CENTRO STUDI DIALOGO – Un Dialogo sull’Adda – 15 ottobre 2017

Si è svolta il 15 ottobre scorso una giornata di incontri organizzata dal Centro Studi Dialogo a Calolziocorte (LC), presso il Monastero del Lavello.

Alla giornata hanno partecipato il Presidente del Centro Studi Giovanni Roversi, il Direttore di Dialogo Euroregionalista Gianluca Marchi, il prof. Michele Corti, il gruppo musicale Rosc A DesCord, l’esperto di territorio Pierfranco Mastalli e il ricercatore musicale e liutaio Valter Biella.

Pensiamo di fare cosa gradita ai nostri lettori pubblicando il video dell’intervento di quest’ultimo, un intervento intervallato da esibizioni musicali.

Grazie a tutti gli intervenuti

LIBERTA’ E GIUSTIZIA PER NURIYE GULMEN e SEMIH OZAKCA – di Gianni Sartori

Terza udienza del processo contro i due hunger strikers: Semih Ozakca va agli arresti domiciliari mentre rimane imprigionata Nuriye Gulmen

(GIANNI SARTORI)

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Come ci aspettava, a Nuriye Gulmen è stato impedito di prendere parte anche alla terza udienza del processo del 20 ottobre. Ufficialmente perché “le sue attuali condizioni fisiche non lo consentono”.

Tre giorni prima la Commissione giudicante si era recata a chiederle una sua deposizione per registrarla e metterla agli atti, ma Nuriye si è rifiutata di rispondere in tale maniera alle accuse (comprese le nuove emerse grazie alle discutibili dichiarazioni di un ex militante) pretendendo di farlo di persona in tribunale.

Le ragioni del governo, non dichiarate ma evidenti, sarebbero almeno due: impedire a Nuriye di parlare direttamente in tribunale e impedire che le sue attuali condizioni fisiche si vedano pubblicamente.

La grande capacità della giovane accademica* di argomentare, sostenere le proprie ragioni, costituiscono un pericolo a livello mediatico per il governo, mentre il suo aspetto, definito “spettrale” da chi ha potuto avvicinarla, metterebbe in cattiva luce la politica repressiva adottata dallo Stato turco.

Attualmente Nuriye è continuamente scossa da conati di vomito, ha seri problemi di vista, gravi difficoltà nel deambulare, praticamente è immobilizzata. Alta circa un metro e ottanta (1,79) attualmente pesa solamente 35 kg.

Presumibilmente siamo di fronte a un quadro serio di “patologia multiorgani” e alcuni danni potrebbero essere irreversibili. Non solo per il prolungato digiuno, ma anche per lo stress cui è sottoposta.

Invece l’aspetto di Semih Ozakca, per quanto emaciato, è stato evidentemente giudicato ancora “accettabile” dalle autorità e ha potuto presenziare.

Normalmente ai detenuti in Turchia è consentito di farsi fare delle foto per inviarle a familiari e conoscenti. Invece di Nuriye non esiste alcuna immagine da quando è incarcerata.

Tra le scuse accampate, la macchina fotografica del carcere non sarebbe stata funzionante. Poi, ma questa non era una scusa, il fotografo addetto si era suicidato (forse per ragioni personali, anche se il clima della prigione potrebbe aver influito).

Nemmeno gli avvocati hanno potuto riprenderla. Mentre in tribunale possono portare il telefonino, all’ingresso del carcere o dell’ospedale vengono perquisiti e letteralmente spogliati di tutto: telefonino, carte di credito, documenti…(e le guardie ne approfittano per deriderli, provocarli: “come ci si sente, avvocato, senza un documento, senza una carta di credito…”). A causa dei numerosi metal-detector non è possibile nemmeno introdurre una microcamera.

A un regista belga hanno smontato e distrutto perfino la custodia degli occhiali per controllare.

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Chi vi ha assistito in qualità di osservatore internazionale (all’interno della solita prigione di Ankara, il carcere di Sincan), spiega che “stavolta il processo si è svolto in un’aula molto grande, ben amplificata, per cui quasi non vedevamo la Corte, ma comunque si sentiva bene e ognuno aveva la disponibilità di un traduttore”. Con una certa amarezza, sottolineava anche che “l’inviato del Manifesto, presente a Istanbul, non è venuto nonostante lo avessimo invitato”.

Erano invece presenti, oltre ad alcuni italiani, militanti solidali greci e un rappresentate dell’ambasciata canadese.

Quanto al processo “è apparso chiaramente basato su semplici deduzioni, illazioni della polizia”.

“Possiamo affermare – proseguiva il mio interlocutore – senza timore di essere smentiti che di fatto la pubblica accusa è costituita dallo stesso Ministero degli interni”.

Del resto Erdogan si era proclamato “giudice di questo processo”.

I due imputati, ricordo, dopo essere stati arrestati per la loro protesta contro il licenziamento, sono stati accusati di far parte dell’organizzazione Fronte rivoluzionario della liberazione popolare (DHKP-C).

Oltre a Nuriye e Semih, viene giudicata, a piede libero, anche una terza imputata, Acun Karadag, altra insegnante vittima delle purghe governative.

Acun, cardiopatica con pacemaker, data la serietà della sua condizione sanitaria non è in sciopero della fame, ma ha partecipato quotidianamente alle proteste, duramente represse dalla polizia, contro la politica governativa.**

Acun ha inoltre rinunciato a difendersi finché a Nuriye non sarà permesso di essere presente in aula. Inoltre ha protestato per il fatto che le sia consentito di avere soltanto tre avvocati, mentre in genere il numero dei difensori è illimitato.

Durante il dibattimento Semih Ozakca e i suoi difensori hanno risposto a Berk Ercan, in video-conferenza da Istanbul. Si tratta di un prigioniero politico arrestato nel 2014 in quanto presunto membro dell’organizzazione DHKP-C, accusa da lui finora sempre respinta.

Solo recentemente, da circa un mese, si sarebbe “ricordato di averne fatto parte”  stilando una lista di 110 nomi e facendo arrestare anche 15 avvocati e circa novanta militanti di Halk Cephesi (Fronte del popolo).

Berk sarebbe stato un semplice militante di base che da tempo si era comunque tirato fuori dall’impegno politico e in realtà non si sa nemmeno con certezza se effettivamente facesse parte di DHKP-C.

La sua testimonianza era stata resa pubblica tra la seconda e la terza udienza.

Ora Berk Ercan sostiene che i due imputati, Semih e Nuriye, facevano parte dell’organizzazione rivoluzionaria. Organizzazione che avrebbe ordinato loro di entrare in sciopero della fame per rilanciare un movimento analogo a quello sorto con Gezy Park ed estendere i focolai di ribellione delle migliaia di licenziati, molti dei quali invece di fuggire dalla Turchia hanno avviato forme di resistenza.

Prima dell’intervento del collaboratore era stato il giudice a chiedere a Semih se in passato si era recato a Istanbul e la risposta ovviamente era stata affermativa.

A questo punto era intervenuto Berk Ercan sostenendo di averlo incontrato in un quartiere, Okmeydani (notoriamente collocato politicamente a sinistra) in un parco ufficialmente dedicato a Ataturk, ma ormai universalmente conosciuto come il parco di Sibel Yalçin, una guerrigliera caduta in combattimento

Peccato per l’accusa, le date coincidevano con il periodo in cui Semih svolgeva il servizio militare, ben lontano da Istanbul. A questo punto, dopo le risate suscitate in aula,  come teste Berk Ercan avrebbe dovuto venir considerato totalmente non credibile, inaffidabile (un avvocato della difesa lo ha anche denunciato per falsa testimonianza). Invece le “prove”, del tutto inconsistenti, sulla presunta connessione di Nuriye con DHKP-C  (un vecchio pc che Şafak Yayla le avrebbe regalato qualche anno fa, in una data nemmeno precisata) sono state ritenute valide.

Importante sottolineare che dopo il golpe, vero o presunto, è stata avviata una procedura per cui i prigionieri politici che accettano di fare i nomi di presunti rivoluzionari vengono pagati e possono godere di migliorie nella loro condizione carceraria. Non si tratta nemmeno formalmente di “pentiti”, ma semplicemente di collaboratori a libro paga.

Come già detto, Salih ha potuto tornare a casa sua (deve comunque portare il braccialetto elettronico) in attesa della prossima udienza mentre Nuriye è rimasta nel reparto di terapia intensiva. Praticamente in isolamento, con solo 5 (cinque!) minuti al giorno concessi alla sorella per visitarla e confortarla aggiornandola sulle iniziative, anche internazionali,*** a suo sostegno. Come ha detto un compagno: ”in questo momento è la solidarietà che la nutre”.

La prossima udienza doveva cadere il 27 novembre, ma gli avvocati della difesa sono riusciti ad ottenere che venisse anticipata al 17.

La situazione di Nuriye (a cui, ricordo, finora è sempre stato impedito di essere presente in aula) è talmente seria che ogni giorno in più costituisce un ulteriore pericolo per la sua stessa sopravvivenza.

Gianni Sartori

 

*nota 1: Nuriye è ricercatrice di letteratura turca ed europea, profonda conoscitrice di Kafka. Inevitabile pensare a come la sua attuale vicenda, per tanti aspetti assurda, richiami quella, “kafkiana” per antonomasia, di Josef K. in “Der Prozess”.

Le nuove accuse (che si aggiungono a quelle vagamente surreali di aver utilizzato colori incriminabili come il rosso e il giallo) si basano sulle dichiarazioni del collaboratore Berk Ercan secondo cui Şafak Yayla (uno dei due componenti del commando dell’assalto al palazzo di giustizia di Istanbul nel 2015)  anni fa avrebbe regalato un suo vecchio pc a Nuriye.

 Per maggiori informazioni: http://contropiano.org/news/internazionale-news/2015/03/31/istanbul-fronte-rivoluzionario-prende-giudice-in-ostaggio-polizia-uccide-sequestratori-029982

 ** nota due: Tanto per la cronaca. Un osservatore internazionale ha raccontato di “aver potuto controllare direttamente lo stato in cui erano ridotte le aste degli occhiali corrose dai gas spruzzati nelle ultime manifestazioni. Gas sicuramente peggiori persino dei famigerati CS utilizzati a Genova nel 2001”.

Ricordo che è invece in sciopero della fame (da oltre 170 giorni) Esra, moglie di Semih, anche lei insegnante vittima delle purghe governative.

*** nota 3: in particolare va segnalato l’appello di alcuni parlamentari europei che si sono rivolti direttamente a Federica Mogherini chiedendole di “promuovere tutte le azioni diplomatiche possibili” in favore di Nuriye Gulmen e Semih Ozakca.

Questi i firmatari: Castaldo Fabio Massimo, Demesmaeker Mark, Hadjigeorgiou Takis, Piri Kati, Pittella Gianni, Valero Bodil, Vergiat Marie-Christine, Ward Julie, Zimmer Gabriele.

Per il 1 novembre è prevista una conferenza sul caso di  Nuriye e Semih con alcuni europarlamentari a Strasburgo ( parlamento europeo)

 

 

NURIYE GULMEN E SEMIH OZAKCA ANCORA IN SCIOPERO DELLA FAME – un articolo di Gianni Sartori

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Parlare di uno sciopero della fame condotto da un  prigioniero politico, oltre che drammatico, è sempre fonte di grande, insondabile tristezza. Tornano fatalmente alla mente lo stillicidio dei giorni di agonia di Bobby Sands, Patsy O’Hara, Micki Devine…e di tutti gli altri repubblicani del 1981;  la morte atroce di un centinaio di militanti della sinistra rivoluzionaria turca (e di loro familiari) nell’assordante silenzio planetario dei media; il martirio solitario dell’anarchico Barry Horne nell’Inghilterra socialdemocratica di Blair…

Eppure periodicamente questa scelta, spesso irreversibile, destinata a concludersi con la morte o comunque con danni irreparabili per chi magari viene sottoposto alla tortura della alimentazione forzata, si compie ancora. Ancora vittime ribelli al potere alle quali non rimane altra via per esprimere la propria radicale opposizione allo stato di cose presente.

In Turchia Nuriye Gulmen e Semih Ozakca sono in sciopero della fame del 9 marzo*. Come altri hanno scritto: “hanno fame di giustizia da oltre 200 giorni”.

La testimonianza di Nuriye e Semih contro lo stato di emergenza che li aveva condannati, assieme a migliaia di altri lavoratori, alla morte sociale dopo essere stati espulsi dal loro posto di lavoro, è senza soluzione di continuità. Una lotta sostenuta e difesa da altri lavoratori che sfidano divieti, repressione, arresti, stati di fermo, tortura…

Il governo dell’AKP, non tollerando l’estendersi della solidarietà, sia interna che internazionale, alla fine del 2016 aveva accentuato la pressione sui due insegnanti proibendo qualsiasi forma di manifestazione, canti, balli ed ogni sorta di invocazione (sia scritta che verbale) dei nomi di Nuriye e Semih ad Ankara.

Del resto è chiaro da tempo: Recep Tayyip Erdogan è seriamente intenzionato a inasprire ulteriormente lo stato di emergenza sottoponendo ogni espressione di dissenso al duro attacco della repressione, facendo largo uso di quelle che non impropriamente sono state definite autentiche purghe.

Di fronte all’arroganza di Erdogan e soci  si ergono, fragili ma immense, queste due figure di resistenti: un’accademica universitaria, Nuriye Gulmen e un maestro di scuola primaria, Semih Ozakca

Nuryie è una dei circa 150mila funzionari pubblici, di cui 51mila accademici (da 180 università), licenziati, espulsi dal posto di lavoro in quanto arbitrariamente accusati di essere coinvolti nel golpe dell’anno scorso. A loro inoltre è stato tolto il passaporto condannandoli in sostanza alla morte civile.

Circa un anno fa, nel novembre 2016, Nuriye e Semih avevano deciso di costituire come forma di protesta un presidio civile permanente. Da allora sono stati sottoposti ad almeno 27 “custodie preventive” (l’equivalente dello stato di fermo) e infine arrestati. Tornati in libertà, il 9 marzo hanno iniziato lo sciopero della fame. A loro si sono uniti altri in solidarietà, una decina per ora. La moglie di Semih è in sciopero della fame da oltre 150 giorni. 

Scontato precisare che le accuse nei loro confronti sono completamente infondate e poggiavano sul nulla: con Fethullah Gulen non avevano mai avuto niente a che fare, così come la stragrande maggioranza delle persone licenziate. Un pretesto per togliere dalla circolazione ogni possibile dissenso al governo di AKP.

Nel frattempo Nuriye Gulmen e Semih Ozakca sono stati definitivamente arrestati il 23 maggio per “appartenenza ad associazione terrorista” utilizzando le dichiarazioni di due militanti di sinistra, dichiarazioni estorte con torture e minacce di stupro.**

Sul loro caso si era pronunciata la Corte europea per i Diritti dell’Uomo (il 2 agosto). Tuttavia, dopo aver considerato i rapporti medici e considerando che nel frattempo i due erano stati trasferiti dalle celle nell’ospedale del carcere di Sincan (dove avrebbero dovuto, in teoria, svolgersi le udienze), la Corte europea ha vergognosamente stabilito che “stanno bene e sono curati”. Potevano quindi rimanere in stato di detenzione qualora venisse garantita un’assistenza personalizzata, assegnando cioè ad ognuno di loro una persona a loro scelta in assistenza quotidiana di 24 ore. Questo in effetti era poi avvenuto, anche se con varie settimane di ritardo e i due prigionieri avevano potuto essere seguiti quotidianamente dalla madre di lui e dalla sorella di lei. 

La prima udienza risale al 14 settembre. Nel tribunale di Ankara era presente anche una folta delegazione di osservatori internazionali (greci, italiani, bulgari…).

Con un tempismo sospetto, solo due giorni prima (il 12 settembre, anniversario del golpe del 1980) veniva arrestato tutto il collegio difensivo: ben sedici avvocati di cui 14 ancora in carcere e presto saranno anche loro sotto processo. In precedenza, durante la conferenza stampa, erano stati caricati duramente dalla polizia. L’accusa è di essere legati al Fronte rivoluzionario della liberazione popolare (DHKP-C). Ossia, tecnicamente: “appartenenza ad organizzazione terrorista”.

Si tratta di appartenenti agli avvocati del popolo (Dipartimento per i diritti del popolo #HHB) e agli avvocati progressisti #CHD. Agli altri avvocati del popolo viene ora impedito di presenziare e a difesa degli imputati rimangono solo gli avvocati progressisti.

In poche ore erano giunte oltre 2135 deleghe firmate da avvocati da ogni angolo della Turchia a sostegno della difesa, una incredibile dimostrazione di solidarietà.

Più difficile comunque ora il compito della difesa dato che tutta la documentazione preparata dagli avvocati è stata sequestrata e fatta sparire per mano della polizia.

All’udienza del 14 settembre i due imputati erano assenti per “ragioni di sicurezza”. Ufficialmente l’apparato turco di sicurezza non sarebbe in grado di impedire un eventuale tentativo di fuga di Nuriye e Semih (da tempo allettati): una giustificazione paradossale che, se il contesto non fosse tragico, sarebbe risibile.

I due dossier, di 25 e 45 pagine, contro di loro appaiono inconsistenti. Una ricostruzione ad hoc realizzata dai corpi di polizia. Le principali accuse sono: aver fatto la V di vittoria con le dita, aver scritto sui social media con colori giallo e rosso, essersi vestiti di rosso e giallo, aver scritto “voglio il mio lavoro indietro” con questi colori. Colori che rimandano a quelli del Fronte del Popolo e di riflesso possono evocare i colori del DHKP-C. Inoltre sono accusati di aver partecipato ad assemblee pubbliche in cui denunciavano le purghe e di aver linkato articoli che parlavano della loro situazione sul giornale del Fronte Popolare dedicato ai lavoratori pubblici.

Comunque l’udienza del 14 settembre veniva sospesa per la mancanza di una documentazione (in grado, secondo il giudice, di consentire forse il reintegro dei due imputati) e aggiornata al 28 settembre. Due giorni prima, alle due di notte, Nuriye era stata trasferita dall’ospedale del carcere all’ospedale pubblico di Numune ad Ankara (perdendo quindi l’assistenza personalizzata: ora può incontrare solo un familiare per cinque minuti al giorno). Nel frattempo, inevitabilmente, le sue condizioni di salute sono andate peggiorando, con danni probabili al sistema nervoso e cardiovascolare. Al momento si trova in un reparto di terapia intensiva e rischia seriamente di essere sottoposta all’alimentazione forzata se solo dovesse perdere conoscenza (anche se un medico si è già rifiutato di praticarla in quanto, come sostiene anche Amnesty International, si tratta di “una forma di tortura”).

Probabilmente con questa operazione di polizia si vuole impedire che Nuriye venga in aula, possa mostrarsi in pubblico, difendersi al processo.

Stando a quanto dichiarava chi l’ha vista recentemente (non è stato possibile fotografarla se non da lontano, di profilo) il suo aspetto, dopo aver perso oltre 40 chili, sarebbe spettrale. Invece Semih (che ha perso “solo” 34 chili) è ancora in grado di presenziare, sorridere, salutare…

Quasi contemporaneamente dalla Procura di Istanbul veniva emessa una lista di 110 nominativi di militanti del Fronte del Popolo (Halk Cephesi) e quindi, secondo gli inquirenti, in qualche modo collegabili ad “una organizzazione terrorista”. In tutta la Turchia si apriva la stagione di caccia e al momento un’ottantina di persone sono già state arrestate. Tra di loro molti avvocati, un medico, militanti ben conosciuti e anche la famosa “zia di Gezi Park”. 

Tra chi le ha conosciute entrambe, si sostiene che questa repressione non ha niente da invidiare a quella del 1980. Se non addirittura peggiore: gli arresti sono assolutamente selettivi e si registrano anche esecuzioni extragiudiziali.

Tra gli ultimi arrestati, un altro avvocato del popolo, Naim (il quindicesimo per ora) e Ayse Lerzan Caner conosciuta anche in Italia per il suo impegno a fianco delle famiglie dei prigionieri politici.

Intanto, com’era prevedibile, il 28 settembre il famoso documento (la cui mancanza aveva giustificato la sospensione della prima udienza) non è mai stato recapitato. In compenso, per mano della pubblica accusa arrivava la “dichiarazione” di due testimoni tutt’ora in carcere che identificano Nuriye e Semih come membri del DHKP-C. Da questa organizzazione avrebbero ricevuto l’ordine di dichiarare lo sciopero della fame con fini “eversivi”. Confessione molto presumibilmente estorta (vedi nota 2) con la tortura e le minacce.

Per quanto fortemente militarizzata, quella del 28 – racconta chi vi ha partecipato – è stata una udienza relativamente tranquilla: qualche minaccia, qualche carica, 2-3 fermi…

La precedente era stata sicuramente più dura, in particolare per l’ampio uso di spray a base di agente orange (quello, cancerogeno, usato prima in Vietnam e poi in Colombia per deforestare le aree occupate dai guerriglieri).

Per il 20 ottobre è prevista la terza udienza, con la probabile presenza dei due che avrebbero fornito le “prove” a carico di Nuriye e Semih.

In ogni caso, in Turchia la resistenza continua. Non è possibile, nemmeno instaurando lo stato di emergenza, annullare, ingabbiare 80 milioni di persone.

Gianni Sartori

* nota 1: una precisazione sulla durata dello sciopero della fame dei militanti turchi.

Se nel caso dell’Irlanda, 1981, lo sciopero dei repubblicani si concludeva comunque con la morte, in genere nel giro di un paio di mesi, la maggior durata di questi scioperi condotti da militanti turchi si spiega con l’utilizzo di acqua salata, succo di limone, vitamina B 1 che prolungano la resistenza fisica. Questo non rende meno drammatica la situazione. Le conseguenze spesso sono devastanti per l’organismo e psicologicamente diventa forse ancora più duro resistere così a lungo.

** nota 2: il 28 settembre il Fronte del Popolo, commissione relazioni internazionali, ha emesso un comunicato in cui denunciava come la militante Fadime Yigit recatasi alla stazione di polizia, in quanto sottoposta ad obbligo di firma, sia stata sequestrata, minacciata e torturata con la richiesta di fare nomi.

Immediata la reazione governativa con l’ennesima serie di arresti che si abbatteva sull’intera opposizione.

Successivamente anche Mustafa Kocak ha rivelato di essere stato stato interpellato per testimoniare contro Nuriye e Semih. Qualora si fosse rifiutato, lo minacciarono, gli avrebbero stuprato le sorelle. Immediatamente dopo tali dichiarazioni anche per lui si sono aperte le porte del carcere.

 

LE MURA VENEZIANE DI BERGAMO INSERITE NELL’ELENCO DEL PATRIMONIO UNESCO

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L’Unesco ha inserito ieri nell’elenco del proprio Patrimonio mondiale il complesso di difese fortificate eretto dalla Repubblica Serenissima di Venezia per difendere il proprio territorio.

Fra queste, ci sono le  Mura di Bergamo che insieme a molti altri siti lombardi costituiscono un patrimonio storico e culturale incredibile per la nostra Terra.

Pubblichiamo qui una guida alle Mura bergamasche

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L’ULTIMO INCONTRO CON MARIO RIGONI STERN – di Gianni Sartori

Ci sono uomini che hanno vissuto le esperienze, e anche le tragedie, della vita sempre portando con sè la loro Terra, il loro essere legati alla montagna ed a uno stile di vita tradizionale. Uno di loro è sicuramente Mario Rigoni Stern. L’amico Gianni Sartori ce ne parla qui

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L’ULTIMO INCONTRO CON MARIO RIGONI STERN

Gianni Sartori

L’ultima volta che ho incontrato Mario Rigoni Stern è stato nel 2006, un paio di anni prima della sua scomparsa.

Per una volta non eravamo nella sua Asiago, bensì a Mantova, in occasione del Festival della Letteratura. 
Presentandolo a Bosco Fontana, nel cuore della riserva naturale, lo scrittore Ernesto Franco aveva detto che “Mario non insegna, ma mostra le cose”. Come altri grandi della letteratura (aveva citato Conrad e la sua “grammatica del mare”) “libro dopo libro Mario ha costruito un universo”.

Mario si era ricordato di qualche mio allievo -di quinta elementare – a cui davo, come compito per casa, la consegna di andarlo a trovare e possibilmente intervistarlo. Naturalmente si era parlato del suo ultimo libro “Stagioni” (uscito appunto nel 2006, da non confondere con “Le stagioni di Giacomo” del 1995).

A un decennio di distanza, un ricordo delle considerazioni del “sergente della neve” sulle stagioni dove ritroviamo il suo personale universo di sempre: l’Altopiano e il bosco, intrecciati ai ricordi della guerra, alla memoria dei compagni perduti”.

Inverno

Osservando alcune piume raccolte di pernice bianca, Mario si interrogava “sull’inverno, chiedendosi se sarebbe stato un inverno precoce”. Altri segni sembravano arrivare “dalle cince, dalllo scricciolo, dai funghi…”.

Dovendo parlare delle stagioni aveva iniziato con alcune considerazioni invernali, perché “l’inverno è il momento della sofferenza, ma anche della riflessione …”. Gli riportava alla mente “il freddo dell’infanzia, il freddo della guerra…”, ma anche il ricordo felice delle “sciate nei boschi”. L’inverno poi “è fatto per leggere, nonostante l’invadente televisione”. Purtroppo “non ci sono più le nonne che raccontano storie vere, vissute” mentre la televisione “racconta storie banali, forse riflesso di vite altrettanto banali”. Invece al tempo della sua infanzia, ricordava Mario “la fantasia navigava”.

Rammaricandosi che “con gli inverni di una volta abbiamo perso tanto”, forse anche per colpa della tecnologia “dell’aria condizionata e dei termosifoni” evocava il tempo in cui “la gente, con un camino e un libro, attorno al fuoco leggeva e parlava”. Certo oggi è aumentato il benessere “la casa è ben riscaldata, ma senza la compagnia del fuoco”. E pensava al tempo della guerra in Albania quando “riuscivamo finalmente ad accendere un fuoco” e un soldato emiliano davanti alla fiamma “recitava a memoria l’Orlando Furioso, pur essendo analfabeta”.

Tra i suoi ricordi di letture in trincea non mancava Dante Alighieri e la Divina Commedia “di cui tenevo nello zaino una vecchia edizione”. Insomma “l’inverno fa meditare, lascia ricordi”. Sarebbe bello, concludeva, poter “tornare indietro, riconquistare l’inverno, tornare a vedere le stelle nelle limpide notte invernali”.

Primavera

L’immagine è quella di “un ufficiale a cavallo che squadrava un gruppo di prigionieri” (tra cui lo scrittore) custoditi dalle SS ai confini tra Polonia e Lituania. Mentre l’ufficiale passava altezzoso, Mario si trovava alla sommità di un palo e aveva osservato le prime gemme. “Io mi ero accorto della primavera in arrivo – sottolinea – le SS no”. Quindi “noi, i prigionieri, eravamo più ricchi di loro”. E si ricordava di quando, bambino dell’Altopiano “gli ultimi tre giorni di febbraio camminavamo scalzi sui prati, portando le campane delle mucche e cantando per sciogliere marzo”.

Nei boschi a fine febbraio “si vedono i primi fiori, si percepisce l’odore della primavera; noi diciamo che la terra va in amore”.

Anche tornando a casa dalla Russia “ad un certo punto abbiamo calpestato terra, non più neve”. Era il disgelo di quel tremendo inverno 1941-42 che ha rappresentato “la prima vera sconfitta dei nazifascisti”. All’epoca venne considerato l’inverno più freddo della storia, “quasi un miracolo del buon Dio perché aveva fermato i carri armati.”

Estate

L’estate “è stagione di vacanze, di escursioni, di pic-nic, ma anche di immondizie abbandonate nei boschi”. Ricordava di aver letto una targa in un rifugio del Tirolo: ”L’uomo civile non lascia tracce”. A causa di sacchetti, bottiglie, avanzi “il bosco soffre”. I rimasugli di cibo provocano la proliferazione delle mosche che vi depongono le uova. Poi le larve si insediano nel naso dei caprioli e “noi sentiamo nei boschi il tossire di questi animali che cercano di liberarsi, di espellerle”. Alla fine vengono ritrovati morti “con i polmoni e la trachea pieni di larve”. Il bosco, insiste “è delicato, composto da suolo e sottosuolo, da arbusti e anche dal cielo” perché “tutto è collegato”. Dove l’uomo rispetta l’ambiente “anche gli animali vivono e possono convivere con noi”. Certo, brontolava “andare nel bosco con il telefonino e pensare di poter ascoltare il gallo cedrone è assurdo”.

Autunno

Se la primavera è dei giovani “l’autunno è stagione dei vecchi”. Invece “l’inverno è dei romantici, mentre l’estate è dei turisti”. E presumibilmente, mi sembrava di intuire, dal suo punto di vista di montanaro irriducibile, questa era la stagione peggiore.

L’autunno è la stagione “dei ricordi e della malinconia” anche se “cadute le foglie, gli alberi hanno già preparato le gemme”. È anche il momento per osservare il movimento degli astri. Recentemente, ci disse, aveva notato che il sole tramontava in un punto leggermente diverso, dietro un crinale e questo “ha portato mezzora di luce in meno”. E concludeva con un augurio affinché “anche voi possiate avere come me una bella stagione autunnale, in buona salute”.

Purtroppo alla fine anche per Mario è venuto il tempo della sofferenza, del “male incurabile”. Affrontò con coraggio anche questa estrema prova, a conclusione di una vita non sempre facile, ma sicuramente degna di essere vissuta.

Gianni Sartori

NASCE IL CENTRO STUDI DIALOGO

E’ stata annunciata nei giorni scorsi la nascita del Centro Studi Dialogo.

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Il Centro Studi Dialogo nasce come associazione di promozione culturale e si prefigge di divenire  un vero e proprio think thank Euroregionalista.

Un punto di incontro, e appunto di dialogo, fra tutte le persone che si interessano di Terre e di Popoli e che si auspicano un cambiamento delle istituzioni continentali, per passare dal modello attuale ad un futura Europa dei Popoli e delle Regioni.

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L’attività principale del Centro Studi Dialogo è quella editoriale: pubblica la rivista trimestrale “DIALOGO EUROREGIONALISTA”, diretta da Gianluca Marchi e riservata agli iscritti  all’associazione.

Un magazine con veste moderna e accattivante, ma che porta avanti con fermezza i  propositi del Centro Studi.

E lo fa parlando di cultura, di storia, di attualità, di musica, di sport, di biografie di personaggi noti e meno noti, di graphic novels, di tutto quanto, in poche parole, sottolinei le specifiche diversità che solo un nuovo progetto può contenere e difendere.

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Pubblica inoltre libri che vanno in tale direzione, libri che non sono mai arrivati al grosso pubblico o che sono quasi introvabili: in questo senso, per iniziare ha pubblicato un libro scritto dal grande sociologo veneto prof. Sabino Acquaviva intitolato “Corsica, storia di un genocidio”.

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Il Centro Studi Dialogo è inoltre in contatto costante con le maggiori realtà che, a livello europeo, sono portatrici  degli identici valori.

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per contatti : http://csdialogo.eu/  oppure   info@csdialogo.eu

IN MEMORIA DI IVANA HOFFMAN, INTERNAZIONALISTA AFRO-TEDESCA CADUTA IN ROJAVA – (Gianni Sartori)

IN MEMORIA DI IVANA HOFFMAN, INTERNAZIONALISTA AFRO-TEDESCA CADUTA IN ROJAVA

(Gianni Sartori)

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Ivana Hoffman (nome di battaglia: Avasin Tekosin Günes) è stata forse la più giovane  combattente internazionale caduta lottando insieme ai Curdi contro l’Isis. Venne uccisa  il 7 marzo 2015 nella città di Til Temir (Cantone di Cizire), a pochi chilometri da Kobane, in Rojava.

Avrebbe compiuto 20 anni in settembre.

Ivana, afro-tedesca, era nata in Germania nel 1995 e viveva a Duisburg. Militante del Partito Comunista Marxista Leninista della Turchia-Kurdistan (MLKP), si era integrata nella resistenza curda delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) in Rojava.

In Germania, a Duisburg, fin da quando aveva 13 anni era stata un’attiva militante dell’organizzazione “Young Struggle“, impegnata nella lotta contro il sessismo e il razzismo. I suoi primi contatti con rifugiati aderenti al MLKP risalivano al 2011 e già nel 2014 si trovava a combattere in Rojava.

Come quella dei Curdi, la sua era una “lotta era per l’umanità, ma anche per costruire un ponte tra la rivoluzione nel Rojava e la lotta di classe in Europa”. Di lei raccontano che “non poteva tollerare la sofferenza di qualunque persona, e che ha voluto combattere il fascismo in tutti i fronti”.

In particolare per la liberazione delle donne “opponendosi sempre ai meccanismi di oppressione patriarcale e ai comportamenti troppo spesso maschilisti degli uomini, inclusi i suoi compagni”.

I volontari del battaglione internazionalista Antifa Tabûr ricordavano che Ivana aveva continuato a sparare, fino all’ultimo proiettile, nonostante la loro postazione fosse stata accerchiata dai miliziani del Califfato nero.

Analogamente, in un comunicato del MLKP si leggeva che “hanno rafforzato le barricate in nome della libertà e dell’onore contro gli attacchi di Isis sconfiggendo il loro piano volto a prendere Til Temir e Heseke per proseguire con ulteriori massacri”.

Il comunicato del MLKP proseguiva sottolineando come “il più grande sogno della compagna Avasin era quello di prendere parte alla lotta in Turchia e nel nord del Kurdistan (il Bakur, ossia il Kurdistan al momento sotto amministrazione turca nda) a seguito della rivoluzione in Rojava (il Kurdistan sotto amministrazione siriana, almeno formalmente nda)”.

Per concludere: “I suoi sogni sono i nostri sogni, il suo cammino il nostro, la sua memoria il nostro onore. La compagna Avasin Tekosin Gunes è per noi immortale”.

Ma, nonostante un velo di retorica che traspare da queste parole (per quanto sicuramente sincere e sofferte), di lei i compagni del MLKP ricordano soprattutto la grande umanità.

Raccontano che era “una persona allegra, una persona che a suo modo diffondeva ovunque buon umore”.

Nelle sue ultime lettere alla madre parlava di ritornare per “ contagiare ciò che mi circonda, i miei compagni e amici con lo spirito combattivo e la forza di volontà, sarò come le canzoni più belle, e tirerò il carro con tutte. Sarò una guerrigliera piena di amore e speranza per il prossimo“.

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IVANA NEI RICORDI DELLA MADRE

Nel marzo 2016, al momento del primo anniversario, era stata intervistata sua madre, Michaela Hoffmann.*

Michaela aveva raccontato che in Germania Ivana “aveva molti amici curdi, africani, turchi. Da sempre ha avuto un senso ben marcato rispetto alla giustizia. Un giorno ha poi iniziato a partecipare a manifestazioni antifasciste, campi giovanili ed eventi politici. Ha capito molto dell’oppressione di vari popoli, quindi lei stessa è divenuta attiva”

La giovane era rimasta colpita dalla lotta del popolo curdo e soprattutto dal ruolo assunto dalle donne curde. Aveva anche organizzato incontri-dibattiti e tenuto conferenze sull’oppressione delle donne e la guerriglia delle donne curde. “Ho avvertito subito – ricordava la madre – che lei prendeva molto sul serio la sua militanza e aveva un grande interesse per il Kurdistan. In una lettera scritta al momento di di partire per unirsi alla Resistenza curda, Ivana aveva  scritto che voleva “difendere la rivoluzione in Rojava” ed essere parte di essa”.

Fino ad allora Michaela non immaginava che sua figlia sarebbe andata in Rojava, ma poi, dopo la sua partenza: “nel corso dell’ultimo anno ho ricevuto da lei molte altre informazioni. Ora naturalmente posso comprendere tutto meglio. Quando mi sono recata là per portare a casa Ivana, mi sono resa conto di quanto sia importante sostenere questa lotta del popolo curdo. Erano in molti a renderle l’ultimo omaggio. Questo mi ha dato molta forza in quel momento. Ho avvertito diversi sentimenti, come rabbia, tristezza, ma anche orgoglio. Da quel giorno fino alla cerimonia funebre e il giorno successivo ho capito sempre più quanto è importante quello che Ivana ha fatto. Cerco di fare il meglio possibile per continuare ciò che lei ha iniziato”.

Ai funerali di Ivana (14 marzo 2015) migliaia di persone erano arrivate a Duisburg per renderle l’estremo saluto e onorarla.

Sia in Turchia che in Europa la sua foto, diventata un simbolo, è appesa in molte strade, sui muri delle case e negli spazi delle associazioni di sinistra.

La madre aveva anche ricordato come “recentemente per televisione ho visto un documentario che mostrava una strada di Kobane con la foto di Ivana.

Poi, ci sono il grande parco nella città siriana del nord, Efrin, a lei dedicato, il luogo in sua memoria a Colonia e sicuramente ancora molti altri posti a lei intitolati. Sono tutte tracce che lei ha lasciato”.

Qualche settimana prima dell’intervista Michaela era stata in Inghilterra a un evento per Ivana e uno dei partecipanti le aveva detto di essere stato “molto impressionato dal fatto che Ivana sia andata a Kobane e abbia contribuito alla costruzione di un ospedale. Mi ha colpito che qualcuno che non la conosceva personalmente fosse ispirato da lei. Ciò mi infonde la speranza che il messaggio di Ivana possa essere trasmesso alla prossima generazione. Il mio sogno è quello di andare nel villaggio assiro di Til Nasir vicino alla città di Til Temir che lei ha difeso. Spero che là ci sarà la pace e che tutti noi insieme possiamo realizzare ciò per cui Ivana si è impegnata”.

Il modo migliore per ricordarla. Per dimostrare che il suo sacrificio non è stato invano.

Gianni Sartori

 

* nota 1: Personalmente mi ha ricordato altri due esempi di “Madre coraggio” che avevo conosciuto: la mamma di Patsy O’Hara (prigioniero politico, militante dell’INLA morto in sciopero della fame nel 1981) e quella di Carlo Giuliani.

E anche quello di un padre, Ernesto Guevara Lynch (1900-1987) con cui avevo parlato in due-tre occasioni nel 1985-86 e di cui conservo gelosamente alcune lettere. Come si può comprendere dalla lettura del suo libro “Mi hijo el Che”(Mio figlio il Che) aveva saputo raccogliere l’immensa eredità morale del figlio, Ernesto Guevara de la Serna.

QUALCHE MODESTA CONSIDERAZIONE SULL’EUSKARA, la lingua degli “Indiani d’Europa”- di Gianni Sartori

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Osservo che spesso si attribuisce all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese del 1789 la quasi totale responsabilità della repressione linguistica e culturale subita dalla “nazioni senza stato”. Anche nel caso dei baschi.

Quasi che l’ancienne regime invece le tutelasse e salvaguardasse la loro integrità.

In realtà la faccenda mi sembra un tantino più complessa.

A mio modesto avviso, quello che traspare è una sostanziale continuità. Quale che sia il “blocco dominante al potere”, lo stato mantiene il controllo esercitato nei confronti dei “sottoposti” (sia sulle classi subalterne che sui popoli minorizzati) con ogni mezzo ritenuto necessario.

Come sentenziava Luigi XIV sul letto di morte: “Lo Stato rimane”.

Non solo dopo la morte di un monarca assoluto.

Anche dopo una rivoluzione. Soprattutto se va troppo per le lunghe e degenera in guerra. Senza dare risposte e soluzioni adeguate alle aspirazioni di giustizia e libertà da cui, presumibilmente, era stata innescata.

Per restare nell”Esagono”, pensiamo alla dura repressione della ribellione dei Bonnets rouges in Bretagna (scoppiata per le nuove tasse, ma che en passant aveva fornito l’occasione per l’incendio di vari castelli e l’uccisione dei proprietari) per mano di Luigi XIV.

Pensiamo allo sterminio di donne basche accusate di stregoneria in Lapurdi (regione considerata “sediziosa”) alla fine del XVI secolo: oltre tremila “streghe”, circa il 12% della popolazione di allora.

L’inviato del re, il visconte di Lancres (tutto fuorché un illuminista o un “giacobino” ante litteram) individuò nella “stregoneria” una probabile fonte di disordini. Agì quindi di conseguenza spedendo le povere donne (al massimo erboriste e depositarie di saperi tradizionali, comunque “soggetti antagonisti”) sul rogo.

Successivamente, nel XVII sec., scoppiò una rivolta in Zuberoa.

Era la risposta dei Baschi a Luigi XIV che aveva arbitrariamente concesso la proprietà della provincia al Conte di Treville.

La ribellione era guidata da un certo Matalas, poi fatto decapitare.

Appare evidente che anche l’aristocrazia si dava da fare.

Quanto alla specifica, mirata repressione linguistica operata dallo stato francese in Iparralde, non ebbe inizio di punto in bianco con il 1789. C’erano già dei precedenti.

Nel 1539 Francesco I firmò un’ordinanza che imponeva ai tribunali l’uso esclusivo del francese. Il primo passo in un’epoca in cui Iparralde godeva ancora di una certa relativa autonomia e conservava in parte le sue istituzioni tradizionali.

Circa un secolo dopo la nascita dell’Accademia della Lingua rappresentò un ulteriore passaggio nel fare della lingua francese l’elemento unificante del territorio.

Poi, con la rivoluzione del 1789, un’ulteriore mazzata (in precedenza avevo scritto: “il colpo di grazia”, ma poi a conti fatti si è visto che qui l’euskara è comunque sopravissuto, con o senza il benestare istituzionale.

Non fu di lunga durata l’entusiasmo suscitato in Ipar E.H. (ma pare anche in Hego E.H., soprattutto nelle zone costiere) nelle classi emergenti basche che videro nella Rivoluzione una possibilità di cambiamento e di progresso economico.

L’imposizione del francese a tutte le nazionalità presenti nell’Esagono determinò una sorta di messa al bando dell’euskara (oltre che del bretone, del corso…..)

L’obiettivo era quello di salvaguardare unità e coesione dello stato francese. Ma questo avveniva a spese dei popoli minorizzati, delle Nazioni senza stato.

Ma andiamo con ordine.

Quando, dopo le prime sollevazioni a Parigi, il re Luigi XVI convocò i tre Stati Generali, i baschi di Iparralde protestarono perché, come in Lapurdi, clero, nobili e borghesia non si erano mai riuniti.

Dopo che Lapurdi, Zuberoa e Nafarroa Beherea (Bassa Navarra) vennero riconosciute come circoscrizioni autonome, ogni herrialde (regione) inviò i suoi rappresentanti convinti che le nuove istituzioni rivoluzionarie avrebbero ripristinato le libertà storiche basche.

Ma il 4 agosto 1789 i deputati eletti nell’Assemblea Nazionale, eliminando i privilegi della nobiltà e del clero, abolirono anche i fueros di Iparralde in quanto “privilegi della monarchia” ( i fueros venivano considerati accordi stretti direttamente con il sovrano).

Il 12 gennaio 1970 la Francia veniva divisa in dipartimenti e Iparralde formalmente scompariva in quanto integrata nel dipartimento dei Bassi Pirenei, insieme al Bearn (nonostante l’opposizione congiunta dei deputati baschi e bearnesi).

Invano un deputato di Lapurdi aveva tentato di ottenere un nuovo ordinamento amministrativo presentando il progetto di un dipartimento basco.

Vennero cambiati i nomi di molti paesi: Arbona in Constante; Kambo in La Montagna; Itsasu in Union; Donibane Lohizune in Chavin-Dragon; Sempere in Beaugard; Urt in Liberté; Ustaritze in Marat; Sara in la Colomba; Mirafranga in Tricolore; Boigorri in Termopoli; Garazi in France; Donapaleu in Monte Bidouze; Baiona in Porto della Montagna…

I rappresentanti baschi finirono per abbandonare l’Assemblea Nazionale.

Altre norme e consuetudini vennero abolite negli anni successivi. L’abolizione del mayoragzo determinò la frammentazione delle fattorie e quindi al vendita delle terre che vennero acquistate dalla borghesia locale.

Poi toccò alle terre comunali.

Le massicce diserzioni dall’esercito di giovani baschi (ora sottoposti alla leva obbligatoria) vennero punite dalla Francia con la deportazione nelle Lande di circa 4mila abitanti di Sara, Itsasu, Ezpeleta, Ainhoa, Kambo…Si trattava soprattutto di persone anziane, donne e bambini. Secondo lo storico basco Inaki Egana “la metà non sopravvisse al penoso viaggio”.

Insieme ad alcuni suoi complici, uno dei maggiori responsabili della deportazione, Jean Berouet, venne ucciso da un gruppo di giovani baschi a Ustaritze nel 1797.

Con il senno di poi, un’occasione irreparabilmente persa per entrambi: per i Baschi innanzitutto, ma forse anche per la Francia rivoluzionaria che non seppe (o non volle) coniugare i Diritti dell’Uomo e del Cittadino con i Diritti dei Popoli. Diciamo che all’epoca mancava un antesignano di Emilio Lussu o di Lelio Basso.

Se poi guardiamo a Hego Euskal Herria (Paese basco provvisoriamente sotto amministrazione spagnola), le cose andarono anche peggio, sempre per opera della “monarchia tradizionale” (“organica” e cattolica, la stessa vagheggiata da Franco).

Dai massacri di eretici (veri o presunti, in realtà più che altro dissidenti) dell’Inquisizione dopo l’invasione della Navarra da parte di quel che rimaneva dei “re cattolici” (il solo Ferdinando, a quel punto Isabella era già defunta) alle stragi operate nel dopoguerra (quella civile spagnola, dopo il 1939) dal cattolicissimo Franco…

Fino, si parva licet, alla bassa manovalanza neofascista italica operante nei vari squadroni della morte antibaschi (ATE, BVE, GAL) in batteria con elementi dei Guerrilleros de Cristo Rey (cattolici ultratradizionalisti, legati ai servizi segreti spagnoli)

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UNO SGUARDO SUL MONDO

Con la fine dell’impero coloniale francese (ma non della “politica d’Oltremare”, vedi il rilancio del neocolonialismo, gli interventi militari…) si è in parte assistito alla rinascita di lingue che in passato venivano schiacciate dall’omologazione alla lingua e alla cultura esportata dalla metropoli.

Sia in Asia che in Africa, le lingue tradizionali in precedenza erano considerate quantomeno un modo poco colto di esprimersi (anche da una parte della popolazione locale) mentre contemporaneamente si celebrava la grandeur francese.

Indirettamente l’esempio del cosiddetto “terzo mondo” con le sue lotte di liberazione (Algeria, Vietnam, colonie portoghesi…) fornì, se non un modello, sicuramente una indicazione per le lotte di liberazione in Europa, dai Paesi baschi alla Corsica.

ETA si richiamava esplicitamente all’esempio del FLN (Algeria) e Yves Stella (uno dei fondatori del FLNC, Corsica) parlava della sua lunga esperienza in Africa da cui trasse la convinzione che era possibile combattere per salvaguardare la propria cultura e lingua (identità o appartenenza che dir si voglia).

In ogni caso, alla fine del XX secolo la situazione in Iparralde (Euskadi Nord), per quanto grave, non era altrettanto drammatica di quella che si registrava in Hegoalde (Euskadi Sud).

Anche a vent’anni dalla sua fine, la dittatura franchista durata un quarantennio aveva lasciato segni indelebili.

Questa la situazione su quanti utilizzavano l’euskara in Hego Euskal Herria alla fine del secolo scorso:

Bizkaia 17%; Alava 7%; Gipuzkoa 44% (un’ipotesi: la vicinanza alla frontiera di Gipuzkoa consentì la fuga in Iparralde e in Francia a un numero maggiore di cittadini baschi nel 1939; col tempo molti rientrarono e presumibilmente i loro figli erano cresciuti parlando anche euskara); Navarra11%;

Nello stesso periodo in Ipar Euskal Herria (paesi baschi “francesi”, per convenzione) la situazione era questa:

Lapurdi 24%; Bassa Navarra 72%: Zuberoa 70%.

Appariva evidente che complessivamente il basco si era meglio conservato al Nord (pur segnato dalle rappresaglie giacobine) rispetto al Sud (che aveva invece “goduto” della Tradizione clerico-fascista.

Naturalmente, se in Iparralde non si sono registrati arretramenti, gran parte del merito va all’impegno sociale, all’insegnamento, all’attività di associazioni e volontari.

A conti fatti, in Hegoalde (“Paesi baschi “spagnoli”, tanto per intenderci) alla fine del secolo scorso il 67% della popolazione parlava solamente il castigliano, mentre il basco come lingua di comunicazione era utilizzata da nemmeno il 10%. Drammatico!

E questo nonostante l’esistenza di una radio e di una televisione basche (ETB, anche se i programmi erano soprattutto “per giovani”: giochi, sport, cartoni animati…) e della possibilità di corsi in euskara all’Università.

Tra le cause, ovviamente la dura repressione fascista (al limite del genocidio culturale, e non solo).

 Va anche considerato il “peso linguistico” (espressione che prendo in prestito) delle varie istituzioni (esercito compreso) e dell’amministrazione.

Altro fattore,il tentativo franchista (riuscito solo in parte: molti figli di immigrati si integrarono nella lotta dei baschi per la libertà, vedi il Txiki) di trasformare i caratteri etnico-culturali della nazione basca attraverso una immigrazione massiccia nelle aree industriali basche.

Per quanto riguarda i giornali, se l’euskara era ed è presente sulla stampa lo si deve alle iniziative sociali degli abertzale, non certo a quelle della Comunità autonoma.

A grandi linee possiamo calcolare che attualmente esistono circa un milione (su tre milioni di abitanti) di basco-parlanti.

Oltre che dalla prevalente presenza delle lingue francese e spagnola (scontata), a suo tempo qualche ulteriore difficoltà sorse con l’introduzione dell’euskera batua (unificato)

Fermo restando che vanno sempre tenute in considerazione le difficoltà inerenti alla forzata “tripartizione” del paese basco, possiamo affermare che dalla fine del secolo scorso in Hego Euskal Herria si va evidenziando una certa “normalizzazione” linguistica.

Quasi una istituzionalizzazione (paragonabile a quella dei Paisos Catalans).

NON è esistita comunque una politica linguistica comune in quanto non esiste una stato basco (e tantomeno uno stato basco unitario).

Sostanzialmente si può parlare di TRE politiche linguistiche diverse a seconda delle diverse realtà sia giuridiche che socio-linguistiche in cui versa E.H.

Nelle tre Vascongadas l’euskara ha conquistato terreno da un paio di decenni.

E’ adottato dai mezzi di comunicazione, nell’amministrazione, nell’insegnamento e dalla fine degli anni novanta anche in ambito lavorativo, in particolare nei servizi.

Fino a qualche anno fa la situazione peggiore era quella della Navarra, linguisticamente divisa in tre zone principali:

il nord in cui si parla il basco, Pamplona e dintorni da considerare “zona mista” e il sud dove è assai carente (anche a livello istituzionale).

E lo sbandierato bilinguismo ? Non è sempre una garanzia, anzi. Come spesso succede (vedi in Irlanda tra inglese e gaelico) la lingua più forte finisce con divorare l’altra.

In base all’articolo 3 della Costituzione spagnola, tutti i cittadini (baschi compresi) avrebbero il dovere di conoscere il castigliano. Invece il basco rimane un “diritto”.

Formalmente nelle Vascongadas i ragazzi delle scuole medie dovrebbero conoscere il basco, ma tale norma non viene applicata adeguatamente.

 Da quanto mi era stato riferito, negli ultimi decenni sono rimasti in vigore tre i modelli di insegnamento.

Nel primo con tutte le materie in castigliano, il basco è seconda lingua.

In un’altro l’insegnamento è bilingue.

Nell’ultimo troviamo tutte le materie in euskara e il castigliano come seconda lingua.

E questo, sostengono gli indipendentisti abertzale, sembra l’unico che garantisce veramente l’apprendimento della lingua.

In Navarra esiste (per decine di migliaia, oltre centomila alunni) la scolarizzazione del primo tipo, ma a quanto sembra i bambini non imparano l’euskara.

Dalla prima metà degli anni novanta (1993) si sono applicati due tipi di insegnamento:

1) quello della scuola pubblica che dipendeva dal governo regionale basco

2) e quello della scuola privata (per esempio le scuole gestite dal clero o i collegi francesi, anche tedeschi, riservati in genere ai ragazzi di ricca famiglia).

Questo all’epoca aveva comportato la chiusura di molte scuole basche (le ikastolas) che dovevano scegliere tra scuola pubblica e scuola privata. Ne era derivata una lacerazione, una divisione.

E’ probabile che le ikastolas, in quanto spina nel fianco del governo basco (in senso buono: di stimolo, di pressione) siano state elegantemente e volutamente mandate in crisi (sempre secondo gli abertzale).

O forse il governo basco considerava la normalizzazione linguistica ormai conquistata.

Parlando di “ikastolas”, ricordo che contemporaneamente (in sintonia) all’operazione contro il giornale in lingua basca “Egunkaria”* nel 2003 (arresto di una decina di redattori, alcuni sottoposti a tortura, chiusura del giornale e del suo sito internet per presunta relazione con ETA) vennero perquisiti anche gli uffici della Federazione delle Ikastolas. Una grande quantità di materiale  pedagogico, contabile e culturale venne sequestrato ed inviato a Madrid.

Tornando al 1993, questi in sintesi furono i modelli scolastici imposti a E. H. dallo stato spagnolo.

E’ da allora che l’euskara diventa, da lingua della Resistenza, uno strumento di mobilità sociale per tutti quei settori (funzionari, impiegati pubblici, telecronisti, presentatori televisivi…), soggetti che non si erano mai particolarmente distinti nella lotta per l’autodeterminazione.**

 

Gianni Sartori

*nota 1: Egunkaria era l’unico quotidiano pubblicato integralmente in euskara (sei giorni a settimana) e distribuito in tutte e sette le province basche (sia in Hego E.H. che in Ipar E.H.).

** nota 2: Analogia evidente con il gaelico: a Dublino lo imparavano i funzionari statali per fare carriera, mentre a Belfast i militanti e i prigionieri repubblicani come rivendicazione.