#Memoria #Genova – I GAS CS, GUERRA CHIMICA IN TEMPO DI PACE – di Gianni Sartori

Il micidiale gas CS, usato dalla polizia contro i manifestanti a Genova nel 2001 (ufficialmente oltre 6 mila candelotti sparati…), è una sostanza messa al bando dalla Convenzione di Ginevra. E’ dunque proibito usarla in guerra, perché gravemente tossica anche per le popolazioni residenti e per chi la usa.
Come è possibile venga ancora usata impunemente in tempo di pace?
In realtà qui sembra regnare un po’ di confusione. Talvolta nei documenti  ci si riferisce al gas CS come “arma non letale” il cui uso per ragioni di ordine pubblico è consentito, legale. Paradossalmente vien da dire, Dato che – come già detto – se utilizzato in guerra viene considerato “arma chimica”.

All’epoca – luglio 2001 –  la presenza mia e di altri compagni nella delegazione vicentina alla manifestazione contro il G8 di Genova era stata ben documentata dalla immagini apparse sul Giornale di Vicenza del 22 luglio 2001. Come si poteva vedere in quelle foto lo striscione e la bandiera erano quelli del Movimento UNA (Uomo-Natura-Animali). Qualcuno di noi aveva anche partecipato alle manifestazioni dei giorni precedenti, ma la maggior parte era arrivata la mattina di quel maledetto sabato 21 luglio per esprimere il più radicale dissenso da una politica che nega i diritti degli umani, degli animali e della Terra stessa, in via di progressiva devastazione. Nel giro di un anno diversi dei nostri militanti e simpatizzanti (così come tanti altri amici e conoscenti), dopo aver trascorso “uno dei peggiori inverni della loro vita”, avevano dovuto rassegnarsi all’idea di essere stati irrorati con il micidiale aerosol che la polizia aveva usato in modo massiccio contro centinaia di migliaia di persone. Imparando a proprie spese che la mancanza improvvisa del respiro, le bronchiti ricorrenti, il perenne mal di gola… non erano una conseguenza dello smog (non solo almeno), ma, con tutta probabilità, del fatto di aver respirato il CS, il gas presente nei lacrimogeni usati a Genova in quantità industriale (ufficialmente – ripeto – si parlava di oltre 6.000 candelotti sparati, ma presumibilmente furono molti di più). Sui bossoli in alluminio raccolti (che ricoprivano a migliaia le strade) era ben evidente la scritta: “cartuccia 40mm a caricamento lacrimogeno al CS,STA – 1 – 98”.
Il CS non è una sostanza qualsiasi. E’ stata messa al bando dalla Convenzione mondiale sulle armi chimiche, ma solo per il suo uso in tempo di guerra.
E’ considerato estremamente dannoso, perché può provocare danni permanenti e può avere effetti sui cromosomi delle persone.
Il CS era già noto per essere stato usato in Vietnam e per essere una delle sostanze di cui si accusava l’Iraq. Inoltre era già stato oggetto di una richiesta di messa al bando da parte dell’associazione dei medici sudcoreani e veniva studiato con preoccupazione negli USA. Come aveva scritto il senatore verde Francesco Martone (vittima dei CS e autore di un’inchiesta sui fatti di Genova): “chi era a Genova lo ricorda. Ricorda il fiato mozzato, il cuore in gola, l’impossibilità di respirare, la pelle bruciata e gli occhi pieni di lacrime. Ricorda la sensazione di vomito e nausea immediata, ed il bruciore allo stomaco, i dolori al fegato”.

Nella sua inchiesta Martone aveva anche ricostruito la storia dell’uso repressivo di questo gas. Il CS era già stato usato a Seattle, a Québec, a Genova, in Irlanda del Nord, a Waco, a Seul, in Palestina, in Malesia, in Perù.
In un libro di Gore Vidal, “La Fine della libertà. Verso un nuovo totalitarismo?”, si racconta appunto la strage di Waco, quando il 19 aprile del 1993 gli agenti dell’FBI posero fine al lungo assedio alla sede della setta dei Davidiani, usando gas CS e carri armati. Secondo alcuni analisti, fu proprio il CS a innescare l’incendio nel quale morirono 82 persone.
Scoperto ancora negli anni venti del secolo scorso, il CS (sigla per chlorobenzylidene malonitrile, in italiano “ortoclorobenzalmalonitrile”) era poi stato sviluppato negli anni ’50 dal Chemical Defence Experimental Establishment [Porton, Inghilterra]. In Italia i candelotti al CS li produceva la ditta Simad S.p.A. di Carsoli, in provincia dell’Aquila.
Il CS è una sostanza cristallina solitamente mescolata con un composto pirotecnico in una granata o candelotto. Si diffonde sotto forma di nebbia o fumo di particelle sospese. La sua efficacia deriva dalla proprietà irritante, molto forte, per la pelle e le mucose, e di agente lacrimante anche in dosi minime. Gli effetti caratteristici sono una congiuntivite istantanea con blefarospasmo, irritazione e dolore. Il CS micronizzato e mescolato con un antiaglomerante o trattato con idrorepellenti a base di silicone (formule note come CS1 e CS2) può rimanere attivo per giorni e settimane, in particolare se polverizzato al suolo.
A Québec, dove si fece uso di CS per reprimere le manifestazioni contro il Trattato dell’Area di libero commercio delle Americhe (aprile 2001), l’Ufficio di Igiene pubblica avvisò i residenti di indossare guanti di gomma e lenti protettive nel trattare i residui, di gettar via cibo e bevande contaminati (anche quelli contenuti in lattine o scatolette), di rimpiazzare i filtri dell’aria condizionata e lavare l’esterno delle abitazioni.
Non risulta che gli abitanti di Genova abbiano mai ricevuto suggerimenti del genere.

Secondo uno studio pubblicato nel 1989 dal Journal of the American Medical Association, il CS assorbito verrebbe metabolizzato nei tessuti periferici sotto forma di cianuro, nota sostanza cancerogena.
Uno degli autori di questo studio, Bailus Walker, professore di tossicologia ambientale dell’Università di Howard, ha studiato le complicazioni polmonari nel corso di una visita degli ospedali della Corea del Sud, nel 1987, dopo che la polizia locale aveva usato il CS contro i dimostranti.
Il dottor Walker riscontrò danni al sistema respiratorio di bambini, e casi di danno cromosomico, al punto di affermare che il CS può essere “molto, molto tossico”, se usato nelle dosi sbagliate.
In Corea il governo aveva ammesso l’uso di 351 mila candelotti lacrimogeni contro civili nel solo mese di giugno del 1987, molti di più di tutto il gas lacrimogeno usato nell’intero 1986. In Corea, i medici hanno constatato che varie centinaia di migliaia, se non milioni di civili erano stati esposti agli effetti del CS, senza essere stati poi debitamente assistiti.

Gli esperti consigliano di trattare l’esposizione ad alte concentrazioni di gas lacrimogeno, per inalazione o ingestione, come quelle che possono occorrere in uno spazio chiuso o in prossimità dell’esplosione di un candelotto, “con molta cautela, anzi consigliano un periodo di osservazione di qualche giorno poiché un edema polmonare potrebbe sopraggiungere solo in un secondo tempo”.
In prossimità dell’esposizione i rischi di edema polmonare o di altre gravi complicazioni sono molto alti.
Secondo la commissione medica sudcoreana “l’uso di gas lacrimogeni contro civili in Corea del Sud è una pratica disumana e non accettabile dal punto di vista medico”.
Ed ancora: “Consideriamo l’uso di gas CS e di altri gas lacrimogeni con i loro effetti clinici equivalente ad una operazione di guerra chimica contro popolazioni civile, e pertanto chiediamo la totale messa la bando di queste sostanze”.
I medici raccomandavano poi al governo sudcoreano di rendere immediatamente disponibili al pubblico ed ai professionisti del settore medico e della salute pubblica i dati relativi alla composizione chimica di tutti i gas lacrimogeni usati, informazioni sulle concentrazioni e varie formule di questi agenti, precedenti studi tossicologici svolti o disponibili, ed ogni altra informazione tecnica rilevante per comprenderne le conseguenze mediche e sanitarie.
“Il governo, inoltre, dovrà incoraggiare immediatamente scienziati e ricercatori a svolgere tutti gli studi apidemiologici e clinici necessari per chiarire gli effetti degli agenti di gas lacrimogeni usati. Una tali ricerca dovrà essere svolta in maniera indipendente e comprendere gli effetti acuti e subacuti, cronici e di lungo periodo di tali agenti, in particolare su soggetti a rischio come bambini, neonati, anziani, soggetti con malattie croniche preesistenti e pazienti in degenza”.
Lo stesso Parlamento europeo (European Parliament Directorate General for Research Directorate A The Stoa – Scientific an Technological Options Assessment – Programme) commissionò uno studio specifico sull’uso di gas lacrimogeni (“Crowd Control Technologies. An appraisal of technologies for political control”) nel giugno 2000. Se ne ricava che già allora esisteva una pubblicistica sterminata sul CS, almeno 115.107 articoli! Secondo i dati raccolti dallo STOA, ad alti livelli di esposizione, il CS può causare polmonite ed edema polmonare fatale, disfunzioni respiratorie, oppure gravi gastroenteriti ed ulcere perforanti.
A livelli più alti il CS è stato associato con disfunzioni cardiache, danni al fegato e morte.
Sperimentazioni in vitro hanno dimostrato che il CS è clastogenico, causa cioè la separazione dei cromosomi, e mutageno, cioè può causare mutamenti genetici ereditabili, mentre in altri casi il CS aveva dimostrato di poter causare un aumento nel numero di cromosomi abnormi.

Dal punto di vista tossicologico, molte associazioni mediche raccomandavano lo svolgimento di maggiori analisi di laboratorio ed epidemiologiche, per avere un quadro completo delle conseguenze mediche derivanti dall’esposizione di componenti quali il CS.
Il Journal of the American Medical Association sosteneva che la “possibilità di conseguenze mediche di lungo termine, quali formazione di tumori, effetti sull’apparato riproduttivo e malattie polmonari è particolarmente preoccupante, considerando l’esposizione alla quale vengono soggetti dimostranti e non dimostranti in caso di operazioni di ordine pubblico”.
L’agenzia che fornì il CS al cloruro di metilene, la Defense Technology Corporation (Wyoming) si è poi unita alla Federal Laboratories. Questa ditta, nel 1992, insieme alla TransTechnology Corp, fu oggetto di una causa civile da parte delle famiglie di nove palestinesi uccisi dall’esposizione a CS, usato massicciamente dagli israeliani contro l’Intifada.

Va anche ricordato che l’Italia ha ratificato nel 1925 il protocollo di Ginevra contro l’uso di sostanze soffocanti o gas e che nel 1969 almeno ottanta paesi hanno votato per la messa al bando dei gas lacrimogeni in operazioni di guerra.
Come si spiega che il CS sia proibito in guerra, ma permesso in tempo di pace?
Secondo alcuni esperti, esisterebbe una vera e propria scappatoia legale nella Convenzione sulle armi chimiche dato che la Convezione non proibisce l’uso di gas tossici in operazioni “pacifiche” come ad esempio quelle di “law enforcement”, il ripristino della legge…
Ma a questo punto è lecito chiedersi quali siano le garanzie sanitarie sia per coloro che protestano, che per le popolazioni delle città teatro di questi micidiali esperimenti di guerra tossica. Infatti chi lancia i gas ha la maschera, a chi li riceve, manifestante o no, resta avvelenato.

Un’ultima curiosità. In molti ci eravamo chiesti cosa significasse la misteriosa sigla CS (visto che non si riferisce ai componenti chimici). In realtà è formata dalle iniziali dei cognomi degli scopritori (due statunitensi, negli anni venti del secolo scorso) : Ben Corson e Roger Staughton. Gran bella soddisfazione venir ricordati per una roba del genere!  

Gianni Sartori

#Kurdistan #Rojava – ROJAVA: VERSO UN RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE DELL’AMMINISTRAZIONE AUTONOMA? SEGNALI POSITIVI DA CATALUNYA E FRANCIA – di Gianni Sartori

Dalla società civile e da alcuni gruppi politici catalani è partita una richiesta al Parlament de Catalunya: riconoscere ufficialmente l’Amministrazione autonoma in Rojava.

Tra i promotori: l’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), la CUP (Candidatura d’Unitat Popular), l’ECP (En Comú Podem) e Junts. Per l’ERC ha firmato il deputato Ruben Wagensberg.

A tale scopo il 19 luglio è stata depositata una proposta di risoluzione che ora dovrà essere sottoposta al dibattito parlamentare. Si chiede inoltre di ricostruire una rete solidale tra la Catalunya e la Siria del Nord e dell’Est. Non solamente con interventi di cooperazione, ma anche accogliendo nei PP. CC. (Paisos Catalans) rifugiati provenienti da questa area del Medio oriente.

La proposta nasce direttamente dalla visita di una delegazione catalana in Rojava e rientra in una campagna per il riconoscimento dell’Amministrazione autonoma a livello internazionale.
 
Sempre il 19 luglio (coincidenza?) una delegazione proveniente dal Rojava veniva ricevuta all’Eliseo dal presidente francese e da alcuni alti funzionari. Ne facevano parte Ilham Ahmed (copresidente del consiglio esecutivo del Consiglio democratico siriano), Berivan Xalid (copresidente del consiglio esecutivo dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est) e Xesan El Yusif (copresidente del Consiglio esecutivo dell’amministrazione civile di Dei ez-Zor).
 
Macron – oltre ad avere richiesto esplicitamente tale visita ufficiale – avrebbe promesso un sostegno sia economico che militare all’Amministrazione autonoma al fine di “garantire la sicurezza e la stabilità” in Siria e nella regione. Oltre ad aver discusso della – non ancora definitivamente risolta – questione Daesh (Isis), si sono affrontate tematiche riguardanti la struttura sociale e politica dell’Amministrazione autonoma.
 
Quasi un riconoscimento ufficiale direi.
 
 
Gianni Sartori

#LingueLocali #Kurds – PARLI IN CURDO? ALLORA SEI UN “TERRORISTA” – di Gianni Sartori

distribuzione sul territorio della Lingua Kurda

Parlare curdo può costare anche la vita, almeno in Turchia e nei territori del Kurdistan del Nord (il Bakur, sottoposto all’amministrazione-occupazione turca). Non solo le sedi di HDP vengono periodicamente attaccate dai fascisti turchi, ma lo stesso accade sovente a lavoratori curdi sorpresi a parlare nella loro lingua nazionale (il curdo naturalmente, lingua di una “nazione senza Stato”).

Un effetto, neanche tanto collaterale, della campagna di odio razzista alimentata dall’attuale governo e dai suoi alleati politici (“Lupi grigi” in primis).
L’ultimo episodio di cui si è venuti a conoscenza risale al 19 luglio quando alcuni operai agricoli sono stati aggrediti a Sultandagj (provincia di Afyonkarahisar). Nel settembre dell’anno scorso, in circostanze analoghe, un operaio curdo era rimasto ucciso e altri due feriti in una fabbrica a Dinar (sempre provincia di Afyonkarahisar).
I lavoratori curdi, provenienti da Diyarbakir (Amed) e da Mardin (ossia dal Kurdistan del Nord), sono stati aggrediti davanti a un negozio di barbiere. Il proprietario, avendo sentito che parlavano in curdo, li aveva accusati di essere “terroristi” e si era rifiutato, in pratica, di farli entrare.
Un cugino degli aggrediti – stando a quanto riportava Gazete Fersude – ha spiegato che Ismail Tan e Ali Tan si erano messi in coda. Accorgendosi però che tutti, man mano che arrivavano, passavano davanti a loro. Così per almeno due ore. Alle loro rimostranze, il barbiere rispondeva appunto che “erano terroristi, in quanto parlavano in curdo”. Ismail Tan veniva quindi prelevato, caricato a forza su un’auto e portato in una zona disabilitata dove veniva duramente picchiato rompendogli le braccia (e la scena veniva anche filmata).
Informati i familiari da Ali Tan, quando questi si presentavano davanti al negozio per avere spiegazioni, venivano aggrediti, picchiati e bastonati. Sette uomini e due donne – tutti curdi – sono rimasti feriti.
Peggio ancora. Nella provincia curda di Mus si torna a parlare di casi pedofilia in relazione con i corsi di Corano dopo la morte, alquanto sospetta, di un ragazzino di 12 anni, ritrovato impiccato nei bagni di un istituto per l’insegnamento del Corano il 3 luglio. Per i familiari non si tratterebbe di suicidio, ma di un “omicidio pianificato” in quanto il ragazzino difficilmente avrebbe potuto “strangolarsi con una cintura appesa alla maniglia della porta”. Come del resto ritengono anche i medici che invano avevano tentato di salvarlo. Nonostante le rassicurazioni delle autorità – che nel frattempo hanno segretato l’inchiesta – cresce la preoccupazione tra i familiari dei bambini e ragazzi che frequentano i corsi in quanto non vi sarebbero controlli. Questo non sarebbe nemmeno il primo caso di violenza sessuale su minori verificatosi in ambienti di insegnamento religioso. L’anno scorso, sempre nella provincia di Mus, tre ragazzi avevano subito violenza in una scuola coranica nel villaggio di Kod. Nonostante, almeno in questo caso, l’aggressore venisse identificato e arrestato, molti genitori avevano poi ritirato i figli dalla scuola coranica, un’istituzione religiosa controllata dallo Stato.


Come in altre occasioni, da parte delle autorità si era cercato di non far trapelare la cosa e soltanto l’insistenza di alcune madri – sconcertate dal fatto che i bambini si rifiutavano di frequentare i corsi e piangevano in continuazione – aveva consentito che si rompesse il silenzio e la notizia diventasse di pubblico dominio. Ma si si trattava di un’eccezione dato che in genere sia le vittime che i parenti non denunciano per un malinteso senso di rispetto verso i religiosi o di vergogna.


D’altra parte sulla questione esiste – da tempo e di fatto – una sorta di tacita complicità fra autorità pubbliche e religiose per cui si tende a legittimare, giustificare tali eventi. Per dirne una, in luglio il governo turco ha reintrodotto una legge per cui i responsabili non vengono perseguiti se sposano le minorenni vittime di stupro. Una legge che il governo aveva già in precedenza cercato di ripristinare, sia nel 2016 che nel 2020. 

 
 
Gianni Sartori

#Kurds #Syria – LA CONVENZIONE DI GINEVRA PER ANKARA NON FA TESTO – di Gianni Sartori

Stando alle dichiarazioni di un loro portavoce almeno un’ottantina di membri delle Forze arabo-curde (FDS) sono stati sequestrati in territorio siriano e ora si trovano incarcerati in Turchia. In aperta violazione della Convenzione di Ginevra, (nonostante questa venisse a suo tempo sottoscritta anche dalla Turchia).
 
Mentre si sforza oltremodo per convincere l’opinione pubblica che quella condotta dall’esercito turco e dai mercenari jihadisti contro i curdi è una “guerra contro il terrorismo”, in realtà Erdogan viola sistematicamente il diritto internazionale.

Per esempio anche sequestrando in territorio siriano e trasferendo illegalmente in territorio turco (sottoponendoli quindi alla legislazione turca) decine di esponenti delle FDS (Forze democratiche siriane). In questi giorni il loro portavoce ha rivolto un appello alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite e al Consiglio di sicurezza dell’ONU affinché intervengano e agiscano concretamente per porre fine a tale ingiustizia.

 
Quasi tutti i membri delle FDS ora imprigionati nelle carceri turche sono stati condannati all’ergastolo. In base alla legislazione turca e in particolare all’articolo 302 ossia alla presunta“distruzione dell’unità e integrità dello Stato” (quello turco ovviamente).

Tra i militanti sequestrati e condannati all’ergastolo anche tre esponenti del Consiglio militare siriano (MFS, espressione degli assiri cristiani vicini al partito di sinistra dell’Unione siriaca), quello del comandante Abu Leyla, un meccanico votatosi alla rivoluzione e al Confederalismo democratico. Caduto cinque anni fa come ricordava Davide Grasso in una bella biografia (vedi su: Nena News – Agenzia Stampa Vicino Oriente).

 
I tre siriaco-cristiani sarebbero stati sequestrati a Serekaniye dall’Esercito Nazionale Siriano (ASL/SNA, le truppe mercenarie alleate di Ankara) durante l’invasione – illegale in base al diritto internazionale -dell’autunno 2019.
 


Gianni Sartori

#Veneto #Lissa – Una bottiglia di Serprino DOC per ricordare la vittoriosa battaglia di Lissa – segnalazione di Ettore Beggiato

Una decina d’anni fa Ettore Beggiato  aveva stampato il libro “Lissa, l’ultima vittoria della Serenissima” con la prefazione di Eva Klotz: 132 pagine ricche di documenti, di testimonianze, di elenchi come quello dei veneti ai quali l’Imperatore Francesco Giuseppe assegnò due medaglie d’oro e quarantanove fra medaglie argento di prima classe e quelle di seconda classe. 

Con questo libro  l’autore dimostrava come l’apporto dei popoli che fino a qualche anno prima facevano parte della Serenissima Repubblica Veneta (e quindi veneti, istriani, dalmati) fu fondamentale nella battaglia navale  combattuta nell’Adriatico dove la marina italiana  fu pesantemente sconfitta austriaca che fino a qualche anno prima si chiamava “Imperial Regia Veneta Marina”.   

Il libro, come altri di Beggiato, provocò notevoli polemiche a partire da un articolo che Gian Antonio Stella che gli dedicò una pagina su “Sette” l’inserto settimanale del Corriere della Sera, per non parlare dell’irritazione dei nazionalisti italiani.  

Ettore Beggiato comunque non demorde e così quest’anno, centocinquantacinquesimo anniversario della battaglia, ha pensato bene di festeggiare la vittoria di Lissa con una bottiglia di “Serprino” DOC dell’Azienda Monte Viale di Bastia di Rovolon, il vino frizzante dei Colli Euganei, “fratello minore” del più famoso Prosecco visto che viene prodotto con la stessa uva glera (o serprina). 

L’etichetta disegnata dall’artista Martina Tauro “La poiana” riporta lo scontro sul mare e la frase che  l’ammiraglio imperiale  W. Von Tegetthoff,  il vincitore di Lissa, avrebbe esclamato dopo lo scontro navale “Uomini di ferro su navi di legno hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro” per rimarcare l’abilità dei marinai Serenissimi (veneti, istriani e dalmati) e di altre parti dell’impero austriaco che vinsero la battaglia nonostante una notevole superiorità di mezzi e di uomini della marina italiana. 

E alzando il calice del frizzante Serprino, Ettore Beggiato esclama “Viva San Marco!” proprio come quei marinai istriani, dalmati e veneti, che festeggiarono la conclusione della vittoriosa battaglia. 

#Kurds #Rojava – MA ALLORA ERA SOLO UNA QUESTIONE DI PETROLIO? – di Gianni Sartori

(Photo by DELIL SOULEIMAN / AFP)

Forse l’avevate notato anche voi. Da qualche tempo sembrerebbe (condizionale d’obbligo) che rosso-bruni (dichiarati e non), “antidiplomatici” vari, antimperialisti de noaltri e infatuati di Assad si siano dati una calmata. Perlomeno nell’infangare sistematicamente la rivoluzione curda e nell’intervenire petulanti (peggio dell’Inquisizione o della GPU) ogni qualvolta soltanto si nominava il Rojava (che – secondo loro – non esisterebbe nemmeno; per analogia pensiamo alle reazioni dei falangisti spagnoli appena sentivano nominare Euskal Herria).

Rinsaviti? Temo di no, purtroppo. Come quasi sempre dietro ogni presa di posizione politica o ideologica ci sono ragioni materiali, mercantili diciamo.

In concreto, la prevista scadenza della licenza di Delta Crescent entro il 31 agosto, quando dovrebbe cessare lo sfruttamento dei pozzi petroliferi nel nord-est della Siria gestito dai curdi. Licenza che verrebbe trasferita a Gulfsands Petroleum Company, una compagnia registrata nel Regno Unito e presente in Siria dal 2011. Secondoil Weekly Middle East fil & Gas News and Analysis oltre la metà delle azioni di tale compagnia in giugno venivano acquistate da un uomo d’affari russo.

Quindi nessun problema. Dato che ora – in pratica – sono i russi a impadronirsene, le “risorse naturale patrimonio intangibile della Siria” possono tranquillamente venir commercializzate.

In filigrana si intravede l’accordo russo-statunitense sull’apertura di punti di transito, di fatto una sospensione delle ostilità (almeno in Siria e temporaneamente) tra Washington e Mosca. Nella prospettiva di possibili accordi futuri e di un miglioramento anche dei rapporti tra curdi e Russia la cui permanenza in Siria, ormai appare evidente, sarà di lunga durata.

In questa prospettiva appare scontato che siano i Russi – e non più gli Usa – a fruire del petrolio della regione.

Non sarebbe invece un problema (ma piuttosto una “risorsa”) nemmeno per Mosca, l’ulteriore permanenza statunitense in chiave anti-Isis. Una battaglia che Mosca e Damasco non sembrano in grado di affrontare senza l’aiuto indispensabile dei curdi e in seconda battuta degli Usa.

A conti fatti potrebbe convenire anche ai curdi in quanto le politiche statunitensi appaiono quantomeno ondivaghe tra un’amministrazione e l’altra. Mentre Mosca, a modo suo, garantisce comunque una maggiore continuità e stabilità.

Del resto anche in passato, prima degli accordi con la compagnia statunitense, il petrolio veniva sfruttato direttamente dalle FDS (Forze democratiche siriane di cui fan parte le YPG) che in genere lo rivendevano a Damasco. E senza suscitare particolari sollevate di scudi “sovraniste” per le risorse nazionali espropriate. Se era solo una questione di petrolio e profitto, bastava dirlo.

 

Gianni Sartori