#Welschtirol – Un ricordo di Stefan Frenez – 3 luglio 2020

Era il 3 luglio del 2015 quando Stefan Frenez, che aveva 62 anni e abitava a Fierozzo nella Valle dei Mocheni, cominciò a Mama di Avio quel viaggio che doveva seguire e segnare i confini del Tirolo storico. Era il centesimo anniversario della guerra dichiara dal Regno d’Italia all’Impero di Francesco Giuseppe; in ogni tappa della marcia, certo solitaria ma idealmente seguita da quanti si riconoscono nella storia tirolese, si doveva narrare un episodio della Grande Guerra. Cinque giorni dopo Stefan morì precipitando in un canalone sui Monti Lessini. Domani, 3 luglio, sarà ricordato con un mazzo di rose rosse e bianche gettato nelle acque del fiume Adige dal ponte di Borghetto.

Luigi Sardi

#KURDS – IRAN: LE FORCHE DELLA VERGOGNA – di Gianni Sartori

Un altro militante curdo, imprigionato e torturato da agenti dei servizi segreti, rischia di essere impiccato in Iran.

L’appello urgente viene da Amnesty International.

 Si tratta di Kamal Hassan Ramezan Soulo, originario del Rojava (Kurdistan sotto amministrazione siriana). Rinchiuso nel carcere centrale di Urmia (Urmiye in curdo, Azerbaigian occidentale), rischia la pena capitale per quello che ha tutta l’aria di uno scambio di persona. Ma i servizi segreti, rifiutandosi di ammettere l’errore,  lo hanno sottoposto negli ultimi tre anni a torture e maltrattamenti. Lo scopo era quello di ottenere una “confessione” in merito a una azione armata a cui Kamal non ha mai preso parte.

Secondo gli uomini dei servizi Kamal Hassan Ramezan Soulo sarebbe in realtà “Kamal Soor”, già condannato a morte in contumacia nel 2011 per un’azione armata risalente al 2006 (azione attribuita al PJAK, una delle principali organizzazioni dell’opposizione curda in Iran).

Nonostante  la camera del tribunale rivoluzionario di Urmia abbia stabilito (in ben due occasioni: settembre 2017 e giugno 2020) che Kamal Hassan Ramezan Soulo non è “Kamal Soor”, gli agenti dei servizi iraniani insistono perché venga giustiziato.

Il giovane curdo era stato arrestato nell’agosto 2014 sui Monti Qandil in prossimità della frontiera tra Iran e Iraq. Nel 2015 veniva condannato a dieci anni, pena poi ridotta a sette anni e mezzo, per appartenenza al PKK.

Poi, nel maggio 2017, mentre si trovava in carcere, gli venne comunicato che su di lui pendeva una condanna a morte. Impedendo, di fatto, che potesse usufruire di un indulto che lo avrebbe rimesso in libertà nell’ottobre 2019.

Sempre da A.I. si apprende che il giovane curdo siriano è stato torturato anche recentemente, dopo il suo trasferimento (il 13 giugno 2020) in un centro di detenzione del ministero dell’Intelligence. Luogo in cui è rimasto segregato, senza comunicarlo ai difensori o a i famigliari, per circa una settimana.

 

Gianni Sartori

 

 

 

#SegnalazioniEditoriali – il nuovo libro di Petru Poggioli

Segnaliamo l’ultimo lavoro di Petru Poggioli:
“Gilet gialli: la rivolta dei dimenticati”,
p 547, 37 euro, Ed. Fiara


Sono stati mobilitati dal novembre 2018 e instancabilmente, nonostante tutti gli ostacoli e le difficoltà, di ogni tipo, nonostante la dura repressione subita, sono tornati in piazza e hanno continuato le loro molteplici  azioni e mobilitazioni, gridando con rabbia per la loro sete di dignità, giustizia fiscale, territoriale, digitale, economica e sociale. Le loro mobilitazioni hanno avuto alti e bassi, ma la loro determinazione non è mai stata scalfita e hanno continuato, contro ogni previsione, a sfidare e rivendicare un’altra, più giusta società e un mondo migliore per se stessi e i loro figli, fino alla crisi del Coronavirus.
È la loro storia / saga che questo lavoro ripercorre, con una serie di dettagli sulle loro diverse manifestazioni ed azioni , in tutta la Francia, poiché questo loro percorso incarna l’ultima grande rivolta popolare della Francia contemporanea e la Storia, proprio come per gli eventi del maggio ’68, ricorderà la loro epica  avventura. Avranno avuto successo o avranno fallito nel loro desiderio di cambiare le cose?? Solo il futuro lo dirà.
Ma anche se non hanno trovato la soluzione ai loro problemi, le domande che hanno sollevato sono quelle che la maggior parte delle persone oggi deve affrontare, di fronte a “un altro mondo, un mondo moderno”. Questo nuovo mondo “moderno” purtroppo lascia sempre più persone ai margini e senza prospettive differenti dalla disperazione per loro e i loro figli, un “nuovo mondo” che loro rifiutano e che una minoranza / élite / asservita al controllo vuole imporre con una marcia forzata; e lo rifiutano proprio con la prospettiva di un mondo “diverso”, un mondo migliore.


Puoi ordinare questo libro su Amazon:
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Oppure ordinalo dalle edizioni Fiara: 37 euro (+ 9 euro per la spedizione) accolta@aol.com
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#BREIZH: Mentre il Brezhoneg rischia di venire ulteriormente marginalizzato, gli indipendentisti di sinistra puntano alla riunificazione – di Gianni Sartori

Con un comunicato stampa del 29 giugno da Quimper, il segnale è stato mandato. A sindaci, parlamentari  e istituzioni accademiche di Finistère. Un accorato appello delle quattro associazioni (An Oaled, KTL, Mervent e Sked) che promuovono la conoscenza della lingua bretone nelle scuole pubbliche per la manifestazione del 1 luglio) davanti all’Ispection académique (ore 10,30 boulevard du Finistère a Quimper).

A causa della ipotizzata applicazione di una circolare risalente al 2017, è infatti a rischio l’ora settimanale di lingua bretone (brezhoneg) di cui usufruiscono alcune migliaia di studenti.

Una decisione che aveva suscitato la contrarietà del presidente del Consiglio dipartimentale. Tanto che ha richiesto – peraltro invano –  un incontro con la Direttrice Accademica dell’Educazione Nazionale di Finistère. 
Sia il presidente della Région Bretagne, sia una cinquantina di parlamentari di ogni schieramento politico (così come varie associazioni e collettività) hanno scritto al ministro dell’Educazione chiedendo l’immediata modifica della circolare incriminata.

Ma il governo di Parigi sembra voler fare orecchie da mercante. Un atteggiamento che una parte dei bretoni interpreta come sostanziale prova di disprezzo nei confronti sia della loro lingua nazionale, sia degli operatori culturali attivi nella conservazione e sviluppo del brezhoneg.

Come ipotizzava qualche osservatore, forse  il brezhoneg viene ulteriomente  marginalizzato anche per  la diffusa, errata identificazione tra indipendentismo e identitarismo reazionario, conservatore (quello a cui facevano riferimento alcune organizzazioni bretoni di destra, talvolta apertamente fasciste).

Per cui la lotta per l’autodeterminazione della nazione bretone viene, in mala fede e strumentalmente, stigmatizzata assimilandola a ideologie suprematiste e razziste.

Eppure non mancano prove concrete – e recenti – della falsità di tali posizioni.

La Carta di Douar ha Frankiz (“Per una Bretagna libera”) a tale riguardo è fin troppo esplicita: “Nazionalisti, noi rifiutiamo il modello francese di assimilazione e sosteniamo il diritto alla pluralità delle identità all’interno di una nazione comune”. Ossia, il rispetto di ogni cultura e la garanzia di sviluppo per ognuna di esse.

Nata a seguito di un appello su internet, questa nuova sigla indipendentista (dichiaratamente di sinistra, antirazzista e antisessista) intende costituirsi  su un progetto condiviso di indipendenza e di trasformazione sociale. Si rivolge ugualmente a militanti provenienti da varie esperienze (Parti Breton, Breizhistance, Union Démocratique Bretonne, Ai’ta, Bretagne Réunie, Dispac’h…) che ai bretoni senza-partito.

Storicamente la Bretagna si qualifica sia per la originaria duplicità delle sue lingue (il bretone e il gallo), sia per le numerose varianti e per le molteplici componenti culturali che qui si sono sedimentate e amalgamate. 

“Come potrebbe sorgere una Bretagna libera e indipendente – si chiedono i militanti di Douar ha Frankiz – escludendo una parte dei suoi abitanti?”

Domanda puramente retorica – è ovvio – in quanto “noi lottiamo per l’indipendenza della Bretagna e per il suo pluriculturalismo aperto sul mondo. Il nostro nazionalismo combatte contro un sistema globale, disumano e distruttore e non ha come obiettivo quello di stigmatizzare un gruppo sociale o un popolo. Ma costruire la Bretagna libera di domani”.

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

#Syria – AL-HOL: UN CAMPO IN MANO A DAESH? – di Gianni Sartori

Se non impossibile, comprendere cosa stia realmente accadendo nel campo di Al-Hol è perlomeno complicato.

Comunque proviamoci andando con ordine.

Al-Hol viene considerato, tra gli innumerevoli campi di profughi e prigionieri sparsi sul pianeta, uno dei più pericolosi per chi – suo malgrado – vi risiede. Situato nell’area ad amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est, vi sono detenute migliaia  di donne di Daesh (stato islamico) con i loro figli. La sicurezza viene garantita dalle forze della sicurezza interna (“Asayish”), dai miliziani delle FDS (l’alleanza arabo-curda) e dalle Forze di autodifesa, gli stessi combattenti che l’anno scorso hanno liberato dalla presenza di Daesh questo lembo di territorio.

Sempre più spesso giungono notizie di violenze – compresi omicidi – ai danni delle donne presenti e anche il personale delle ONG aveva denunciato di aver riscontrato ematomi e ferite sui corpi delle donne che stava curando. In diverse occasioni poi erano state date alle fiamme le tende delle donne che rifiutano di sottoporsi  alle richieste delle integraliste (definendole “traditrici” quando chiedono di poter essere rimpatriate con i loro figli).

In un primo momento vennero sospettate le forze a guardia del campo.

In realtà le cose andrebbero diversamente. Le violenze ai danni delle donne sarebbero opera per lo più di altre donne, in massima parte di origine “russa” (non meglio precisata, forse andrebbe interpretato come “cecene” o comunque caucasiche) che si ostinano a difendere, applicare e imporre la legge islamica. Punendo duramente quelle che non si sottopongono alla sharia. Inoltre queste “russe” riceverebbero cospicui finanziamenti dall’esterno anche se per ora non è stato possibile individuare i canali. 

Questo almeno è quanto ha potuto verificare un corrispondente dell’agenzia Hawar che ha visitato (senza però poter fotografare) il campo. Ossia, le donne vengono effettivamente punite, maltrattate, picchiate, ma appunto dalle donne rimaste devote a Daesh e alla legge islamica, non dai guardiani del campo.

Tra l’altro l’assicurazione che le forze di sicurezza del campo non maltrattavano nessuna donna è venuta, oltre che dalle donne che rifiutano di sottoporsi alla sharia, anche da quelle islamiste, genericamente definite “russe”.

Quanto alle FDS che vigilano sul campo, da parte loro confermano che le “russe” costituiscono lo zoccolo duro, il più pericoloso, di quanto resta in questo territorio dello stato islamico. Nonostante tutti i loro sforzi al momento non riescono a impedire l’imposizione della legge islamica nel campo, ma soltanto a “limitarne gli effetti”.

Sempre secondo le FDS, non sarebbe corretto considerare terroristi tutti coloro che si trovano nel campo; molte donne erano venute in Siria al seguito del marito soltanto per amore dei figli. E molte di costoro (ma non le “russe”) preferirebbero potersene ritornare in patria.

Da ciò la richiesta di “un comitato per verificare quante donne, in particolare quelle con bambini, non sostengono lo stato islamico e quindi non rappresentano un pericolo per la società”.

Preoccupazioni anche per la situazione sanitaria e alimentare in cui verrebbero a trovarsi migliaia di bambini (tra cui molti orfani).

Bambini che restando ad Al-Hol rischiano di non poter accedere ad alcun progetto di scolarizzazione. O peggio, di venir indottrinati dalle islamiste che sperano in una futura rinascita di Daesh. A complicare ulteriormente il quadro, la notizia  che diverse persone legate a Daesh hanno potuto evadere dal campo grazie ad aiuti esterni.

Gianni Sartori