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#VENETO #WSM – 25 aprile, facciamo sventolare le bandiere di San Marco ! – di Ettore Beggiato

Ma nonostante l’accanimento e la brutalità di Napoleone e dei suoi collaborazionisti italiani, ancor oggi nell’intero Commonwealth della Serenissima, dall’Adda all’Istria, dalla Dalmazia alla Grecia, decine e decine sono le iniziative per ricordare e festeggiare San Marco, le cui spoglie riposano a Venezia dal lontano 828.
E’ fondamentale riappropriarci della nostra identità, delle nostre feste, riscoprire l’orgoglio di sentirsi veneti e di sventolare gioiosamente la nostra bandiera, di esporla dalle nostre case: basta con l’imposizione del “pensiero unico” che sta mortificando culture, civiltà, lingue, costumi, identità diverse ma proprio per questo degne di essere rispettate, tutelate e valorizzate.
Facciamo sventolare allora le nostre bandiere venete nella nostra Terra Veneta, nelle nostre case, nei nostri balconi, nelle nostre piazze, quella bandiera di San Marco che nonostante una legge regionale in merito, la numero 10 del 1998, troppe amministrazioni e troppe scuole continuano a non esporre.
Esponiamola con orgoglio, memori di cosa ha significato e cosa significhi la storia veneta nella storia dell’umanità, orgogliosi che nella nostra bandiera nazionale ci sia la parola, il concetto di “pace” (Pax Tibi Marce Evangelista Meus).
Esponiamola per ricordare tutti coloro che sono morti per difendere la nostra Terra gridando “Viva San Marco!”, per tutti quelli che sono finiti in prigione per difendere il loro diritto di continuare ad essere veneti.
Ancora nel primo dopoguerra la polizia titina jugoslava mise in carcere venete e veneti della Slavonia (Croazia) solo perché pretendevano di svolgere la processione in occasione della festa di San Marco; più recentemente ricordiamo i Serenissimi e altri patrioti veneti sbattuti in galera dalla “giustizia” italiana.
Esponiamo la bandiera di San Marco perché siamo europei ed europeisti affinché l’Europa dei banchieri diventi l’Europa dei popoli e delle regioni; un’Europa in grado si svolgere quel ruolo che la storia le assegna, ma che sventuratamente non riesce a interpretare.
Un’ Europa che veda protagonisti bavaresi e catalani, scozzesi e tirolesi, bretoni e sardi, ma anche noi veneti.
Viva San Marco!
Ettore Beggiato
Presidente onorario
Associazione Veneti nel Mondo
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Lombardia #SPECIAL #25Aprile
Per datt el teemp de scapà
Ho pruà a fermai cun la go na bèla
L’ünica che gh’eri in teemp de guèra
Per datt el teemp de ruà al cunfin
Quela gona la s’è svutzada
Anca se gh’era mea de veent
Faseven ropp che pensavi mai
Senza gnanca tirà fëe i stivaij
Gh’eri pagüüra ma disevi “dai”
Vardavi el müür cun pugiaa i füsiil
E quanti suddà tücc in un fieniil
E gh’eri vergogna a vardà’l campaniil
Te, ciàmel amuur
Anca se l’eet mai savüü
Te ciàmel amuur
Anca se t’ho piëe vedüü
Ciàmel amuur
Ciàmel amuur
Ciàmel amuur
O ciàmel nagott
L’è sta dificil circulà in paees i
Me cundanaven senza dill
De nocc quaivedoen ruava là al fienil
E me ho imparà a diventà ‘n sass
A supurtà qualsiasi pass
A rutulà senza lamentass
Faseven ropp che pensavi mai
E gh’eren suriis che me pareven taj
E i me resànn pudevi mea spiegai
E fa nagott se m’hann tajà i cavej
Fa nagott se m’hann s’cepaa l’umbriia
Se questa ca’ po piëe vess la mia
Cun quanti lacrim ho bagnaa sto fee
Ma ho sentü dii che te ste et bee
In quel paes insema ai furestee
Te ciàmel amuur
Anca se l’hann mai capii
Per piasè ciàmel amuur
Anca se me l’ho mai dii
Ciàmel amuur
Ciàmel amuur
Clamum amuur
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#MemoriaStorica #Südtirol – QUANDO A BOLZANO I FASCISTI UCCISERO IL MAESTRO DI MARLENGO – di Luigi Sardi

Era il 24 aprile del 1921, dunque un secolo fa, quando a Bolzano nella giornata passata alla storia come la “domenica di sangue”, il fascismo che stava nascendo mostrò il suo volto violento uccidendo Franz Innerhofer, maestro di Marlengo.
“Solo pochi di noi [ricordano] la tragedia di quell’aprile, registrata nella storia della nostra terra come la Blutsonntag. Ciononostante, questo drammatico episodio non si è ancora trasformato in un avvenimento storico che noi ricordiamo e le cui vittime noi onoriamo: la morte del maestro Franz Innerhofer sotto il piombo fascista”.
Con questa frase Silvius Magnago, il carismatico leader della Sudtiroler Volkspartei, aveva ricordato il maestro assassinato dalla rivoltella di uno squadrista. Lo ricordò in quel 25 aprile del 1971 quando a Bolzano in Piazza del Municipio parlò assieme ai rappresentanti dell’Anpi, l’ Associazione nazionale dei partigiani e gli esponenti della Dc, del Psi e del Pci: l’unica volta dal 1946 che ha visto la sua partecipazione ad una commemorazione della Resistenza.
Il discorso di Magnago è, probabilmente, la più importante ricostruzione di quell’avvenimento che racconta “il primo, orribile segno di un’epoca che ha portato miserie indescrivibile non solo sulla nostra terra, ma su tutta l’Europa e sul mondo. Quel giorno, Bolzano offriva l’aspetto della serenità. La rinascita economica dopo le conseguenze della guerra e del trattato di pace avevano portato alla Fiera di Bolzano”, la Bozner Messe detta anche Fiera di Primavera, “un’aria di festa”, forse la prima dopo la tragedia della guerra finita nel novembre del 1918 e “alla lieta inaugurazione, la popolazione tedesca del Sudtirolo era accorsa nei suoi tradizionali costumi. Centinaia e centinaia di compatrioti, uomini, donne e bambini [vestivano] gli abiti tipici delle loro vallate; bande musicali e gruppi di valligiani si erano dati convegno per esprimere, dopo la sensazione di depressione che comprensibilmente era stata provocata dall’annessione [al Regno d’Italia], la volontà di esistere e la fiducia del popolo sudtirolese di voler vivere nel nuovo Stato in libertà, in pace per svilupparsi e affermarsi”.
C’era anche un altro avvenimento che aveva spinto alla massiccia mobilitazione le genti da Salorno al Brennero. A Innsbruck c’era stato un plebiscito che chiedeva l’annessione del Tirolo alla Germania e alla Bozner Messe si era deciso di raccogliere le adesioni – ovviamente solo fra le genti di lingua tedesca – per la separazione dall’Italia. L’idea aveva messo in subbuglio i fascisti di Bolzano che per telegrafo avevano allertato le federazioni della Lombardia e del Veneto, soprattutto di Verona, Brescia, Mantova e poi Ferrara e Bologna.
A Bolzano non c’erano i “rossi”, né anarchici e socialisti che, concentrati soprattutto a Bologna, Milano, Torino, Brescia si opponevano alle incursioni dei manipoli fascisti sempre sul piede di guerra. Quella era l’ epoca di violentissimi scontri con gli “Arditi del Popolo” chiamati dal giornali del Regno “bolscevichisti armati” anche loro reduci della Grande Guerra, che si fronteggiavano nelle città e nei paesi di un’ Italia, sopratutto quella del nord, piegata dalle enormi privazioni della guerra, prostata dalla disoccupazione, popolata da giovani uomini che dall’Isonzo al Piave, dal Montello al Grappa avevano conosciuto solo il mestiere delle armi e l’odio contro il tedesco. Erano sopravissuti, erano i vincitori ma smobilitati si erano trovati senza un mestiere e senza un futuro. C’erano già stati molti morti e feriti a Firenze, Empoli, Casale per un inestricabile succedersi di provocazioni, violenze, rappresaglie culminate nello spaventoso attentato commesso nella sera del 23 marzo a Milano, al cinema-teatro Diana dove una bomba piazzata da anarchici individualisti che volevano uccidere il questore Giuseppe Aurelio Gasti residente sopra il locale, aveva massacrato 21 persone scatenando una rappresaglia così violenta da indurre Mussolini, sfuggito in quei giorni ad un attentato, a scrivere su Il Popolo d’Italia: “Nessuno dei fascisti deve assumersi il compito di iniziative individuali che possano gettare una luce meno simpatica sul fascismo”.
Ma nell’ Alto Adige – erano guai molto seri a chiamarlo Sudtirolo – non c’erano stati quegli scontri che insanguinavano la Nazione. I fascisti erano pochi; invece erano accampati, in massa, i soldati del Regio Esercito dove le reclute e i giovani ufficiali guardano con totale simpatia al fascismo dove militavano soprattutto i reduci della guerra appena finita e i protagonisti dell’impresa di Fiume.
A Bolzano era già arrivato Achille Starace, l’Ardito del Veliki Hrib, una propaggine del Monte San Michele a nord di Gorizia teatro di furibonde battaglie, il futuro “sergente del fascismo”, il fondatore del fascio di Trento .che diventerà il segretario del Partito nazionale fascista. Aveva assunto il comando di squadre di assaltatori per poter dare, anche questo lo ha scritto Magnago “con la scusa della difesa della Nazione, una prima prova di forza non contro la popolazione tedesca del Sudtirolo, che era pacifica, ma contro le forze dell’ordine per dimostrare in che misura le orde fasciste dominavano le strade e potevano tenere in scacco le forze democratiche”. Il 24 aprile, in piazza Walther von der Vogleweide c’era stata la prima manifestazione di violenza. Si narra – ma forse è una leggenda, però curiosa – che la “Volante Rodella”, una formazione di camicie nere nota fra Verona e Mantova negli assalti alle cooperative rosse, con tre fascisti di Montichiari a bordo di una moto Stucchi con una mitragliatrice piazzata sul sidecar, sparò una raffica contro il Duomo. Fu il segnale. I fascisti “irruppero in piazza delle Erbe piombando su un pacifico corteo di sudtirolesi e quando furono messi in difficoltà dalla folla, impugnarono le pistole e le bombe a mano”.
Nel giorno della fiera, il maestro Franz Innerhofer “era venuto a Bolzano quale componente della sua banda musicale portando un gruppo di ragazzi che indossavano i vivaci costumi. Quando scoppiarono i tumulti, la preoccupazione dell’Innerhofer fu quella di portare in salvo i ragazzi lungo via Museo e via della Roggia. Uno gli stava particolarmente a cuore, il piccolo Hans Theiner, che aveva potuto venire a Bolzano solo dopo le particolari insistenze del maestro presso i genitori”. Lo sospinse fino al Palazzo Stillendorf vicino alla Chiesa del Sacro Cuore, “luogo che giudicava come il più sicuro per il suo protetto. Ma le squadre fasciste si erano spinte anche lì, videro Innerhofer e gli spararono attraverso le sbarre del cancello”. Una pallottola colpì il maestro “che cadde nel suo sangue sul primo scalino della scala che porta ad un corridoio, ma il piccolo Hans era salvo” e venne portato via da quel luogo da Menz Popp.
Disse Magnago: “Franz Innerhofer resterà sempre per noi un particolare simbolo ammonitore; era stato ucciso solo perché apparteneva ad una minoranza, dagli aderenti ad un gruppo politico che avevano iscritto sulle loro bandiere la violenza e l’oppressione. La libertà ebbe nel maestro di Marlengo la prima vittima. La vittima successiva della dittatura fascista fu la libertà stessa”.
Mancava un anno alla Marcia su Roma e Benito Mussolini raccontò quella giornata sulle pagine del quotidiano Il Popolo d’Italia scrivendo che i manipoli fascisti si erano difesi dall’aggressione dei nostalgici dell’Austria e aveva aggiunto: “In Italia ci sono più di centomila fascisti pronti a distruggere e cancellare il Sudtirolo piuttosto che consentire che sia ammainato il Tricolore che sventola sulla Vetta d’ Italia” e in un altro articolo sempre su Il Popolo d’Italia avvertiva che “bisogna schiacciare i crani tedeschi… un migliaio di scarponi fascisti si stanno allenando per questo compito. Giù le mani dal Brennero”. Forse in quel giorni il futuro Duce decise non di italianizzare ma di fascistizzare il Sudtirolo, azione cominciata subito dopo la Marcia su Roma.
Luigi Sardi – giornalista e scrittore
