#Kurds #Repressione – TORTURATA, VIOLENTATA E INFINE “SUICIDATA”, IL CALVARIO DI UN’ALTRA PRIGIONIERA POLITICA CURDA – di Gianni Sartori

Di Garibe Gezer mi ero occupato circa due mesi fa denunciando le ignobili sevizie a cui veniva sottoposta dai suoi carcerieri.
Torturatori e aguzzini che ora hanno completato l’opera di annientamento nei confronti di questa prigioniera politica rinchiusa nel carcere di massima sicurezza (di tipo F) di Kandira a Kocaeli. Secondo la versione fornita dall’amministrazione carceraria, la giovane curda – arrestata a Mardin ancora nel 2016 – si sarebbe“suicidata”. Numerose donne, esponenti delle Madri della Pace, del Movimento delle Donne Libere (TJA), dell’Associazione di aiuto alle famiglie dei prigionieri (TUHAY DER) e dell’HDP, si sono riunite davanti all’ospedale di Kocaeli per riavere il corpo della giovane vittima. Hanno poi portato a spalla la bara scandendo slogan contro la repressione nonostante la polizia intervenisse per impedirlo. Nella tarda serata del 10 dicembre è stata sepolta a Kerbora, la città dove era nata 28 anni fa. 
Ma la versione ufficiale sulla morte di Garibe Gezer non ha convinto Eren Keskin. In quanto avvocato e co-presidente dell’Associazione dei Diritti dell’Uomo (IHD) si è chiesta come la detenuta abbia potuto suicidarsi visto che si trovava in isolamento (per una sanzione disciplinare), sotto lo sguardo perenne delle telecamere. Nell’ottobre scorso, con una Iniziativa parlamentare delle donne del Partito Democratico dei popoli (HDP), veniva segnalato che Garibe era stata posta in isolamento per 22 giorni dopo il suo trasferimento – il 15 marzo – dalla prigione di Kayseri in quella di Kandira dove in queste ore ha perso la vita. Il 24 maggio, agenti penitenziari, sia uomini che donne, erano entrati nella sua cella per picchiarla. Si leggeva nel rapporto che “mentre le guardiane le tenevano le braccia bloccate, gli uomini la percuotevano sulla schiena. I suoi abiti venivano strappati, le venivano tolti i pantaloni per essere quindi trascinata per i capelli, seminuda, nell’area riservata ai detenuti maschi”. Scaraventata in una “cella imbottita completamente isolata e controllata 24 ore su 24”. E qui subiva “violenze sessuali da parte dei carcerieri”. A causa delle violenze subite, secondo il rapporto di HDP, la prigioniera avrebbe cercato di porre fine ai suoi giorni. Portata nell’infermeria del carcere, vi subiva altri maltrattamenti e non veniva curata. Messa in isolamento, il 7 giugno tentava di appiccare il fuoco alla sua cella e veniva gettata nuovamente in una cella imbottita. In una conversazione telefonica con la sorella era riuscita a informare i familiari che sarebbe stata posta ancora in isolamento e che nei suoi confronti venivano esercitate altre restrizioni disciplinari. Quanto alle lettere, alcune sono state censurate, altre mai spedite.
Nonostante le sue proteste e denunce degli abusi subiti in carcere fossero note da tempo, nessuna inchiesta era mai stata avviata.
Agli avvocati dell’Ufficio di aiuto giuridico contro la violenza sessuale e lo stupro, che si erano recati al carcere insieme a quelli dell’Associazione degli avvocati per la libertà (OHD), non veniva concessa la possibilità di assistere all’autopsia.

Una vicenda quella di Garibe Gezer purtroppo analoga a tante altre.
La sua famiglia in particolare ha pagato un prezzo molto alto nella lotta di liberazione.
Un fratello, Bilal, era stato ucciso nelle proteste che tra il 6 e l’8 ottobre2014 videro decine di migliaia di curdi scendere in strada da Diyarbakir a Vario e in una trentina di altre località, anche sul confine tra Suruc e Kobane. Assediando caserme e commissariati e incendiando alcuni edifici governativi in Bakur (Kurdistan del Nord sotto occupazione turca). Quella che sotto molti aspetti fu una vera e propria insurrezione derivava dalla richiesta di aprire un corridoio per portare soccorso a Kobane assediata dall’Isis. L’abbattimento di un largo tratto della frontiera consentì a molti curdi provenienti dalla Turchia di raggiungere i fratelli di Kobane. Da parte sua Erdogan ordinò il coprifuoco e schierò i carri armati. Le vittime accertate (quasi tutti curdi) furono oltre cinquanta, almeno 700 i feriti.
Un altro fratello, Mehemet Emin Gezer, si era recato al commissariato di Dargeçit per poter recuperare il corpo di Bilal, ma era stato colpito dalla polizia delle operazioni speciali rimanendo paralizzato. Altri membri della famiglia erano poi stati ugualmente incarcerati.

Gianni Sartori

#Palestina #Scontri – CISGIORDANIA: TRA REPRESSIONE E AZIONI DISPERATE LA VIOLENZA NON SI PLACA – di Gianni Sartori

Nel villaggio di Beita (non lontano da Nablus, in Cisgiordania) i soldati israeliani hanno sparato sui manifestanti palestinesi sia con pallottole normali (fuego real), sia con quelle in acciaio rivestite di gomma o plastica. Oltre che – naturalmente – con le normali granate lacrimogene.
La manifestazione era l’ennesima dimostrazione di quanta esasperazione e quanto malcontento vi siano nella popolazione per la continua espansione delle colonie.
Un ragazzo palestinese, raggiunto da una pallottola, è rimasto seriamente ferito mentre una trentina di altri partecipanti alla protesta (anche un giornalista) sono stati colpiti da quelle in acciaio rivestite.

Sarebbero poi almeno una dozzina i civili rimasti ustionati per le granate e circa 150 quelli intossicati dai gas. Normale amministrazione.
In precedenza, per impedire il raduno, con i bulldozer era stata devastata una strada su cui dovevano transitare i manifestanti. Distruggendo così anche una condotta dell’acqua e una linea elettrica che rifornivano il villaggio.

Potrebbe esserci una relazione tra quanto accaduto venerdì 3 dicembre a Beita e il tragico episodio che nella mattinata del 6 dicembre è costata la vita a un ragazzo palestinese. Stando a quanto riferiscono le agenzie, Muhammad Nadal Yunis (un sedicenne di Nablus) si sarebbe scagliato con la sua auto contro il posto di blocco di Jabara, nei pressi di Tulkarem. Ferendo gravemente una guardia israeliana prima di venir ucciso dalle forze di sicurezza.
Nei giorni precedenti si erano registrati almeno altri due episodi simili. In particolare, il 4 dicembre, un altro ragazzo palestinese aveva aggredito con il coltello un ebreo ortodosso a Gerusalemme. La sua uccisione, a quanto sembra successiva alla cattura, era stata criticamente definita una “apparente esecuzione extra-giudiziale” da parte di alcune organizzazioni umanitarie e anche da un responsabile onusiano.
Nel medesimo giorno (3 dicembre) della manifestazione repressa anche a colpi di arma da fuoco a Beita, i palestinesi erano scesi in strada nel villaggio di Beit Dajan (sempre non lontano da Nablus). Si trattava della abituale iniziativa settimanale contro l’espansione delle colonie. Anche qui è intervenuto l’esercito israeliano che li ha dispersi utilizzando “solo” granate lacrimogene e pallottole in acciaio rivestite. Bilancio provvisorio: tre feriti per le pallottole e una ventina di intossicati dai gas.

Gianni Sartori

#Kurds #Europe – L’AIA: GIOVANI CURDI ENTRANO NELLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE PER LA PROIBIZIONE DELLE ARMI CHIMICHE (OPCW) – di Gianni Sartori

fonte immagine ANP/AFP

Il 3 dicembre una cinquantina di appartenenti a TCS e TEKO-JIN (i movimenti delle Gioventù Curde in Europa) hanno voluto denunciare con un atto spettacolare di disobbedienza civile l’utilizzo di armi chimiche (un crimine di guerra secondo le Convenzioni internazionali) da parte dell’esercito turco nel Kurdistan del Sud (in territorio iracheno) e il sostanziale silenzio delle agenzie internazionali. L’Aia, nei Paesi Bassi, è stata teatro di un vero e proprio assalto al palazzo dove risiede l’Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons (OPCW), oggetto il 16 novembre di un’analoga manifestazione alla cui conclusione uno striscione di denuncia veniva appeso alla facciata. Come ha precisato un esponente di TCS l’occasione era stata fornita dallo svolgimento del 26° incontro indetto dalla OPCW e sostanzialmente si riproponeva di “ricordare all’organizzazione i suoi doveri, anche a nome dell’Iniziativa contro le armi chimiche in Kurdistan, chiedendole di indagare in merito a centinaia di attacchi chimici, opera dell’esercito turco, nel Kurdistan del Sud da aprile”. Inizialmente i curdi si erano radunati pacificamente davanti alla sede, ma dopo i tentativi della polizia di sgomberare i marciapiedi sono entrati nel palazzo occupandolo. Molti di loro si sono poi incatenati alle inferriate e alla recinzione. Conteggio finale, oltre una cinquantina di arresti (per “intrusione”) e una decina di feriti.  Da tempo le accuse (peraltro documentate visto che il Congresso nazionale del Kurdistan – KNK – è in possesso di campioni contaminati provenienti dalle aree colpite) dell’utilizzo di armi chimiche da parte di Ankara nelle regioni di Avasin, Zap e Metina circolano con insistenza, ma rimanendo inascoltate. L’OPCW, in quanto organizzazione indipendente creata per sorvegliare il rispetto delle norme da parte degli Stati che hanno firmato la Convenzione, dovrebbe intervenire e stabilire anche tempi e modi per la distruzioni di tali armi fuorilegge. Nel loro comunicato i giovani curdi hanno ribadito di “esigere che l’OPWC, l’ONU e la Croce Rossa Internazionale inseriscano tale utilizzo di armi chimiche all’ordine del giorno” mettendo in campo un’inchiesta indipendente e “sanzioni nei confronti del governo di Erdogan”. Invitando quindi le organizzazioni internazionali chiamate in causa a esaminare il materiale contaminato in possesso del KNK che può metterlo a disposizione.

Gianni Sartori