#Palestina #Lutti – I SOLDATI ISRAELIANI UCCIDONO UN TREDICENNE PALESTINESE – di Gianni Sartori

fonte Jaafar Ashtiyeh/AFP

Circa una settimana fa, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre, i soldati israeliani avevano aperto il fuoco contro manifestanti palestinesi a Nablus (nord della Cisgiordania) ferendone alcuni. Un gran numero di mezzi militari aveva scortato nella notte un folto gruppo di decine di coloni sionisti intenzionati a visitare la presunta Tomba di Giuseppe, situata nella parte orientale della città. Una zona, particolare non insignificante, sottoposta, almeno in teoria, esclusivamente all’ Autorità Palestinese. Ma i militari non si sono nemmeno posti il problema e hanno occupato sia le case, sia i tetti con i tiratori scelti. Un’operazione di controllo, sorveglianza e – se del caso – repressione da manuale. Provocando – com’era da aspettarsi – le proteste degli abitanti. A cui i soldati avrebbero risposto anche con “fuego real”. Oltre al solito armamentario costituito da pallottole d’acciaio ricoperte di gomma e granate lacrimogene. Causando appunto diversi feriti, Quasi contemporaneamente, nella tarda serata del 2 ottobre, a Jenin (a seguito di altre proteste) veniva prelevato da casa sua un ex prigioniero politico e arrestati sei membri di una stessa famiglia di contadini. Intanto a Hebron veniva arrestato un giovane palestinese dopo che contro di lui i soldati avevano esploso colpi di arma da fuoco. Peggior sorte invece quella toccata a un giovanissimo palestinese, un ragazzino di tredici anni, ammazzato dai militari israeliani il 5 ottobre a Deir al-Hatab, non lontano da Nablus. Invano Mohammed Daadas, mortalmente ferito allo stomaco e già in arresto cardiaco, era stato trasportato all’ospedale. I soldati avevano aperto il fuoco durante una manifestazione che si svolgeva sulla strada adiacente alla colonia israeliana di Elon Moreh, a nord-est di Nablus. Una delle numerose manifestazioni che contemporaneamente si svolgevano in diverse località della Cisgiordania contro l’ulteriore espansione delle colonie sioniste israeliane. Così anche a Beita, in analoghe circostanze, altri due palestinesi riportavano ferite per essere stati colpiti dalle pallottole d’acciaio ricoperte di gomma sparate dai militari. Tutto questo avveniva mentre a Gerusalemme non sembra al momento sospesa la vergognosa “liquidazione” (così si era espresso il tribunale)di un antico cimitero musulmano nella città vecchia. Ruspe e bulldozer già da qualche giorno avevano iniziato un lavoro di “livellamento” che si teme sia propedeutico alla distruzione delle tombe con riesumazione dei corpi. Al fine di realizzare entro l’anno prossimo un “parco tematico” (si parla di “Sentiero biblico”). Si tratterebbe di un autentico oltraggio anche nei confronti dei familiari, palestinesi, delle persone qui sepolte.

Gianni Sartori

#Americhe #Repressione – CILE: NON SI SPEGNE LO STORICO CONTENZIOSO DEL POPOLO MAPUCHE – di Gianni Sartori

Il 4 ottobre due uomini, rispettivamente di 23 e 44 anni, membri dell’etnia autoctona mapuche (circa 1,7 milioni su 19 milioni di cileni) sono rimasti uccisi nella provincia di Arauco. Il tragico evento era conseguenza dell’arresto di due persone (sospettate di furto d’auto) che aveva innescato duri scontri con l’esercito e la polizia.
Operazioni del genere, sia di controllo della circolazione che di repressione, sono ordinaria amministrazione in questa parte meridionale del Paese. Altamente militarizzata e in pratica posta in stato d’assedio. La dichiarazione dello “stato di urgenza”, ordinato dal governo di Sebastian Pinera, risale al 12 ottobre e interessa sia le quattro regioni del Biobio che la regione della Araucania.
Regioni dove il conflitto tra indigeni e apparati statali ha assunto ormai valenze storiche.

Molte delle terre originariamente dei Mapuche (considerate di loro proprietà per diritto ancestrale) attualmente sono in mano a privati, imprese che operano nella lavorazione del legno e proprietari terrieri (agricoltori, allevatori…), anche stranieri.
Nella stessa circostanza del 4 ottobre, per i colpi di arma da fuoco esplosi, tra gli indigeni si sono contati anche dei feriti . Almeno tre, anche ufficialmente, stando alle dichiarazioni del ministro dell’Interno – Rodrigo Delgado – che ha parlato appunto di due decessi e tre ospedalizzati (ma è facilmente intuibile come la maggior parte dei feriti non si sia recata all’ospedale per non venire poi arrestata). Mentre altri tre mapuche sarebbero stati arrestati.
Tutto era iniziato con l’arresto di due autoctoni lungo una strada della regione di Biobio in quanto sospettati di aver rubato l’auto su cui viaggiavano.
Il fatto era avvenuto in prossimità di una manifestazione di protesta degli indigeni e quindi potrebbe essere stato interpretato come una provocazione.
Indignati, alcuni mapuche (stando alle dichiarazioni del ministro “mascherati e armati”) erano intervenuti per impedire l’arresto e le forze dell’ordine avevano aperto il fuoco. Allo scopo di “dissuadere” la gente secondo Delgado.
Nella regione le proteste erano ricominciate ai primi di ottobre e a Santiago una “Marcia per la resistenza Mapuche e l’autonomia dei popoli” era sfociata in duri scontri con almeno un morto e una ventina di feriti.

Gianni Sartori

#Americhe #Peru – MINIERA PERUVIANA BLOCCATA DA SCIOPERI E MANIFESTAZIONI – di Gianni Sartori

Situata nella regione andina e proprietà di Glencore e BHP Billiton, Antamina produce il 33%di rame e il 23% di zinco del Perù (considerato il terzo produttore mondiale dei due minerali).
Aveva goduto di una certa notorietà nel dicembre 2014 quando, dopo un mese ininterrotto di sciopero, il sindacato Sutracomasa aveva annunciato la sospensione della lotta (giudicata “inconcludente”) e il rientro al lavoro. Decisione difficile, ma presa in accordo con i minatori riuniti in assemblea.

Torniamo a parlarne in quanto da giorni l’attività estrattiva è sospesa per un nuovo sciopero, definito “illimitato”. Minatori e contadini, uniti nel contrastare i progetti minerari della compagnia (in sostanza, l’esproprio di ampi terreni agricoli),avevano eretto barricate lungo alcune strade del distretto di Aquia. Blocchi stradali che le forze dell’ordine (e gli agenti di sicurezza privati della compagnia) cercavano di rimuovere determinando scontri con i manifestanti.
Altri scontri il 29 ottobre all’entrata di Puerto Punta Lobitos, mentre nella mattinata del 30 ottobre veniva incendiato un camion cisterna (per il trasporto di acqua potabile) lungo la strada che porta alla miniera.

Un episodio non del tutto chiaro (e non rivendicato dai manifestanti, forse una provocazione), poi strumentalizzato dalla compagnia per denunciare la presunta “deriva violenta della protesta”.
Sia i lavoratori che gli abitanti di Aquia accusano l’impresa di voler usurpare i loro terreni e richiedono alle autorità competenti – e in particolare al presidente Pedro Castillo – di intervenire come mediatori. Solo a tale condizione sarebbero disposti a sospendere la “huelga”.

Da parte della compagnia mineraria invece si sostiene che i terreni sarebbero stati acquistati del tutto legalmente già da diversi anni e di poterlo dimostrare con una precisa documentazione.
Per l’esponente della comunità contadina di Aquia, Adam Damiàn: “da mesi stiamo sollecitando, invano, la compagnia di mostrarci i documenti in base ai quali pretende di utilizzare le nostra terre.

In compenso sta modificando gli studi di impatto ambientale, senza consultarci e senza rispettare i nostri diritti. Non stiamo chiedendo né denaro, né progetti di sviluppo, niente. Chiediamo solo di poter accedere a tali documenti”.
Ugualmente il portavoce della comunità nega che da parte loro vi sia l’intenzione di attaccare violentemente, di voler sabotare gli impianti minerari (come invece sostiene la compagnia).

La loro, dichiara, rimane una protesta comunitaria per il rispetto dei diritti della popolazione.
Senza escludere che in realtà vi possa essere anche un tentativo di “destabilizzazione nei confronti del Paese e del governo Castillo”.
Non sembrano infatti essersi ancora rassegnati i sostenitori di Keiko Fujimori (la candidata sconfitta alle ultime elezioni), nonostante l’avvenuta destituzione del primo ministro Guido Bellido.



Gianni Sartori