#Yazidi #Schengal – ANCORA ATTACCHI CONTRO I CURDI YAZIDI DI SHENGAL – di Gianni Sartori

La storia è nota, ma forse non abbastanza. Rinfreschiamo per gli smemorati.
 
Risale al 2014 uno dei momenti peggiori per la comunità dei curdi yazidi di Shengal (Iraq del Nord).
 
In agosto qui venivano massacrati dai tagliagole di Daesh oltre cinquemila uomini e rapiti almeno seimila e settecento tra donne e bambini. Le donne come sabaya, schiave sessuali – non si conta il numero di quelle che si sono suicidate – i bambini per essere addestrati a combattere (anche contro i loro stessi fratelli).
 
Crimini consentiti – in base ai demenziali parametri jihadisti – in quanto si trattava di “miscredenti”.
 
Senza dimenticare i circa tremila desaparecidos, le migliaia di sfollatie le innumerevoli fosse comuni ancora da riaprire (un’ottantina quelle già individuate).
 
Nella sovrana indifferenza dell’Occidente in generale e dell’Europa in particolare. Si contano infatti sulle dita di una mano le persone finora condannate – e comunque a pene di modesta entità – per aver preso parte a rapimenti, torture, stupri, uccisioni, riduzione in schiavitù. Un autentico genocidio come hanno riconosciuto e stabilito le Nazioni Unite le cui squadre investigative avrebbero individuato circa 470 nominativi di esponenti del Califfato che a Shengal si sono macchiati di crimini contro l’umanità (senza peraltro, almeno finora, averne processato e condannato la stragrande maggioranza). 
 
L’ultima condanna è stata emessa in luglio, ad Amburgo, contro una donna qui rimpatriata e già condannata l’anno scorso insieme al marito, esponente di Daesh. Solo quattro anni per favoreggiamento nell’assassinio di due donne yazide (in precedenza acquistate al mercato degli schiavi).
 
Ma la “soluzione finale” che non era riuscita a Daesh potrebbe venir completata da Ankara.
 
Il 16 agosto altri due yazidi, membri delle YBS (Unità di resistenza di Shengal), hanno perso la vita per un bombardamento dell’aviazione turca con l’utilizzo anche di droni. Il giorno successivo, il 17 agosto, le bombe turche sono state sganciate perfino su un ospedale di Sikeniye (sempre nella regione di Shengal). In entrambi gli episodi numerosi civili sono rimasti feriti. Tra quelli colpiti il 16 agosto: Qasim Simo, Şamir Abbas Berces et Mirza Ali.
 
Numerosi altri (di cui al momento non si conoscono i nomi) il giorno 17. Soprattutto con il secondo attacco all’ospedale, tra coloro che si erano precipitati per estrarre le vittime dalle macerie del primo bombardamento. I due yazidi uccisi sono il comandante Sheid Hesen e il combattente Isa Xwededa. Ai funerali dei due caduti – rispettivamente nei cimiteri Sheid Dilges e Sheid Berxwedan – hanno presenziato migliaia di persone che hanno così voluto esprimere la loro condanna per le continue aggressioni contro la regione autonoma curda di Shengal.
 
 
 
Gianni Sartori

#Turkey #Repression – ALTRE CARCERI IN TURCHIA – di Gianni Sartori

Sarebbero almeno 131 (almeno quelle certificate) le nuove prigioni costruite negli ultimi cinque anni in Turchia. Dopo quello che ormai convenzionalmente viene definito un “colpo di stato abortito” (15 luglio 2016). Anzi, proprio grazie a quel colpo di Stato (vero o presunto), visto e considerato che la proclamazione dello “stato di emergenza” ha consentito al governo di adottare poteri straordinari per accelerare, sia a livello burocratico che finanziario, l’apertura dei cantieri. Sia con un decreto con cui veniva abrogato l’obbligo di riportare tali opere nel budget annuale statale, sia ampliando le aree edificabili.

Quasi altrettante prigioni sarebbero in programma, per un costo totale previsto di più di un miliardo di euro.

In particolare sta per essere inaugurato un mega carcere – in grado di contenere oltre 15mila detenuti – a Bursa, nel nord del Paese.

Dal 2016 il ritmo di fabbricazione di nuove prigioni è più che raddoppiato rispetto a quello, già sostenuto, dei quattro anni precedenti. Inoltre sono stata ampliate – raddoppiate di volume – buona parte delle prigioni pre-esistenti. Se tradizionalmente le prigioni turche consistevano per lo più di due piani, ora quasi tutte ne hanno almeno tre. Del resto nel medesimo periodo anche la popolazione carceraria è venuta parallelamente ad aumentare, quasi raddoppiare. Stando alle stime ufficiali del ministero preposto, da 180mila a 300mila. Nonostante il covid19 avesse suggerito di sfoltire le celle con un paio di amnistie. Si parla di quasi 200mila detenuti rimessi in libertà, compresi mafiosi e stupratori. Ma non, ovviamente, prigionieri politici di sinistra in generale e quelli curdi in particolare (nemmeno quelli gravemente malati).

 

Gianni Sartori