#Kurds #Rojava – I CURDI PROTESTANO A KOBANE DAVANTI A UNA BASE MILITARE RUSSA – di Gianni Sartori

Con una parte dei territori del nord est siriano occupati dall’esercito di Ankara e dalle bande di ascari mercenari di Erdogan, il regime di Damasco non trova di meglio da fare che protestare (con una animosità fuori luogo e degna di miglior causa) per l’apertura di un ufficio dell’Amministrazione autonoma della Siria nord-orientale a Ginevra.

Per le autorità svizzere si tratterebbe non di una vera e propria rappresentanza diplomatica, ma soltanto di una associazione perfettamente compatibile con il codice svizzero (peraltro piuttosto restrittivo in materia). 

Invece per Damasco siamo di fronte – nientemeno – che “a una violazione degli obblighi dell’Unione europea ai sensi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni unite”. Ossia di una violazione del principio di non ingerenza che metterebbe in pericolo l’indipendenza e l’integrità della Siria (niente male per un Paese occupato da eserciti stranieri e milizie mercenarie jihadiste).

E – come al solito – Damasco ha trovato l’immediata disponibilità dei nostrani rosso-bruni – dichiarati e non – a far da cassa di risonanza per le dichiarazioni del regime. Cogliendo l’occasione per vomitare i soliti improperi razzisti contro i curdi accusandoli addirittura di “affamare il popolo siriano” (ma si può?).

Non dimentichiamo che in questa regione la Turchia si rende responsabile – quotidianamente – di violazioni dei diritti umani ammazzando civili e operando una vera e propria sostituzione etnica (presumibilmente tollerata, se non addirittura gradita, anche a Damasco).

Consentendo inoltre ai suoi mercenari di saccheggiare, rapire e stuprare impunemente. Sotto lo sguardo indifferente del regime siriano e dei suoi sponsor russi.

Contro questa politica – di fatto complice del genocidio in atto -i curdi del Rojava hanno protestato in centinaia a Kobane davanti al una base militare russa chiedendo a Mosca di intervenire per porre termine alle ricorrenti aggressioni contro la popolazione.

Assolvendo cioè al compito di garante del cessate-il-fuoco stabilito dagli accordi del 2019 (rispettati dai curdi, ma sistematicamente violati dalla Turchia).

Altrimenti – hanno scandito i manifestanti -se i russi intendono mantenere tale posizione di inattività, se ne possono anche andare. Visto e considerato che la loro presenza risulta perfettamente inutile.

La manifestazione era stata organizzata dalle donne di Kongreya Star nella regione dell’Eufrate. Eyse Efendi, esponente del Consiglio delle famiglie dei martiri della regione dell’Eufrate e madre di un giovane curdo – Serwan Muslin – ucciso dall’esercito turco, ha ricordato che questa non la prima volta che vengono a chiedere la sospensione degli attacchi turchi. Purtroppo finora la Russia si è mostrata del tutto inadempiente nei confronti degli impegni di proteggere la popolazione.

Una delegazione ha presentato le proprie richieste ai rappresentanti russi e – stando a quanto ha dichiarato un esponente del PYD – questi avrebbero promesso di intervenire per porre termine alle aggressioni turche contro i civili.

Assicurazioni però che erano già state date anche in precedenza, ma senza risultati concreti.

 

Gianni Sartori

#Ireland #Memory – COMMEMORAZIONI IRLANDESI TRA MEMORIA E NOSTALGIA – di Gianni Sartori

Metto le mani avanti. Manco da troppo tempo dall’Irlanda (e da Derry in particolare) per poter attribuire queste mie considerazioni a qualcosa di più della nostalgia e dell’intuizione.

Come per Euskal herria (anche se ci sono ritornato qualche volta pure in questo XXI secolo, ma sempre più da “turista” e sempre meno da osservatore impegnato e testimone) la maggior parte dei miei ricordi irlandesi (l’imprinting) risalgono al secolo scorso, in un contesto profondamente diverso.

Sicuramente sconto l’anagrafe, oltre al fatto di aver dovuto toccare quasi con mano anche aspetti oscuri della lotta di liberazione. Per dirne un paio, la questione dei possibili accordi – mancati – con Londra che avrebbero potuto salvare la vita di almeno sei dei prigionieri in sciopero della fame nel 1981 e il caso di Jean McConville (vedi “Seppellite il mio cuore a Milltown”).

Tuttavia riemerge con forza un senso profondo di commozione ogni qual volta sento il nome o vedo l’immagine appunto di quei dieci militanti di IRA e INLA “morti affinché altri fossero liberi”. Nonostante tutte le contraddizioni, gli errori e – talvolta almeno – qualche cedimento o voltafaccia.

Per cui non mi poteva lasciare indifferente il video degli onori militari tributati a Mickey Devine a quarant’anni dalla morte (20 agosto 1981) davanti al grande murale che lo ricorda in quel di Derry.

Così come in maggio era stato reso onore a Patsy O’Hara.

Oltre ai ricordi personali (la visita alle loro tombe nei primi anni ottanta, qui accompagnato dall’amico Tony Gillespie) e gli incontri con i genitori di Patsy.

Ovviamente mi son ricordato anche di altri onori militari. Quelli resi alla madre, Peggy O’Hara, durante le sue esequie nel 2015.

Un episodio che doveva scatenare non solo le indignate proteste dei partiti unionisti (i “lealisti” protestanti), ma anche l’esplicito disaccordo di qualche esponente del Sinn Fein che vedeva in tale gesto un pericolo per il difficile e tortuoso percorso di convivenza scaturito dagli accordi del Venerdì Santo. In particolare lo aveva criticato Martin McGuinness che ai funerali di Peggy (nei cui confronti esprimeva sempre il massimo rispetto) aveva preso parte nonostante dall’area socialista rivoluzionaria-repubblicana (quella dell’INLA e dell’IRSP che considerava gli accordi un cedimento all’imperialismo inglese) venisse l’esplicito invito ad astenersi in quanto “persona non gradita” .

Malato da tempo, nel 2017 anche Mc Guinnes era deceduto. Oltre a Gerry Adams ai suoi funerali era presente Bill Clinton. Davanti alla bara di Mc Guinness, avvolta nel tricolore irlandese, l’ex presidente statunitense lo aveva pubblicamente onorato ricordandone il fondamentale contributo per la soluzione politica del conflitto.

Poi all’aperto, davanti a una folla immensa, il cantautore Christy Moore aveva eseguito la sua ballata “The Time Has Come” (scritta con Donal Lunny) dolcissima e tristissima.

Solo ora, quasi inconsapevolmente, mi sono ricordato che era dedicata a Patsy O’Hara il militante dell’INLA, figlio di Peggy e morto in sciopero della fame il 21 maggio 1981(la quarta vittima, per la precisione). E parlava dell’ultimo incontro tra Peggy e il figlio. Quando – come mi aveva raccontato lei stessa- Patsy le chiese di non consentire che venisse sottoposto all’alimentazione artificiale al momento del coma. Una scelta terribile come si può ben comprendere.

Non credo – potrei anche sbagliarmi ma non credo – che Christy Moore l’abbia eseguita per caso o senza essersi consultato con i familiari di McGuinness.

In fondo, pur avendo intrapreso strade talvolta divergenti (almeno apparentemente, ma forse complementari) erano tutti e tre figli di Derry, dei quartieri-ghetto cattolici (Bogside, Gobnoscale, Creggan..), avevano vissuto sulla propria pelle la repressione (la “Domenica di sangue”), il carcere e anche i tempi della rivolta di strada.

Niente di strano quindi che il leggendario cantautore irlandese abbia voluto in qualche modo riunificare e onorare il loro comune destino di irlandesi, la loro comune lotta per la libertà.

 

Gianni Sartori

#Kurds #Turkey – ANCORA SANGUE E LACRIME PER IL ROJAVA – di Gianni Sartori

Premessa. Qualche mese fa – ne avevo già parlato – un mio breve intervento sulla tragica fine di una giovane donna curda incinta (selvaggiamente picchiata da una banda di collaborazionisti era poi era deceduta al momento di partorire due gemelli) aveva scatenato la reazione di qualche sostenitore di Assad e della intangibile integrità dello Stato siriano.
 
Commenti – avevo anche scritto – che presumibilmente non provenivano da seguaci di Forza Nuova, Casa Pound o da qualche rosso-bruno dichiarato, ma – sempre presumibilmente – da esponenti di una soidisant “sinistra antimperialista” (quella che ammira i pasdaran iraniani per intenderci).
 
“Più realisti del re” in questa difesa d’ufficio dell’attuale regime siriano (oltre che geo-strategicamente schierati con Teheran, Pechino…magari anche Pyongyang).
 
Mi ricordano tanto quei compagni che ai miei tempi (fine sessanta e settanta del secolo scorso) sostenevano forsennatamente il regime soidisant “sovietico” (ma dopo il 1921 di autenticamente sovietico lì c’era rimasto ben poco) giustificando qualsiasi infamia, sia passata (Kronstadt 1921, maggio 37 a Barcellona, Ungheria ’56…) che recente (vedi Praga…). Sorvolo sul fatto che costoro (quasi tutti, forse senza quasi) col tempo si sono ricreduti (pentiti?) approdando, nel migliore dei casi, a una spompata socialdemocrazia o alla beneficenza.
 
Nell’articolo, sottolineo, non si affrontava minimamente la questione dell’autonomia – meno che mai dell’indipendenza – curda. Ma forse era bastato nominare il Rojava!
 
Non sia mai – erano insorti – questa è Siria (e basta!).
 
Non era e non è mia intenzione approfondire la questione “sovranità nazionale”. Per quanto mi riguarda, ripeto, più che una prerogativa degli Stati (comunque una costruzione artificiale) la considero organica ai diritti dei popoli, delle “Nazioni” (anche quelle “senza Stato” appunto).
 
Tra i commenti spiccava poi qualche esplicito invito al governo di Damasco per farla finita una volta per tutte con ‘sti curdi. In precedenza un “giovane ricercatore” molto prolifico in rete aveva messo nero su bianco che i curdi andavano puniti in quanto “traditori”.
 
Ma “traditori” de che? Della grande madre Siria che li aveva repressi e scacciati (vedi Ocalan) dove aver cercato di strumentalizzarli?
 
E senza mai scordare che se aspettavamo Assad, l’Isis faceva in tempo a radicarsi nell’intera Siria, non solo nel Nord-Est. Da dove, pagando un prezzo altissimo, l’hanno sloggiata i curdi delle YPG.
 
Intanto, a ricordarci che il Rojava esiste, resiste e rimane una spina nel fianco dei regimi – di tutti i regimi – dell’area, ci pensa il buon Erdogan. Evidentemente non gli basta massacrare i curdi yazidi. Vedi i recenti bombardamenti anche sugli ospedali a Shengal in Bashur (il Kurdistan entro i confini iracheni).
 
Anzi – come suggerivano alcuni osservatori – probabilmente anche gli attacchi in Bashur servono soprattutto a indebolire l’Amministrazione autonoma in Rojava.
 
Tra gli ultime vittime – il 17 agosto – una donna (Nede Dexam Mesix) e il suo figlioletto a nord di Tal Tamir (oltre a una quindicina di feriti, in maggioranza bambini) quando aerei turchi hanno attaccato il villaggio di Zargan (Abu Rassine) nel nord della Siria (dove, ricordo, è attiva una comune dell’Amministrazione autonoma).
 
Il giorno dopo – 18 agosto – invece si registrava l’ennesimo episodio di violenza contro le donne curde. Una ventenne, Dilyar Mohamed Othman, era stata rapita dai banditi islamici del Fronte Al-Cham (affiliati all’esercito di Ankara) nel villaggio di Berimje.
 
Pochi giorni prima,il 13 agosto, un’altra ragazza – Aiesha Mohamed Khaled – si era tolta l vita a Mahmoudiye per sfuggire a un’altra banda di rapitori jihadisti che in precedenza si erano resi responsabili di rapimenti e stupri.
 
Il 19 agosto quattro militanti delle YPJ (Yekineyen Parastina Jin – Unità di difesa delle donne), tra cui la comandante Sosin Birhat, venivano uccise da un drone turco che aveva colpito il centro di comunicazione del Comando militare di Til Temir e anche un ospedale nelle vicinanze. L’attacco aveva causato anche molti feriti, soprattutto tra i civili.
 
Il 21 agosto una vettura condotta da un civile veniva distrutta da un drone nel villaggio di Mezra (a sud-est di Kobane). Altre auto civili venivano contemporaneamente colpite a Qamishlo. Tutti atti intimidatori con lo scopo evidente di terrorizzare la popolazione per costringerla ad andarsene e così giustificare la sostituzione demografica – forzata – in corso.
 
Infatti nel medesimo giorno almeno una trentina di curdi (in maggioranza donne e bambini) erano scappati dal cantone di Afrin fino a Shehba per sfuggire alle bande islamiste mercenarie della Turchia.
 
Avevano spiegato che molti sfollati curdi vengono inviati in Turchia (e da qui presumibilmente verso l’Europa) per completare l’operazione di sostituzione etnica in atto.
 
Il 22 agosto trenta villaggi curdi, occupati dai turchi, nella regione di Til Temir (Nord della Siria) venivano evacuati in quanto posti ormai direttamente sulla linea del fronte (con l’ovvia conseguenza di un gran numero di vittime civili). Il copresidente del consiglio civile di Til Temir, Ciwan Mele Eyup, aveva dichiarato che “ormai da quasi due anni i villaggi del distretto sono sotto il fuoco costante dei mercenari jihadisti dello stato turco. Non passa giorno senza che la popolazione venga attaccata dalle granate. Abitazioni e campi vengono incendiati, molte persone hanno perso la vita e i feriti si contano a dozzine. Le forniture di acqua ed elettricità sono interrotte e un milione e mezzo di abitanti del cantone di Heseke si trovano sprovvisti di acqua potabile. Con le ovvie conseguenze: molti, soprattutto anziani e bambini, si sono ammalati”.
 
Infatti la stazione idrica di Alouk è stata colpita decine di volte così come il villaggio di Dildara e la comune di Zirgan.
 
Il tutto sotto lo sguardo indifferente (tacitamente complice) delle truppe siriane e russe che stazionano a Til Temir. Nonostante gli accordi di “cessate-il-fuoco” di cui Mosca si era resa garante. Accordi rispettati invece dalle SDF che si sono ritirate di circa 20 chilometri.
 
Sempre il 22 agosto – secondo l’agenzia ANHA – un giovane (Hamadi Ebd Hisein originario di Dashisha) è stato ucciso e un altro ferito (Mohamed Latif Azawi originario di Merghada) mentre tentavano di entrare in Turchia dal villaggio di Atshan nella regione curda di Darbassiye.
 
 
 
 
 
Gianni Sartori