#Kurdistan #Rojava – ROJAVA: VERSO UN RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE DELL’AMMINISTRAZIONE AUTONOMA? SEGNALI POSITIVI DA CATALUNYA E FRANCIA – di Gianni Sartori

Dalla società civile e da alcuni gruppi politici catalani è partita una richiesta al Parlament de Catalunya: riconoscere ufficialmente l’Amministrazione autonoma in Rojava.

Tra i promotori: l’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), la CUP (Candidatura d’Unitat Popular), l’ECP (En Comú Podem) e Junts. Per l’ERC ha firmato il deputato Ruben Wagensberg.

A tale scopo il 19 luglio è stata depositata una proposta di risoluzione che ora dovrà essere sottoposta al dibattito parlamentare. Si chiede inoltre di ricostruire una rete solidale tra la Catalunya e la Siria del Nord e dell’Est. Non solamente con interventi di cooperazione, ma anche accogliendo nei PP. CC. (Paisos Catalans) rifugiati provenienti da questa area del Medio oriente.

La proposta nasce direttamente dalla visita di una delegazione catalana in Rojava e rientra in una campagna per il riconoscimento dell’Amministrazione autonoma a livello internazionale.
 
Sempre il 19 luglio (coincidenza?) una delegazione proveniente dal Rojava veniva ricevuta all’Eliseo dal presidente francese e da alcuni alti funzionari. Ne facevano parte Ilham Ahmed (copresidente del consiglio esecutivo del Consiglio democratico siriano), Berivan Xalid (copresidente del consiglio esecutivo dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est) e Xesan El Yusif (copresidente del Consiglio esecutivo dell’amministrazione civile di Dei ez-Zor).
 
Macron – oltre ad avere richiesto esplicitamente tale visita ufficiale – avrebbe promesso un sostegno sia economico che militare all’Amministrazione autonoma al fine di “garantire la sicurezza e la stabilità” in Siria e nella regione. Oltre ad aver discusso della – non ancora definitivamente risolta – questione Daesh (Isis), si sono affrontate tematiche riguardanti la struttura sociale e politica dell’Amministrazione autonoma.
 
Quasi un riconoscimento ufficiale direi.
 
 
Gianni Sartori

#LingueLocali #Kurds – PARLI IN CURDO? ALLORA SEI UN “TERRORISTA” – di Gianni Sartori

distribuzione sul territorio della Lingua Kurda

Parlare curdo può costare anche la vita, almeno in Turchia e nei territori del Kurdistan del Nord (il Bakur, sottoposto all’amministrazione-occupazione turca). Non solo le sedi di HDP vengono periodicamente attaccate dai fascisti turchi, ma lo stesso accade sovente a lavoratori curdi sorpresi a parlare nella loro lingua nazionale (il curdo naturalmente, lingua di una “nazione senza Stato”).

Un effetto, neanche tanto collaterale, della campagna di odio razzista alimentata dall’attuale governo e dai suoi alleati politici (“Lupi grigi” in primis).
L’ultimo episodio di cui si è venuti a conoscenza risale al 19 luglio quando alcuni operai agricoli sono stati aggrediti a Sultandagj (provincia di Afyonkarahisar). Nel settembre dell’anno scorso, in circostanze analoghe, un operaio curdo era rimasto ucciso e altri due feriti in una fabbrica a Dinar (sempre provincia di Afyonkarahisar).
I lavoratori curdi, provenienti da Diyarbakir (Amed) e da Mardin (ossia dal Kurdistan del Nord), sono stati aggrediti davanti a un negozio di barbiere. Il proprietario, avendo sentito che parlavano in curdo, li aveva accusati di essere “terroristi” e si era rifiutato, in pratica, di farli entrare.
Un cugino degli aggrediti – stando a quanto riportava Gazete Fersude – ha spiegato che Ismail Tan e Ali Tan si erano messi in coda. Accorgendosi però che tutti, man mano che arrivavano, passavano davanti a loro. Così per almeno due ore. Alle loro rimostranze, il barbiere rispondeva appunto che “erano terroristi, in quanto parlavano in curdo”. Ismail Tan veniva quindi prelevato, caricato a forza su un’auto e portato in una zona disabilitata dove veniva duramente picchiato rompendogli le braccia (e la scena veniva anche filmata).
Informati i familiari da Ali Tan, quando questi si presentavano davanti al negozio per avere spiegazioni, venivano aggrediti, picchiati e bastonati. Sette uomini e due donne – tutti curdi – sono rimasti feriti.
Peggio ancora. Nella provincia curda di Mus si torna a parlare di casi pedofilia in relazione con i corsi di Corano dopo la morte, alquanto sospetta, di un ragazzino di 12 anni, ritrovato impiccato nei bagni di un istituto per l’insegnamento del Corano il 3 luglio. Per i familiari non si tratterebbe di suicidio, ma di un “omicidio pianificato” in quanto il ragazzino difficilmente avrebbe potuto “strangolarsi con una cintura appesa alla maniglia della porta”. Come del resto ritengono anche i medici che invano avevano tentato di salvarlo. Nonostante le rassicurazioni delle autorità – che nel frattempo hanno segretato l’inchiesta – cresce la preoccupazione tra i familiari dei bambini e ragazzi che frequentano i corsi in quanto non vi sarebbero controlli. Questo non sarebbe nemmeno il primo caso di violenza sessuale su minori verificatosi in ambienti di insegnamento religioso. L’anno scorso, sempre nella provincia di Mus, tre ragazzi avevano subito violenza in una scuola coranica nel villaggio di Kod. Nonostante, almeno in questo caso, l’aggressore venisse identificato e arrestato, molti genitori avevano poi ritirato i figli dalla scuola coranica, un’istituzione religiosa controllata dallo Stato.


Come in altre occasioni, da parte delle autorità si era cercato di non far trapelare la cosa e soltanto l’insistenza di alcune madri – sconcertate dal fatto che i bambini si rifiutavano di frequentare i corsi e piangevano in continuazione – aveva consentito che si rompesse il silenzio e la notizia diventasse di pubblico dominio. Ma si si trattava di un’eccezione dato che in genere sia le vittime che i parenti non denunciano per un malinteso senso di rispetto verso i religiosi o di vergogna.


D’altra parte sulla questione esiste – da tempo e di fatto – una sorta di tacita complicità fra autorità pubbliche e religiose per cui si tende a legittimare, giustificare tali eventi. Per dirne una, in luglio il governo turco ha reintrodotto una legge per cui i responsabili non vengono perseguiti se sposano le minorenni vittime di stupro. Una legge che il governo aveva già in precedenza cercato di ripristinare, sia nel 2016 che nel 2020. 

 
 
Gianni Sartori

#Kurds #Syria – LA CONVENZIONE DI GINEVRA PER ANKARA NON FA TESTO – di Gianni Sartori

Stando alle dichiarazioni di un loro portavoce almeno un’ottantina di membri delle Forze arabo-curde (FDS) sono stati sequestrati in territorio siriano e ora si trovano incarcerati in Turchia. In aperta violazione della Convenzione di Ginevra, (nonostante questa venisse a suo tempo sottoscritta anche dalla Turchia).
 
Mentre si sforza oltremodo per convincere l’opinione pubblica che quella condotta dall’esercito turco e dai mercenari jihadisti contro i curdi è una “guerra contro il terrorismo”, in realtà Erdogan viola sistematicamente il diritto internazionale.

Per esempio anche sequestrando in territorio siriano e trasferendo illegalmente in territorio turco (sottoponendoli quindi alla legislazione turca) decine di esponenti delle FDS (Forze democratiche siriane). In questi giorni il loro portavoce ha rivolto un appello alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite e al Consiglio di sicurezza dell’ONU affinché intervengano e agiscano concretamente per porre fine a tale ingiustizia.

 
Quasi tutti i membri delle FDS ora imprigionati nelle carceri turche sono stati condannati all’ergastolo. In base alla legislazione turca e in particolare all’articolo 302 ossia alla presunta“distruzione dell’unità e integrità dello Stato” (quello turco ovviamente).

Tra i militanti sequestrati e condannati all’ergastolo anche tre esponenti del Consiglio militare siriano (MFS, espressione degli assiri cristiani vicini al partito di sinistra dell’Unione siriaca), quello del comandante Abu Leyla, un meccanico votatosi alla rivoluzione e al Confederalismo democratico. Caduto cinque anni fa come ricordava Davide Grasso in una bella biografia (vedi su: Nena News – Agenzia Stampa Vicino Oriente).

 
I tre siriaco-cristiani sarebbero stati sequestrati a Serekaniye dall’Esercito Nazionale Siriano (ASL/SNA, le truppe mercenarie alleate di Ankara) durante l’invasione – illegale in base al diritto internazionale -dell’autunno 2019.
 


Gianni Sartori

#Veneto #Lissa – Una bottiglia di Serprino DOC per ricordare la vittoriosa battaglia di Lissa – segnalazione di Ettore Beggiato

Una decina d’anni fa Ettore Beggiato  aveva stampato il libro “Lissa, l’ultima vittoria della Serenissima” con la prefazione di Eva Klotz: 132 pagine ricche di documenti, di testimonianze, di elenchi come quello dei veneti ai quali l’Imperatore Francesco Giuseppe assegnò due medaglie d’oro e quarantanove fra medaglie argento di prima classe e quelle di seconda classe. 

Con questo libro  l’autore dimostrava come l’apporto dei popoli che fino a qualche anno prima facevano parte della Serenissima Repubblica Veneta (e quindi veneti, istriani, dalmati) fu fondamentale nella battaglia navale  combattuta nell’Adriatico dove la marina italiana  fu pesantemente sconfitta austriaca che fino a qualche anno prima si chiamava “Imperial Regia Veneta Marina”.   

Il libro, come altri di Beggiato, provocò notevoli polemiche a partire da un articolo che Gian Antonio Stella che gli dedicò una pagina su “Sette” l’inserto settimanale del Corriere della Sera, per non parlare dell’irritazione dei nazionalisti italiani.  

Ettore Beggiato comunque non demorde e così quest’anno, centocinquantacinquesimo anniversario della battaglia, ha pensato bene di festeggiare la vittoria di Lissa con una bottiglia di “Serprino” DOC dell’Azienda Monte Viale di Bastia di Rovolon, il vino frizzante dei Colli Euganei, “fratello minore” del più famoso Prosecco visto che viene prodotto con la stessa uva glera (o serprina). 

L’etichetta disegnata dall’artista Martina Tauro “La poiana” riporta lo scontro sul mare e la frase che  l’ammiraglio imperiale  W. Von Tegetthoff,  il vincitore di Lissa, avrebbe esclamato dopo lo scontro navale “Uomini di ferro su navi di legno hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro” per rimarcare l’abilità dei marinai Serenissimi (veneti, istriani e dalmati) e di altre parti dell’impero austriaco che vinsero la battaglia nonostante una notevole superiorità di mezzi e di uomini della marina italiana. 

E alzando il calice del frizzante Serprino, Ettore Beggiato esclama “Viva San Marco!” proprio come quei marinai istriani, dalmati e veneti, che festeggiarono la conclusione della vittoriosa battaglia. 

#Kurds #Rojava – MA ALLORA ERA SOLO UNA QUESTIONE DI PETROLIO? – di Gianni Sartori

(Photo by DELIL SOULEIMAN / AFP)

Forse l’avevate notato anche voi. Da qualche tempo sembrerebbe (condizionale d’obbligo) che rosso-bruni (dichiarati e non), “antidiplomatici” vari, antimperialisti de noaltri e infatuati di Assad si siano dati una calmata. Perlomeno nell’infangare sistematicamente la rivoluzione curda e nell’intervenire petulanti (peggio dell’Inquisizione o della GPU) ogni qualvolta soltanto si nominava il Rojava (che – secondo loro – non esisterebbe nemmeno; per analogia pensiamo alle reazioni dei falangisti spagnoli appena sentivano nominare Euskal Herria).

Rinsaviti? Temo di no, purtroppo. Come quasi sempre dietro ogni presa di posizione politica o ideologica ci sono ragioni materiali, mercantili diciamo.

In concreto, la prevista scadenza della licenza di Delta Crescent entro il 31 agosto, quando dovrebbe cessare lo sfruttamento dei pozzi petroliferi nel nord-est della Siria gestito dai curdi. Licenza che verrebbe trasferita a Gulfsands Petroleum Company, una compagnia registrata nel Regno Unito e presente in Siria dal 2011. Secondoil Weekly Middle East fil & Gas News and Analysis oltre la metà delle azioni di tale compagnia in giugno venivano acquistate da un uomo d’affari russo.

Quindi nessun problema. Dato che ora – in pratica – sono i russi a impadronirsene, le “risorse naturale patrimonio intangibile della Siria” possono tranquillamente venir commercializzate.

In filigrana si intravede l’accordo russo-statunitense sull’apertura di punti di transito, di fatto una sospensione delle ostilità (almeno in Siria e temporaneamente) tra Washington e Mosca. Nella prospettiva di possibili accordi futuri e di un miglioramento anche dei rapporti tra curdi e Russia la cui permanenza in Siria, ormai appare evidente, sarà di lunga durata.

In questa prospettiva appare scontato che siano i Russi – e non più gli Usa – a fruire del petrolio della regione.

Non sarebbe invece un problema (ma piuttosto una “risorsa”) nemmeno per Mosca, l’ulteriore permanenza statunitense in chiave anti-Isis. Una battaglia che Mosca e Damasco non sembrano in grado di affrontare senza l’aiuto indispensabile dei curdi e in seconda battuta degli Usa.

A conti fatti potrebbe convenire anche ai curdi in quanto le politiche statunitensi appaiono quantomeno ondivaghe tra un’amministrazione e l’altra. Mentre Mosca, a modo suo, garantisce comunque una maggiore continuità e stabilità.

Del resto anche in passato, prima degli accordi con la compagnia statunitense, il petrolio veniva sfruttato direttamente dalle FDS (Forze democratiche siriane di cui fan parte le YPG) che in genere lo rivendevano a Damasco. E senza suscitare particolari sollevate di scudi “sovraniste” per le risorse nazionali espropriate. Se era solo una questione di petrolio e profitto, bastava dirlo.

 

Gianni Sartori

#Kurdistan #Kurds – LE MENZOGNE DI ANKARA LASCIANO IL TEMPO CHE TROVANO: I CORPI DELLA PRESUNTA “FOSSA COMUNE” APPARTENGONO A COMBATTENTI DELLE YPG/YPJ E CIVILI CURDI UCCISI DALL’ESERCITO TURCO – di Gianni Sartori

Oltre che con le armi, Ankara e suoi alleati combattono la sporca guerra contro i curdi con ogni mezzo mediatico a disposizione. Senza scrupoli e soprattutto senza alcun pudore. Evocando di sana pianta, come era accaduto nei giorni scorsi in Afrin, inesistenti violazioni di diritti umani da parte delle YPG e pubblicizzando la scoperta di una presunta “fossa comune” di civili eliminati dai curdi.

Il 14 luglio l’Agenzia Anadolu (AA), controllata dal regime di Erdogan, aveva parlato di 35 persone uccise e qui interrate per aver rifiutato di arruolarsi nelle YPG. Il giorno dopo si era parlato di una sessantina di cadaveri ritrovati in una “fossa comune”

Ma le bugie, oltre al naso lungo, hanno anche le gambe corte.

Infatti le immagini del luogo hanno dimostrato che si trattava di un cimitero dei combattenti delle YPG/YPJ e di civili curdi uccisi dall’esercito turco e dai suoi alleati islamisti. Cimitero che era stato distrutto dagli attacchi delle truppe di occupazione ancora nel marzo del 2018.

Rispondendo ai giornalisti un portavoce delle YPG – Nuri Mehmud – ha spiegato appunto che “questo cimitero era stato costruito quando lo Stato turco invasore si stava avvicinando Afrin”. Nel cimitero vi sono i corpi di 71 persone decedute a causa degli attacchi turchi. Tra le persone qui sepolte secondo le tradizioni locali “14 sono combattenti delle YPG, 12 sono combattenti delle YPJ, 5 sono membri delle forze dell’ordine pubblico, 3 delle forze Cebhet El-Ekrad, uno era membro dell’Unione di autodifesa e 5 sono civili. Gli altri corpi sono di civili e combattenti che non abbiamo potuto finora identificare”.

Il portavoce delle YPG ha proseguito spiegando che “sia lo Stato turco che i mercenari dello Stato islamico e di Al-Nusra commettono crimini contro l’umanità in territorio siriano”.

Da questo punto di vista, ha aggiunto “le fosse comuni sono qualcosa con cui Stato turco, Daesh e Al-Nusra hanno molta familiarità”. Inoltre usano qualsiasi mezzo per diffamare la rivoluzione curda e “neutralizzare il nostro progetto di nazione democratica, progetto sostenuto dai popoli”.

E questo non sarebbe nemmeno il primo cimitero di caduti curdi intenzionalmente distrutto dalle truppe di Erdogan.

Lo stesso era accaduto con il cimitero Martyr Refia nel villaggio di Metine e con Martyr Seydo di Qazqili (a Jndires). Cosi come sono stati dissepolti dagli attacchi aerei turchi i corpi dei combattenti YPG e YPJ nel cimitero di Sehid Avesta.

Anche in questa circostanza i turchi avevano tentato di spacciarli per vittime di esecuzioni sommarie operate dalle milizie curde.

 

Gianni Sartori