YVAN COLONNA, OSTAGGIO DELLA RAGION DI STATO

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Sarà capitato a molti, durante un viaggio in Corsica, di vedere scritte sui muri delle case dell’isola che chiedono la libertà per Yvan Colonna e molti avranno spesso rivisto queste immagini sulle pagine dei social networks dedicate al mondo indipendentista corso.
Ma chi è Yvan Colonna e, soprattutto, perché tanto sostegno nei suoi confronti?
Yvan nasce nel 1960 ad Ajaccio, la capitale della Corsica meridionale e successivamente segue la famiglia nel suo trasferimento nel Sud della Francia, dove il padre parteciperà alle elezioni e verrà eletto deputato al Parlamento di Parigi nelle file del Partito Socialista.
Il rientro sull’isola avverrà agli inizi degli anni ’80 e i Colonna si stabiliranno a Cargese. In precedenza ha frequentato con successo il liceo in Francia e ha iniziato gli studi per diventare insegnante di Educazione Fisica.
Ed è proprio a Cargese che Yvan viene in contatto con il mondo nazionalista corso, in quel periodo piuttosto turbolento e caratterizzato da una frammentazione dolorosa. Yvan si mette in gioco e presto il suo nome comparirà nelle informative delle forze di polizia francesi.
Lo Stato francese è in difficoltà in quei momenti, in quanto, sotto la spinta di militanti culturali e politici, è rinato quel sentimento nazionale corso che si pensava ormai morto e sepolto dopo qualche secolo di occupazione.
Il 6 febbraio del 1998 un commando uccide nel pieno centro di Ajaccio il Prefetto Claude Erignac, colpendo al cuore l’immagine stessa della Repubblica francese; pare che nell’omicidio venga utilizzata un’arma sottratta tempo prima a una piccola caserma della Gendarmerie.
La reazione dello Stato ovviamente non si lascia attendere: viene scatenata una durissima repressione con numerosi arresti negli ambienti nazionalisti, ma l’impressione e’ che si stia brancolando nel buio. E così si va avanti per più di un anno, durante il quale si notano strani movimenti di inquirenti, servizi segreti e forze politiche.
Arrivati alla primavera del 1999, il cerchio si stringe su un piccolo gruppo locale di militanti nazionalisti: costoro vengono arrestati, pare sottoposti a duri interrogatori e finalmente esce fuori il nome di colui che avrebbe sparato ad Ajaccio: YVAN COLONNA.
Nonostante Yvan venga scagionato da testimoni, sia per l’assalto alla Gendarmeria sia per l’omicidio Erignac, viene finalmente trovato il capro espiatorio. Yvan, temendo per la sua incolumità e reclamando a piena voce la sua innocenza, fugge e inizia una latitanza incredibile, di oltre quattro anni, sulle montagne corse.
Purtroppo per lui, la sua vita incrocia con quella dell’astro nascente della politica transalpina, quel Nicolas Sarkozy che proprio sulla cattura del latitante corso punta moltissimo per passare dal Ministero della Giustizia alla Presidenza della Repubblica. E finalmente, il 4 luglio del 2003 alcuni funzionari di polizia bloccano in una fattoria Yvan Colonna, che non oppone resistenza all’arresto.
Inizia qui la vicenda giudiziaria, piena zeppa di strani errori, mancate ricostruzioni, mancati confronti fra co-imputati, testimonianze non accolte e che porta, dopo vari giudizi, alla condanna all’ergastolo del nazionalista corso.
Oggi Yvan è recluso, dopo varie altre destinazioni, nel carcere di Arles, dove passa le giornate leggendo, studiando, facendo esercizi fisici e dilettandosi, anche con notevole profitto, di pittura e cucina, sempre con “morale d’acciaio”, come dice lui. Per il resto viene sottoposto a un regime carcerario abbastanza duro: poche visite di parenti, nessuna possibilità di ricevere pacchi, limiti nella disponibilità di denaro, ovviamente nessuna possibilità di accedere a strumenti di comunicazione digitale.
In questi ultimi mesi però si e’ forse aperta una finestra in questa cupa vicenda: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ammesso un ricorso presentato dalla difesa di Yvan e quindi la sua vicenda verrà ridiscussa, soprattutto per quello che riguarda la materia procedurale. Speriamo che ciò porti ad un nuovo processo non condizionato da pressioni varie.
Fin qui la sua storia, che può essere giudicata in molti modi ma che ricorda molto quella del pugile statunitense Rubin Carter, detto Hurricane (molti ricorderanno in merito una bellissima canzone di Bob Dylan e una stupenda interpretazione cinematografica di Denzel Washington).
Speriamo che il finale delle due storie coincida e che finalmente un uomo ormai maturo possa ricongiungersi con la famiglia e con gli amici che sempre l’hanno sostenuto in questi anni, nella sua Isola e in tutta Europa.

Alberto Schiatti

PS per chi volesse scrivere a Yvan un messaggio di sostegno (legge senza problemi l’italiano e vi risponderà entro pochi giorni) :
YVAN COLONNA – 270/batA/C114 Maison Centrale d’ARLES
2 rue Joseph Seguin RD 35 13200 Arles

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ADDIO A THERESA, LA DONNA DEI SEI DI SHARPEVILLE – di Gianni Sartori (gia’ pubblicato sulla Rivista Etnie)

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Una brutta notizia: Theresa Machabane Ramashamole, la donna dei Sei di Sharpeville, non è più con noi.
Ancora ragazza, aveva partecipato alla manifestazioni di Soweto – rimanendo ferita – contro l’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans, la lingua dei coloni e colonialisti boeri. Il primo studente ammazzato dalla polizia si chiamava Hector Pieterson e la foto di lui moribondo in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo è ancora un simbolo. Era il 1976 e a quel tempo Theresa si era trasferita da una zia per poter studiare. Indirettamente aveva partecipato anche alla manifestazione di Sharpeville contro i pass, quella del 21 marzo 1960, tragicamente passata alla storia. Vi prese parte sua madre, incinta di lei di cinque mesi. Ufficialmente i morti (“colpiti alla schiena, mentre scappavano”) furono una settantina “ma tutti sanno che in realtà furono molti di più -raccontava.“Mia madre -proseguiva- era riuscita a fuggire anche se con il pancione correva più piano degli altri”. Teresa era nata quattro mesi dopo, già segnata dal destino.

Una vita in cui conobbe sia la resistenza all’apartheid che il carcere e la tortura (botte, scariche elettriche…). E che stava per concludersi con una condanna a morte per impiccagione emessa il 15 marzo 1988. Insieme ad altri cinque compagni era stata arrestata nel settembre 1984 per una manifestazione contro il rincaro degli affitti nel corso della quale un nero collaborazionista, il console Dlamini, era stato ucciso. Contro di loro nessuna prova, ma servivano dei capri espiatori. All’epoca in Sudafrica i neri venivano ammazzati per molto meno.
Inaspettatamente l’esecuzione venne sospesa la sera prima della data stabilita (18 marzo 1988), quando erano già stati “pesati e misurati ed era stata provata la corda attorno al collo”. Nuove prove erano emerse, grazie all’impegno instancabile del loro avvocato Prakash Diar e la pena venne commutata in venti anni.

Alla fine, quando l’apartheid era ormai diventato improponibile di fronte all’opinione pubblica mondiale (o forse non garantiva più i sostanziosi profitti delle multinazionali) vennero liberati. Alla spicciolata, senza clamore. Duma e Oupa il 10 luglio 1991; Reid e Theresa il 13 dicembre sempre del 1991;Ja Ja e Fransis il 26 settembre del 1992.

Le sofferenze patite in carcere avevano minato la salute di Theresa in maniera irreparabile. Tra l’altro a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli. Ricordava che prima di svenire completamente, le sembrava di sognare un bambino. E quella fu “l’ultima volta che sognai un bambino”.
Dopo la liberazione trovò lavoro come segretaria presso la sede dell’African National Congress di Vereeniging

Anche la sua morte è stata in qualche modo uno strascico dell’apartheid. Così come quella di un altro dei sei, Duma Khumalo, torturato durante la detenzione e morto nel 2006 mentre teneva un conferenza a Cape Town. Con l’associazione Khulumani aveva contribuito moltissimo nel dare aiuto e sostegno alle tante persone travolte e distrutte dall’apartheid.

Ora dei Sei di Sharpeville, passati loro malgrado alla Storia, solo due rimangono in vita: Reginald Ja Ja Sefatsa e Reid Malebo Mokoena, entrambi tornati alle loro vite di proletari, vite in parte naufragate anche a livello personale a causa della lunga detenzione.
Oupa Moses Diniso era morto in un incidente nel 2005 mentre Fransis Don, il calciatore, era già deceduto per un infarto poco tempo dopo essere uscito di prigione. Tutti dicono che Kabelo, il nipotino che non ha potuto conoscere, gli somiglia moltissimo.

Con la morte di Theresa, tornano fatalmente alla memoria i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla Storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe uccise con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponete dell’ANC, uccisa in Francia dai servizi segreti). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticati. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.
Un commiato affettuoso anche per le tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” (come nella grande manifestazione all’Arena di Verona) e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Beyers Naudé, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Luciano Ceretta… Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.
A Theresa Machabane Ramashamole e a tutte le vittime dell’apartheid vada la nostra gratitudine. Così come quella odierna dei Curdi, anche la loro è stata una lotta per l’umanità.

Gianni Sartori

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SAHARAWI: UNA QUESTIONE DIMENTICATA? di Gianni Sartori

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SAHARAWI: UNA QUESTIONE DIMENTICATA?

di Gianni Sartori

Da qualche tempo la questione del popolo saharawi e della sua lotta di liberazione dal dominio del Marocco sembra scomparsa dalla maggioranza dei media. Eppure la lotta prosegue in tante forme. Recentemente con lo sciopero della fame “a staffetta” per fare giustizia sull’assassinio di Mohamed Lamine Haidala.

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Non si ferma la testimonianza di Takbar Haddi per costringere le autorità marocchine a far luce sulle circostanze della morte del figlio, Mohamed Lamine Haidala, mentre era in mano alla polizia e dopo che era stato ferito gravemente da alcuni coloni marocchini. Dopo quasi tre mesi, la lotta è condotta con uno “sciopero della fame a staffetta” (formula spesso adottata da parenti e amici dei prigionieri politici baschi), a cui partecipano intellettuali, militanti, giornalisti, docenti, sindacalisti, persone solidali. Sospeso invece quello portato avanti in prima persona da Takbar Haddi dopo che i medici le hanno imposto di smettere per i seri rischi che stava correndo. Attualmente il gruppo più numeroso di scioperanti è quello riunito in una tenda davanti al Palazzo del Governo Centrale a Las Palmas de Gran Canaria. Qualche giorno fa il Governo Rajoy ne ha vietato la prosecuzione davanti al Consolato del Marocco nelle Canarie, dove si era svolto in un primo tempo. Altri “segmenti” dello sciopero della fame si stanno svolgendo in varie località spagnole, del Portogallo, dell’America Latina, della sede del Parlamento Europeo, ecc. Tra i più consistenti va citato il “73° segmento”, sostenuto dalla Deputata di Podemos Nati Arnaz. La staffetta 77 invece vede impegnati dirigenti ed eletti di IU di Dos Hermanas (Andalusia). Intanto a Santander (capitale della Cantabria) si sta organizzando una grande manifestazione popolare. El diario informava che alla giornata di sciopero della fame in questa città, partecipa l’intera delegazione saharawi in Regione. Dopo la partenza dei gruppi di bambini saharawi che hanno trascorso un periodo di vacanza nella penisola iberica, alle giornate di sciopero della fame a staffetta, si sono uniti molti membri delle famiglie che li avevano ospitati. Alla fine di settembre la “staffetta” aveva già superato il numero di 100 “frazioni”, per essere poi ulteriormente superata.

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EH Bildu

 

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In settembre, l’Alta Responsabile Europea per la Politica Estera e Vice Presidente della Commissione europea, Federica Mogherini, interrogata in Parlamento rispondeva che l’Unione e la Commissione sono seriamente preoccupate per la situazione dei diritti umani in Marocco. In particolare per quella dei detenuti saharawi nelle carceri marocchine, per cui chiedono che Rabat consenta visite di verifica di rappresentanti di ONG straniere. La Mogherini, a nome della Commissione, aveva anche chiedsto che Rabat permettesse un’inchiesta imparziale sugli avvenimenti legati alla morte di Mohamed Lamine Haidala. (Europa Press e Yabiladi, 02.09.). La deputata spagnola di IU, Paloma Lopez, si dichiarava soddisfatta di tale risposta, purché alle parole seguissero azioneireali di pressione sul Governo marocchino. L’Esecutivo dell’Unione Nazionale delle Donne Saharawi, riunito in preparazione del Congresso del Polisario, ha approvato un documento di piena solidarietà con madre Takbar (“Takbar Haddi continua a pretendere giustizia”), associandosi alla richiesta di un’indagine internazionale che le renda finalmente giustizia per l’assassinio del figlio. Da segnalare inoltre la decisione di un Magistrato spagnolo della Procura di Las Palmas, che ha disposto l’archiviazione delle denunce presentate dal Console marocchino A. Mura contro l’attivista saharawi Embarek Abelil (e contro altri attivisti, che sostenevano lo sciopero della fame della madre Takbar Haddi, proprio davanti al Consolato) per “aggressione” contro lo stesso console e altri funzionari marocchini. Per i Magistrati del Tribunale spagnolo le denunce dei Marocchini contro gli attivisti saharawi sono da considerarsi semplicemente “FALSE”.

 

 

TERRORE DI STATO CONTRO I CURDI: USQUE TANDEM? di Gianni Sartori

 

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TERRORE DI STATO CONTRO I CURDI: USQUE TANDEM?

di Gianni Sartori

15 novembre 2015: una donna curda, Selamet Yeşilmen, incinta e madre di cinque bambini, è stata assassinata mentre stava scendendo le scale dal secondo piano per raggiungere il giardino con le figlie Sevcan e Fikret (rispettivamentedi 13 e 14 anni). Un Cobra blindato posizionato davanti alla loro casa in via Fırat Başyurt – Çağçağ, ha sparato contro di esse. Selamet Yeşilmen è morta sul colpo mentre le due ragazze sono rimaste gravemente ferite. I soldati hanno sparato anche contro Yilmaz Tutak, lasciandolo a terra gravemente ferito, mentre cercava di soccorrere le due figlie di Selamet.

Lo stato turco e il governo dell’AKP continuano a compiere attacchi militari contro le città del Kurdistan; interi quartieri vengono distrutti e civili indifesi vengono assassinati. Il coprifuoco militare di 12 giorni a Silvan ha lasciato la città in macerie. Case e attività commerciali sono state deliberatamente prese di mira, bruciate, distrutte. La città è in gran parte inagibile e almeno 15 civili sono stati uccisi durante il coprifuoco; quanto ai feriti (molti in gravi condizioni) si contano a dozzine. Per questi attacchi sono stati usati carri armati, cannoni ed elicotteri.

 

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Possiamo affermare che lo stato turco Negli ultimi 7 giorni eventi analoghi si sono verificati nella provincia di Mardin e in quella di Nusaybin. In molte aree è stato introdotto il coprifuoco militare (24 ore su 24) e contemporaneamente gli attacchi si succedono senza tregua.
A Silopi, una provincia di Sirnak, il 12 novembre 2015 la gendarmeria distrettuale ha lanciato varie bombe micidiali (dette “bombaatar”) nella via Şehit Harun. Dopo gli attacchi alcuni civili, Servet Cin, Hişyar Konur, Fatma Yiğit, Evin Harput e un altro non identificato, sono rimasti feriti in varie parti del corpo.
Questi azioni ignobili (in quanto sistematicamente rivolte contro civili inermi) avvengono quotidianamente a Diyarbakır, Cizre, Gever, Şırnak, Hakkâri, Van e nella maggior parte del Kurdistan dove ormai è in corso una guerra vera e propria tra la Resistenza curda e l’esercito turco. Va sottolineato e denunciato che le forze dello stato turco non sono in guerra solo con le forze della guerriglia, ma stanno deliberatamente colpendo i civili (con metodi da esercito di occupazione che ricordano le rappresaglie nazifasciste) e distruggendo le città curde con operazioni che costituiscono autentiche violazioni delle stesse leggi di guerra. sta commettendo veri e propri crimini di guerra in Kurdistan in quanto, come ci ricordano le organizzazioni curde “sta cercando di sterminare i curdi attraverso l’assimilazione e le politiche repressive ignorando qualsiasi appello e proposta di soluzioni pacifiche provenienti dai curdi”. Questo conduce inevitabilmente a esasperare il conflitto armato. Le organizzazioni curde lo hanno detto e ripetuto: “la soluzione non è il conflitto, al contrario sta nel dialogo e nel negoziato”.

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Fino a quando l’opinione pubblica internazionale potrà continuare a non voler vedere la situazione dei curdi e del Kurdistan? E soprattutto, la loro richiesta di pace che non deve rimanere inascoltata. In un recente comunicato UIKI chiedeva “a tutte le organizzazioni e a tutti gli individui che sostengono la pace e la democrazia di opporsi alla brutale campagna in atto contro i curdi e di contribuire a una soluzione pacifica del conflitto curdo”. Una richiesta che non può, non deve rimanere inascoltata.

 

 

 

EUSKAL HERRIA, SEMPRE IN CAMMINO di Gianni Sartori

EUSKAL HERRIA: SEMPRE IN CAMMINO

di Gianni Sartori

Nuove prospettive per Euskal Herria? Alcuni recenti avvenimenti sembrano legittimare una risposta affermativa. Da un lato abbiamo, a conferma dell’intensità del dibattito, le recenti dimissioni di Arantza Quiroga* da“Presidenta” del PP nella Comunità Autonoma del Paese Basco. Dall’altro l’annuncio del 7 novembre, da parte di oltre 300 militanti della Sinistra abertzale, di un nuovo processo di discussione nella prospettiva di una soluzione politica: ABIAN.

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Annunciando le sue dimissioni Arantza Quiroga ha dichiarato che “non dobbiamo spargere semi di future violenze ma seminare per la convivenza”. Emerge quindi che perfino nel PP (storicamente un partito sciovinista, erede di AP -il partito di Manuel Fraga, esponente del franchismo) esistono dubbi e dissensi in merito alla politica repressiva dell’attuale governo. O almeno esistono in Euskal Herria. Una crisi senza precedenti: il 2 ottobre la “Presidenta” aveva pubblicamente riconosciuto la validità di quanto dichiarato da EH Bildu (il partito della Sinistra abertzale) chiedendo quindi a Urkullu, il Lehendakari (presidente del governo basco), di riprendere il dialogo e il confronto per la Pace e la convivenza tra le forze politiche.

 

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Il giorno successivo (3 ottobre, data della manifestazione indetta da EH Bildu “por la Paz y la Decision”) il deputato basco Hasier Harraiz chiedeva al PP di “stabilire un dialogo diretto”. Il 5 ottobre Arantza Quiroga proponeva un “dibattito aperto e in piena luce” sulla riconciliazione. Una sua mozione del 6 ottobre per “desbloquear la ponencia de paz y convivencia” veniva però prontamente stoppata dal PP nazionale, costringendo la “Presidenta” a ritirarla. Dopo essere letteralmente scomparsa per un’intera settimana dalla scena politica, nonostante le numerose scadenze pubbliche istituzionali, il 14 ottobre annunciava le sue dimissioni come “Presidenta” del Partido Popular basco e confermava di voler comunque riproporre la sua mozione dato che “el PP ha estado en la vanguardia de la lucha contra ETA. Ahora che ETA ya no mata debemos estar en la vanguardia de la bùsqueda de la convivencia y de la defensa de las victimas. Hay que dar un paso adelante. De la resistencia frente al terrorismo a ser un partido con influencia. No sembremos semillas de futuras violencias, sembremos semillas de convivencia. Aunque ahora eso no ha sido posible. Per eso pido una mirada valiente al que venga en mi lugar, a la nueva direcciòn”.
Una posizione, ha aggiunto, che ha mantenuto coerentemente negli ultimi due anni, ma che il suo partito, il PP, avrebbe sistematicamente osteggiato. Per il momento la presidenza del PP basco è toccata a un esponente della “linea dura” del partito, l’ex sindaco di Gasteiz (Vitoria) Alfonso Alonso.

Dopo ZUTIK EUSKAL HERRIA, nasce ABIAN

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Quanto alla nascita di ABIAN (legata anche alla prossima scadenza elettorale del 20 dicembre) va interpretata come una conseguenza positiva del processo denominato ZUTIK EUSKAL HERRIA (In piedi Paese Basco). Avviato cinque anni fa, Zutik Euskal Herria ha rappresentato un importante “cambio di strategia” per la Sinistra abertzale. Un evento paragonabile, per la sua portata, alla scelta di resistenza nei confronti del franchismo o a quella di schierarsi a favore della “rottura democratica” dopo la morte del dittatore, boia e assassino (novembre 1975). Ora si apre per Euskal Herria un “nuovo ciclo”, un percorso che è anche l’occasione per “riflettere sugli errori del passato” nella convinzione che “gli unici garanti del processo di liberazione nazionale e sociale saranno Euskal Herria e la volontà democratica dei cittadini baschi, senza interferenze esterne di alcun genere”.
In questi ultimi cinque anni sono accadute molte cose e la sinistra abertzale ha incontrato nuovi compagni di viaggio nella strada impervia dell’autodeterminazione. Si è comunque confermata la sostanziale chiusura dei due Stati (Spagna e Francia) che appaiono ancor timorosi di un confronto diretto e autenticamente democratico con le tematiche sollevate da una parte significativa del popolo basco. Se Parigi appare preoccuparsi dei possibili sviluppi, anche a livello istituzionale, per Ipar Euskal Herria (Euskadi nord), Madrid rimane profondamente ostile nei confronti della sinistra indipendentista basca di Hego Euskal Herria (Euskadi sud), soprattutto in questo periodo in cui vede rimessi in discussione i dogmi dell’unità statale (vedi i Paisos Catalans).
Continua quindi a negare il principio dell’autodeterminazione dei popoli “e la Pace -scrivono i Baschi – così come la Libertà, rimane incarcerata”.
Ma questo non può impedire “il cammino verso l’indipendenza per la costruzione di uno Stato basco che garantisca i diritti sociali di uomini e donne del nostro popolo”.
D’altra parte se c’è una cosa che la Sinistra abertzale ha saputo ampiamente dimostrare è la sua capacità di reinventare e rinnovare coerentemente il processo di liberazione nazionale e sociale attraverso le varie fasi storiche e politiche attraversate dalla penisola iberica. La nascita di AVIAN, un progetto strategico di largo respiro, ne è ulteriore conferma. Obiettivo di AVIAN, trasformare concetti come femminismo, socialismo e indipendenza in un progetto reale, efficace: “analizzando le nostre difficoltà e imparando dai nostri errori”. Ma senza rinviare tutte le soluzione ad un fatidico “giorno D” dell’indipendenza. Resta infatti “fondamentale lavorare per riportare fin d’ora a casa i nostri prigionieri e rifugiati”. Ben sapendo che comunque “la nuova Euskal Herria indipendente sarà un albero con molti rami” ( una foresta con molti alberi, se si preferisce): ENBOR BERETIK SOTUKO DIRA BESTEAK! Ossia bisogna “spezzare le catene dell’oppressione per costruire fin da ora uno Stato Basco fondato su principi di giustizia sociale, femminismo e euskara”. In questa prima fase, il progetto di ABIAN intende porre l’attenzione sulla raccolta di ogni contributo dei militanti baschi e sulla realizzazione di spazi di riflessione. In seguito, da gennaio, si porterà la discussione di quanto elaborato in pubbliche assemblee di città, paese e quartiere aperte alla partecipazione di tutti. Uno sforzo particolare poi, garantirà anche la partecipazione delle prigioniere e dei prigionieri baschi.
Niente e nessuno potrà impedirlo in quanto “abbiamo lo strumento più efficace, l’impegno di migliaia di cittadine e cittadini baschi”.

INIZIATIVE A SOSTEGNO DEI PRIGIONIERI: EXTERA GUNEA

 

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Fermo restando che la pressione sul collettivo dei prigionieri e rifugiati politici baschi e sui loro familiari si mantiene inalterata, molto dura (vedi il caso di Carlos Garcia Preciado*), la risposta dei cittadini baschi rimane di alto livello.
Tra le recenti iniziative di solidarietà va ricordata quella di EXTERA GUNEA realizzata a Bilbo (Bilbao) dai familiari dei prigionieri politici gravemente ammalati. Dal 20 al 23 ottobre è rimasto in funzione uno “spazio fisico permanente” per denunciare la grave situazione in cui versano molti di questi prigionieri e richiedere il loro rilascio in modo che possano venir curati adeguatamente e dignitosamente (cosa impossibile all’interno del carcere). Denominata EXTERA GUNEA, tale iniziativa ha lanciato lo slogan “Tutti abbiamo la chiave per riportare i prigionieri malati a casa” ed ha coinciso con l’inizio a Bilbo del processo contro il prigioniero Ibon Iparragirre.

(Gianni Sartori – novembre 2015)

nda :Dopo quattro legislature nel parlamento basco, nell’ottobre scorso Arantza Quiroga ha dato le dimissioni da parlamentare e dirigente del PP in Euskadi. Nel 2009 era stata eletta presidenta del parlamento locale grazie a un accordo con il PSE-EE (il PSOE nel Paese Basco) durante il mandato da lehendakari di Patxi López, il primo presidente socialista della regione autonoma.

nda : Carlos Garcia Preciado è stato arrestato a Roma nel febbraio 2015 dagli agenti dell’antiterrorismo italiano in collaborazione con la polizia spagnola. Accusato di far parte dell’ETA, accusato, ma solo sulla base di vaghi indizi, di aver lanciato una molotov contro una banca 15 anni fa) era stato condannato nel 2000 a 16 anni di carcere.
Vedi anche :
http://uncasobascoaroma.noblogs.org/post/2015/10/28/lettera-aperta-della-moglie-di-karlos/

 

INTERVISTA AD ARNALDO OTEGI – da http://www.arnaldotegi.com

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Pubblichiamo una lunga intervista con il leader della Sinistra Nazionalista Basca, Arnaldo Otegi, attualmente detenuto nella prigione spagnola di Logrono. L’intervista e’ stata diffusa dalla pubblicazione catalana “la Directa”  e, in inglese, sul sito http://www.arnaldotegi.com .

Ringraziamo l’amico “Lancelot” per la traduzione.

il link originale : http://www.arnaldotegi.com/?p=2186

 

‘LO STATO SPAGNOLO PROVA A GIOCARE A SCACCHI CON I GUANTONI DA BOXE E QUESTO E’ IMPOSSIBILE’

Diritto penale del nemico: la sentenza che ti condanna non riguarda ciò che hai fatto, ma chi sei e cosa non hai fatto; ma perché pensi di essere in carcere?

La condanna ha obbedito unicamente a considerazioni di natura politica. La sentenza contro di noi è stata elaborata in anticipo. Per prima cosa, si è stabilito il finale, vale a dire la sentenza e, poi, si è tentato di renderla conforme alla legge. La nostra colpa più grave è stato proporre e ottenere che la violenza armata di ETA scomparisse definitivamente dal panorama politico basco. La nostra colpa è consistita nello spostare lo scontro con lo Stato dal ring del pugilato alla scacchiera. E proprio tenendo conto del fatto che diverse operazioni della Guardia Civil sono state denominate con termini ripresi dal gioco degli scacchi, è evidente che lo Stato pretende di giocare a scacchi con i guantoni da boxe e questo è semplicemente impossibile.

Una campagna internazionale che ha visto firmare personalità del calibro di Angela Davis o Noam Chomsky chiede la tua libertà. Ma anche politici come Jesús Eguiguren hanno aderito. Perché lo Stato spagnolo insiste nel mantenerti prigioniero?

Mantenerci in prigione fino all’ultimo giorno ha un doppio significato: da una parte, conferma la validità della nostra proposta politica (Eguiguren è arrivato ad affermare che se noi avessimo puntato sulla continuità della lotta armata non saremmo in prigione, una riflessione, peraltro, estremamente rivelatrice, dal mio punto di vista). In secondo luogo, l’appoggio internazionale che ha raccolto la nostra causa permette di constatare l’erosione delle posizioni dello Stato spagnolo in ampi settori internazionali, oltre ad evidenziare l’esistenza di centinaia di prigionieri indipendentisti baschi e la conseguente necessità di trovare una soluzione a questa realtà………..

per leggere il seguito:    INTERVISTA OTEGI

SILVAN, CITTA’ MARTIRE DELLA LOTTA DI LIBERAZIONE KURDA

Prosegue la lotta del Popolo Kurdo per la difesa della propria Terra, una lotta che spesso viene silenziata dai grandi media occidentali. Una lotta che vede i Kurdi impegnati su più fronti e spesso contro “strane” alleanze: dalla città di Silvan, ad esempio, giungono curiose notizie di collaborazioni tra Forze di Sicurezza turche e “individui con lunghe barbe che parlano arabo”, come denuncia nel suo articolo il sempre puntuale Gianni Sartori.

Ma in questi giorni l’impegno Kurdo sta raggiungendo successi insperati: è giunta proprio ieri sera la notizia che l’Esercito Turco ha cessato l’assedio di Silvan, ritirando le proprie forze.

Pubblichiamo l’articolo di Sartori e di seguito il Comunicato giunto proprio dal Kurdistan.

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Un appello: TOGLIERE L’ASSEDIO A SILVAN

(Di Gianni Sartori)

Mentre venerdì 13 novembre molti commentatori, da Adriano Sofri al ministro Gentiloni, elogiavano il ruolo dei Curdi nella liberazione di Shingal (opera soprattutto dei combattenti di PKK e YPG), in territorio sotto amministrazione irachena per quanto ormai autonomo, quasi nessuno si preoccupava della situazione drammatica in cui versa un’altra città curda, Silvan, nella provincia di Diyarbakir, territorio sotto amministrazione turca.
Dalla città assediata è giunto l’appello della popolazione sottoposta dal 2 novembre a insensati e criminali bombardamenti da parte dell’esercito turco, forse coadiuvato da miliziani jihadisti. Sono in particolare i quartieri di Tekel, Mescit e Konak ad essere stati occupati militarmente dai militari e dalle forze speciali di polizia. Alla popolazione non è concesso di lasciare le proprie case nemmeno per le necessità essenziali o per recuperare i feriti e seppellire i morti. Il coprifuoco resta in vigore 24 ore su 24. Mentre le persone si nascondono nelle cantine, i carri armati turchi percorrono le strade sparando. Altri carri armati, dalle alture circostanti, aprono il fuoco contro le abitazionii. Impossibile stabilire quali sia finora il numero delle vittime, tra cui molti sono vecchi, donne, bambini.

Un breve riepilogo: La situazione nel Kurdistan sottoposto all’amministrazione turca
è precipitata negli ultimo tempi dopo che il governo turco ha deciso unilateralmente di abbandonare il processo di pace, un processo grazie al quale per circa due anni quasi nessuno era stato ucciso in scontri tra guerriglieri curdi e forze di polizia o esercito. La campagna elettorale di giugno era stata funestata da almeno170 violenti attacchi contro gli uffici del HDP (Partito Democratico del Popolo). Da segnalare i veri e propri bombardamenti a cui sono stati sottoposti gli uffici di Mersin e di Adana. Alcuni curdi venivano poi uccisi da una bomba lanciata contro la manifestazione conclusiva del HDP a Diyarbakir. Il risultato elettorale, come è noto, aveva reso impossibile la costituzione della maggioranza del partito di Erdogan in Parlamento e da qual momento la violenza è andata via via crescendo con metodi che ricordano la strategia della tensione nell’Italia degli anni sessanta e settanta (Piazza Fontana, Brescia, Italicus…). Una trentina di giovani in missione umanitaria a Kobane venivano assassinati in un attentato a Suruc e il governo turco lanciava poi una serie di aggressioni contro le aree curde che avevano proclamato l’”Autonomia” come forma di protezione per la popolazione. Da parte di esercito e forze speciali veniva proclamato il coprifuoco permanente, mentre dai tetti i soldati sparavano su chi osava mostrarsi nelle strade. In questo modo molti civili hanno perso la vita.

Dal 2 novembre è questa la situazione in cui versa la città di Silvan. Ziya Pir, eletto nelle liste del HDP, ha raccontato di aver cercato di intervenire sulla situazione di Tekel, Mescit e Konak presso un funzionario del Ministero degli interni per sentirsi rispondere che “cancelleremo questi tre quartieri dalla mappa”. Il deputato ha poi dichiarato che “sparano in maniera indiscriminata dappertutto. Soldati, polizia e persone assolutamente non registrate, che posso solo chiamare “cacciatori di teste”, stanno distruggendo gli edifici da cima a fondo con i cannoni. Carri armati sono stati posizionati per controllare queste zone e noi non vi possiamo entrare”.
“Secondo le informazioni che abbiamo dall’interno – ha poi aggiunto – le persone a gruppi di 10-15 si nascondono nelle cantine. Nessuno può uscire perché ci sono cecchini appostati sui tetti. Se vedono anche un’ombra dentro una casa o qualsiasi segno di vita aprono il fuoco. In operazioni precedenti solitamente c’era una interruzione di una o due ore: Adesso si spara 24 ore su 24 senza interruzione”.

Sempre dall’interno di Silvan sono giunte notizie in merito a “uomini con la barba di lingua araba che prendono parte alle operazioni militari”. Operazioni militari, va precisato, rivolte contro la popolazione civile.
Il personale di un ospedale locale ha dichiarato che “alcuni uomini in uniforme da corpi speciali hanno portato funzionari della sicurezza in ospedale per le cure. Questi uomini che hanno barba lunga come gli esponenti di ISIS erano sicuramente stranieri e tra loro parlavano in arabo”. Sulla questione è intervenuto anche il parlamentare del HDP della città di Batman confermando, in una trasmissione televisiva, la presenza di miliziani che molto probabilmente appartengono a ISIS. Notizie analoghe erano già pervenute durante il coprifuoco a cui erano state sottoposte Cizre nel distretto di Sirnak e Nusaybin nel distretto di Mardin. Ovviamente, le aree sottoposte a questa dura repressione sono soprattutto quelle in cui è più forte la presenza elettorale del HDP.
Tutto questo avviene mentre il governo turco ospita una conferenza del G 20 a Antalya (15-16 novembre) ben sapendo che la maggior parte dei governi europei è ben disposta a chiudere entrambi gli occhi sulle violazioni dei diritti umani in cambio di una limitazione del flusso dei profughi.

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COMUNICATO GIUNTO DA SILVAN ( KURDISTAN )

“Dopo 12 giorni, a Silvan è stato revocato il coprifuoco che teneva stretta d’
assedio la città. La decisione è stata presa alle 14.00 di oggi.

Le truppe militari turche e i carri armati si sono ritirati dai quartieri al
12 ° giorno di assedio e repressione contro le zone di autogoverno a Silvan
distretto di Amed.Il ritiro delle truppe turche è stato contrassegnato da un
protesta di massa da parte delle popolazioni che si sono riversate in piazza
scandendo lo slogan “Biji berxwedana Farqînê” [Lunga vita alla resistenza di
Farqîn (Silvan) .

Durante i 12 giorni di coprifuoco,che è stato rimosso oggi,il distretto è
stato teatro di una pesante aggressione della polizia turca e delle forze
militari nei quartieri di Tekel, Konak e a Mescit con tutti i mezzi tecnici
disponibili,che hanno provocato 7 morti.

Solo oggi i soldati ed i carri armati dell’esercito turco si sono ritirati nel
comandi di reggimento della gendarmeria che si trova nel centro del distretto.

“Assassini fuori dal Kurdistan” è “Bijî berxwedana Farqînê” sono gli slogan
cantati da centinaia di persone che si sono radunate nelle strade durante la
ritirata delle forze militari e dei carri armati.Ha colto l’attenzione che i
soldati durante la ritirata hanno puntato le loro armi contro i civili,e che la
polizia ha dato l’annuncio dai veicoli blindati affermando:”Grazie per aver
liberato il distretto dai terroristi” indirizzando le loro lodi ai soldati.

Allo stesso tempo centinaia di persone si sono riversate oggi pomeriggio nei
tra quartieri dopo la rimozione del coprifuoco.Nonostante gli attacchi delle
polizia puntavano a ostacolare e a disperdere la folla,la popolazione si è
organizzata per entrare nei quartieri dopo 12 giorni di repressione militare.

Anche se la polizia ha attaccato con gas lacrimogeno, le persone hanno
continuato ad affollare le strade e i quartieri manifestando contro il blocco.

La violenza dei militari è tale che hanno sparato con armi da fuoco contro un
deputato dell’HDP e la cosindaca di Silvan. Nonostante la revoca del
coprifuoco, coloro che si avvicinano alle barriere della polizia sono comunque
oggetto di duri attacchi.

Le case sono in rovina e le strade devastate dai colpi dell’artiglieria turca,
ma i cittadini di Silvan continuano la propria resistenza e l’aria risuona dei
canti della guerrigliera martire DELILA che proprio di Silvan aveva i natali”

                          


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