anti-curda. Mentre restano in carcere decine di prigionieri curdi che hanno scontato l’intera pena.

Sinceramente – ne avevo anche accennato – non ero rimasto del tutto convinto della natura “intrinsecamente democratica” delle proteste in Turchia per il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu.

Pur pensando “meglio tardi che mai”, avevo ricordato la sostanziale indifferenza (se non partecipazione) con cui l’opinione pubblica turca (CHP compreso) aveva accolto gli arresti di decine di sindaci ed eletti curdi.

Così come non dimenticavo che quando si tratta della questione curda – sotto, sotto – non ci sono grandi differenze tra i laici kemalisti (presunti socialdemocratici) del CHP (Cumhuriyet Halk Partisi) e i conservatori islamisti di AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, il partito di Erdogan).

Per cui verrebbe la tentazione di sbottare con “l’avevo detto, c’era da aspettarselo”.

Comunque sia, pare che le ultime manifestazioni antigovernative siano, almeno in parte, degenerate in proteste anti-curde (in base allo sperimentato metodo del capro espiatorio). Brutalmente espliciti gli striscioni inalberati da alcuni manifestanti (infiltrati…?) che contemporaneamente facevano il simbolo dei Lupi Grigi (come confermano numerosi video).

Tra le scritte più inquietanti “Imrali basilsin Apo piçi asılsın” spronando in sostanza ad assaltare il carcere di Imrali per impiccare Ocalan (“Apo”).

Oppure le corde a cui era appesa la fotografia di Cheikh Said (Şêx Seîd), a capo della rivolta che porta il suo nome. Ricordando che venne appunto impiccato a Diyarbakır (Amed), con una cinquantina di seguaci nel 1925.

Da segnalare che ai militanti di CHP (anche se vorrei dare per scontata la buona fede democratica dei più giovani, eredi in fondo della lotta di Gezi Parkı e piazza Taksim), non certo teneri con i curdi, si sono presto aggiunti quelli del Partito Zafer (Partito della Vittoria, ultranazionalista e xenofobo) il cui leader, Umit Özdag, è in carcere da qualche mese.

Da manuale il modo in cui i Lupi Grigi e le altre organizzazioni fascistoidi turche (islamisti o seguaci del turanismo panturchista che siano) tentano di scaricare sui curdi la responsabilità dell’attuale situazione.

L’ideologia dei Lupi Grigi del Movimento Ülkü Ocaklari si basa sull’esaltazione della “razza”, della lingua, della cultura e della nazione turca. Tutti gli altri popoli (curdi, armeni, greci, ebrei…) costituiscono un potenziale pericolo, una fonte di divisione. Da combattere in quanto “nemici interni”.

“Pericolosi” anche dopo 30 anni di galera, a quanto sembra.

E’ di questi giorni la notizia che per altri 33 prigionieri politici curdi (o dovremmo definirli semplicemente: ostaggi?) le porte della prigione (nel caso specifico quella di Bolu) non si vogliono aprire nonostante abbiano scontato la pena (magari con un piccolo sovrappiù). Senza dimenticare che sono decine di migliaia i prigionieri politici dietro le sbarre, molti anche senza accuse specifiche o dopo aver espiato la condanna (una sorta di detenzione amministrativa). La decisione presa dal Consiglio di amministrazione e sorveglianza penitenziarie appare del tutto infondata in quanto fa uso di pretesti incoerenti, surreali.

Come “aver fatto cattivo uso dell’acqua”; “non aver voluto incontrare l’iman”; “aver letto pochi libri della biblioteca”….

Gianni Sartori

#Africa #Saharawi – SAHARA OCCIDENTALE IN AGITAZIONE – di Gianni Sartori

Mentre si allunga la lista degli Stati che riconoscono l’annessione del Sahara Occidentale da parte di Rabat, il Fronte Polisario riprende le ostilità.

Verso al fine dell’anno scorso veniva rinnovata per un altro anno (scadenza prevista il 31 ottobre 2025) dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la MINURSO (missione dei caschi blu nel Sahara Occidentale).

Nel frattempo – il 30 settembre con una lettera inviata al re Mohammed VI e poi in ottobre con la visita ufficiale in Marocco – anche Emmanuel Macron aveva aderito al piano di autonomia proposto da Rabat (quello risalente al 2007).

Definitiva pietra tombale, qualora venisse realizzato, per le legittime aspirazioni dei Saharawi all’indipendenza.

Anche perché del tanto strombazzato (all’epoca) referendum per l’autodeterminazione, stabilito dall’ONU ancora nel 1991, ormai si è persa ogni traccia.

Risalivano ugualmente all’ottobre 2024 le proposte dell’inviato del segretario generale dell’Onu (l’italo-svedese Staffan de Mistura) che contemplavano due possibilità. Quella assai improbabile di una spartizione del Sahara Occidentale in base all’accordo del 1975 tra Marocco e Mauritania (all’epoca Nouakchott rivendicava ugualmente la ex colonia spagnola, ma poi si era fatta da parte). Oppure il solito piano di autonomia del 2007 avanzato dal Marocco (a cui de Mistura chiedeva di precisare in dettaglio). Incontrando però il rifiuto sia del Marocco che del Polisario. Successivamente (febbraio 2025) c’era stata la visita, definita “storica”, della ministra francese Rachida Dati (di origine marocchina) a Laayoune e Dakhla per l’inaugurazione di un’antenna dell’Alleanza Francese e di un centro culturale francese di formazione cinematografica.

In un territorio che il Marocco considera come “proprio”, mentre viene classificato come “non autonomo” dall’ONU.

Con dichiarazioni (“la presenza della Francia qui dimostra che il presente e il futuro di questa regione si inscrivono nella sovranità marocchina”) che non lasciavano dubbi sulla reale posizione di Parigi, perfettamente allineata con Rabat. In sostanza una “consolidazione del fatto compiuto marocchino” (come aveva commentato Algeri).

Ma nonostante ormai il Sahara occidentale sia per l’80% sotto il controllo marocchino, il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, non pare intenzionato ad arrendersi.

All’inizio del mese in corso le unità dell’esercito di Liberazione popolare saharawi (ALPS) hanno attaccato l’esercito marocchino (definito “di occupazione”) nella regione di Arthrithyat (nel settore di El Guelta) infliggendo – pare – serie perdite sia materiali che umane.

Come in altre circostanza, tale bombardamento avrebbe alimentato la demoralizzazione già diffusa tra le truppe di Rabat. Innescando inoltre una virulenta campagna di stampa per inserire il Polisario nella “lista nera” degli Stati Uniti come organizzazione terrorista.

Stati Uniti che – sotto la presidenza di Donald Trump – avevano già riconosciuto l’annessione del Sahara Occidentale da parte di Rabat.

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – TURCHIA: REPRESSIONE CONTRO L’OPPOSIZIONE E GLI ECOLOGISTI (MENTRE MOSCA ESTRADA UN MILITANTE CURDO) – di Gianni Sartori

Meglio tardi che mai. Stavolta anche la stampa abitualmente “comprensiva” – se non addirittura allineata – con le politiche di Erdogan (affari, armamenti, politica estera…) sembra essersi accorta che in Turchia non tutto funziona democraticamente. L’estromissione e l’arresto del sindaco di Istanbul (insieme a una cinquantina di coimputati) ha strappato il velo pietoso. Ma dopo che decine di sindaci, esponenti politici, giornalisti, avvocati – in genere curdi – erano già stata colpiti dalla repressione nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale.

Nonostante i divieti anche il 24 marzo, per il sesto giorno consecutivo, le manifestazioni di protesta hanno invaso le strade di Istanbul, Izmir e Ankara. A Istanbul un folto corteo, costituito da migliaia di studenti, si è diretto verso il quartiere di Besiktas (sul Bosforo, considerato una “roccaforte” dell’opposizione) accolto dagli applausi e dal sostegno degli abitanti bloccando poi il ponte di Galata. Dall’inizio delle manifestazioni sono state arrestate – ufficialmente – oltre mille persone. 43 nella giornata di lunedì 24 marzo. All’alba erano stati arrestati in casa loro una decina di giornalisti. Circa centoventi i poliziotti rimasti feriti negli scontri, mentre il numero dei manifestanti (dato che ovviamente evitano se possibile di ricorrere alle cure ospedaliere) rimane incerto.

Tra gli episodi minori, passati sotto silenzio-stampa (ma sempre in tema di repressione turca) va riportato che contemporaneamente, il 24 marzo, un militante curdo, Nasır Yağız, veniva estradato dalla Russia verso la Turchia. Dove veniva prontamente arrestato – ancora all’aeroporto – e portato al palazzo di giustizia di Gaziosmanpaşa. Per l’udienza del 25 marzo (in videoconferenza) nel tribunale di Batman, sua città natale.

Nel 2018, per sfuggire all’ennesimo arresto, il trentaduenne curdo si era rifugiato in Bashur (Kurdistan del Sud, Iraq) con il ruolo di rappresentante di HDP (Partito Democratico dei Popoli, predecessore del Partito DEM) a Erbil (Hewlêr).

Nel 2016 Nasır Yağız era stato arrestato una prima volta per il suo impegno politico. Successivamente almeno altre cinque volte, un’autentica persecuzione. In qualche occasione sottoposto a maltrattamenti e torture. Rappresentante di HDP a Hewlêr, era stato molto attivo anche nell’Associazione dei lavoratori di Mesopotamia (KKM).

Nel 2018 partecipava allo sciopero della fame di circa 170 giorni contro l’isolamento imposto al leader curdo Abdullah Öcalan.

Nel settembre 2021 aveva respinto i tentativi dei servizi segreti turchi (MIT) di reclutarlo e denunciato pubblicamente tale tentativo. Va ricordato che in quello stesso periodo almeno una decina di militanti e di esponenti politici curdi erano stati assassinati nel Kurdistan del Nord. In una serie di operazioni di “guerra sporca” a cui presumibilmente non erano estranei i servizi segreti turchi. Infine, nel 2024 (insieme ad altri esponenti di HDP) veniva allontanato da Hewlêr (con la forza e senza dare spiegazioni) per mano delle forze di sicurezza del PDK. E quindi trasferito insieme ad altri militanti (Hikmet Hatip, Aydın Yalvaç e Sıtkı Vakar) a Souleimaniye, area sotto il controllo dell’Unione Patriottica del Kurdistán (meno ostile ai fratelli curdi rifugiati in Iraq).

Nasır Yağız era giunto a Mosca per chiedere asilo politico. Ma la sua richiesta non veniva nemmeno esaminata. Dopo quattro giorni trascorsi in una cella russa (dove sarebbe stato maltrattato, privato di acqua cibo) i russi lo hanno estradato in aperta violazione del diritto internazionale.

Intanto, il 25 marzo, i soldati turchi (come mostrano chiaramente le immagini riprese con i telefoni) hanno aperto il fuoco contro una manifestazione in difesa dell’ambiente naturale nella provincia curda di Diyarbakır (Amed).

Gli abitanti del villaggio di Husikan (nel distretto di Çınar – Xana Axpar – della regione di Girgever) protestavano per l’apertura di una cava di sabbia nel letto di un torrente.

Operazione che implicava anche l’abbattimento di molti alberi. Stando all’agenzia Mezopotamya Ajansı, un gran numero di ambientalisti starebbero convergendo sul luogo per altre iniziative di protesta.

Gianni Sartori

#Asia #Popoli – UNA TRENTINA DI NAXALITI UCCISI NEL CHHATTISGARH – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ PTI

Ovviamente non è dato di sapere se Narendra Modi riuscirà a compiere quanto ha promesso: estirpare definitivamente la guerriglia dei maoisti (naxaliti, dal nome del villaggio dove la loro lotta ebbe inizio alla fine degli anni sessanta) entro il 2026.

Al momento si possono solo valutare le cifre. Stando a quelle ufficiali (agenzia Press Trust of India), l’anno scorso le operazioni di esercito e paramilitari (con decine di migliaia di persone sul campo) hanno lasciato sul terreno almeno 287 combattenti maoisti (veri o presunti). La maggior parte nel Chhattisgarh. Dall’inizio di quest’anno altri ottanta.

Sempre ufficiosamente, ormai il “corridoio rosso” sarebbe circoscritto a soltanto 45 distretti (contro i 96 del 2020).

Nel contempo il governo ha investito milioni di dollari in infrastrutture e progetti di sviluppo. Anche se non è detto che a trarne vantaggio siano i contadini poveri e le popolazioni autoctone (adivasi). Non si può certo escludere che in definitiva si venga così ad alimentare la disgregazione delle comunità favorendo un maggior controllo statale sulle stesse.

Da parte dei maoisti invece si richiede che i diseredati, gli autoctoni…possano usufruire direttamente delle risorse naturali nella terra dove vivono.

Nel frattempo lo stillicidio continua. Secondo il ministro indiano Amit Shah, sarebbero almeno 22 (ma in un comunicato i maoisti parlavano di 26) i naxaliti uccisi giovedì 20 marzo nello Stato del Chhattisgarh (distretto di Bijapur, parte centrale dell’India) nel corso di due distinti scontri armati.

L’operazione contro i guerriglieri era condotta da membri del BSF (Forze di Sicurezza delle Frontiere) e della Guardia di riserva del distretto (DRG).

Nelle stesse circostanze è rimasto ucciso anche un paramilitare, membro della DRG.

Sempre stando al comunicato dei maoisti, i guerriglieri si erano riuniti nelle foreste del distretto di Bijapur (in vista di una “campagna tattica di controffensiva”) quando sarebbero caduti in un’imboscata.

Altri quattro guerriglieri (in questo caso le cifre coincidono) venivano abbattuti in un altro scontro sempre nella giornata di giovedì 20 marzo.

Per cui complessivamente i maoisti morti sarebbero una trentina.

Gianni Sartori

#Oceania #Popoli – QUESTIONI RELIGIOSE E IDENTITARIE IN PAPUA NUOVA GUINEA – di Gianni Sartori

Sarà che rimane una delle ultime realtà in cui è ancora possibile “convertire dei pagani”, ma la presenza cristiana in Papua Nuova Guinea si fa sicuramente sentire. Invadente, nel bene e nel male.

Cominciamo dal bene (almeno presunto).

Nel mese di marzo a Sabana si è svolta la “Giornata internazionale della donna 2025″ (sul tema: “Donne e ragazze: diritti, uguaglianza ed emancipazione”) che ha riunito una cinquantina di persone presso la parrocchia di Maria Ausiliatrice. Tra le questioni affrontate, “La violenza di genere” con la sessione condotta da Lucy Lavu, coordinatrice della vita familiare dell’arcidiocesi di Port Moresby. Intervenendo sulla questione, alcuni presenti hanno voluto suggerire analogie e distinzione tra “violenza di genere e violenza domestica, uguaglianza ed equità e i diversi abusi che si verificano nella società”. Nelle prossime settimane sono previste altre conferenze sull’empowerment giovanile. Iniziative encomiabili se pensiamo che molte società tradizionali – a causa della colonizzazione- hanno subito una significativa disgregazione (pensiamo alla situazione degli Indiani d’America nelle riserve, allo sradicamento degli aborigeni australiani…) con l’incremento di aggressioni, stupri, alcolismo, rottura di vincoli familiari e tribali.

Passiamo alle brutte notizie.

Recentemente, in marzo, il parlamento della Papua Nuova Guinea, con un emendamento costituzionale (80 voti favorevoli e quattro contrari), ha letteralmente trasformato di punto in bianco il Paese in uno Stato confessionale. Una radicale revisione del nome in “Stato indipendente e cristiano di Papua Nuova Guinea”. Azzerandone diversità e tradizioni ancestrali.

Va riconosciuto alla Chiesa cattolica – trovandosi forse in condizione di inferiorità di fronte a evangelici e pentecostali (ben foraggiati sappiamo da chi) – di essersi opposta da tempo a tale prospettiva. Ritenendo che si tratti anche di un’operazione di distrazione di massa dai problemi reali della nazione insulare.

Un segnale della diffusa crisi – direi esistenziale – in cui versa attualmente il Paese, alla ricerca di una rinnovata identità nazionale.

Gli emendamenti costituzionali venivano sostenuti a spada tratta soprattutto dal primo ministro (James Marape) molto religioso – a quanto si dice – e legato alla Chiesa cristiana avventista del settimo giorno. Nel suo sogno (delirio?) mistico dovrebbero aprire la strada per fare della Papua Nuova Guinea la “nazione nera cristiana più ricca del pianeta entro dieci anni”.

Pensando alle risorse minerarie e naturali del paese (già ampiamente saccheggiate dalle multinazionali) viene da preoccuparsi seriamente. A chi intenderà svendere l’isola?

A proposito, vi ricordate di Bouganville? (https://centrostudidialogo.com/2024/12/12/bouganville-opinioni-mon-dieu-non-ci-sono-piu-gli-indipendentisti-di-una-volta-di-gianni-sartori/). *

Del resto il premier Marape, così rapido e pronto nel sostenere gli emendamenti costituzionali cristiani, va mostrandosi assai tiepido, incerto sulla questione dell’indipendenza della regione autonoma di Bouganville. La quale ha già fissato una precisa scadenza (il 1° settembre 2027) dopo il referendum del 2019 con il 97,7% della popolazione a favore.

Forse andrebbero maggiormente considerate le varie componenti culturali presenti nel paese. Maturate in diverse – talora antitetiche – esperienze storiche. Innanzitutto quella originaria, ancestrale (risalente ad almeno 40mila anni fa) dei villaggi e delle valli interne (quella che ora rischia di subire il colpo di grazia dal turismo “etnico”) .

Su questo substrato si è sovrapposta la colonizzazione ottocentesca e novecentesca con l’opera di acculturazione (spacciata per “istruzione”) e di “evangelizzazione” (colonizzazione religiosa).

Per giungere ai nostri giorni con la confusione indotta dalla modernità (mobilità, telecomunicazione rapida, consumismo…), foriera di ulteriore frantumazione collettiva e individuale.

Da segnalare tra gli eventi più recenti anche le reazioni sfavorevoli al fatto che il 13 marzo 2025, per la prima volta dall’indipendenza, una parlamentare donna (Francisca Semoso originaria di North Bougainville) avesse presieduto la seduta in qualità di presidente della Camera. In questo caso, forse, le reazioni ostili derivavano da una ancora diffusa mentalità patriarcale e maschilista a cui risulta inconcepibile il fatto che una donna possa primeggiare su “capi” e leader. Non per niente la Camera dei rappresentanti mantiene la forma dell’Haus Tambaran del popolo Sepik, dove solo i maschi già iniziati potevano accedere durante le cerimonie.

E comunque con quello che viene definito “disegno di legge cristiano” si è ancora ben lontani dal risolvere il problema dell’identità del Paese.

Non saranno certo le autorità religiose protestanti (evangelici, pentecostali…) a sostituire degnamente il ruolo che in passato veniva attribuito a sciamani e capi tribali. Vale tanto per i protestanti convenzionali (bisognosi di riconoscimento e di finanziamenti da parte delle autorità governative) che per i pentecostali dediti talvolta a improbabili e anacronistiche rivisitazioni del “culto del cargo”. E ovviamente in una certa misura anche per i parroci cattolici (più discreti comunque, va riconosciuto).

Tantomeno, a mio avviso, gli auspici di ulteriori “investimenti e infrastrutture in una terra difficile da elettrificare e modernizzare” (e grazie a Dio, vien da dire visto che siamo in tema).

Ma forse oggigiorno un pericolo ancor peggiore (in materia di colonizzazione culturale, mercificazione…) è quello rappresentato dai tour operator.

In un mondo ormai completamente reificato, plastificato, spettacolarizzato e mercificato (reso uniforme e omologato) si vuole spremere, sfruttare (e in sostanza alterare, snaturare irreparabilmente) anche le ultime realtà in parte autentiche, originarie.

E allora via con l’esplorazione addomesticata delle “complicate diversità culturali e naturali” di questa “gemma nascosta dell’Oceania”.

O con la partecipazione al “Mount Hagen Cultural Festival”. Con “canti e nelle danze tipiche” compresi nel prezzo (volendo, in aggiunta, anche una visita alle “Mummie di Aseki”. O con i trekking per “immergersi nella ricca cultura papuana”. Con percorsi a piedi e canoa “a stretto contatto con la popolazione indigena”.

Popolazione che – lo darei per scontato – ne uscirà devastata socialmente e culturalmente.

Ci torneremo, forse.

Gianni Sartori

*Nota 1: Colonialismo cinese contro gli aborigeni – All’epoca ne aveva parlato solo qualche esponente dell’ecologia radicale (v. gli articoli su “Terra selvaggia”), ma la ribellione degli abitanti dell’isola di Bougainville negli anni novanta era costata circa 15mila morti.

Dai primi sabotaggi contro la realizzazione di una devastante miniera di rame a cielo aperto, proprietà di una società anglo-australiana, gli indigeni erano passati alla guerriglia secessionista contro Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea. Su richiesta del governo, le truppe mercenarie di una società privata inglese avrebbero dovuto “bonificare” le foreste dove si nascondevano i ribelli. Fortunatamente, pochi giorni prima dalla spedizione, la società venne incriminata per aver organizzato un golpe in uno stato africano. I mercenari restarono in Gran Bretagna e la miniera da allora è rimasta chiusa.

Ma un altro colonialismo è da tempo sbarcato in Melanesia per aprire miniere (di nichel e cobalto) e distruggere foreste, minacciando i diritti e la cultura tradizionale degli indigeni. Sulla costa nord orientale di Papua Nuova Guinea è in costruzione una raffineria della Ramu NiCo per la lavorazione del nichel. Il contratto per l’estrazione del minerale era stato siglato nel 2004 dal primo ministro papuano Michael Somare a Pechino. Nel 2007 la società, controllata dal China Metallurgical Group, ha inviato squadre di operai cinesi nella foresta per costruire strade, impianti di lavorazione, uffici e dormitori per i lavoratori.

Gli abitanti dell’area, una delle regioni più arretrate ma anche più integre della Papua Nuova Guinea, si sono immediatamente ribellati armati di fionde e di machete. I pochi autoctoni assunti per lavorare nella miniera parlano di condizioni indegne di sfruttamento, mentre alcune organizzazioni locali per la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità indigene hanno denunciato il sistematico “saccheggio delle nostre risorse naturali da parte dei cinesi”. L’australiano Mineral Policy Institute ha definito “totalmente infondati” i rassicuranti dati forniti dall’azienda mineraria in merito all’inquinamento da scorie nelle acque della baia di Basamuk.

Nel luglio 2009 la miniera è stata chiusa, anche se solo provvisoriamente, per ragioni di sicurezza.

La presenza delle State companies cinesi in Papua Nuova Guinea rientra nel grande rilancio di investimenti globali che Pechino sta effettuando in Asia, Africa e America latina. Una presenza gradita a molti governi anche perché non implica particolari richieste nel rispetto dei diritti umani, sindacali e ambientali. Come aveva documentato Parag Khanna (“I tre Imperi – Nuovi equilibri globali nel XXI secolo”) in Cina la conversione di terre arabili in spazi edificabili destinati all’industria ha impresso una forte “spinta verso l’outsourcing agricolo e verso la produzione agricola offshore”. Come in Indonesia e nelle Filippine che stanno diventando una grande “risaia cinese”. Il “secondo anello della strategia di reperimento di risorse” è rappresentato dall’Oceania, in particolare dalla Melanesia, tradizionalmente legata all’Australia.

Nella Papua Nuova Guinea la penetrazione cinese ha causato una drastica accelerazione della deforestazione.

Mantenendo i ritmi di saccheggio attuali la foresta vergine dovrebbe essere completamente scomparsa entro il 2030. In cambio delle risorse naturali (minerali, legname, terreni agricoli…) il governo cinese fornisce finanziamenti per strade, ferrovie, stadi e palazzi governativi. Gran parte delle infrastrutture vengono però realizzate con mano d’opera cinese. Al seguito degli operai arrivano anche le loro famiglie che aprono bar e negozi di merci cinesi a basso costo mandando in crisi l’economia locale. Una possibile spiegazione per le recenti rivolte anticinesi scoppiate sia in Asia che in Africa e in Oceania (dal Lesotho alle isole Salomone, Tonga, India e Zambia).

Da “A”, rivista anarchica n. 354, giugno 2010 – “Cronache dei popoli-spazzatura” (di Gianni Sartori)