#Longevi #Opinioni – NON SOLO MATUSALEMME…ANCHE HUNZA E CURDI (E PERFINO QUALCHE VENETO DOC) NON SCHERZANO CON L’ETA’ – di Gianni Sartori

In genere quando si parla di popolazioni particolarmente longeve si citano i leggendari Hunza del nord del Pakistan che – stando almeno a quanto si diceva e scriveva fino a qualche decennio fa – raggiungerebbero mediamente i 130-140 anni.* Oltretutto attivi e in buona salute, grazie al lungo digiuno (secondo alcuni geografi-etnologi si dovrebbe parlare di carestie invernali) a cui erano sottoposti annualmente, all’alimentazione in gran parte vegetariana e all’acqua alcalina caratteristica di quei territori.

O almeno, va precisato, li avrebbero raggiunti fino a qualche decennio fa. Visto che poi le modernità (al plurale) – dal servizio militare nell’esercito pakistano all’inquinamento, dai cambiamenti climatici e alimentari all’invasione di turisti-alpinisti – avrebbero fatalmente invertito la tendenza.

Tornando fra noi (nel “Veneto profondo”), qualche mese fa avevo, in maniera informale, contattato l’anziano del paesello vicentino dove spesso, incautamente, soggiorno. Superati da poco i 101 anni, ma ancora – compatibilmente con l’età – vispo, autonomo e soprattutto lucido. Con tante cose da raccontare, una autentica “memoria storica” per questa porzione di pianura veneta costellata di rilievi collinari di origine sia vulcanica (gli Euganei) che calcarea-sedimentaria (i Berici). Un tempo rurale (e classificata “depressa”, forse a torto) e ora ricoperta (massacrata, violata…) da capannoni, basi militari, autostrade, pedemontane etc

Una serie di impegni non procrastinabili e di contrattempi avevano allontanato la scadenza e solo il 28 gennaio tornavo a percorrere la stradina (una “caresà”) della sua fattoria. Incontrando la figlia intenta a tagliar legna e intuendo dallo sguardo che qualcosa non andava. L’anziano genitore – che non aveva mai voluto andare all’ospedale, giustamente – si era spento solo qualche giorno prima. Rimasto interdetto, oltre che dispiaciuto, pensavo poi che in fondo andava bene anche così. Avevo comunque avuto l’onore di conoscerlo se pur brevemente, alcune cose le aveva raccontate anche a me. E soprattutto molte altre ai figli, ai nipoti, ai vicini…

Proprio come per secoli e secoli la memoria e la storia locale erano state tramandate a voce. Narrando, passando un testimone di ricordi e testimonianze che poi magari venivano elaborati, integrati, ampliati e arricchiti di significato…

Coincidenza, proprio mentre ripensavo a cosa poteva aver rappresentato una vita lunga oltre un secolo, ho inciampato in una notizia che ha dell’incredibile, ma che riporto ugualmente per dovere di cronaca. Anche perché le fonti (vari giornali e Centri studi curdi di livello internazionale) sono serie e attendibili.

Notizia che tra l’altro sconfessava quanto venne scritto e ribadito al momento della scomparsa – il 13 gennaio scorso – della Decana d’Europa Sœur André (Lucile Randon) a 118 anni. Ossia che era morta la persona più anziana del pianeta.

Invece una donna curda yezida, Rawché Qassim, attualmente sfollata nel campo di Kebertol (distretto di Sêmele, provincia di Duhok) quel record l’avrebbe già superato da tempo. Stando ai documenti in suo possesso sarebbe nata il 1 luglio del 1887 in un villaggio del cantone di Shengal (in Bashur, Kurdistan iracheno). Qui era vissuta fino al 2014 quando fu costretta fuggire con i suoi familiari a causa dell’attacco delle milizie jihadiste di Daesh. Nonostante l’età e le ultime traversie, il suo stato di salute si mantiene discreto, soddisfacente. Dalla stampa locale e da alcune associazioni curde è stato lanciato un appello agli specialisti (medici, antropologi…) affinché si rechino a Kebertol, innanzitutto per garantirle cure e assistenza adeguate, ma anche per eventualmente contribuire (nell’assoluto  rispetto della sua persona naturalmente) alla conoscenza dei misteriosi meccanismi (sia biologici che culturali, identitari) che le hanno consentito di vivere così a lungo. Fermo restando che, per quanto questo sia eccezionale, non sarebbe il primo caso di veneranda età raggiunta da persone di etnia curda. Si parla da tempo di decine di casi documentati di centenari curdi e di alcuni in particolare. Circa un secolo fa raggiunse una certa notorietà Zaro Agha, un curdo di Bidlis (nel Kurdistan sottoposto alla Turchia, il Bakur) che avrebbe vissuto fino a 157 anni. Negli anni trenta venne invitato in Europa e negli Stati Uniti incontrando sia molte autorità che specialisti, scienziati incuriositi e desiderosi di indagarne il segreto di lunga vita in buona salute.

Gianni Sartori

* nota 1: Me ne aveva parlato negli anni novanta il compianto Gianfranco Sperotto, militante storico della sinistra non dogmatica vicentina (all’epoca del PSIUP), poi ambientalista e pacifista impegnato (Legambiente, Mountain Wilderness, presidio No Dal Molin…), alpinista libertario, distributore di libri di storia e natura alpine fin nelle più sperdute osterie della Val d’Astico e di Posina. Dove giungeva rigorosamente in corriera, in bicicletta o a piedi). Morto ammazzato mentre con l’immancabile bici condotta a mano attraversava sulle strisce pedonali. Organizzatore, tra l’altro della ripulitura dei seracchi in Marmolada (quelli riempiti col polistirolo per consentire lo sci estivo) e di analoghe operazioni in Himalaya. Un grande.

#Turchia #Iran – SEMPRE DIFFICILE LA SITUAZIONE PER PROFUGHI E KOLBAR SULLA FRONTIERA TURCO-IRANIANA (MA NON SCHERZANO NEMMENO SU QUELLA TURCO-GRECA) – di Gianni Sartori

Risale a un anno fa la notizia della madre che per proteggere le mani dei figli dal congelamento si era tolta i calzini (così riportavano in genere i media, ma in realtà si era tolta anche le scarpe dandole ai bambini) tentando di attraversare il confine sul confine turco-iraniano. La donna, una profuga afgana, aveva proseguito con i piedi avvolti in sacchetti di plastica ed era poi morta assiderata.

Non si era però insistito più di tanto sul fatto che per almeno due volte era stata fermata e maltrattata dalle guardie di frontiera turche e respinta in Iran. Dove le guardie iraniane l’avevano abbandonata al suo destino.

Solo i bambini, con le estremità ormai congelate, venivano soccorsi dagli abitanti di un villaggio.
Come già da tempo denunciavano alcune Ong e un gruppo di avvocati di Van, ai rischi connessi con i rigori invernali bisogna aggiungere quello di venir intercettati dai soldati turchi e di subire maltrattamenti e torture.
E’ cosa nota che i rifugiati vengono utilizzati come “moneta di scambio” dal regime di Erdogan per condizionare la politica dell’Unione europea. Soprattutto per ottenere finanziamenti in cambio del controllo esercitato da Ankara sui flussi migratori.

Solo in quelle prime settimane del 2022 almeno altre tre persone (quelle accertate) erano morte per il freddo, tra la neve e le rocce. Dopo essere state fermate (o meglio: catturate) e rispedite brutalmente oltre frontiera dai militari turchi. Altre invece venivano ormai date per disperse.

Un avvocato di Van, Mahmut Kaçan, aveva raccolto le testimonianze di numerosi rifugiati. Stando alle loro dichiarazioni “la maggior parte dei migranti catturati vengono riportati, senza procedure legali, sulla frontiera iraniana e qui semplicemente abbandonati”. Una persona in particolare aveva raccontato di essere riuscita ad attraversare più volte la frontiera, venendo ogni volta respinta e maltrattata. E mostrava le dita, sia delle mani che dei piedi, completamente ricoperte di ferite.

A un anno di distanza la situazione sembra rimasta tale e quale, se non addirittura peggiorata.
Molti  rifugiati – oltre ad aver subito maltrattamenti e anche torture – denunciano di essere stati regolarmente derubati. Sia del denaro che degli oggetti (vedi i telefoni) in loro possesso.

Non conoscendo quei territori montuosi, impervi “finiscono per smarrirsi in piccoli villaggi dove, già stanchi e affamati per il lungo peregrinare, diventano facile preda di qualche banda armata”.
Criminali che in genere sequestrano qualche membro della famiglia per poi estorcere un riscatto.

In un video diffuso recentemente si vedono alcuni profughi afghani con le mani legate dietro la schiena (alcuni anche imbavagliati), in ginocchio e col viso appoggiato a una parete. In un altro video a un profugo viene troncato di netto un orecchio (a scopo intimidatorio, forse per prevenire tentativi di ribellione) mentre altri, incatenati, vengono frustati.

Del resto la frontiera turco-iraniana è da tempo un luogo di repressione e sofferenza. Non solo per i migranti, ma anche – da anni e anni – per i kolbar (gli “spalloni” curdi ) che cercano di guadagnarsi da vivere contrabbandando merci da un parte all’altra della frontiera. Quella che divide del tutto artificialmente il Bakur dal Rojhilat (rispettivamente, il Kurdistan sotto occupazione turca e quello sotto occupazione iraniana). I kolbar feriti o uccisi dalle guardie di frontiera ormai si contano a decine.

E mentre alla frontiera turco-iraniana vengono ricacciati in Iran i profughi, su quella tra greco-turca sono le forze di polizia di Atene a respingere (o meglio: estradare) in Turchia i dissidenti che chiedono asilo politico.
Mehmet Sayit Demir (membro del consiglio di amministrazione di HDP a Diyarbakir) e sua moglie Feride Demir sono stati prima arrestati, maltrattati, insultati, derubati e poi riconsegnati (del tutto illegalmente, si presume) ai soldati turchi. I due dissidenti avevano attraversato il fiume Evros e intendevano chiedere asilo politico in Grecia. Stando a quanto riferito dal figlio (Azad Demir che vive in Germania) in un primo tempo sarebbero stati dati in consegna dalla polizia militare greca a una “gang” e successivamente ai soldati turchi. Notizia inquietante (anche sul confine turco-greco sarebbero operative “bande criminali” come su quello turco-iraniano?) confermata dall’avvocato della coppia.

Nel 2021 Mehmet Sayit Demir era stato condannato a sei anni e otto mesi di prigione in quanto accusato di legami con la resistenza curda. Un evidente caso di persecuzione politica nei confronti di un dissidente troppo scomodo.

Gianni Sartori.