Dialogo Euroregionalista – anno 3 n. 4

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Dialogo Euroregionalista anno 3 n 4 – diretto da Gianluca Marchi
hanno collaborato: Aureli Argemì, Vicent Partal, Meghan Bodette, Padraig Og O Ruarc, Frederic Bertocchini, Alberto Schiatti, Charlotte Aull Davies, Cristiano Sabino, Luigi Sardi, Lisandru de Zerbi, Niculaiu Battini, la nostra redazione. La copertina è stata realizzata da Giovanni Roversi

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LIBERATO DOPO 42 ANNI UN ESPONENTE DEL MOVE – di Gianni Sartori

Delbert Africa

Verso la metà degli anni novanta del secolo scorso (mi pare nel 1997) avevo incontrato alcuni esponenti del MOVE a Bassano nella sede del Centro sociale (poi demolito) “Stella Rossa”. Ramona Africa mi spiegò che tutti i militanti del MOVE rinunciavano al nome precedente in quanto evocava la condizione di schiavi dei loro antenati (come fece anche Malcom X) e aggiungevano al nome proprio, come rivendicazione di appartenenza comunitaria, familiare, il cognome “Africa”.

Da ex operaio rimasto intossicato da colle e vernici sul lavoro, avevo particolarmente apprezzato che prima della conferenza i militanti afro-americani avessero richiesto di non fumare durante la stessa. Anche “per rispetto dell’aria”, non solo delle vie respiratorie dei presenti. All’epoca molte riunioni di “soggetti antagonisti” si svolgevano ancora avvolte in asfissianti nuvole di fumo, non proprio come negli anni sessanta e settanta (vere camere a gas), ma comunque nocive quanto basta. Oltre all’intervista con Ramona Africa e Sue Africa di quel pomeriggio conservo un opuscolo “25 years on the move” (pubblicato nel 1996) con sulla quarta di copertina la foto dell’arresto di un militante del MOVE: Delbert Africa

A braccia spalancate e a torso nudo per non venire ammazzato con la scusa che avrebbe potuto nascondere un’arma. Come era capitato nel 1968 alla Pantera nera Bobby Hutton, assassinato a sedici anni dalla polizia di Oakland.

La foto dell’arresto di Delbert Africa risaliva allo sgombero – ordinato dal sindaco di Philadelphia Frank Rizzo – di una sede del MOVE nell’agosto 1978. Nei momenti successivi – come testimonierà lo stesso autore della foto – l’uomo venne selvaggiamente pestato dai poliziotti con il calcio dei fucili e preso a calci mentre era a terra inerme. Sempre a Philadelphia, nel 1985 lo sgombero forzato di un altro appartamento occupato dal MOVE si svolse con l’intervento di centinaia di poliziotti e addirittura con il lancio di una bomba dall’elicottero. Undici persone morirono nell’incendio che si era sviluppato. Tra loro anche cinque bambini (tra cui Tomaso, Tree e Netta la cui foto si trova all’interno dell’opuscolo). Perse la vita anche un poliziotto, molto probabilmente vittima di “fuoco amico”.

Il MOVE, fondato nel 1972 da John Africa (nome di nascita Vincent Leaphart) auspicava la possibilità di vivere fuori dal capitalismo e dal consumismo della società bianca in armonia con la natura. Tra le loro attività più intense, una campagna a sostegno del prigioniero politico Mumia Abu-Jamal per impedirne l’esecuzione.

Gianni Sartori

#EuskalHerria – #Movie – “PAYS BASQUE ET LIBERTE'” selezionato per il Festival Internazionale di Biarritz – fonte Artisans de la Paix

Pays basque et liberté – Teaser from Prima Luce on Vimeo.

En sélection au Festival international de Biarritz : PAYS BASQUE ET LIBERTÉ – UN LONG CHEMIN VERS LA PAIX un film de Thomas Lacoste.

Le festival international FIPADOC a sélectionné le documentaire “Pays Basque et liberté, un long chemin de la paix” de Thomas Lacoste. Comme d’autres acteurs du Pays Basque et internationaux, des représentants des Artisans de la Paix et de Bake Bidea ont été invités à apporter leur regard.

Deux projections ont été programmées, elles auront lieu le jeudi 23 janvier à 12 h 15 et le samedi 25 janvier à 10 h (à la salle Atalaya, Gare du Midi).

OCCITANIA: CONTESTAZIONI A MACRON CON CONSEGUENTE ARRESTO DI SEI MILITANTI INDIPENDENTISTI – di Gianni Sartori

tor deu borreu

Lunedì scorso, 13 gennaio, in occasione della visita a Pau del presidente francese Macron (per presenziare al G5 Sahel) la “Tor deu Borrèu” (sede dell’organizzazione LIBERTAT che si definisce “indipendentista e socialista”) è stata sfondata e perquisita dalla polizia che vi ha anche arrestato sei militanti occitani. Già dal primo pomeriggio tutte le strade che portano in città erano state bloccate ermeticamente dalla Gendarmerie per consentire l’accesso solamente al corteo presidenziale.

Nel frattempo alla Tor deu Borrèu alcuni militanti occitani avevano esposto uno striscione di protesta e andavano diffondendo della musica tradizionale attraverso gli altoparlanti. Stando alle accuse, avrebbero anche gridato slogan indipendentisti.

Cinque poliziotti in divisa e uno in borghese avevano cercato di entrare nella sede senza riuscirci. Raggiunti da molti altri (almeno una cinquantina, sia in divisa che in borghese) sfondavano la porta e si impadronivano dello striscione. Gettandosi quindi sui militanti presenti per arrestarli (“très brutalment” stando alle testimonianze).

Ma una volta giunti al commissariato gli agenti si trovavano in evidente difficoltà al momento di giustificare il loro operato. In un delirante crescendo i militanti arrestati venivano accusati prima di “schiamazzi diurni”, poi di “oltraggio” e infine di “ribellione”.

Alla fine emergeva un capo d’accusa definitivo (per ora almeno): “oltraggio nei confronti di una persona depositaria di pubblica autorità in riunione”.

In tarda serata gli arrestati venivano rimessi in libertà – provvisoria – e rimangono per ora in attesa del processo.

Gianni Sartori

#KURDISTAN – IN MORTE DELLA PRIGIONIERA POLITICA CURDA NURCAN BAKIR – di Gianni Sartori

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La prigioniera politica Nurcan Bakir (47 anni di età, in carcere da 28 anni e gravemente ammalata) si è tolta la vita in cella per protestare contro la repressione nelle carceri turche e denunciare le condizioni indegne in cui versano i detenuti. Contro la sua volontà Nurcan era stata trasferita dal carcere femminile di Gezbe a quello speciale di Burhaniye, prigione chiusa di tipo T che sorge nei pressi di Mardin (provincia Balikesir, nella regione di Marmara). Una ritorsione – tale trasferimento – per la sua partecipazione allo sciopero della fame di massa indetto l’anno scorso per protestare contro l’isolamento totale imposto al leader curdo Ocalan. Al suo rilascio definitivo mancavano ancora due anni e lei si era quindi rivolta alla Corte di Giustizia Europea per i Diritti Umani affinché, date le sue condizioni di salute, potesse essere rilasciata prima. Nel suo ultimo contatto con familiari (una telefonata del giorno precedente) aveva detto di non voler “tacere di fronte alla repressione”, ma soprattutto di ricordare “ogni notte nei sogni i suoi figli assassinati dal regime”.
Inizialmente il suo corpo era stato portato all’Istituto di Medicina Forense di Bursa e qui trattenuto in quanto pare mancassero alcuni documenti. Altri problemi dalla direzione del cimitero di Bursa che ha reso problematica (rifiuto di un mezzo di trasporto, proibizione di trasportarlo in aereo) forse in un tentativo di impedirla, la restituzione alla famiglia. Nurkan Bakir verrà sepolta nel villaggio di Kayakdere (nel distretto Omerli di Mardin) dove nel pomeriggio di questo 16 gennaio i suoi parenti si stanno dirigendo trasportandone i resti con i propri mezzi. Seguiti e controllati da uno spiegamento di polizia. Sicuramente le forze dell’ordine cercheranno di impedire che la cerimonia funebre si svolga pubblicamente diventando un momento di lotta e protesta contro Erdogan.
Gianni Sartori
nota: l’immagine, appena diffusa, mostra proprio le esequie di Nurkan Bakir