#Kurds #Rojava – ANKARA E MOSCA SI ACCORDANO SULLA TESTA DEI CURDI? – di Gianni Sartori

Talvolta parlando della difficile situazione dei Curdi in Rojava si evoca il classico “vaso di coccio” sbattuto tra quelli di ferro (tra Usa e Russia, tra Ankara e Damasco…) e destinato quindi a frantumarsi.
Dimenticando che se c’è qualche speranza per l’intera area di fuoriuscire (oltre che dai conflitti settari, dall’autoritarismo patriarcale, dagli integralismi etc…) dallo stretto controllo esercitato sia dalla potenze regionali che da quelle planetarie, è solo quella del progetto curdo di Confederalismo democratico.

Altro, almeno per ora, non si intravede sul fosco orizzonte.
In compenso stiamo probabilmente per assistere all’ennesimo voltafaccia (parlare di “tradimento” sarebbe forse eccessivo; in fondo Putin non ha mai garantito nulla o quasi ai curdi…) da parte di Mosca.

Sarebbero già in corso le trattative, da tempo ventilate e temute, con Ankara per consentire all’esercito turco di attaccare Kobane. In cambio le truppe di Erdogan dovrebbero lasciare a quelle russe il controllo di Ariha (provincia di Idleb),località posta lungo l’autostrada strategica M4.
Controllare Kobane per la Turchia significa stabilire una vera continuità territoriale nel nord della Siria. Dal cantone di Afrin fino a Kobane passando per Jarablous e Tall Abyad.

Stando a quanto riporta Middle East, la Russia conserverebbe una sua presenza a Kobane mentre la Turchia potrebbe impadronirsi delle zone circostanti in direzione della M4. L’autostrada sarebbe quindi controllata congiuntamente da Mosca e Ankara (a cui verrebbe affidata anche la sicurezza della base di Sarrine) mentre spetterebbe ai russi garantire un ulteriore ritiro verso sud delle YPG (quelle YPG, non dimentichiamolo, che dal 2014 hanno svolto un ruolo determinante nella lotta contro lo stato islamico pagando un prezzo altissimo per numero di caduti).
Facile immaginare quanta inquietudine serpeggi ora nella popolazione che è a conoscenza di quanto avviene nei territori del nord-est della Siria già occupati dalla Turchia e dalle milizie sue alleate: saccheggi, rapimenti, uccisioni extragiudiziarie, sparizioni, torture, stupri…
E gli USA?
L’amministrazione statunitense (sempre più improbabile anche nel ruolo di “convitato di pietra”) avrebbe inviato dei convogli di vario genere per sostenere le FDS (Forze democratiche siriane, la coalizione arabo-curda). Contravvenendo quindi alle ripetute richieste di sospendere gli aiuti inoltrate da Erdogan. Meglio che niente.



Gianni Sartori

#MemoriaStorica #Andalucia – “PICO REJA, LA VERDAD QUE LA TIERRA ESCONDE” – un documentario di verità storica

Nel prossimo Festival de Cine Europeo di Sevilla, sarà presentato un documentario che affronta il tema della repressione franchista nella città andalusa. Pico Reja rappresenta la seconda fossa comune del regime franchista aperta in Andalusia
La terra rivela che un angolo del cimitero di San Fernando, con 324 vittime già riconosciute, fu teatro di un’enorme tragedia.
La città, in cui non vi fu guerra, conobbe una terribile repressione fascista. L’Andalusia, in termini globali, conta su almeno 708 luoghi di sepoltura e 45.566 assassinati dal regime franchista, cifre che superano il terrorismo di stato delle dittature di Argentina e Cile insieme.

#Asia #Repressione – DALL’INDIA ALLE FILIPPINE: IN MANCANZA DI GUERRIGLIERI SI AMMAZZANO INDIGENI E CONTADINI – di Gianni Sartori

Mascherare la repressione pura e semplice, in molti casi l’esecuzione extragiudiziale, come “operazione militare contro la guerriglia” rientra nei metodi, nello “stile”, delle guerre a bassa intensità (per quanto “bassa” risulti spesso un eufemismo).
Lo si è visto in America Latina, dalla Colombia al Guatemala, dove venivano venduti ai media come cadaveri di combattenti i poveri corpi massacrati di contadini e indigeni. Talvolta interi villaggi.
O addirittura esibirli come vittime della guerriglia.
Per esempio in Colombia era pratica consolidata quella di attribuire alle FARC o all’ELN la responsabilità dei massacri di civili operati dall’esercito, dalla polizia, dai paramilitari o da squadroni della morte (in genere legati al narcotraffico).

Del resto succedeva anche in India. Solo neldicembre 2019, dopo quasi otto anni, una commissione guidata dal giudice V.K. Agrawal aveva finalmente stabilito la verità in merito agli eventi di Sarkeguda dove, nel giugno 2012, vennero assassinati 17 adivasi (gli aborigeni dell’India), di cui sette bambini. Un massacro ufficialmente presentato come uno scontro con la guerriglia maoista, i naxaliti. Quel mattino i paramilitari (le CRPF) avevano circondato gli abitanti del villaggio riuniti per la festa tradizionale di Beej Pondum aprendo quindi il fuoco. Successivamente si erano scatenati infierendo ulteriormente sulle persone ferite rimaste a terra.
Due recenti episodi sembrerebbero riproporre lo schema. Il primo ancora in India, l’altro nelle Filippine.
Il 25 ottobre tre indigeni adivasi, esponenti del Partito Comunista dell’India (Maoista), sono stati uccisi dalle forze di sicurezza nei pressi della frontiera tra gli Stati del Telangana e del Chhattisgarh.
Si trattava di quadri a livello regionale del partito, ma non di esponenti della guerriglia naxalita. Come invece ha cercato di dar a intendere un comunicato delle forze di sicurezza parlando di uno “scontro a fuoco” che in realtà non sarebbe mai avvenuto. Stando almeno a quanto dichiara il PCI (M) che definisce l’episodio “un’esecuzione mascherata da combattimento”. Va detto che i naxaliti rivendicano sempre le loro operazioni e i militanti caduti in combattimento. L’accusa alle forze di sicurezza di aver agito come una squadra della morte va quindi presa in seria considerazione. Di conseguenza il PCI(M) ha chiamato la popolazione della regione a sollevarsi con uno sciopero generale contro la triplice barbara esecuzione.
Quasi contemporaneamente nelle Filippine il capo della polizia nazionale – generale Guillermo Eleazar – si è complimentato con l’ufficio regionale della polizia 5 (PRO-5) per aver “neutralizzato” (ossia ucciso) cinque presunti appartenenti a NPA (Nuovo esercito popolare) a Barangay Bugtong (provincia di Masbate). Ma anche in questo caso, come ha immediatamente denunciato il Partito comunista delle Filippine (ramo politico di NPA), si trattava di semplici contadini, non di guerriglieri. Anche perché in questa zona notoriamente non è presente alcuna unità di NPA.




Gianni Sartori

#Kurdistan #War – ANCORA SULL’USO DI ARMI CHIMICHE DA PARTE DELLA TURCHIA – di Gianni Sartori

Non è certamente la prima volta (e temo non sarà nemmeno l’ultima). Su Ankara cala nuovamente e pesantemente il sospetto di utilizzare armi chimiche contro la Resistenza curda.
Spargendo sostanze proibite dalle Convenzioni internazionali, compresa quella firmata dalla stessa Turchia ed entrata in vigore nel 1997.
Talvolta lo fa in maniera sfacciata, arrivando addirittura a esporre i suoi prodotti nelle fiere internazionali di
armi e affini.
Sconcertante il silenzio dei media e delle istituzioni in merito a tali evidenti violazioni del diritto internazionale. Soprattutto se confrontato con le accuse al regime di Assad per il possibile utilizzo di armi chimiche o con quelle nei confronti di Saddam Hussein per il possesso, solo presunto e mai confermato. Accuse che fornirono il pretesto per dichiarargli guerra.

Ankara invece sembra ne possa far uso senza incorrere in sanzioni o altro. Due pesi e due misure. Ultimamente se ne è riparlato per le operazioni militari contro il PKK nel nord dell’Iraq (per i curdi il Bashur, Kurdistan del Sud). Solo negli ultimi mesi l’esercito turco avrebbe fatto uso almeno duecento volte di armi considerate da “guerra chimica”.
Va anche detto che soprattutto in passato – come nel caso di Dersim nel 1938 – si parlava di un possibile coinvolgimento tedesco (in qualità di produttori e fornitori).
In seguito, dalla metà degli anni ottanta, le armi chimiche sono state impiegate contro il PKK. Esistono in proposito alcuni documenti che provano l’esistenza di un piano segreto per l’impiego di gas tossici, atti a sterminare i guerriglieri.

Nel 2000 il giornale Dogru pubblicò integralmente uno di tale documenti, risalente al 25 febbraio 1989 e firmato dal generale Necdet Oztorun.
Invece in un filmato propagandistico dell’esercito si rivendicava apertamente l’utilizzo di gas lacrimogeni particolarmente letali (CS da 120 mm, ad alta concentrazione). Forse gli stessi utilizzati recentemente nei tunnel della guerriglia curda (o perlomeno il colore, giallo, sembrerebbe identico).

Come è noto, paradossalmente, l’utilizzo dei gas è consentito contro le manifestazioni – vedi Genova 2001 – ma non sul teatro bellico. Qui infatti entra in vigore la Convenzione sulle armi chimiche in caso di guerra. Riporto qualche caso in cui si è potuto stabilirne l’uso e talvolta anche la provenienza.
Nel 1999, in maggio, 20 guerriglieri curdi vennero uccisi dai gas in una grotta a Sirnak.

Come si poteva vedere e sentire in un video, anche dopo un paio di giorni i soldati turchi si preoccupavano di dover entrare a rastrellare i tunnel ancora contaminati in quanto, lo dice un ufficiale “il gas è ancora efficace”.
Per la cronaca, quei soldati rispondevano agli ordini di Necdet Ozel destinato a diventare capo di stato maggiore. Anche in quel caso i frammenti delle granate raccolti rimandavano a una produzione tedesca. Le tracce di gas ancora identificabili confermavano il sospetto che si trattasse di quello prodotto dalla società Buck & Depyfag. Presumibilmente con l’autorizzazione del governo tedesco.

Nel settembre 2009 otto combattenti del PKK erano stati ammazzati in un’altra grotta a Cukurca (provincia di Hakkari). Anche in tale circostanza, stando alle dichiarazioni dei testimoni, venivano impiegati gas tossici. Le immagini dei cadaveri erano state analizzate nel 2010 da medici legali dell’università di Amburgo Eppendorf che ne avevano dato ulteriore conferma. In primo luogo dell’autenticità delle immagini (messa in dubbio dalla stampa turca allineata) e poi dell’evidenza che si trattava di effetti – devastanti – dovuti alle sostanze chimiche. I corpi infatti apparivano completamente bruciati, ma in un modo che escludeva ciò fosse dovuto al calore. In realtà si trattava di effetti già noti, le “bruciature fredde” conseguenza appunto dell’utilizzo di armi chimiche.
Altri casi analoghi venivano riscontrati nel 2010 a Semdinli e nel 2011 (in ottobre) nella valle di Kazan (Cukurca) dove ben 36 militanti del PKK erano stati uccisi. Anche in questo caso una commissione che aveva potuto esaminarne i corpi nell’ospedale di Malatya, aveva espresso la convinzione che fossero stati colpiti da armi chimiche.

Gianni Sartori