#Piemont #LingueLocali – Il Museo Egizio di Torino in lingua Piemontese

“Ròbe d l’aut mond”, ora il Museo Egizio di Torino parla piemontese.

 

Sul canale YouTube del museo,  otto video dedicati ad altrettanti personaggi del Piemonte, uno per provincia, che si sono occupati a vario titolo di egittologia. Commentate non nell’antica lingua dei geroglifici, bensì in piemontese. La rubrica si intitola “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” – il progetto illustrato ieri in una videoconferenza al Museo Egizio. 

Il primo video ha come protagonista Giulio Cordero di San Quintino, lo studioso di Mondovì che ha trasferito e ordinato la collezione acquistata nel 1824 da Carlo Felice.

#Turchia #Estremismo – LUPI GRIGI FUORILEGGE (ALMENO IN FRANCIA) – di Gianni Sartori

Magari da quello che qualcuno ha sbrigativamente definito “uno scontro tra una potenza imperialista (la Francia) e una sub-imperialista (la Turchia)” verrà fuori qualcosa di buono. Per esempio la messa fuorilegge – stavolta effettiva e definitiva – dei Lupi grigi nell’Esagono.
 
Il 2 novembre, lunedì scorso, il ministro dell’Interno Gérald Darmanin ha annunciato ufficialmente che l’organizzazione fascista turca sarà considerata illegale e quindi sciolta.
 
Venuti alla ribalta mondiale per l’attentato a Giovanni Paolo II, i “Lupi grigi” (Bozkurtlar in turco, ma conosciuti anche come Ülkü Ocakları) costituiscono una banda armata turca ultranazionalista.
 
Una sintesi di nefandezze: neofascisti, antisemiti, anti-greci, anti-curdi, anti-armeni, omofobi, anticristiani e ca va sans dire ferocemente anti-comunisti. Di fatto, costituiscono il braccio paramilitare del Partito di azione nazionalista (MHP), un partito di ispirazione fascista che fa parte della coalizione governativa AKP-MHP.
 
In Francia i “Lupi grigi” sono ben insediati e da tempo si erano già fatti notare per intimidazioni e attacchi nei confronti di dissidenti turchi e di curdi rifugiati in Francia.
 
A metterli ulteriormente in pessima luce agli occhi dell’Eliseo, le loro recenti aggressioni contro cittadini francesi di origine armena: a Décines, Vienne e Dijon. Non si trattava dei primi attacchi violenti, ma si erano accentuati dopo l’inizio della guerra nel Nagorno-Kabakh.
 
Chiaramente, un eccesso di zelo a sostegno di Erdogan da parte dei Lupi grigi.
 
La decisione di interdirne le attività e di scioglierli definitivamente giunge – non a caso – proprio nel bel mezzo del vivace contenzioso (eufemismo) tra Erdogan e Macron. Tra le cause delle forti tensioni tra i due paesi – per ora solo a livello diplomatico – quella della presenza islamica in Francia non è certamente di poco conto.
Già la settimana scorsa BarakaCity (un’associazione considerata “islamista”) era stata illegalizzata e immediatamente il suo presidente Idriss Sihamedi aveva chiesto asilo politico alla Turchia.
 
Altra benzina sul fuoco veniva poi gettata da Erdogan che aveva invitato i musulmani a boicottare i prodotti francesi (un appello immediatamente sottoscritto dai Fratelli musulmani). Prendendo a pretesto le legittime, doverose dichiarazioni di Macron in merito alle caricature su Maometto (per inciso: possono piacere o meno, ma rimane l’indiscutibile, sacrosanto diritto di disegnarle, leggerle, diffonderle…ci mancherebbe) dopo la barbara uccisione di Samuel Patty. Il professore di Storia (47 anni) che avendo – sempre legittimamente – affrontato in classe il tema della Libertà d’espressione (utilizzando appunto le famose caricature) era stato vilmente ucciso e decapitato il 16 ottobre da un giovane islamista.
 
 
Gianni Sartori
 
 
 
 
 
 

#EuskalHerria – PRIGIONIERO BASCO IN SCIOPERO DELLA FAME E DELLA SETE – di Gianni Sartori

Nel maggio dell’anno scorso, il caso del detenuto basco Inaki Bilbao Goikoetxea (Txikito, originario di Lezama) aveva suscitato un certo scalpore (se pur modesto, compatibilmente con i tempi che corrono).
 
Nel carcere dove è rinchiuso (a Puerto III, una prigione ritenuta tra le più dure della penisola iberica) veniva costretto a portare le manette anche durante le visite.
 
Esasperato per quello che considerava un trattamento eccessivo, il prigioniero aveva dichiarato che – se le autorità carcerarie perseveravano – da quel momento si sarebbe rifiutato di presentarsi alle visite.
 
Nato nel 1956, Txikito viene considerato come il prigioniero basco che sta in carcere da più tempo. Ormai da ben 36 anni se pur in due fasi. Avendone scontato solo 12 della sua ultima condanna a oltre 68 anni (per l’uccisione del consigliere comunale del PSE Juan Priede), dovrebbe uscire non prima del 2070. Ha poi accumulato una serie di altre condanne per aver in più occasioni minacciato giudici e magistrati durante i processi.
 
Secondo le associazioni pro-amnistia e di sostegno ai prigionieri baschi, le autorità starebbero adottando nei suoi confronti metodi particolarmente duri come ritorsione per le sue posizioni critiche sull’abbandono della lotta armata da parte di ETA.
 
Dopo aver già condotto una protesta della fame e della comunicazione di 50 giorni, dal 9 settembre al 30 ottobre (e sospesa per non essere sottoposto all’alimentazione forzata), il 2 novembre ha iniziato un nuovo sciopero sia della fame che della sete.
 
Per rivendicare, stando alla sua dichiarazione «un Paese basco indipendente, socialista, riunificato (in riferimento – presumo- alla separazione tra Hegoalde e Iparralde; rispettivamente: Paese basco «spagnolo» e Paese basco «francese») e bascoparlante».
 
Talvolta Inaki Bilbao è stato presentato dai media come il «referente dei duri». Ossia dei militanti contrari al processo di soluzione politica adottato – per quanto tardivamente – da ETA nel 2011 (e per questo espulsi dall’organizzazione). In realtà si ha l’impressione che, non avendo ben colto la portata storica dei cambiamenti sociali e politici degli ultimi anni, sia rimasto in qualche modo imprigionato (non solo metaforicamente) in una visione del mondo forse ormai improponibile.
 
Tuttavia va anche segnalato che durante il suo ultimo sciopero della fame nel settembre-ottobre 2020 (ne aveva condotto un altro, durato oltre un mese, nel 2017), molti cittadini baschi avevano espresso vicinanza e solidarietà con la sua protesta. In particolare il 10 ottobre 2020, a Bilbao, quando era stata convocata una manifestazione nazionale. Una conferma che la questione dei prigionieri politici – fondamentale per una definitiva soluzione politica – è tutt’altro che morta e sepolta.
 
 
 
 
 
Gianni Sartori

#KURDS #IRAN – ROJHILAT (Kurdistan sotto occupazione iraniana): altri curdi giustiziati dal regime – di Gianni Sartori

Heidar Ghorbani

Tra le innumerevoli esecuzioni capitali operate dal regime teocratico iraniano (contro oppositori in genere e contro i curdi in particolare) nel gennaio 2018 aveva suscitato un certo scalpore – almeno a livello mediatico – quella di Hekmat Damir. Accusato di “terrorismo” in quanto militante dell’organizzazione Pejak, questo curdo di origine turca era stato impiccato a Khoy, un carcere della provincia iraniana dell’Azerbaijan occidentale. Gravemente ferito, paralizzato a entrambe le gambe era stato portato in barella sul luogo dell’esecuzione e qui, ancora sulla barella, il boia gli aveva infilato il cappio al collo. Poi, come di regola, la gru aveva iniziato a sollevarlo nel vuoto. Per chi ama le analogie, le coincidenze il macabro evento ricordava l’esecuzione di James Connolly (fondatore dell’Irish Citizen Army) nel 1916. Non potendosi reggere in piedi a causa delle ferite, l’esponente repubblicano irlandese venne legato a una sedia e così giustiziato.

Rilevare che in Iran – da anni – è normale amministrazione ricorrere alla pena di morte contro manifestanti, dissidenti e minoranze è come scoprire l’acqua calda.

Caso mai, sembra di capire, tale prassi negli ultimi tempi è andata accentuandosi ulteriormente. Soprattutto ai danni dei curdi.

Per citarne qualcuno di recente, il 13 luglio di quest’anno due curdi – Diaku Rasoulzadeh e Saber Shaikh Abdollah – venivano giustiziati nel carcere di Orumiyeh (sempre nella provincia iraniana dell’Azerbaijan occidentale). Condannati a morti cinque anni prima unicamente sulla base di “confessioni” estorte con la tortura e nonostante l’esistenza di prove concrete della loro innocenza. 

In quel momento almeno altri cinque prigionieri curdi erano in attesa dell’esecuzione (come finora è avvenuto per almeno quattro di loro) mentre di un altro curdo, sequestrato tempo prima dalle forze dell’ordine, nel frattempo si scopriva che era stato passato per armi e fatto sparire.

E’ invece di questi giorni la notizia – divulgata dall’ONG Kurdistan Human Righta Network – delle avvenute esecuzioni di altri quattro curdi. Accusati di omicidio, sono stati giustiziati il 29 ottobre a Orumiyeh.

Stando alle informazioni raccolte da KHRN i prigionieri Yasser Cheshmeh Anvar, Ali Malekzadeh e Zinolabedin Hisseinzadeh erano stati condannati a venir giustiziati pubblicamente, ma poi l’esecuzione sarebbe avvenuta tra le mura carcerarie a causa dell’epidemia di Covid19. Il giorno prima KHRN aveva pubblicato un rapporto sul tentativo di suicidio di Ali Malekzadeh che si era tagliato le vene.

Un quarto prigioniero – ugualmente giustiziato il 29 ottobre – si chiamava Musa Rahmani.

Ma ora la medesima sorte potrebbe toccare a Heidar Ghorbani, un curdo di 47 anni condannato per “ribellione armata contro lo Stato”. Nonostante le innumerevoli irregolarità emerse nel corso del processo e nonostante il tribunale avesse riconosciuto che nel periodo della sua militanza Ghorbani non era armato. Ma ancora una volta sono state determinanti le discutibili confessioni estorte con la tortura. Il suo avvocato ha chiesto di annullare la condanna e un nuovo, regolare processo. Ma invano, almeno finora.

Il 28% delle esecuzioni avvenute in Iran nel 2028 riguardavano membri della minoranza curda.

O forse meglio: della comunità minorizzata curda, una comunità che – ricordo – rappresenta solo il 10% della popolazione iraniana.

 

Gianni Sartori