#Turkey #Kurds – LA SINISTRA RIVOLUZIONARIA TURCA, I CURDI… FRAMMENTI DI SPERANZA TRA LE MACERIE E LA PANDEMIA – di Gianni Sartori

Inizialmente il titolo di questo articolo doveva essere lapidario: “Riformista o rivoluzionaria, ma senza i curdi la sinistra turca non va da nessuna parte”. Soprattutto come “ritorsione” per le sentenze (o scemenze) emesse da qualche  “giovane ricercatore” (magari affiliato a quella che possiamo definire lobby iraniana) che a più riprese ha invocato severe “punizioni” (!?!) per i curdi siriani apostrofandoli come “traditori” (di Assad). O per le sordide sortite di qualche pensionato della Rai sulla stessa lunghezza d’onda,

Ma peccavo di presunzione, evidentemente.

Nessuno (e tantomeno io) deve sentirsi legittimato nel dar lezioni a chicchessia. Però – stimolato anche da un recente articolo di Emile Bouvier –  la mia impressione, almeno in parte, rimane quella.

Ovviamente con tutto il rispetto dovuto a chi resiste, pagando spesso con il carcere o con la vita, al regime dell’autocrate Erdogan.

Un regime che – stando all’analisi della sinistra radicale turca- non avrebbe poi tante altre alternative per galleggiare tra i marosi della crisi economica e sociale (o almeno per non esserne travolto). Se non quelle appunto già sperimentate di un esasperato autoritarismo condito da sfrenato  nazionalismo. E – ovviamente – da molteplici interventi militari intesi e interpretati non solo come espansionismo  (ricerca dello “spazio vitale”?) ma anche come forma di distrazione e consolazione di massa.

In Turchia la situazione economica non è rosea da tempo. A fine giugno si calcolava che il debito estero lordo arrivasse a 421,8 miliardi di dollari. Come sottolineava qualche addetto ai lavori (il Ministero del Tesoro e delle Finanze),  corrisponderebbe al 56,8% del prodotto interno lordo del paese. Un evidente peggioramento indotto, almeno in parte, dalla pandemia che ha colpito soprattutto i lavoratori salariati, in sempre maggiori difficoltà per rate, mutui e affitti. Un sondaggio del sindacato DISK/Genel su circa 1300 lavoratori riportava che il 68% riceve un salario minimo di circa 300 dollari mensili e solo per il 23,8%  lo stipendio garantiva la copertura delle spese almeno per i tre mesi successivi.

Nel frattempo il governo non rallenta la sua repressione contro la sinistra (rivoluzionaria e non), contro i curdi e ora anche contro gli armeni (con il sostegno fornito a Baku nella guerra recente).

F-16 e droni contro i comunisti turchi

Tra settembre e novembre (in tre – per ora – diverse ondate) le aree di Dersim-Ovacik Buyukkoy sono state pesantemente bombardate con elicotteri, F-16 e droni.

Un’operazione rivolta principalmente contro i militanti del TIKKO (Esercito di liberazione degli operai e contadini di Turchia), braccio armato del TKP/ML (Partito comunista di Turchia/Marxista-leninista) e che è costata la vita a vari esponenti dell’organizzazione.

La prima serie di attacchi risaliva agli inizi di settembre. Particolarmente intensi i bombardamenti con i droni dal 7 al 9 settembre quando venivano uccisi due militanti: Erol Volkan Ildem (Nubar, integrato nella guerriglia dal 2009 e membro del comitato centrale del TKP/ML) e Fadime Cakil (Rosa, 24 anni, aveva aderito al TIKKO ancora giovanissima, nel 2013).

Nei primi giorni di ottobre, nel corso dell’ennesimo bombardamento, nei pressi della città di Ovacik morivano due militanti del TKP/ML: Ali Kemal Yilmaz (Ozgur) e Gikce Kurban (Asmin). I corpi si presentavano ridotti in tali condizioni da poter essere identificati soltanto con il prelievo del DNA. Nei successivi attacchi dal 30 ottobre al 9 novembre aveva perso la vita Cumhur Sinan Oktlamaz (Deniz), esponente del comando generale del TIKKO Dersim.

Risultava sicuramente eccessiva e fuori luogo la scomposta esultanza espressa dal ministro degli Interni turco (Suleyman Soylu) per i risultati conseguiti. Alcuni dei caduti infatti erano stati anche decapitati (in stile jihadista). Una pratica di intimidazione psicologica non nuova e spesso adottata nei confronti dei combattenti curdi uccisi dalle truppe di Ankara.

Il TKP/ML sarebbe appunto una delle organizzazioni della sinistra turca che dalla lotta dei curdi ha ricavato nuove energie, una spinta per rinnovare e rilanciare le proprie iniziative politico-militari.

Stando a un rapporto risalente al 2018 dei servizi di intelligence tedeschi (BfV), l’esempio del Rojava è risultato determinate per la “seconda giovinezza” di una parte della sinistra radicale turca (clandestina e non). In particolare per coloro che hanno raggiunto la Siria per combattere a fianco dei curdi. In modo particolare i militanti del partito comunista marxista-leninista (MLKP), del TKP/ML e del TIKKO.

Convergenze rivoluzionarie

Acquista una certa rilevanza (anche per la recente guerra del Nagorno-Karabakh e per la solidarietà espressa dai curdi agli armeni, vittime di azeri e turchi) il fatto che nell’aprile del 2019 una brigata delle Forze democratiche siriane, di cui il PYD (a torto o a ragione ritenuto l’equivalente siriano del PKK) rappresenta la spina dorsale, abbia modificato la propria denominazione in quella di “Brigata del martire Nubar Ozanyan”. In onore di un esponente del Tikko, un turco di origine armena, caduto in combattimento a Raqqa contro Daesh nel 2017.

E tale convergenza non avviene solamente in Siria.

Se in passato l’intensa attività del PKK potrebbe in qualche modo aver “oscurato” (per lo meno a livello mediatico) le organizzazioni rivoluzionarie turche di sinistra, oggi la situazione appare quasi ribaltata. Dal 2016 è attivo, operante il Movimento rivoluzionario unito dei popoli (HBDH): un’alleanza tra il PKK e vari movimenti turchi (nove per la precisione) di estrema sinistra.

Ma facciamo qualche passo indietro.

Risaliva al settembre 1980 uno dei colpi di stato dalle conseguenze tra le più profonde e durature in Turchia. Destinato a incidere – e modificare – radicalmente anche lo scenario antagonista e rivoluzionario, letteralmente devastato dall’inasprimento repressivo.

Nel breve giro di qualche mese solamente Dev Sol (Devrimci Sol) e  TKP/ML – se pur barcollanti – davano prova di poter resistere, sopravvivere all’attacco manu militari del governo e mantenere un certo grado di operatività.

Anche a livello di lotta armata. Non è questo il luogo per stabilirne la liceità o meno (sul piano etico, morale, politico…) in un contesto particolare come quello turco. Esisteva, esiste e si tratta di prenderne atto.

Così come, sempre in Turchia, esistono la tortura, le uccisioni extragiudiziali, i prigionieri di opinione, i desaparecidos, le squadre della morte, la repressione e il terrore di Stato…

E anche di questo bisognerebbe prenderne atto e tirare qualche conclusione.

Torniamo agli anni ottanta. Nel contesto del dopo-golpe,  altri gruppi- la gran parte – andavano in frantumi tra scissioni e discussioni.

Nel sottobosco rivoluzionario turco dell’epoca si muoveva una miriade (diverse decine) di movimenti, partiti, partitini e organizzazioni. Tra questi il THKO e il THKP-C, derivati dalle diverse correnti preesistenti nel movimento comunista. Rispettivamente, da quella di Deniz Gezmic il primo, da quella di Mahir Cayan l’altro, il THKP-C (secondo cui la Turchia è sostanzialmente una “neo-colonia” e la rivoluzione sarebbe non solo necessaria, ma “urgente”).

Senza dimenticare una terza frazione, quella ispirata a Ibrahim Kaypakkaya (TKP-ML).

Per il THKO (definito enverista – talvolta hoxhaista – in riferimento al pensiero del comunista albanese Enver Hoxha) per abbattere lo stato turco “capitalista e feudale”, più che alla ricostruzione di un partito rigorosamente e tradizionalmente inteso, occorre impegnarsi per un ampio fronte popolare rivoluzionario.

Aderente alla medesima tendenza – e proprio nel 1980 – nasceva il Partito  comunista rivoluzionario di Turchia (TDKP) che tuttavia evitava di partecipare alla guerriglia evolvendo successivamente come organizzazione impegnata nel confronto politico pacifico. Alla fine del 1996, divenuto il Partito del Lavoro (EP), rigetterà anche pubblicamente  l’uso della violenza politica pur definendosi come il “partito rivoluzionario illegale della classe operaia”. Operazione non del tutto indolore che porterà alcuni dissidenti a costituire il TDKP/Leninista destinato a diventare prima “Ekim” (Ottobre) e successivamente – nel 1998 –  il Partito comunista operaio di Turchia (TKIP) intenzionato a non abbandonare la lotta armata.

Sempre sintonizzata sulla medesima tendenza THKO, due anni prima del golpe – nel 1978 – era nata la Lega rivoluzionaria comunista di Turchia (TIKB) che – curiosamente – si dichiarava a favore della scelta delle armi pur non partecipandovi.

Alla seconda tendenza -. quella del THKP-C, definita talvolta “urgentista” – spetta probabilmente uno dei primi posti in quanto a radicalità. Caratterizzata per vari approcci con gruppi estremisti anche europei (addirittura con Action Directe, vedi l’attacco contro una banca israeliana a Parigi).

Sulla stessa lunghezza d’onda si manterrà, pur nel progressivo indebolimento, anche Dev-Sol (Devrimci Sol, Sinistra Rivoluzionaria fondato nel 1978).

Quanto al TKP-ML (la terza tendenza per capirci), dopo il 1980 il partito sembrava riprendere vita. Soprattutto nella regione curda e alevita di Dersim dove è ancora presente e in attività (per quanto sottoposto, come abbiamo visto, ai periodici bombardamenti turchi). Non mancarano anche qui i contrasti ideologici e le conseguenti scissioni. Nel 1987 si divide in due partiti, il TPK/ML DABK (ossia TPK/ML Comitato regionale dell’Anatolia orientale) e il TKP/ML 3 (ossia TKP/ML terza conferenza).

Frattura che tuttavia si rinsalderà nel 1992 con una riunificazione.

Un’altra data fatidica – destinata a riaccendere la fiamma dell’antimperialismo – per i movimenti rivoluzionari turchi sarà quella del gennaio 1991 con l’intervento militare denominato “ Tempesta del Deserto” (a conclusione della Prima Guerra del Golfo avviata nell’agosto 1990). Contemporaneamente l’inasprimento della repressione sanciva lo scioglimento di Dev Sol. Almeno provvisoriamente. Rinascerà infatti – sotto la guida di Dursun Karatas – nel marzo 1994 come Partito-Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo (Devrimci Halk Kurtulus Partisi-Cephesi, DHKP-C). Nella sua analisi l’anticapitalismo si declina con la lotta all’oligarchia (di cui denunciano i legami internazionali) e come lotta anti-imperialista (in riferimento sia alla NATO che agli USA, entrambi obiettivo di ripetuti attacchi). Relativamente eterogenea la base militante del DHKP-C. Sarebbe costituita principalmente da lavoratori urbani, studenti universitari e sottoproletariato. Significativa la presenza della comunità alevita.

Come sottolineava Francesca La Bella in un suo articolo del 2016 il DHKP-C “viene ritenuto il partito di sinistra con la più ampia base attiva e con il maggior numero di azioni compiute nel Paese”.

Alcune di queste azioni – ormai circa tremila – furono particolarmente efferate. Tra queste, l’assassinio di Andrew Blake (13 agosto 1991), rappresentante della Camera di commercio britannica a Istanbul. O ancora – il 9 gennaio 1996 –  l’uccisione di tre uomini d’affari turchi (tra cui il magnate Ozdemir Sabanci, assassinato nel suo ufficio).

Ma non mancano esempi della capacità del DHKP-C di suscitare anche una forte mobilitazione popolare. Come in occasione del 1 maggio 1996 quando la polizia aprì il fuoco uccidendo qualche manifestante.

Sottoposto a una durissima repressione, nella seconda metà degli anni novanta il DHKP-C venne conosciuto a livello internazionale per alcuni scioperi della fame che portarono alla morte decine di militanti (nel 1996 e successivamente dal 2000).

Sempre nell’articolo di F. La Bella venivano riportate alcune delle ultime, eclatanti azioni rivendicate dal gruppo:

attentato suicida contro l’ambasciata statunitense ad Ankara nel 2013*; attacco incendiario contro la sede di Istanbul di Adimlar, rivista considerata vicina alle posizioni dello Stato Islamico, nel marzo 2015; sequestro di Mehmet Selim Kiraz, procuratore del caso Berkin Elvan, 15enne turco morto dopo 9 mesi di coma in seguito al ferimento da parte della polizia durante le manifestazioni di Gezi Park, nel marzo 2015”.

Da segnalare (a differenza del TKP/ML) una sostanziale presa di distanza dal PKK dopo una fase di avvicinamento e collaborazione reciproca negli anni novanta.

Da parte sua invece il MLKP riuscirà, recuperando quanto rimaneva in circolazione dei vari movimenti, gruppi e gruppetti della sinistra rivoluzionaria – la maggioranza in via di decomposizione – a diventare una delle presenze più stabili e significative del panorama rivoluzionario turco. Analogamente al TKP/ML che raccoglierà seguaci soprattutto nelle aree di campagne.

Anche la relativa notorietà di queste due organizzazioni, oltre che ad alcune azioni più o meno spettacolari, sarà una conseguenza di alcuni scioperi della fame dei prigionieri.

Soprattutto dal 2001, quando per diversi mesi centinaia di militanti rifiuteranno di nutrirsi. Con il conseguente decesso di circa una cinquantina di loro.

Come è noto tale forma di protesta (spesso l’ultima possibilità di rivendicare per i detenuti) è stata anche recentemente adottata da qualche intellettuale o dissidente incarcerato. Aveva suscitato un certo scalpore (anche nelle anime belle della sinistra italica, vedi il cantautore Vecchioni) la morte di Helin Bolek (3 aprile 2020)  e di Ibrahim Gokcek (7 maggio 2020), due musicisti di Grup Yorum. E anche quella dell’avvocata curda Ebru Timtik, morta il 27 agosto dopo 238 giorni di digiuno chiedendo un giusto processo per sé e per i suoi colleghi incarcerati.

Ugualmente nel 2019 centinaia di prigionieri politici curdi erano entrati in sciopero della fame per richiedere la liberazione di Abdullah Ocalan.

Al di fuori dei gruppi considerati (DHKP-C, MLKP, TKP/ML) attualmente in Turchia non si registrano presenze significative di altre organizzazioni riconducibili alla sinistra radicale (o “estremista” che dir si voglia). Vuoi per le divergenze interne che hanno portato alla frantumazione di molti gruppi, vuoi per essere stati “assorbiti” dalle tre maggiori, vuoi per un certo “oscuramento” prodotto dall’attivismo curdo (e del PKK in particolare).

Rilevante, a tale riguardo, la recente nascita del Movimento rivoluzionario unito dei popoli (HBDH). Di cui – per la cronaca – esisteva già un precedente risalente al 1998, la “Piattaforma delle forze rivoluzionarie unite” (BDGP).

Esperienza – quella di BDGP – a cui il DHKP-C si era rifiutato di partecipare e conclusasi nel 1999 (effetto collaterale – forse – della cattura di Ocalan).

Va tuttavia ricordato che – in controtendenza – proprio nel 1999 si registrava l’azione congiunta di PKK e DHKP-C contro un complesso industriale (tre vittime). Un estremo sussulto – presumibilmente – di quel Fronte comune tra PKK e DHKP-C risalente ancora al 1995 (e di cui nel 1998 era stato annunciato il fallimento).

In ogni caso – anche se di questo aspetto il rapporto del 2018 dell’intelligence tedesca non ne faceva cenno – possiamo ipotizzare che l’attività e l’elaborazione teorica del PKK abbiano contribuito – magari indirettamente – a rinnovare (“ringiovanire”) anche il DHKP-C. Vuoi per emulazione, vuoi per stare al passo.

Al momento il contenzioso tra le due organizzazioni rimane aperto, ma comunque – stando alle informazioni disponibili – circoscritto all’ambito del confronto ideologico e politico.

Gianni Sartori

*Nota 1: (per la precisione, il 1 febbraio 2013, una vittima; o anche – nel settembre dello stesso anno –  l’attacco con lanciagranate al quartier generale della Direzione generale della sicurezza, una vittima nda)

#VENETO – Padova, una via per Giovanni Capodistria, primo presidente della Grecia moderna. – una lettera di Ettore Beggiato

Egregio Signor Sindaco, 

mi permetta di segnalarLe una prestigiosa figura che ha nobilitato il nome della Città e della Università di Padova  e che meriterebbe di  essere ricordato  nella toponomastica cittadina. 

Si tratta di Giovanni Capodistria (Ioannis Kapodistrias), primo presidente della Grecia moderna, eletto a Nauplia il18 aprile 1828, ministro degli esteri nella Russia zarista,  ministro  nella Repubblica Settinsulare (1800-1807) con capitale Corfù, e che  ha svolto un ruolo fondamentale anche nella storia svizzera, lavorando per la sua unificazione e indipendenza, tanto da essere nominato cittadino onorario nei Cantoni di Vaud e Ginevra. 

Giovanni Capodistria era  nato a Corfù l’11 febbraio 1776, quando l’isola faceva ancora parte della Serenissima, nasce quindi cittadino veneto; i conti Capodistria erano iscritti nel Libro d’oro della nobiltà di Corfù fin dal 1679 e provenivano dall’omonima città istriana.  

Nel 1797 il giovane Capodistria si laureò in medicina nell’Università patavina, seguendo docenti come Caldani, Comparetti, Decima, Stratico che spesso citava ricordando i bei anni trascorsi a Padova. 

Morì, ancora giovane, assassinato a Nauplia mentre stava andando verso la Chiesa di San Spiridione, il 19 ottobre 1831. 

A Giovanni Capodistria è intitolato, tra l’altro, l’aeroporto internazionale di Corfù; la sua città gli ha dedicato un importante museo.  

Credo che una figura di così alto spessore meriti di essere ricordato dalla Città di Padova, anche per riannodare i rapporti con la Città di Corfù. 

La ringrazio per l’attenzione, distinti saluti. 

Rovolon 20/11/2020 

 

Ettore Beggiato 

autore di “La Repubblica Settinsulare 1800-1807”

#MemoriaStorica #Veneto – Non è mai troppo tardi ! – fonte CASA PER LA PACE (Vicenza) – segnalazione di Gianni Sartori

Non è mai troppo tardi !

perché le tragedie della guerra non si ripetano

Alcuni amici della Casa per la Pace hanno voluto ricordarci una lacuna “vicentina” presente nelle Ricorrenze, inserite nel piano di lavoro triennale (finalmente approvato dal Consiglio comunale di Vicenza a febbraio di quest’anno). Si evidenzia che il 18 novembre ricorre un evento vicentino importante per tutta la comunità locale e quindi occasione di impegno doveroso e irrinunciabile sul tema della Pace e le tragedie della guerra: l’incursione aerea sull’aeroporto Dal Molin da parte degli Aerei B-24 Liberator del 454° gruppo USAF.

Fu un bombardamento che solo i pochi testimoni rimasti, allora bambini, ricordano ancora dopo 76 anni. Vicenza, durante la Seconda guerra mondiale, ha subito molte incursioni e bombardamenti pesanti e distruttivi da parte delle Forze alleate. Il ricordo di quello del 18 novembre 1944 è il più emblematico, tragico e significativo per chi pensa alle vite umane stroncate. Nella storia vicentina è il giorno delle bombe a spillo. Si sa che quel tipo di ordigni (allora sperimentali) non fanno danni alle infrastrutture, ma feriscono e uccidono le persone.

L’obiettivo era quello di colpire e distruggere l’aeroporto Dal Molin ma l’effetto sulle persone fu più ampio e devastante. Il mattino del 18 novembre 1944, alle ore 11.00 gli aerei USA, oltre alle bombe più grandi, lanciarono le micidiali bombe a spillo che colpirono quanti si trovavano nell’area dell’aeroporto e circostante. I braccianti, radunati controvoglia dalle autorità, erano occupati a coprire le buche provocate dal bombardamento del giorno prima dalla RAF inglese (con solo 5 vittime). Molti altri erano contadini delle cascine intorno all’aeroporto o abitanti delle case più vicine. C’erano anche molti bambini attratti dalla curiosità. Tutti ignoravano cosa sarebbe potuto succedere e successe.

Le micidiali bombe anti-uomo caddero sulle persone. Molte di esse cercarono riparo nei campi venendo fatalmente colpiti dalla grandinata di schegge destinate a mettere fuori uso gli aerei. Dopo il bombardamento la pista e i campi circostanti erano pieni di cadaveri e feriti sanguinanti. Su ogni albero era caduto qualche brandello di vita umana.

Fu l’incursione più sanguinosa subita dalla popolazione di Vicenza. Molte le vittime civili: 317, secondo il bilancio ufficiale. Altre fonti calcolano i morti fino a 500.

Questa è la guerra di 80 anni fa. Questo, e altro, è oggi la guerra. Possiamo dimenticare gli orrori che essa ha già prodotto in passato? Rassegnarsi a subirne le assurde e inutili violenze. Sappiamo che oggi gli operatori di guerra possono fare di peggio. I costruttori di pace, promuovendo una cultura della nonviolenza, hanno il dovere di non arrendersi di fronte alla difficoltà di cambiare le mentalità e le istituzioni, ancora irresponsabilmente belliciste.

Chi ricorda cos’è la guerra, dal 2006 al 2010, ha lottato invano contro l’insediamento di una nuova base americana (una base per far la guerra) nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Ora la base c’è e il ricordo di quel bombardamento da parte USA è stato rimosso dalla coscienza americana. Per assicurare meglio l’oblio irresponsabile è stato anche cambiato il nome (la base all’anagrafe ha nome Del Din).

A chi ha lottato con lo slogan NO dal Molin, cioè No a un nuovo uso militare di quel territorio vicentino, è rimasta solo la possibilità che nella parte adiacente, non inglobata, si crei, come monito e promessa per il futuro, un Parco della Pace (nel senso di “parco per la pace”, cioè luogo dove ci si impegna, rafforzati dalla memoria del passato, a promuovere la pace).

Bisogna ancora lottare e vigilare affinché questa promessa si realizzi concretamente.

Riportiamo qui di seguito una testimonianza su quel 18 novembre 1944, a Vicenza

Vidi morire mia madre

Eccomi a scrivere qualcosa che fino a questo momento mi è costato fatica. Scrivo per farla conoscere a chi non ha passato questa triste esperienza perché capisca cosa è stata la guerra del 1940/1945. Mi chiamo Maria Luisa Andrighetto. Avevo allora 10 anni e ricordo bene che durante la mia infanzia sentivo parlare di distruzioni, di guerra e di morte. In quegli anni si doveva vivere con la “tessera degli alimenti”, erano i tempi dell’oscuramento notturno e di notte passavano i ricognitori: specialmente “Pippo”, era come un’ossessione. Si viveva in un clima teso; anche se eravamo bambini. C’era sempre in noi la paura che arrivasse qualcosa che noi temevamo. E arrivò. Alle incursioni aeree non ci si abitua; anche se tante, troppe volte passavano sopra di noi le flotte dei bombardieri con i loro carichi di morti e le sirene con il loro lugubre suono ci ammonivano con la loro imminente presenza. Noi tutti allora scappavamo allora spaventati nei rifugi, così come ci si trovava, con pochi stracci addosso anche se faceva già freddo.

Come se fosse ieri ricordo la sera del 17 novembre 1944 quando le bombe iniziarono a cadere per la prima volta anche da noi. Fu spaventoso. Sembrava che la terra venisse a mancare sotto i piedi; lo spostamento d’aria dava l’impressione di soffocare. Quando sembrava finito; ecco un’altra ondata fortissima e ancora panico e paura. Poi passò, ma chi poteva stare calmo e pensare di andare a dormire dopo quello che era successo? Il mattino seguente c’era un clima di disperazione; sui volti delle persone si leggeva la paura e ci si chiedeva chi avesse avuto danni o peggio ancora dei morti. Nel trascorrere della mattina ecco che ancora le sirene si fecero sentire e i bombardieri a flotte già apparivano nel cielo: inutile dire che fu la continuazione della sera precedente, un vero inferno e fu strage per tutti noi. Tra una ripresa e l’altra del bombardamento, io fuggì da quel piccolo riparo che mi ero trovata in quel momento assieme ad altre persone e a pochi passi vidi mia madre bocconi per terra. Con un terribile presentimento la presi per le braccia e gridando cercai di rialzarla. Ma non potevo, mi mancavano le forze; lei non si muoveva e mi accorsi con orrore che era morta. Fui io a vederla così ferita e sanguinante, mai potrò dimenticare quel momento, mai più.

Correvo disperata per recarmi nel nostro vicino rifugio, mentre le bombe fischiavano cadendo intorno da ogni parte tremendamente. Finalmente arrivata, presi un po’ di fiato. Lì c’erano alcuni vicini e conoscenti e tutti in preda all’angoscia a chiedere notizie dei loro familiari.

Non ci si poteva muovere in quell’inferno: fu allora che mi accorsi di essere rimasta ferita. Sentivo il sangue scorrere giù per il corpo, mi osservai e mi vidi bruciato il vestito; avevo riportato una ferita alla coscia con ritenzione della scheggia e poi un’altra a petto di striscio: mi aveva colpito una costola e uscendo immediatamente aveva provocato una lesione al seno.

Mi hanno portato in ospedale su una canna di bicicletta, ma in ospedale non c’erano più posti. Durante il tragitto vidi tanti morti per terra; il giorno stesso mi dissero che andavano a raccoglierli con il carretto. Dopo un giro più o meno lungo trovai un posto a sedere in un ospedale di fortuna e in mezzo a quella confusione dovetti aspettare molto tempo prima di essere medicata, perché i medici curavano i più gravi; infatti molti morirono dissanguati. Incominciarono a passare i giorni e il mio pensiero era sempre quello di potermi muovere e tornare a casa a vedere mia madre, volevo a tutti i costi vederla e andare al suo funerale. Purtroppo fu tutto inutile. Le mie condizioni non me lo permettevano.

Con il cuore colmo di disperazione mi dovetti rassegnare al mio destino e piangere: solo quello potevo fare. Stavo veramente male, ero febbricitante e in preda a emorragia e ogni tanto pensavo “Mamma vengo con te”. Finalmente passò novembre e poi dicembre con il Natale più triste della mia vita e verso la metà di gennaio fui dimessa dall’ospedale.

Ora dopo tanti anni, ancora tante volte mi chiedo: a che serve la guerra? È stata mai capace di risolvere qualcosa? No, solo questa è la realtà. Per tutti quelli che l’hanno vissuta come me ha dato frutti tremendi: distruzione e morte.

Andrighetto Maria Luisa

(Invalida civile di guerra ed orfana)

Andrighetto M. Luisa, Vidi morire mia madre, in Cari giovani, vi racconto la guerra 1944-1945. Il racconto dei protagonisti, a cura di Giulia Cananzi, in “Messaggero di Sant’Antonio”, luglio/agosto 1995, pp. 12-13.

Per approfondire: Giuseppe Versolato, Bombardamenti aerei degli alleati nel Vicentino 1943 – 1945, Edizioni Gino Rossato, Valdagno (Vi).

 

Casa per la Pace – Vicenza

 

#KURDISTAN #ARMENIA – ARMENI E CURDI UNITI NELLA LOTTA PER L’AUTODETERMINAZIONE – di Gianni Sartori

Capita ancora ogni tanto. Meno spesso di prima, ma capita.

Qualcuno “che ha studiato” – non avendo evidentemente altri argomenti per screditare la strategia adottata dai curdi in Rojava – tira fuori dal cappello la questione degli Armeni. Ed è anche capitato che mi venissero a citare una vecchia intervista del 2006 a Baykar Sivazliyan, armeno, docente universitario autore di numerosi libri sia sugli armeni che sui curdi (con cui è in ottimi rapporti da sempre).

Peccato che nell’intervista in questione le affermazioni di Baykar non andassero in quella direzione. Al contrario, intendeva riconoscere al Parlamento curdo in esilio – che aveva espresso un rammarico sincero – il merito storico di aver denunciato le responsabilità di alcuni curdi (una conseguenza indiretta dell’organizzazione feudale curda dell’epoca) nel genocidio degli armeni. Fornendo, quantomeno, una conferma delle ben più pesanti responsabilità turche (una “chiamata in correo” diciamo). Del resto -spiegava Baykar Sivazliyan – non è che agli armeni interessi condannare tutti i turchi odierni “a prescindere” per quello che hanno fatto i loro antenati. Si tratta invece di riconoscere, ammettere una buona volta le responsabilità dello Stato e dei dirigenti turchi dell’epoca.

E magari chiedere anche scusa, già che ci siamo.

Come lo so? Semplicemente perché conosco Baykar da anni e l’intervista citata a sproposito era una delle mie.*

La questione ora rischia di riproporsi e quindi mi sembra opportuno anticipare eventuali rimostranze.

Mentre gli armeni del Nagorno-Karabakh sono costretti ad abbandonare le loro case e mentre si profila il pericolo concreto di un ennesimo etnocidio (culturale, ma non solo) per mano degli azeri con il sostegno di Ankara, da più parti vengono lanciati appelli per “salvare gli Armeni di Artsakh”.

Ottimo, anche se tardivo. Purché non rimanga solo un benevolo auspicio.

Altri, i curdi per esempio, non avevano aspettato tanto per esprimere la loro concreta solidarietà al popolo armeno. Coerentemente con la pacifica convivenza sperimentata sia in Anatolia che nel Caucaso per millenni. Una convivenza incrinata soltanto all’epoca delle guerre turco-russe, propedeutiche agli eventi del 1915. Se ancora oggi qualche armeno rinfaccia ai curdi (o meglio, a una parte dei curdi) il ruolo di collaborazionisti nel genocidio non ha tutti i torti. Così come qualche curdo non dimentica altre ingiustizie subite – magari di minor gravità – per mano degli armeni (e degli azeri ovviamente). Ossia la deportazione di centinaia di migliaia di curdi dal “Kurdistan Rosso” quando si spartirono la regione.

Ribadisco. Attualmente i curdi, la stragrande maggioranza dei curdi, si rammarica profondamente per il ruolo di alcuni esponenti del loro popolo nel genocidio ordinato dal regime ottomano. Collaborazione che comunque avvenne in aperto contrasto con quanto richiesto dai notabili curdi riuniti nel Movimento Xoybun (di cui facevano parte anche molti armeni) che auspicava un Kurdistan indipendente a fianco di uno Stato armeno.

Curdi e armeni, due popoli perseguitati, forzatamente minorizzati, sia massacrandoli direttamente, sia frantumandoli tra vari stati. Come i curdi vengono perseguitati (principalmente da Ankara, ma anche Teheran non scherza) sia in Bakur che in Rojava e Rojhilat (e anche in Bashur naturalmente, talvolta con la colpevole complicità di altri curdi), così gli armeni oggi si ritrovano sottoposti alla doppia persecuzione di Turchia e Azerbajian.

Per quanto riguarda i curdi, un caso limite è quello di Afrin, il cantone curdo contro cui nel 2018 si erano scatenate le milizie mercenarie siriane e jihadiste alleate dell’esercito turco. Specularmente all’odierna tragedia del Nagorno-Karabakh, così da Afrin si snodavano altre interminabili colonne di profughi scacciati dalle loro case. Oggi Afrin è completamente sotto il controllo turco e le bande jihadiste vi impongono la sharia, esautorando completamente il Confederalismo democratico (pluralista,femminista , ecologista) che i curdi avevano applicato.

Un modello, per inciso, valido universalmente, non soltanto per i curdi.

Su chi possono contare ora come ora curdi e armeni? Soltanto su loro stessi probabilmente, dato che gli stati (quelli europei compresi) non manifestano particolare allarme per quanto sta avvenendo (almeno finché gli eventi non dovessero turbare i loro interessi). E’ comunque altamente auspicabile che al fianco di armeni e curdi si vadano schierando quanti credono ancora nell’autodeterminazione dei popoli. Così come è auspicabile che dalla comune lotta contro l’oppressione, rinasca una forte, sincera alleanza tra curdi e armeni. Un’alleanza in grado di lenirne, rimarginarne definitivamente le reciproche ferite.

Gianni Sartori

 

*Nota – l’intervista in oggetto http://www.arivista.org/riviste/Arivista/314/51.htm