#Americhe #Opinioni – CON BOLSONARO TEMPI DURI PER IL POPOLO YANOMAMI – di Gianni Sartori

fonte immagine @MarceloCamargo – Agencia Brasil

La notizia qualche media l’ha anche data.

Parlo delle recente visita, doverosa dopo gli anni devastanti (non solo per gli indios, ma forse soprattutto) del governo Bolsonaro. Quello rivendicato a Venezia con lo striscione leghista “Bolsonaro orgoglio veneto”, ricordate ?

Quindi riportandola non dirò niente di nuovo.

Tuttavia, proprio pensando all’ex presidente (di origini venete, pare) ritengo di dover sollevare alcune questioni.

In passato condividevo una certa simpatia per questi compaesani emigrati in Brasile che – a quanto mi era stato detto e confermato – mantenevano una certa purezza originaria della lingua veneta e rispetto per le tradizioni.

Non avevo evidentemente troppe informazioni sulla natura delle emigrazioni novecentesche partite anche dal Veneto, sulla possibilità che comunque avessero rappresentato una ulteriore colonizzazione nei confronti della cosiddetta “America Latina” (dopo quelle devastanti, genocide di spagnoli e portoghesi dei secoli precedenti).

Solo recentemente, incontrando qualche discendente in visita alla terra dei padri (nel Basso Vicentino, in Polesine…) ho sentito raccontare storie poco edificanti di terre praticamente “regalate” dai governi e poi, oltre che disboscate, “ripulite” dalla presenza di indigeni (vuoi con le minacce, vuoi con altri mezzi più drastici…). Sarà stato anche un caso e non pretendo faccia testo, ma l’atteggiamento delle persone da me incontrate (quasi tutti elettori di Bolsonaro) era quello di un malcelato razzismo. Praticamente disprezzavano gli indios quasi quanto odiavano i comunisti, se rendo l’idea. Tutto da verificare ulteriormente, approfondire, studiare…ma la prima impressione resta quella, alquanto negativa.

Detto questo, torniamo ai fatti recenti. Scampato (almeno per ora, tocchiamo ferro) al tentativo di golpe, Lula ha voluto visitare personalmente (il 21 gennaio) la riserva indigena Yanomani nello stato di Roraima (ai confini con il Venezuela). Comprende un territorio di circa 10 milioni di ettari e attualmente è abitata da poco più di trentamila persone.

Ma soprattutto negli ultimi tempi versa in una grave emergenza sanitaria, in gran parte causata dalla disattenzione (eufemismo) del precedente governo di Jair Bolsonaro (2019-2022).

In particolare Lula ha voluto toccare con mano la situazione dei bambini, vittime di denutrizione e malaria. Sarebbero quasi seicento i casi accertati di bambini yanomami morti praticamente di fame tra il 2019 e il 2022 (mentre al momento non si hanno dati precisi sugli adulti morti per inedia). Per rimediare alla mancanza di assistenza nei confronti di questa minoranza etnica (retaggio, ripeto, del precedente governo di destra) è stato istituito un comitato nazionale di coordinamento. La dichiarazione ufficiale di emergenza sanitaria (pubblicata nel giorno precedente alla visita di Lula) era firmata dalla ministra della Salute Nísia Trindade. E prevede l’immediata realizzazione di un “centro di operazioni di emergenza in salute pubblica” al fine di “pianificare, organizzare, coordinare e controllare ogni mezzo necessario per risolvere la situazione”.

Aggiungendo di volere assolutamente “compiere ogni sforzo per garantire la vita degli indigeni e superare questa crisi”. In questa visita il leader del Partito dei Lavoratori (PT) era accompagnato dalla ministra dei Popoli Indigeni, Sônia Guajajara. Molto preoccupata per la “crisi umanitaria e sanitaria affrontata dal popolo yanomani, danneggiato anche dalla consistente presenza di minatori illegali, soprattutto cercatori d’oro”.

Ha poi aggiunto che “è molto triste sapere che molti indigeni, tra cui 570 bambini, morirono di fame durante l’ultimo governo”. Per concludere che considera “inammissibile veder morire di fame i propri familiari”. ”

Gli Yanomami, non dimentichiamolo, già negli anni novanta del secolo scorso avevano perso un quinto della popolazione a causa delle malattie portate dai minatori illegali. La cui attività Bolsonaro avrebbe voluto rendere legale, autorizzando così uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali dell’Amazzonia. Alla faccia delle popolazioni indigene.

Gianni Sartori

#Americhe #Ambiente – GRESHAM PARK (ATLANTA): MORTE DI UN MILITANTE AMBIENTALISTA – di Gianni Sartori

fonte immagine Cody Alcorn

Come (quasi) sempre del tragico episodio esistono almeno due versioni.

L’infermiere ecologista Manuel Esteban Paez Teran conosciuto come Tortuguita, tartarughina) ha perso la vita il 18 gennaio durante lo sgombero degli accampamenti (circa una trentina) a difesa di una foresta pubblica (Gresham Park, una quarantina di ettari nella regione di Atlanta) in procinto di essere abbattuta per costruire un grande centro di formazione alla pubblica sicurezza. Un manufatto che i dissidenti hanno già soprannominato “Cop City” ritenendo che diventerà un luogo per “l’addestramento alla guerra urbana” (ossia per reprimere manifestazioni e proteste). Causa della morte del venticinquenne, stando al comunicato del Georgia Bureau of Investigation (GBI), un colpo di arma da fuoco esploso dalla polizia.

Inevitabile ricordare un caso simile, quello di Berkin Elvan , a Gezi Park.

Colpito da un lacrimogeno, il quindicenne turco era morto dopo 9 mesi di coma (266 giorni) nel marzo 2014. Anche a Gezi Park  la protesta era sorta per protestare contro l’abbattimento di alberi secolari.

Nel momento cruciale dell’intervento (con utilizzo di cani, bulldozer, lacrimogeni, proiettili di plastica…) Teran si trovava all’interno di una tenda dopo essersi rifiutato di obbedire all’ordine di sgombero.

Sempre secondo il GBI, il giovane avrebbe colpito e ferito un militare, presumibilmente un membro dell’unità speciale di polizia SWAT (Special Weapons And Tactics) e a questo punto gli altri agenti avrebbero reagito abbattendolo. Ma questa versione non sembra aver convinto gli altri ambientalisti presenti sul luogo.

Teran, attivo in un gruppo di “mutuo soccorso”, aveva partecipato alla costruzione di piattaforme sugli alberi e di tunnel per almeno rallentare, se non proprio impedire, l’abbattimento delle piante. Nella convinzione che ”questo progetto da novanta milioni di dollari comporta l’abbattimento di un numero talmente alto di alberi da determinare seri danni ambientali”.

Il soldato rimasto ferito avrebbe subito un primo intervento chirurgico e sarebbe in terapia intensiva in attesa di un ulteriore intervento.

Durante lo sgombero degli accampamenti sarebbero stati rivenuti “petardi, fuochi artificiali potenzialmente pericolosi, armi bianche, maschere anti gas, fucili ad aria compressa, torce…”.

Sette persone (tutte di età compresa tra i venti e i 34 anni) sono state arrestate con l’accusa di “terrorismo interno” (avendo – secondo il GBI – appiccato incendi che hanno messo in pericolo le comunità locali) e di occupazione illegale. Per un’altra ventina di ambientalisti, accuse di minore entità.

Altri arresti c’erano stati nei mesi scorsi quando le forze dell’ordine che rimuovevano le barricate erano stati fatti oggetto del lancio di pietre.

Da segnalare che da tempo i manifestanti (consapevoli di come la tensione andasse crescendo e dei rischi connessi) avevano chiesto che la polizia non intervenisse portandosi appresso armi da fuoco.

Gianni Sartori

#Asia #LotteSociali – DUE OPERAI UCCISI IN UNA FABBRICA CINESE IN INDONESIA – di Gianni Sartori

fonte immagine The Jakarta Post/PT Gunbuster Nickel Industry

Gli scontri di domenica sera (15 gennaio) a Sulawesi (l’isola, chiamata Celebes in epoca coloniale, facente parte della Repubblica Indonesiana), costati la vita a due lavoratori, si sono svolti intorno e all’interno della fabbrica Gunbuster Nickel Industry (GNI), filiale locale del gruppo cinese Jiangsu Delong Nickel Industry.

In questi ultimi anni nell’isola sono state aperte sia numerose miniere per l’estrazione del nickel, sia le industrie necessarie per la trasformazione del minerale stesso. Il nickel, ricordo, è un elemento fondamentale non solo per la produzione di acciaio inossidabile, ma altrettanto per le batterie di veicoli elettrici.

Inaugurata nel 2021, la GNI produce circa 1,8 milioni di tonnellate di nickel.

La protesta dei lavoratori (in sciopero) riguardava le condizioni lavorative e le paghe, entrambe insoddisfacenti.

Quando alcuni manifestanti  hanno tentato di forzare i cancelli dell’azienda (dove altri lavoratori erano rimasti a lavorare) e dato alle fiamme alcuni veicoli, la polizia, presente con centinaia di uomini, ha reagito aprendo il fuoco. Oltre ai due morti, ci sarebbero una settantina di fermati e almeno una ventina sarebbero accusati di “incendio e distruzione”.

Le autorità indonesiane hanno espresso le proprie condoglianze alle famiglie delle due vittime, rammaricandosi che “le manifestazioni siano degenerate in caos”. In quanto i disordini “non hanno colpito solo l’azienda, ma anche la comunità locale”. Anche perché al momento la produzione della GNI (dove lavorano molti abitanti della zona) è stata sospesa e potrebbe rimanere inattiva a lungo.

Finora le cospicue riserve di nickel presenti a Sulawesi avevano suscitato soprattutto l’interesse cinese, alimentando le ambizioni dell’Indonesia di poter controllare in patria tutta la filiera, dall’estrazione alla trasformazione (e magari il prodotto finale). Ma recentemente anche Tesla (statunitense, tra i maggiori produttori di veicoli elettrici) avrebbe avviato trattative con il governo indonesiano in vista di possibili investimenti.

In ogni caso, per quanto modesti di fronte a ben altre tragedie planetarie, i fatti del 15 gennaio rappresentano una spia, un segnale di possibili (o meglio: probabili) scenari futuri.

Una conferma che – oltre a guerre, guerriglie, insorgenze, secessioni etc – la nuova fase dell’estrattivismo (in particolare quello legato alla produzione di veicoli elettrici) provocherà e sta già provocando conflitti sociali anche molto duri.

Gianni Sartori

#Kurds #News – UN ALTRO CURDO, MEHMET AKAR, SI E’ TOLTO LA VITA PER PROTESTA – di Gianni Sartori

fonte immagine ANF

Questa la notizia. Un giovane curdo, Mehmet Akar si è suicidato dandosi fuoco il 16 gennaio ed è deceduto all’ospedale il giorno dopo a causa delle ustioni.

Dire che Abdullah Öcalan per il popolo curdo rappresenta quello che Mandela ha rappresentato per i Neri discriminati del Sudafrica (all’epoca dell’apartheid) è tanto ovvio, scontato da apparire quasi superfluo. Così come paragonare l’isola-prigione di Imrali a Robben Island.

Possiamo quindi immaginare quanto grande sia la preoccupazione di questo popolo per il loro leader, imprigionato dal 1999 e di cui da tempo non si hanno notizie sicure. Al punto da temere che non sia più in vita.

Detto questo, mi trovo combattuto tra la comprensione, il rispetto per questo ennesimo gesto estremo e la considerazione che tale atto sia stato – purtroppo – tanto doloroso quanto inutile.

L’opinione pubblica internazionale appare ormai assuefatta, indifferente. Cinica a volte. Per cui nemmeno questa morte tremenda  servirà a scuoterla.

Mehmet, tassista venticinquenne, ha scelto di immolarsi per protestare (come aveva spiegato in un messaggio scritto in precedenza) contro l’isolamento a cui Öcalan viene sottoposto nel carcere di Imrali.

Solo qualche giorno fa, per le stesse ragioni, un altro curdo, Veysi (Bubo) Taş (65 anni) si era ugualmente immolato a Mardin Artuklu.

Per compiere il suo atto di protesta Mehmet Akar ha scelto un quartiere nella zona centrale di Diyarbakir.

In passato sia Mehemet che i suoi familiari avevano subito pressioni e angherie da parte delle autorità locali. Nel 2019 la madre veniva coinvolta – e strumentalizzata – in una torbida operazione propagandistica organizzata dalle autorità turche. Partecipando, presumibilmente in buona fede, a una protesta filogovernativa (una veglia denominata “Diyarbakır Anneleri”) davanti alle sede del Partito democratico dei popoli (HDP). Evento ampiamente e favorevolmente commentato dai media filogovernativi come l’Agenzia Anadolu. La donna era stata evidentemente ingannata e convinta che Mehemet fosse stato arruolato a forza nel PKK. Ma dopo qualche giorno era intervenuto lui stesso per spiegare (nella sede dell’agenzia di stampa Mezopotamya) che si era allontanato spontaneamente da casa per ragioni personali (forse per evitare un matrimonio combinato). E aveva denunciato come in realtà sua madre “era stata manipolata” dai servizi segreti turchi (il MIT) che avevano orchestrato la manifestazione anti PKK.

Inoltre era stato rinchiuso per una settimana nel posto di polizia di Diyarbakır e rimesso in libertà solo con un braccialetto elettronico.

Nel frattempo, nonostante la denuncia fatta da Mehmet Akar, le veglie davanti alla sede di HDP continuano.

Anche famiglie notoriamente simpatizzanti della causa curda verrebbero costrette (sia con minacce che con offerte in denaro o di un posto di lavoro) dalle forze di sicurezza a prendervi parte.

Gianni Sartori