#Armeni #Turchia – ISTANBUL NON VUOLE CHE SI CELEBRI LA RICORRENZA DEL GENOCIDIO ARMENO – di Gianni Sartori

La politica turca non si smentisce. Quando si tratta di affrontare la questione del genocidio armeno del 1915 in Turchia prevale l’indifferenza o l’amnesia. Anche quest’anno, com’era prevedibile.

Per il secondo anno consecutivo (senza contare i due precedenti sottoposti alla pandemia) l’ufficio del governatore di Istanbul ha, come previsto, deciso di proibire le commemorazioni del genocidio armeno nel distretto di Kadıköy. In quanto sarebbero “inappropriate”.

Tale decisione à stata prontamente criticata come antidemocratica dalla piattaforma della commemorazione.

Il 24 aprile per il popolo armeno non è una data qualsiasi. Quel giorno nel 1915 vennero arrestati oltre 200 intellettuali, un fatto che costituì preludio del genocidio. 

La piattaforma della commemorazione ha ricordato che in anni passati (dal 2010) l’evento si era svolto senza incidenti. In compenso, ha anche denunciato, tante manifestazioni di stampo apertamente razzista si svolgono in Turchia senza alcuna proibizione.

Niente di nuovo naturalmente.. Stessa musica dell’anno scorso si diceva.

Nel 2022 una delle rare iniziative per ricordare il genocidio si era svolta in sordina nel cimitero armeno di Istanbul. Ogni altra iniziativa pubblica veniva proibita (così come l’uso del termine “genocidio”), nonostante qualche timido di normalizzazione nei rapporti tra Ankara ed Erevan.

All’epoca un deputato del Partito democratico dei popoli, Garo Paylan, aveva definito “infelice” la decisione del governatore. Aggiungendo che “la politica turca vorrebbeil nostro silenzio, ma noi continueremo a ricordare i nostri antenati”.

Per Meral Yildiz, un portavoce della piattaforma “non ci sarà mai fine a queste sofferenze. Quello che è stato fatto agli Armeni, poi ai Curdi e agli alaviti viene ora inflitto ai migranti siriani”.

Sempre nel 2022, un ulteriore segnale dell’arroganza turca era venuto dal ministro degli esteri, Mevlut Cavusoglu. In visita a Montevideo, aveva trovato ad accoglierlo una folta schiera di manifestanti armeni che lui aveva pubblicamente minacciati facendo ilsegno dei “Lupi Grigi” (organizzazione ultranazionalista, fascista, responsabile di numerosi omicidi nei confronti di dissidenti e oppositori).

Già in occasione del centenario (nel 2015) Erdogan aveva sfacciatamente (e provocatoriamente) celebrato il 23, 24 e 25 aprile per commemorare i soldati ottomani che ravveno sconfitto gli eserciti francesi, russi e inglesi nella battaglia dei Dardanelli (25 aprile 1916). Un modo per anticipare la già preannunciata risoluzione sul genocidio del parlamento di Strasburgo. Del resto proprio in quei giorni Erdogan aveva definito “deliranti” le opinioni espresse da Papa sulla tragedia armena.

Gianni Sartori

#Asia #Filippine – Confermate le uccisioni di Benito e Wilma Tiamzon – di Gianni Sartori

fonte immagine @The STAR / Boy Santos

Nelle Filippine continua una tragica  “guerra a bassa intensità” costata ormai oltre 43mila vittime. Tra le ultime, una coppia di dirigenti comunisti

Quello che si svolge nelle Filippine è sicuramente ascrivibile ai “conflitti a bassa intensità”, soprattutto perché se ne parla poco.

Tra le ultime notizie, quella della morte di un sotto-ufficiale del secondo battaglione di fanteria durante uno scontro con guerriglieri comunisti (presumibilmente del Nuovo esercito popolare) nella provincia di Masbate City (isola di Masbate).

In precedenza tra i soldati e i guerriglieri si era registrato un nutrito scambio di colpi a Barangay Villahermosa.

Inoltre il 21 febbraio, tre membri del Nuovo Esercito Popolare avevano ucciso due soldati del 31° battaglione di fanteria a Barangay Cotmon (regione di Albay)

In un comunicato di NPA si leggeva che tale operazione si iscriveva nel quadro di una “campagna punitiva” contro le unità delle AFP (l’esercito governativo) e altri agenti statali “coinvolti in flagranti violazioni dei diritti umani”.

In particolare, il 31° e IBPA a cui appartenevano i due militari sarebbero stati “responsabili di numerosi crimini fascisti contro le popolazioni di Albay, Sorsogon e Masbate”.

Parlando dello scontro tra ribelli comunisti (maoisti e non) e forze governative in atto da oltre un cinquantennio, le fonti ufficiali riportano la cifra di oltre 43mila morti tra il il 1969 e il 2008. Anche se  in genere si evita di specificare quante siano le vittime del regime e in particolare della “guerra sporca” (esecuzioni sommarie, persone morte sotto tortura…).

Tra gli ultimi caduti accertati, due figure di primo piano: Benito e Wilma Tiamzon. Rispettivamente presidente e segretaria generale del Partito comunista delle Filippine (Pcf). Considerati inoltre tra i principali leader del Nuovo esercito del popolo (Npa). La notizia è di qualche giorno fa anche se gli eventi dovrebbero risalire  all’anno scorso (agosto 2022)

Ufficialmente (stando a quanto dichiarato dai militari) i due sono caduti in combattimento, mentre per i loro compagni sarebbero stati torturati e assassinati.

Nelle dichiarazioni del Comitato centrale del partito si denuncia che erano stati catturati dai soldati della 63esima brigata di fanteria insieme ad altri militanti. Lo scontro era avvenuto nei pressi del villaggio di Basey nel corso di un’operazione antiguerriglia sull’isola di Samar. Per essere poi picchiati, torturati e assassinati. I loro corpi venivano quindi imbarcati su un battello che era stato fatto esplodere per cancellare le tracce dei maltrattamenti, le ferite.

Nell’agosto 2016 i due militanti comunisti (appena usciti dal carcere) avevano preso parte ai colloqui di Oslo per una soluzione politica del conflitto. Le trattative che tanto avevano fatto sperare (e che godevano del sostegno esterno, ma esplicito, delle gerarchie cattoliche dell’arcipelago) si svolsero tra rappresentanti del governo filippino e del Fronte Nazionale Democratico. All’epoca NDF aggruppava varie organizzazioni politiche comuniste .

Oltre a stabilire un sostanziale cessate-il-fuoco, le conversazioni avrebbero dovuto portare a sostanziali riforme economiche e alla liberazione di centinaia di prigionieri politici.

Ma poi la parola era tornata alle armi.

Certamente la morte di questi due militanti storici rappresenta una grave perdita per il Pcf. Perdita che va ad aggiungersi alla recente morte in esilio (dicembre 2022) di Jose Maria Sison, leader storico del partito. Alla sua memoria era stata dedicata l’operazione condotta da NPA contro l’esercito il 21 febbraio 2023 a Barangay Cotmon.

Gianni Sartori

#UK #Ambiente – DUE ESPONENTI DI JUST STOP OIL CONDANNATI RISPETTIVAMENTE A TRE ANNI E DUE ANNI E SETTE MESI – di Gianni Sartori

fonte immagine @TheTimes

Pesanti condanne per due attivisti del clima che in ottobre si erano inerpicati su un ponte bloccando il traffico in Gran Bretagna. Forse i movimenti ecologisti (alcuni almeno) verso un cambio di strategia

Stavolta, il 21 aprile, la giustizia britannica, nella fattispecie il tribunale di Southend (Trowland), è andata giù severa e pesante. Due militanti ecologisti, Morgan Trowland (40 anni) e Marcus Decker (34), esponenti di Just Stop Oil (e detenuti dal giorno dell’azione diretta) sono stati condannati rispettivamente a tre anni e due anni e sette mesi di detenzione. Entrambi avevano subito altre condanne per precedenti azioni di protesta.

La loro colpa, aver scalato (il 17 ottobre 2023) il ponte Queen Elizabeth II sul fiume Támesis (sud-est di Londra), percorso da circa 160mila veicoli al giorno. Causandone la temporanea chiusura (e il conseguenteblocco stradale) per quasi l’intera giornata (dalle 4 del mattino alle 21). Con disagi e problemi per migliaia di automobilisti. In particolare, stando a un comunicato della polizia dell’Essex “per una donna incinta che aveva necessità di cure urgenti”. 

Scopo della loro protesta, richiedere al governo britannico la sospensione dello sfruttamento di idrocarburi.

Condannandoli il giudice Shane Collery ha dichiarato che “devono essere puniti per il caos che avevano provocato e per dissuadere altri dall’imitarli”. Ricordando che con il loro gesto avevano danneggiato “decine di migliaia di persone, alcune in maniera significativa”.

Da parte sua l’organizzazione ecologista (Just Stop Oil) ha definito la condanna come “la più grave nel Regno Unito per un’azione pacifica sulla questione del clima”.

Da quando sono iniziate le proteste, sono più di 2mila gli ambientalisti arrestati, di cui 140 incarcerati, in Gran Bretagna.

Forse anche per questo all’inizio di gennaio Extinction Rebellion aveva annunciato la temporanea sospensione nel Regno Unito delle spettacolari azioni di disobbedienza civile (vedi il blocco di strade e aeroporti, perfino l’altamente simbolico Tower Bridge) con cui si era fatta conoscere.

Impegnandosi invece per l’organizzazione nel corso del 2023 di manifestazioni di massa contro l’inazione del governo britannico in merito al cambiamento climatico.

Allo scopo di “privilegiare la partecipazione rispetto ai blocchi stradali” per mettere sotto accusa quello che definiscono “l’abuso di potere delle istituzioni”.

Una scelta tattica adottata dopo ampie discussioni e comunque giudicata “controversa” (in quanto forse non altrettanto efficace) da parte dei militanti.

Presumibilmente anche un tentativo da parte di Extinction Rebellion di recuperare l’iniziale prestigio dopo che alcune organizzazioni più radicali (tra cui anche Just Stop Oil, oltre a Insulate Britain) si erano fatte notare per aver bloccato alcune autostrade londinesi e ricoperto (ottobre 2022) di zuppa vegetale l’opera di Van Gogh “lI Girasoli” alla National Gallery.

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – SE 22 ANNI (E SEI MESI) VI SEMBRAN POCHI… – di Gianni Sartori

fonte immagine @ANF

Sostanzialmente confermata la pesante condanna per la militante curda Ayşe Gökkan.

Nata a Urfa (distretto di Suruç) nel 1965, la giornalista Ayşe Gökkan nel corso della sua vita ha subito un’ottantina di arresti e detenzioni. La maggior parte dopo il 2009, quando era stata eletta sindaco del distretto di Nusaybin a Mardin con l’83 % dei voti. Un caso evidente di sistematica persecuzione intimidatoria.

Portavoce del movimento delle donne curde “Tevgera Jinên Azad” (TJA), era già stata condannata nel 2020 a 18 anni di carcere per essersi “trovata in una zona sottoposta a giurisdizione militare” e per aver “causato danni materiali” (non meglio specificati).

Processo e condanna erano la conseguenza di un’azione di disobbedienza civile risalente all’ottobre 2013. All’epoca la militante curda aveva protestato con uno sciopero della fame contro la costruzione di un muro alla frontiera con la Siria. In seguito era stata accusata di appartenenza al PKK (e quindi di “terrorismo”). La precedente condanna a 30 anni di prigione risaliva all’ottobre 2021 e in questi giorni il verdetto è stato sostanzialmente confermato (22 anni e sei mesi) dalla Corte di appello regionale di Diyarbakır.

In dettaglio: dodici anni per aver fatto parte della “direzione” del PKK, sette e mezzo per appartenenza al PKK e tre anni per propaganda a favore del PKK.

In passato Ayşe Gökkan veniva penalmente perseguitata (circa 200 le procedure a suo carico, soprattutto dopo essere stata eletta) anche per la partecipazione al movimento delle donne contro il patriarcato Rosa e per aver preso parte allo sciopero della fame indetto dalla prigioniera politica (ed ex deputata curda) Leila Guven contro l’isolamento carcerato imposto a Öcalan.

Inoltre è in attesa di un altro processo alla Corte di cassazione per una precedente condanna a sette anni e mezzo.

Gianni Sartori

#Veneto #MemoriaStorica – 19 APRILE 1968: SOLTANTO UN INIZIO – di Gianni Sartori

fonte immagine @Collettiva

“Esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra” – Walter Benjamin

Avendo letto “I tre moschettieri” e anche il seguito, ritenevo che il giro di boa, l’eventuale amarcord finale fosse quello dei fatidici “Vent’anni dopo”. Per questo verso la fine del 1987 (in vista del ventennale, ma con qualche mese di anticipo) avevo scritto un autocelebrativo “Non è colpa mia se avevo sedici anni nel ’68” ripescando una frase di Andrea Gobetti (il nipote di Piero- speleologo torinese, militante di Lc e amico di Tonino Micciché*) dove mischiavo arbitrariamente ricordi di manifestazioni e di attività speleiste, in particolare l’esplorazione della Grotta del Torrione Vallesinella, agosto 1968, nelle Dolomiti di Brenta.
Sono poi transitati, a passo di (lunga) marcia, non solo il ventennio, ma anche il trentennio (appena intravisto) e senza quasi farsi notare, anche il quarantennio . Ma nel frattempo avevo letto “Le falangi dell’ordine nuovo”, il fumetto di Bilal e Christin dove gli ex componenti di una Brigata internazionale riprendono le armi contro i rigurgiti fascisti mezzo secolo dopo la guerra civile spagnola.
In realtà la vicenda si svolge verso la fine degli anni settanta, quindi a 40 – non 50 – anni dallo scioglimento delle Brigate internazionali. Tuttavia, considerato che nel ’68 avevo 16 anni, pensavo di potermi scalare tranquillamente una decina di anni rispetto a Pritchard, Barsac, Avidsen, Stransky, Castejon e gli altri personaggi, settantenni, della storia.
Questo mi aprì, mentalmente, la possibilità di rinviare un’eventuale, definitiva rimpatriata al cinquantennio. Prospettiva ritenuta comunque lontana e improbabile da raggiungere, per lo meno da vivi.
Invece anch’esso era giunto, famelico, mentre ormai si profila il sessantennale (è mai possibile ?!?). E penso tristemente che per chi oggi ha l’età che io avevo nel ’68, la mia generazione corrisponde non a quella dei partigiani (per noi sessantottini) e nemmeno dei volontari in Spagna, ma più o meno a quella dei bolscevichi del 1917 o, sempre più o meno, ai marinai di Kronstadt del 1921. Se è troppo complicato, poi vi spiego.

Rivedo una scritta apparsa anche sui muri della Bertoliana, la biblioteca pubblica vicentina, nel 1971: “1881: La Comune – 1921: Kronstadt -1971: ?”.

Come già detto, siamo ancora in attesa (anche se i Curdi nel Rojava forse ci stanno provando, per quanto umanamente possibile).
Resta il fatto che la mitica Kronstadt, per la mia generazione quasi altrettanto lontana della Comune, risaliva soltanto a qualche decennio prima, più o meno appunto come ora il ’68.

Quindi, prima di scordarsi, oltre a quel che siamo diventati, anche quello che eravamo, meglio prendere nota.

E comincio dal 19 aprile valdagnese del 1968.
C’ero, devo dire. Per caso e di sfuggita, ma c’ero. O quasi.
Eravamo partiti in autostop nel primo pomeriggio, io e l’Umberto, per andare in piscina a Valdagno (coperta, una rarità all’epoca). Il viaggio era stato particolarmente sfigato e arrivammo talmente tardi che stavamo già pensando di ritornarcene a Vicenza. E poi praticamente non riuscimmo nemmeno a entrare in paese. Tutti ci sconsigliavano vigorosamente, ci suggerivano di fare dietrofront e alla fine mi lasciai convincere dall’Umberto che “non era il caso di andarsele a cercare”. Peccato, anche se probabilmente a quel punto i “disordini” erano conclusi e restava operativa soltanto la caccia all’uomo (preferibilmente dall’aspetto operaio) da parte di polizia e carabinieri. Ma comunque ritornai il giorno dopo, recidivo. Stavolta da solo.
Tra i ricordi: le decine di manichini, prelevati dalle vetrine sfondate dei negozi Marzotto e gettati nel greto ciottoloso dell’Agno; i gradini frantumati del piedistallo della statua di Marzotto (abbattuta a furor di popolo) per ricavarne pietre; alcuni “trentini” in trasferta (Rostagno, Boato…Curcio pare di no…) completi di eschimi, patacche maoiste e barbe.
Ebbi qui modo di conoscere qualche abitante di Valdagno che, apertamente, rivendicava la partecipazione ai fatti del giorno prima. Alcuni li rividi in seguito a qualche manifestazione. E uno anche alla più modesta rivolta di Arzignano del 1971 per la minacciata chiusura della Pellizzari**.

Ritrovati nel corso degli anni (almeno alcuni, per altri vado a memoria) ne ho raccolto impressioni e ricordi, talvolta discordanti, sulla Madre di tutte le Rivolte Operaie nel Vicentino

LISETTA E BRUNO: LA PRIMA PIETRA NON SI SCORDA MAI
Una premessa.
Il 19 aprile 1968 era previsto lo sciopero di 24 ore per tutti i tessili.
Di buonora i carabinieri si erano piazzati all’interno della portineria occupando diverse entrate e anche le scale in modo da garantire l’entrata ai crumiri, più che altro impiegati e dirigenti.
Raccontava Lisetta (SPI), all’epoca del nostro ultimo incontro:
“Alle sette usciamo noi del primo turno, in sciopero dopo un’ora di lavoro. Ci fermiamo sui gradini e tentiamo di occupare anche noi la portineria.
Siamo quasi tutte donne, ma i carabinieri non si fanno intenerire e ci scacciano colpendoci con i cinturoni. Cominciano così i primi tafferugli. Poi,
mi pare verso le nove, arrivano centinaia di studenti (circa 300 nda) delle superiori in corteo. Tra le nove e mezzogiorno le cariche della Celere non si arrestano mai. I poliziotti non risparmiano botte e pestaggi e usano sia i manganelli che il calcio dei fucili. Vengono lanciati lacrimogeni a centinaia.
Ma davanti alla fabbrica un picchetto di un migliaio di operai non fugge e continua a resistere…
Alla sera, verso le diciotto…”

Interveniva a questo punto Bruno, il marito, anche lui operaio e protagonista della battaglia di Valdagno:
“Ostia, ma vuoi lasciar parlare anche me un poco? Verso le diciotto, appunto, gli agenti arrestano due operai e li trascinano in portineria. Per rilasciarli il questore esige che venga sciolta la manifestazione. In risposta riceve una bordata di fischi e urla. Cominciano a volare le prime pietre, ne tiro qualcuna anch’io, mentre la Celere e i Carabinieri caricano nuovamente sparando lacrimogeni ad altezza d’uomo. A me, poi, li spareranno dall’alto verso il basso (micidiali! nda) perché mi ero rifugiato sotto le arcate di un ponte che scavalcava l’Agno”.
Coincidenza. Un altro manifestante, quello incontrato quattro anni dopo ad Arzignano, mi raccontò che i carabinieri gli scagliarono addosso, dall’alto, diverse grosse pietre mentre si trovava in una situazione analoga.


Ma a questo punto è l’intera popolazione di Valdagno che scende in strada ribellandosi a Marzotto e ai suoi ascari.
“Io portai anche una delle corde, -continuava Bruno – prendendola in prestito da un cantiere, per tirar giù la statua. E pensa che ero iscritto alla CISL…”. Anche se di fornitori di corde nel corso degli anni ne ho incontrati almeno una decina, va detto che comunque abbattere la statua di Marzotto ebbe un forte valore simbolico, come quando lo fucilarono in effige nel 1945. “In quel caso forse anche troppo simbolico – aveva commentato Elio, un altro ex operaio presente alla conversazione con Lisetta e Bruno.
Alexis, un compagno greco rifugiato a Valdagno per sfuggire al regime dei colonnelli, mi aveva invece fornito una sua versione (non saprei quanto veritiera) della scomparsa delle lettere che componevano la scritta sotto al monumento, quello abbattuto. Dopo essere state divelte, non sarebbero finite dentro al torrente Agno, ma nella cantina di un professore che le aveva sequestrate a un suo allievo responsabile del prelievo. Verità o leggenda metropolitana?

Lasciamo ora raccontare il seguito della quasi insurrezione ad una altro ex operaio in pensione, Igino:
“Verso le 23 molti manifestanti cominciarono a rincasare e quasi contemporaneamente arrivarono altri celerini – un migliaio, si diceva – e altri “baschi blu”. Questi dalla Sardegna, sempre si diceva. Cominciarono subito a picchiare chiunque si trovava per strada e perquisire cantine e pianerottoli in cerca di manifestanti. Un vero rastrellamento! Si sentivano raffiche di mitra e i feriti si contavano a decine (anche se il numero esatto non si conoscerà mai in quanto molti preferirono curarsi a casa per non rischiare l’arresto nda).
Bilancio finale: 300 fermati e 47 arrestati, portati questi ultimi direttamente nel carcere di Padova.
Il Giornale di Vicenza, tanto per non smentirsi, scriveva: “42 arrestati (47 in realtà nda) a Valdagno dopo le devastazioni e la drammatica sfida alle forze dell’ordine”.

Proviamo a contestualizzare.
Dalla Marzotto alla Pirelli, alla Fiat: alla fine degli anni sessanta riprende vigorosamente un ciclo di lotte che per forme, contenuti, qualità segnano una svolta. L’autunno caldo del 1969 sarà il momento culminante (azzoppato, se non proprio stroncato, con la la strage di Stato del 12 dicembre) di questa nuova fase. Nel ’68 alla Pirelli (vedi il CUB) si ricorre a scioperi interni, di reparto, rallentamento e autoriduzione della produzione, modifica di fatto delle condizioni di lavoro.
Questo il quadro generale.
E anche Vicenza si mobilitava. Nei giorni successivi al 19 aprile si svolsero azioni di picchettaggio e boicottaggio davanti al “Fuso d’oro” (proprietà di Marzotto) in Corso Palladio. Distribuimmo un volantino dove Domenico Buffarini (PSIUP, reduce da Valle Giulia) aveva estrosamente disegnato un pugno chiuso che usciva dalla ciminiera di una fabbrica stringendo una chiave inglese con varie scritte:
POLIZIA AL SERVIZIO DI MARZOTTO – ESTENDIAMO LA LOTTA CONTRO I PADRONI E IL LORO STATO – BOICOTTARE I “FUSO D’ORO” E I “JOLLY HOTEL”

Con gli inevitabili risvolti. Alcuni fermi e una dura carica dei carabinieri che apparvero d’improvviso nella galleria delle vetrine (se ne stavano chissà da quanto tempo acquattati nel cortile interno), una massa nera brulicante che ci inseguì (i pochi rimasti in strada dopo una decina di fermi) quasi fino in piazza dei Signori. Ricordo la giovanissima morosa di Alberto G. disperata, in lacrime, dopo che lui era stato fermato e portato in questura.

PARANTESI RUMORIANA
Un inciso e un salto di qualche mese. Arriviamo al 23 dicembre 1968, sempre a Vicenza.
Il Natale era alle porte e presumibilmente faceva freddo parecchio (ah, gli inverni di una volta!). A Palazzo Trissino (Comune di Vicenza) era in agenda un incontro tra Mariano Rumor, capo del governo e i sindaci vicentini. Partecipava anche il vescovo Zinato.
Nel frattempo il centro storico della città del Palladio veniva invaso da decine di bandiere vietcong (quelle del FLN: blu, rosse e con la stella). Spuntavano clandestine sul monumento a Garibaldi, sui fili del tram, sulle impalcature…
All’arrivo di Mariano un lancio di uova (vorrei, ma non posso onestamente, definirlo “fitto”…diciamo moderatamente intenso) che però non colpiscono l’illustre democristiano, ma solo la scorta. Fuga precipitosa dei lanciatori che temono di essere stati identificati (uno di buona famiglia trascorse, beato lui, oltre un mese ad Asiago nella seconda casa di amici benestanti; altri si affidarono alla provvidenza…). A conti fatti, successivamente, le uova lanciate furono al massimo una decina.
Sui giornali del giorno dopo apparve la foto di Rumor uscito incolume da un “agguato” mentre intratteneva soavemente i sindaci democristi.
Una ventina di giorni prima, il 2 dicembre 1968, la polizia aveva ucciso due braccianti (e causato una cinquantina di feriti) sparando durante una manifestazione ad Avola. Anche a Vicenza c’era stata una manifestazione di protesta e successivamente la distribuzione di volantini in memoria di Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona.

IL RUOLO DELLA CISL
Arriva il 1969 e la lotta continua.
Diamo la parola a un sindacalista comunista che aveva preso parte, se pur marginalmente, alla rivolta:“Nel 1969, dopo due scioperi dichiarati dalla CGIL, si arrivò all’occupazione della fabbrica su proposta della CISL, forse preoccupata per la possibilità di una seconda rivolta operaia. Rivolta che avrebbe potuto avere effetti dirompenti in tutta la provincia dove i tradizionali meccanismi di mediazione e controllo vacillavano vistosamente”.
Anche Pina, all’epoca giovane operaia, poi militante di lotta comunista, mi aveva sostanzialmente confermato il ruolo della CISL nel disinnescare ulteriori sollevazioni proletarie:
“L’occupazione durò un mese, ma in forma chiusa senza contatti aperti con l’esterno. Di fatto, gli operai erano asserragliati in fabbrica. Nelle trattative emerse la proposta del delegato sindacale e di reparto, eletto da tutti i lavoratori. Nel febbraio del 1969 non sembrò un “contentino”, ma una vittoria significativa. E così anche il diritto all’assemblea – durante l’orario di lavoro con la presenza del sindacato – che venne subito dopo. In realtà il recupero della rivolta era già avviato”.


A ormai quindici giorni dall’inizio dell’occupazione, l’8 febbraio a Vicenza gli studenti dichiarano uno sciopero di solidarietà.
Penso di poter rivendicare qualche responsabilità nella sostanziale, per quanto modesta, riuscita di quello all’Istituto magistrale (governativo nella dicitura originale) D. G. Fogazzaro. In batteria con Giorgio Bordin (all’epoca figiciotto, in anni successivi attore e per un periodo perfino repubblicano!?!) e Gianni Cadorin (in seguito anarchico) riuscimmo a tener fuori alcune classi. Quasi al completo la mia, la 3° E.
Credo in quella occasione di aver avuto un breve alterco con il futuro sindaco Variati che era, mi pare, in 2° E. Forse già seguace di Rumor, avrebbe preferito entrare. Fatalmente, alla prima occasione per il sottoscritto e per Alfredo Zaniolo scattò una sospensione.

Con l’evidente intento di svuotare la protesta il prefetto chiedeva una “tregua” di 90 giorni. Nel frattempo gli operai occupanti avrebbero dovuto sgomberare, ma la proposta venne rispedita al mittente.

Tra i molteplici interventi a sostegno degli operai va registrato quello dei partigiani delle Formazioni Garemi.
In un volantino del 9 febbraio 1969 scrivevano:

“…gli stabilimenti Marzotto sono stati salvati più volte dalla distruzione, durante l’ultima guerra, grazie all’intervento dei partigiani. Ciò avvenne per due volte nell’estate del 1944, quando alcune azioni partigiane fecero rallentare in vari modi il ritmo della produzione nelle fabbriche Marzotto, riuscendo così a convincere gli alleati a rinunciare ai bombardamenti a tappetto che essi avevano progettato su Valdagno (il prodotto che usciva dalla Marzotto andava infatti ad alimentare il potenziale bellico dei tedeschi). La terza volta fu nei giorni della Liberazione, dal 25 aprile al 29 aprile, quando il pronto intervento dei partigiani a difesa delle fabbriche impedì che i tedeschi nella loro ritirata, potessero far saltare le enormi cariche di tritolo che in precedenza avevano collocato agli angoli degli stabilimenti più importanti della nostra provincia, quelli di Marzotto compresi. Marzotto questi fatti dovrebbe ricordarseli bene anche se, in quei giorni cruciali, preferì scapparsene da Valdagno e rifugiarsi a Vittorio Veneto (….).
Si capisce bene che quegli stabilimenti non furono salvati per fare un servizio ad una dinastia che si era fin troppo compromessa col fascismo e aveva la sua buona parte di colpa per i mali che affliggevano il Paese. Ma i partigiani (…) avevano coscienza che con quegli stabilimenti salvavano un capitale immenso, tanto utile per dare lavoro a migliaia di operai e per favorire la ripresa economica del Paese (…). I Marzotto hanno dimenticato però che, loro malgrado, c’è stata in Italia una lotta di Liberazione che ha risvegliato le coscienze dei lavoratori. Nonostante le rappresaglie, le intimidazioni, il paternalismo dei padroni, i lavoratori oggi hanno coscienza dei loro diritti e li vogliono. La via per poterli ottenere è la lotta, quella stessa che voi avete scelto con tanta decisione (…).


Dopo l’accordo alla Marzotto, in tutto il vicentino si sviluppò un ampio movimento per rivendicare i diritti sindacali sul luogo di lavoro. Alla Lanerossi (10mila dipendenti) la Filtea provinciale dichiarò uno sciopero in contrapposizione a CISL e UIL per il decadimento delle Commissioni interne e per l’elezione del Consiglio.
Sempre per la cronaca: con un leggero anticipo di venti giorni il 9 aprile lo Stato celebrò a modo suo il primo anniversario della rivolta di Valdagno. Ammazzando due persone inermi, un operaio e una insegnante, nel corso delle proteste scoppiate a Battipaglia contro la chiusura di un paio di stabilimenti. I feriti furono oltre 200, la metà per arma da fuoco.

UNA DONNA DI NOME TINA

Tornando al vicentino, il volantino dello sciopero*** alle Magistrali fu “galeotto” nel farmi conoscere Tina Merlin****, la grande giornalista che aveva denunciato in anticipo la tragedia del Vajont. Purtroppo inascoltata, come Cassandra.
Nel febbraio del 1969, qualche giorno dopo lo sciopero mi recai, in autostop, a Valdagno in visita alla fabbrica occupata. Portavo la mia testimonianza, appunto il volantino di solidarietà degli studenti dell’istituto magistrale di Vicenza A Valdagno ne lasciai alcune copie agli operai di guardia, un pochetto diffidenti devo dire. Certo “non era l’occupazione delle fabbriche del 1921 – pensavo – ma insomma era già qualcosa” e ritornai a Vicenza in autostop. A darmi un passaggio fu proprio Tina Merlin (partigiana, giornalista dell’Unità) che mi aveva intravisto parlare con gli operai. Ovviamente consegnai anche a lei copia del volantino che poi inserì nel suo libro “Avanguardia di classe e politica delle alleanze” (Editori Riuniti, 1969). Ormai la lotta della classe operaia di Valdagno era divenuta di rilevanza nazionale .
Del viaggio ricordo soprattutto un suo auspicio: “Voi giovani vedrete realizzarsi i nostri sogni, quelli del vostri genitori…un mondo meno ingiusto..” (cito a memoria). Sembrava convinta e non posso fare a meno di pensare a quanto sarebbe delusa vedendo il disastro attuale.
In ogni caso la sua testimonianza rimane esemplare, salda. A futura memoria.
La immagino ancora giovane, impavida staffetta partigiana, tra un rastrellamento e un posto di blocco nazifascista…magari un poco pistolera…all’assalto del cielo.

Naturalmente la rivolta di Valdagno non era sbocciata improvvisamente, così dal nulla.
Vediamo qualche precedente.
Sin dal 1967 c’era stata mobilitazione contro l’aggravamento dei carichi e dei ritmi, a causa del passaggio da un sistema paternalistico-manifatturiero ad una nuova organizzazione del lavoro, impostata dall’Ufficio- tempi e metodi, da poco impiantato, che introduceva ampi elementi di fordismo.
Come mi aveva spiegato circa quindici anni fa un responsabile della Camera del lavoro di Vicenza (potrebbe essere stato Coldagelli, ma non ci giurerei) “Costituì sicuramente un traumatico giro di vite per i lavoratori. Organizzazione scientifica del lavoro che comportava il raddoppio immediato del numero dei telai assegnati a ogni operaio. Decisioni che alimentarono la protesta. La rivolta del 19 aprile fu quindi sia contro il vecchio paternalismo, con l’abbattimento della statua, sia contro i nuovi sistemi di sfruttamento della rinnovata organizzazione capitalistica del lavoro”.
Per la Rivoluzione restiamo sempre in lista d’attesa. Per quanto improbabile, non si sa mai…

Gianni Sartori

* nota 1: Tonino Miccichè, operaio e militante di Lotta continua, venne assassinato da Paolo Fiocco, guardia giurata e iscritto alla Cisnal, nell’aprile 1975 alla Falchera (Torino).
Dall’arringa dell’avvocato Bianca Guidetti Serra al processo contro Fiocco: “Freddezza e efferatezza raramente sono cosi evidenti, c’è la volontà di uccidere. Arriva con la pistola infilata nei pantaloni. Ha indossato il soprabito per coprirla. E’ tranquillo, per non destare sospetti. In lui ansia di vendetta e rancore acuto. E’un assegnatario, privilegiato rispetto agli altri che sono occupanti. Ha due box e li difende con pervicacia non accettando la proposta motivata degli altri. Di fronte ha un giovane lavoratore che aiuta e si batte per dare una casa a chi è senza“.
Condannato prima a 19 anni di carcere, poi in appello a 13, il vigilante Fiocco ottenne la semilibertà nel gennaio 1981. Venne addirittura scarcerato già nel 1982. Niente male per un omicida.

*nota 2: Arzignano 1971. Il “Partito” (Potere Operaio, a cui comunque non mi ero mai iscritto e che lasciai perdere all’inizio del 1972, stufo di sentirmi apostrofare con “faremo come in Spagna…” con un evidente riferimento al maggio ’37)) aveva detto di no, non si doveva andare. La mobilitazione alla Pellizzari era nata in difesa del posto di lavoro, una lotta considerata di retroguardia. Ma a noi quattro non ce ne fregava un cazzo. Le notizie parlavano di barricate, di un paese sotto assedio, di centinaia di persone, operai con le loro famiglie, a presidiare le strade. Come accadeva contemporaneamente nel Bogside a Derry.
In quel di Arzignano arrivarono addirittura a circondare una colonna di gipponi della Celere che, incautamente, era entrata in paese e non riusciva più a uscirne. Bastava e avanzava. Partimmo appunto in quattro (Alberto, Tiziano, Umberto e io) come i cavalieri dell’Apocalisse, stipati nella 500 di Alberto.
Impensabile arrivarci dalle strade principali a causa dei posti di blocco. Ma per stradine bianche collinari secondarie, anche una caresà ricordo, giungemmo di soppiatto in prossimità del paese per poi proseguire a piedi. Alla sera rientrammo a Vicenza facendo il percorso inverso. Così per tre giorni di seguito, finché grazie alle trattative sindacali (e ai cedimenti) si giunse a un compromesso poco onorevole che lasciò l’amaro in bocca alla maggioranza delle maestranze. La rabbia era tanta, la consapevolezza (sta per: coscienza di classe anticapitalista) pure. Ricordo alcuni operai (e non tutti giovani, anche uno che era stato partigiano) che avendoci individuato come presunti “maoisti” non esitarono nel proporci di partecipare a qualche “azione diretta” eclatante (non scendo in particolari, ma veramente “eclatante”…). Forse saggiamente il futuro ambientalista Fazio (che ricordavo medico m-l a Velo d’Astico) li riportò a più miti consigli. Casualmente incontrai anche quell’operaio di Valdagno che il 19 aprile di quattro anni prima aveva rischiato di venir lapidato dai carabinieri mentre si rifugiava sotto un ponte dell’Agno.
Con un gesto esplicito battè la mano su una tasca mormorando “ma stavolta xe meio che no i ghe prova gnanca…”. Vai a sapere.
Conservo un’immagine cupa e livida dell’ultimo rientro. Eravamo già in alto, sulle colline e dal paese invaso dalle ombre della sera si alzavano colonne di fumo nero dai copertoni che bruciavano. Insieme alla rabbia, bruciavano anche alcune barricate: piuttosto di demolirle in molti preferirono darle alle fiamme. Da qualche parte nel mondo, sepolto sotto la cenere di mille sconfitte, forse quel fuoco brucia ancora e attende. Spero.

***nota 3: Per chi fosse eventualmente interessato il volantino (“Gli studenti del “Fogazzaro” in sciopero, Vicenza 8 febbraio 1969) si trova a pag. 225 del libro citato. Lo avevo scritto nella sede del PSIUP di Vicenza insieme all’allora compagno, poi democristiano, Alfredo Zaniolo con la supervisione, in parte censoria, di Domenico Buffarini, dirigente pisiuppino.
Riporto la conclusione:

“Operai!
Gli studenti non vi esprimono solo la loro solidarietà, ma vi portano il contributo cosciente della loro lotta contro il comune nemico, il capitalismo!
Uniti, studenti e operai possono costruire un mondo nuovo!
Uniti, studenti e operai possono diventare padroni del loro destino!
A Valdagno, a Vicenza, nel Veneto, in tutta Italia studenti ed operai uniti nella lotta”.

Belle parole senz’altro. Perfino commoventi. Ancora attuali? Quien sabe…
E comunque “per come la vedo io, la lotta continua…” (citazione, ovviamente).

****nota 4: Tina Merlin era nata a Trichiana (BL) nel 1926.
Partigiana durante la guerra di Liberazione, dal 1951 al 1967 era stata corrispondente dell’Unità da Belluno. Per i suoi articoli in cui denunciava la realizzazione della diga del Vajont e i rischi di una catastrofe (come poi puntualmente avvenne) venne denunciata e processata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. In seguito fu corrispondente dell’Unità da Vicenza.
Mi capita spesso di paragonarla a un’altra donna esemplare, Rachel Carson, l’autrice di “Silent Spring” (1962).Un analogo destino: aver previsto e anticipato i drammi dell’inquinamento e venir per questo derisa e umiliata.