GRAZIE ALL’IMPEGNO CURDO, DUE BAMBINI FIGLI DI MILIZIANI ISLAMICI DECEDUTI SONO STATI RIMPATRIATI IN AUSTRIA – di Gianni Sartori

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Stando a quanto ha dichiarato Fanar al-Kaeet, un responsabile per gli Esteri dell’amministrazione autonoma curda (notizia riportata in un comunicato del 2 ottobre dell’agenzia AFP) due fratellini rimasti orfani (i cui familiari, legati allo Stato islamico, erano presumibilmente deceduti) sono stati consegnati a rappresentanti degli Esteri austriaci e portati a Vienna. Avvenuto attraverso il passaggio di Samaka (tra il nord-est della Siria e il Kurdistan iracheno) tale rimpatrio risulta tra i primi del genere verso un paese europeo. Un’operazione che ha potuto realizzarsi grazie alle autorità curde delle zone autonome (almeno per ora e comunque relativamente) all’interno dello Stato siriano.

La richiesta all’amministrazione curda veniva direttamente dal Ministero degli Esteri austriaco in risposta alle pressanti domande della nonna dei due piccoli. La loro mamma, austriaca, aveva raggiunto il “califfato” ancora nel 2014, all’età di quindici anni.

Da marzo, con la definitiva sconfitta dello stato islamico, si è posto l’urgente e drammatico il problema dei familiari dei miliziani islamici (in particolare per quelli di provenienza europea). Attualmente sarebbero parecchie migliaia gli stranieri confinati nei campi del nord-est siriano sotto controllo curdo. Tra loro quattromila donne e dodicimila bambini, la metà dei quali – secondo l’ONU – orfani o comunque “non accompagnati”.

Finora a rimpatriare decine di donne e bambini ( e anche qualche miliziano) loro concittadini sono stati soprattutto l’Uzbekistan, Il Kazakistan e il Kosovo. Piuttosto rari invece, almeno finora, i casi di figli di cittadini europei andati a combattere con l’Isis recuperati da paesi europei.

Con questo rimpatrio si è  forse voluto dare un segnale di segno opposto e – stando a quanto affermano fonti del ministero degli Esteri austriaco – altri tre bambini nella stessa situazione dovrebbe essere rimpatriati a breve.

Almeno in questo caso le colpe – innegabili – di padri e madri non ricadranno sui figli, vittime innocenti del fanatismo.

Gianni Sartori

#KURDISTAN – TERRORE DI STATO IN AFRIN – di Gianni Sartori

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Da Afrin invasa e occupata dall’esercito turco e dalle milizie mercenarie giungono notizie di sequestri, maltrattamenti e torture ai danni della popolazione curda. Altre informazioni provengono dai racconti di coloro che sono riusciti a fuggire raggiungendo qualche campo profughi.

Il 24 settembre è avvenuto l’ennesimo inquietante episodio, quando il gruppo islamico “Sultan Murad”, legato allo Stato turco, ha prelevato sei civili dal villaggio di Qurt Qilad (distretto di Shera).

Questi i loro nomi: Mihemed Quma Ehmed, Mihemed Ehmed Reso,  Omer Sahin Moso, Mustafa Abdulqadir Sex Ehmed, Issam Menam Moso e Henan Mihemed Muslin. Sempre il giorno 24 si registravano due rapimenti di studenti (Leyal Deri e Beyan Hemo). In questo caso potrebbe trattarsi dell’opera di una delle bande criminali che imperversano, con il consenso delle forze di occupazione, nella città martoriata.

Tra agosto e settembre sono state oltre 140 le persone rapite, tra cui una trentina di donne. Ovviamente non di tutti i casi si viene a conoscenza, soprattutto quando i sequestri sono opera dei servizi segreti turchi. In particolare le bande jihadiste usano il sequestro per ricattare le famiglie chiedendo un riscatto, ma in molti casi la persona rapita resta desaparecida anche a pagamento avvenuto.

Da parte sua la “polizia militare” si dedica al sequestro di denaro, beni e mezzi di trasporto della popolazione che viene fermata ai posti di blocco.

Recentemente “Rete Kurdistan” ha pubblicato l’ennesima testimonianza raccolta dall’agenzia ANHA.

Ebdo Omer, sequestrato dai miliziani, ha raccontato di essere stato a lungo torturato e di aver assistito alle torture inflitte ad altri civili imprigionati. Ha inoltre voluto testimoniare in merito alla morte di alcuni prigionieri – rinchiusi nelle stesse prigioni, prima di Kefer Zité, poi di al-Rai – sia per tortura che per fame. 

Torturato già in strada al momento della cattura (al punto di provocarne lo svenimento) Ebdo Omer venne successivamente appeso ad un gancio e picchiato con un grosso tubo. Dato che non poteva, anche se avesse voluto, fornire ai suoi carcerieri le informazioni richieste (le posizioni della guerriglia) sulle sue ferite venne versato sale. Come conseguenza delle botte ora non è più in grado di utilizzare il braccio sinistro. E comunque gli è andata ancora bene (visto che ha potuto raccontarla). Perlomeno rispetto ad altri prigionieri deceduti a causa delle torture, assassinati o semplicemente scomparsi senza lasciare traccia.

Un quadro generale che la politologa tedesca, specialista in Turchia, Elke Dangeleit ha interpretato come una “pulizia etnica pianificata contro i curdi in Siria”.

Prosegue intanto anche l’opera di devastazione ambientale per mano dell’esercito turco con l’incendio delle foreste, in particolare nel distretto di Mabata. Le bande integraliste invece hanno abbattuto decine e decine di alberi in quello di Rajo.

Ma, va detto, i curdi non si limitano a subire.

Anche in agosto le Forze di Liberazione di Afrin (FLA) avevano attaccato le truppe di occupazione nel villaggio di Kirame (distretto di Sherawa) uccidendo due soldati. Altri due militari sono stati uccisi nel distretto di Shera.

Questo per quanto riguarda i territori curdi all’interno dello stato siriano, al momento invasi e occupati da Ankara.

In Rojhilat (territori curdi sotto l’amministrazione iraniana), sempre in questi giorni, sono state eseguite altre condanne a morte contro persone curde.

Il 26 settembre, nella prigione di Sanandaj (Sine) è stata impiccata, dopo aver trascorso cinque anni nel braccio della morte, Leyla Zarafshan. Stando a quanto comunicato da Zarafshan (Organizzazione per i diritti umani) la donna sarebbe stata condannata in quanto ritenuta responsabile della morte del marito.

Sempre in Iran, altri quattro detenuti curdi, in carcere per reati comuni, sarebbero stati impiccati il 25 settembre a Urmia (Azerbajan occidentale).

Gianni Sartori

L’IMPRESA DI MAGELLANO? POCO DA FESTEGGIARE, A MIO AVVISO… – di Gianni Sartori

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Conosco Federico dal 2006. All’epoca in quel di Cà Brusà si ritrovarono per tre giorni di dibattiti e altre iniziative contro la Valdastico Sud (A 31) soggetti alquanto eterogenei. Gli anarchici di Rovereto (che avrei rivisto alle manifestazioni contro gli impianti sciistici di Costa d’Agra), i NO TAV dalla Val Susa, vari comitati sorti in prossimità del Brenta (vedi il cromo a Tezze), vicentini in procinto di emettere i primi vagiti No Dal Molin, reduci – inquisiti – dalle giornate di Genova 2001, qualche seguace di Zerzan (i “primitivisti”), Margherita Verlato (sorella del compianto Antonio, insostituibile difensore del paesaggio vicentino) di Italia Nostra, qualche antagonista dell’Alto Vicentino (Francesca), gli immancabili Fausto Schiavetto e Arnaldo Cestaro (sì, quello della Diaz…). E appunto Federico, contadino biologico. Suo, tra  l’altro, l’esperimento di rilanciare nel vicentino la coltivazione del grano monococco.

Proprio Francesca mi raccontò del tentativo di qualche giorno prima di bloccare i lavori della A 31 e del gesto – simbolico, ma comunque sul momento efficace – di Federico che aveva scagliato contro le ruspe la sua bicicletta. In seguito sia Federico che Arnaldo si impegnarono duramente  per rilanciare la lotta, quando nel Basso Vicentino si andava ormai diffondendo la rassegnazione. Ma invano. 

Sappiamo come andò a finire. Grazie a giunte comunali compiacenti, alla Provincia e alla Lega, l’autostrada purtroppo fu realizzata. Anche se in realtà si dovrebbe parlare di una vera e propria discarica in cui vennero letteralmente scaricate (abusivamente, di notte, per essere prontamente ricoperte al mattino) tonnellate e tonnellate di scarti di fonderia conditi con minerali pesanti (ormai saranno arrivati in falda).

Insomma, conoscevo Federico come il nostro José Bové veneto e rimasi quindi leggermente stupito quando, passato a salutarlo in bici, mi sventolò davanti al naso la fotocopia della “Relazione del primo viaggio intorno al mondo” di Antonio Pigafetta (vicentino e cavaliere di Rodi, come veniva specificato). Parlò con entusiasmo di un comitato (l’Associazione Culturale Pigafetta 500) sorto per celebrare l’anniversario del 20 settembre 1519, data della partenza di Ferdinando Magellano per la prima circumnavigazione del globo terracqueo. Dando per scontato che ne avrei scritto, magari su Quaderni Vicentini, venni anche invitato agli incontri settimanali che si svolgevano a Palazzo Chiericati (il Museo Civico). Pur apprezzandone l’energico entusiasmo non nascosi le mie perplessità.

“Ma come? – sospirai – Posso anche capire l’orgoglio vicentino, ma dobbiamo proprio stare a celebrare acriticamente questo preludio funesto della globalizzazione e dell’imperialismo?”.

Sia ben chiaro. Non ho niente di personale contro il Pigafetta. Anzi, ripensando a quando arrivai in città, ragazzino spaesato che fino al giorno prima girava scalzo per i campi e alle sera in stalla andava a filò (uno dei miei nonni era il boaro della fattoria), devo riconoscere che la statua del navigatore in viale Roma rappresentò uno dei primi punti di riferimento, diventato in breve tempo familiare,  per orientarmi nella metropoli. Abituato ad arrampicarmi sugli alberi, fu probabilmente la mia prima, inconsueta, palestra di roccia.

Identico discorso per la storica abitazione in esuberante gotico fiorito (abitavo in via SS Apostoli, nelle immediate vicinanze), affascinato anche dal motto- per quanto all’epoca incomprensibile –  qui inciso (“Il n’est rose, sans espine” in francese antico).

E ricordo poi, altra traccia del Pigafetta, la lapide sulla facciata di una abitazione di Longara (vi abitarono i miei zii) dove – stando alle cronache, ad alcune almeno – l’illustre personaggio sarebbe deceduto. Esistono almeno un paio di altre versioni per cui sarebbe morto nei pressi di Viterbo durante una pestilenza (nel 1527). O ancora più tardi (nel 1531) a Modone in combattimento. A scelta.

Tornando alla lapide citata, chi passa in auto difficilmente la identifica. Ma se l’autobus – o la corriera – rallenta un pochino è all’altezza giusta guardando dal finestrino.

Alla fine non ne ho fatto niente. Non ho presenziato alle riunioni e non ho scritto nulla in merito alla scadenza. Almeno finora.

In compenso mi sono riletto la “Relazione del primo viaggio intorno al mondo ” del Pigafetta, meticolosa trascrizione rielaborata sulla base dei suoi stessi diari (l’originale, dato per perso, venne ritrovato da Carlo Amoretti nel 1797). Riprendendo in mano anche un vecchio libro di Giotto Danieli (“L’impresa di Magellano”, UTET 1965) che tenevo in libreria e ricavandone comunque la conferma sulla legittimità dei miei dubbi.

Leggendoli (anche se non era nelle intenzioni degli autori), possiamo dedurne che Magellano e compagni si comportarono da autentici predatori (vedi i carichi di spezie, i prigionieri imbarcati…), stupratori nei confronti delle donne native e imperialisti (per quanto ante litteram, almeno nel senso che vi attribuiamo).

Avviando una sapiente politica di strumentalizzazione delle faide e conflittualità preesistenti (divide et impera) come nel caso delle armi da fuoco fornite ad un sultano per reprimere le tribù ribelli (alla spedizione punitiva – successiva alla morte di Magellano –  parteciparono direttamente alcuni spagnoli).

E anche esportando i consolidati conflitti tra stati europei, in particolare tra Spagna e Portogallo. Senza dimenticare la sua personale contraddizione, quella  di un portoghese che aveva rinunciato alla propria nazionalità per mettersi al servizio degli spagnoli (un vezzo – o una necessità – comune a molti altri navigatori: Colombo, Vespucci, Verrazzano, i due Caboto…).

Ma cosa accadde nelle Indie orientali quel 27 aprile 1521 quando Magellano venne abbattuto dagli isolani, guidati da Lapu-Lapu, a Mactan?

Stando a quanto riferisce il Pigafetta, raggiunte le Filippine vi trovarono indigeni disponibili  a scambiare mercanzie (perline e specchietti in cambio di cibarie e spezie). Parecchi ne convinsero, per amore o per forza (nella “Relazione” si riferisce addirittura di un presunto miracolo!), a dichiararsi cristiani (con l’immancabile contorno di idoli “pagani” dati alle fiamme) e sudditi del re di Spagna. In particolare il re e la regina di Cebu, quasi due collaborazionisti, magari controvoglia. Come non cogliere l’analogia con l’esportazione – in epoca più recente – della “democrazia” anche a cannonate? Non potevano mancare i soliti dissidenti rompiballe che però alla fine – in parte – sembrarono rassegnarsi. Soprattutto  dopo che Magellano in persona li aveva minacciati di morte. Cito testuale: “Allora il nostro Capitano fece chiamare tutti li principali del Re, e disseli, se non obbedivano al Re come suo Re, li farebbe ammazzare e daria (un venetismo? nda) la sua roba al Re. Risposero che lo obbedirebbono”.

E più avanti è sempre il Pigafetta a riportare un’altro episodio significativo: “Innanzi passassero otto giorni furono batizzati tutti de questa isola (Subu nda), e de le altre alcuni. Brusassemo (altro venetismo? nda) una villa per non voler obbedire al Re né a noi, la quale era in un’isola vicina, a questa”. Per la cronaca, il villaggio incendiato per essersi rifiutato di convertirsi si chiamava Bulaja (lo precisa il Pigafetta più avanti) e si trovava nell’isola di Mactan. Non ancora soddisfatto, a questa isola Magellano aveva imposto un consistente tributo di riso, miele, capre e maiali per le necessità dei suoi marinai e soldati. I rifornimenti arrivarono, ma in quantità molto inferiore alle richieste (una protesta per l’incendio di Bulaja?). Per Magellano e soci, una evidente mancanza di rispetto per la corona spagnola da loro rappresentata, uno sgarbo da punire col ferro e col fuoco.

UNA PICCOLA LITTLE BIGHORN DELLE INDIE ORIENTALI

Fu così che  avventatamente tre battelli con 60 uomini in armi navigarono nottetempo verso l’isola insubordinata. Al seguito, una trentina di piroghe con un migliaio di indigeni presunti collaborazionisti (ma non si esclude che si trattasse di una trappola ben congegnata) che in teoria avrebbero dovuto dar man forte. All’alba del sabato 27 aprile, dopo un’inutile tentativo di trattativa, attaccarono.  Al momento di sbarcare scoprirono l’acqua bassa e ingombra di scogli. Quindi le imbarcazioni rimasero alla fonda troppo lontano dalla costa per intervenire in aiuto a colpi di bombarda.

Una cinquantina di spagnoli (balestrieri e moschettieri) scesero dalle barche con intenti bellicosi, ma a guado, con l’acqua a mezza gamba.

Una decina rimase nella vicinanza delle barche, a guardia.

Nel frattempo il re della piccola isola, abitata da poche centinaia di persone, aveva fatto arrivare un altro migliaio di guerrieri, armati di lance di legno con punte di pietra (se vogliamo: la rivincita del paleolitico) dalle isole vicine. Inoltre aveva fatto costruire palizzate difensive e scavare fossati disponendo i guerrieri in tre squadre. Una per opporsi frontalmente agli invasori, le altre lateralmente, nascoste tra la vegetazione per colpirli su entrambi i fianchi.

Pare che gli europei, pensando forse di terrorizzare gli indigeni, avessero aperto il fuoco con troppa veemenza, in anticipo. Palle dei moschetti e dardi delle balestre non raggiungevano gli indigeni o comunque non scalfivano, a causa della distanza,  gli scudi di legno. E intanto, approfittando dei momenti in cui gli spagnoli dovevano ricaricare le armi, gli indigeni lanciavano centinaia di frecce, lance, pietre aguzze. Avendo nel frattempo compreso che le corazze non proteggevano interamente gli intrusi, miravano alle gambe (rimaste nude, in quanto erano sbarcati a guado), al volto, alle braccia.

Come diversivo, Magellano ordinò allora di incendiare  le capanne di un villaggio ottenendo soltanto di aizzare ulteriormente la rabbia e il desiderio di vendetta degli isolani.

Venne colpito da un paio di frecce (prima alla gamba destra, poi al braccio destro), mentre la maggior parte dei suoi fuggivano disordinatamente in preda al panico. Sorretto e difeso dal fedele Pigafetta (“fuggirono, sicché siamo da 6 a 8 col Capitano” scriverà Pigafetta con malcelata indignazione per il vile comportamento dei commilitoni), tentò invano di ritirarsi dalla battaglia. Inseguito anche nell’acqua bassa, questo sparuto manipolo continuò a combattere per almeno un’altra ora. In condizioni disperate mentre gli indigeni, avendolo individuato, miravano soprattutto al “Comandante Generale”. Colpito anche alla gamba sinistra, pare da una sorta di scimitarra, Magellano piombò nell’acqua riverso. E, stando al racconto del vicentino, gli isolani ribelli gli si scagliarono addosso in massa per ucciderlo. Così moriva “lo specchio, il lume, il conforto e la vera guida nostra”. 

In tutto caddero otto spagnoli e cinque indigeni “convertiti” che incautamente si erano schierati con gli invasori. Altri morirono successivamente per le ferite riportate. Una quindicina invece le vittime tra i nativi insorti.

Il suo corpo non venne riconsegnato, ma conservato dagli indigeni come legittimo trofeo.

Volevo concludere con una piccola provocazione.

Ossia con la proposta di sostituire il cenotafio a Magellano qui eretto (sempre che esista ancora) con un monumento alla Resistenza dei popoli nativi contro gli invasivi europei. Ma poi ho scoperto che si era già provveduto innalzando una grande statua di bronzo, alta ben quattro metri e armata di scimitarra, in onore di chi lo sconfisse. Meglio che niente (e pazienza se dopo questo articolo mi verrà tolta la cittadinanza per disfattismo…).

Gianni Sartori

MA BOLSONARO XEO VENETO? MADONA SPEREMO DE NO… – di Gianni Sartori

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“La follia veneta”. Con questo titolo usciva nel 1981un libro del giornalista Mino Monicelli. Parlava d’altro, d’accordo (e forse equivocava). Ma mi sembra adattissimo per definire quanto avvenne al momento dell’elezione del presidente brasiliano Bolsonaro.

All’epoca un manipolo di leghisti si fece immortalare reggendo uno striscione con su scritto “Bolsonaro orgoglio veneto” e definendolo ambasciatore della nostra regione nel mondo. Robe da pazzi, appunto. Eppure già allora si sapeva chi fosse il personaggio (sulle cui radici venete comunque non tutti concordano): fautore della deforestazione, complice degli allevatori, omofobo, maschilista, razzista …

Proprio in queste ore sta emergendo con tutta evidenza come gli autori dei recenti, devastanti incendi dolosi (vedi le intercettazioni telefoniche) agissero incoraggiati – e anche per sostenerla- dalla nuova politica di radicale deforestazione adottata dal presidente nei confronti dell’Amazzonia. Mentre le foreste bruciano lui (dopo aver lasciato mano libera alle multinazionali che le distruggono per fare spazio alla soia e agli allevamenti) fa il “sovranista”, l’offeso. Già in precedenza, di fronte ai dati forniti dall’INPI (Istituto nazionale del Brasile di ricerca spaziale), non trovava di meglio che estrometterne il responsabile. E intanto nell’ultimo anno la deforestazione amazzonica è cresciuta del 60%.

Nel suo delirio si è spinto ad accusare le organizzazioni ambientaliste di aver provocato gli incendi per screditarlo di fronte all’opinione pubblica.

Non mancano naturalmente affinità, sia culturali che caratteriali, tra Bolsonaro e alcuni leader leghisti (veneti e non). E anche significative convergenze ideologiche. Tra le altre, il sostanziale negazionismo in materia di cambiamenti climatici.

Anche nell’ultimo bilancio approvato dalla Giunta regionale non c’è nessun capitolo, nessun investimento per la lotta ai cambiamenti climatici.

Si continua invece ad autorizzare disboscamenti a favore dell’ormai monocultura del Prosecco.

Quindi, tornando al Bolsonaro, altro che “ambasciatore dei valori veneti” e “modello per i nostri emigranti nel mondo”!

Da veneto (nonno della Val d’Astico, nonna dei Monti Rugoloni – Colli Euganei), affermo che se Bolsonaro fosse veramente di origini venete, andrebbe considerato più che altro una vergogna per la nostra regione. Ugualmente dovrebbero vergognarsi quei leghisti veneti che esultarono pubblicamente al momento della sua nomina a presidente.

Gianni Sartori

#VENETO – “1439: galeas per montes” nuovo libro di Ettore Beggiato

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E’ recentemente uscito il nuovo volume di Ettore Beggiato “1439: galeas per montes. Navi attraverso i monti”.

L’autore che aveva sempre privilegiato l’ottocento veneto nelle sue ricerche, dal plebiscito-truffa del 1866 all’insorgenza veneta del 1809, dall’ultima vittoria della Serenissima a Lissa ancora nel 1866 alla Repubblica Settinsulare di Corfù nel 1800, questa volta si concentra su una straordinaria impresa della Serenissima che, nel 1439, riuscì a portare un’intera flotta dall’Arsenale di Venezia fino a Torbole, nella punta settentrionale del Lago di Garda, risalendo il fiume Adige fino a Mori, in provincia di Trento, e superando il passo di San Giovanni posto a 264 metri, allo scopo di aggirare l’assedio portato dai Visconti alla città di Brescia.

Un “fatto meraviglioso e quasi incredibile, se non fosse stato seguito sotto gli occhi di migliaia di testimoni, e non venisse celebrato da tutti gli scrittori” come venne scritto all’epoca e che purtroppo è ancora poco conosciuto ai nostri tempi e Ettore Beggiato giustamente sottolinea e denuncia come la storia veneta continui ad essere sistematicamente nascosta e mistificata dalla scuola italiana e dalle élites culturali che vanno per la maggiore in Italia: basti pensare a come tutti conoscano la straordinaria impresa di Annibale che nel 218 avanti Cristo attraversò le Alpi con gli elefanti e nello stesso tempo venga ignorata questa altrettanto straordinaria impresa della Serenissima.

Nell’agile volumetto l’autore parte dal contesto storico dell’epoca, presenta l’impresa con diverse, preziose testimonianze degli storici dell’epoca, per arrivare alla pace di Lodi (1454), dedicando delle schede ai capitani di ventura, al doge dell’epoca, Francesco Foscari e ai Visconti. Particolarmente interessante il testamento del doge Tommaso Mocenigo, un vero e proprio spaccato della Serenissima del 1400.

Renzo Fogliata, Aldo Rozzi Marin e Matteo Grigoli, nelle rispettive presentazioni mettono in risalto aspetti singolari del volume e della Repubblica Veneta; una nota particolare va alla copertina che raffigura una tavola tratta dall’ottocentesco volume “Storia Veneta” di Giuseppe Gatteri dipinta da Luciano Serraglia.

Il volume è stato curato da Editrice Veneta di Vicenza e sarà in libreria a 10 euro.

Marco Dal Bon

 

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1- Venezia – La flotta esce dall’Arsenale

2- Imbocca la foce dell’Adige

3- Verona – Nell’Adige c’è poca acqua  e sulle imbarcazioni vengono applicati dei “galleggianti”

4- Mori (Tn)  – Il convoglio viene portato in secca attraverso macchinari appositamente costruiti

5- Viene trascinato fino al Lago di Loppio, 230 metri sul livello del mare, poi supera il Passo di San Giovanni, a 264 metri

6 – Torbole (Tn) – Attraverso una discesa molto pericolosa arriva al Lago di Garda.  

#Corsica – #LinguaLocale – iniziano i corsi di Praticalingua

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Si sono aperte le iscrizioni per il 2019 a Praticalingua, l’associazione che cura l’insegnamento della Lingua Corsa, per difenderla e tramandarla sempre più.  La novità più eclatante è l’apertura di altre due sedi sul territorio, a Corti e a Moriani, che si aggiungono alla sede iniziale di Bastia.

Ogni altra informazione si può trovare sul rinnovato sito internet, cliccando >qui<  o scrivendo  a praticalingua@gmail.com

VENETO – PREGHIERA PER QUATTRO SPADE SPEZZATE – di Gianni Sartori

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Ez dute uzten maitatzen gauean

ez agurrik ez negarrik gauean

ez zergatik ez norarik gabe

sirenotsa garraixi bakarra gauean”

Anche quando per tutti e per sempre “rende” tornerà ad essere soltanto la terza persona dell’indicativo presente del verbo rendere, quando il nome di sfruttatori e aguzzini sarà definitivamente disperso nelle nebbie del nord-est…. il battito dei loro nomi – Antonietta, Lorenzo, Angelo, Alberto – risuonerà intenso nelle mente e nel cuore di chi avrà fame e sete di giustizia. Hanno lottato, hanno combattuto. Hanno perso? Forse. O forse no. Riposino in Pace. Come è giusto e così sia. Compagni per sempre.

“…NON VOGLIAMO DISCUTERE DI FRONTE AL NEMICO LA LORO MORTE…

A 40 ANNI DALLA MORTE DI ANTONIETTA, ANGELO, ALBERTO, LORENZO

Negli anni settanta del secolo scorso il protagonismo politico e sociale delle classi subalterne conobbe una forte radicalizzazione. Anche nel Veneto, considerato, forse a torto, una sorta di “Vandea” bianca e bigotta. Ma che era stato periodicamente percorso da stagioni di lotte significative: dal “furto campestre di massa” a La Boje, dalle “Leghe bianche” (che in genere operavano come quelle “rosse”) alla Resistenza (v. i durissimi rastrellamenti del 1944: Malga Zonta, Asiago, il Grappa, il Cansiglio…).

Senza dimenticare la rivolta operaia di Valdagno del 19 aprile 1968. E non mancarono, dalla Bassa padovana all’Alto Vicentino, componenti libertarie. All’inaugurazione di una delle prime sedi sindacali a Schio partecipò Pietro Gori (l’autore di Addio Lugano bella). Una tradizione testimoniata da personaggi come il compagno anarchico “Borela”, un Ardito del Popolo che accolse i fascisti in marcia verso Schio a pistolettate. Per non parlare di uno dei fondatori del Pcd’I, Pietro Tresso (“Blasco”, comunista dissidente, ucciso in Francia da agenti della Ghepeù stalinista) e di Ferruccio Manea (il “Tar”), eroico comandante partigiano ricordato da Meneghello in “Piccoli maestri”. Tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta a Vicenza era presente un gruppo anarchico, il MAV, molto attivo nella denuncia delle istituzioni totali. Altri gruppi a Schio, Valdagno e Marano vicentino (Circolo operaio anarchico).

Di questa tradizione si alimentarono le lotte di autodifesa proletaria contro i devastanti progetti capitalisti degli anni settanta. Progetti che trasformarono gran parte della terra veneta in un’alienante territorio urbanizzato, il modello nordest della “fabbrica diffusa”. Contro la drastica ristrutturazione produttiva (licenziamenti, lavoro nero e precario, intensificazione dello sfruttamento, inquinamento ambientale…) sorsero alcune inedite forme di autorganizzazione come i Gruppi Sociali, i Coordinamenti Operai, l’Opposizione Operaia. I metodi non furono sempre eleganti, ma sappiamo che “non è un pranzo di gala”.

La nuova Resistenza fu particolarmente attiva lungo la fascia pedemontana dell’Alto Vicentino in località come Schio, Piovene, Thiene, Lugo, Chiuppano, Sarcedo, Calvene, Bassano…

Il 7 Aprile 1979 è passato alla Storia come la data dell’arresto di alcuni esponenti dell’area dell’Autonomia Operaia organizzata (Negri, Vesce, Ferrari Bravo…). Nel vicentino la mobilitazione è immediata. Per l’11 aprile è prevista una manifestazione nazionale a Padova e la sera precedente a Schio si organizza un’affollata assemblea del movimento. In seguito i partecipanti rischieranno di essere incriminati perché l’assemblea pubblica verrà classificata come “riunione del servizio d’ordine” in cui sarebbero stati pianificati futuri attentati. L’11 aprile la manifestazione nazionale si svolse al Palasport dell’Arcella (Padova) con la partecipazione di circa seimila persone. Ma contemporaneamente a Thiene esplodeva una bomba rudimentale uccidendo i tre giovani che la stavano confezionando. Si trattava di Antonietta Berna (22 anni), Angelo Dal Santo (24 anni) e Alberto Graziani (25 anni), tre noti e attivi militanti dell’Alto Vicentino.

Resasi indipendente dalla famiglia, Antonietta viveva di lavoro nero svolto a domicilio. Angelo Dal Santo, operaio, nel 1978 era entrato nel consiglio di fabbrica della LIMA di Lugo.

Grazie al suo impegno i lavoratori di questa fabbrica metalmeccanica avevano ottenuto migliori condizioni normative e salariali. Aveva poi organizzato picchetti e ronde contro gli straordinari. Partecipò all’occupazione di case sfitte e della “Spinnaker”. Ai suoi funerali, oltre a centinaia di compagni, erano presenti tutte le operaie di tale fabbrica.

Alberto Graziani, studente universitario, aveva preso parte a tutte le iniziative del movimento: lotte per la casa e contro gli straordinari, organizzazione di precari e disoccupati…

In un comunicato del 1° maggio 1979 i tre militanti vennero ricordati dal “Comitato per la liberazione dei compagni in carcere”:

Come movimento comunista, al di là delle attuali differenze interne, rivendichiamo la figura politica di questi compagni. Maria Antonietta Berna, Angelo Dal Santo, Alberto Graziani sono stati parte integrante nella loro militanza di tutte le lotte dei proletari della zona. Sono morti esprimendo la rabbia, l’odio, l’antagonismo di classe contro questo Stato, contro questa società fondata e organizzata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nessuna disputa di linea politica e le differenziazioni di impostazione e di analisi e di pratica dentro il movimento possono offuscare e negare l’appartenenza di questi compagni all’intero movimento rivoluzionario, a tutti i comunisti. Di fronte all’iniziativa del nemico di classe, alle iniziative repressive, al terrore fisico e psicologico, al terrorismo propagandistico, allo stravolgimento e strumentalizzazione dei fatti, l’intero movimento di classe deve rivendicare a sé questi compagni caduti, per non dimenticare, per ricordare. Non vogliamo discutere di fronte al nemico la loro morte, essa vive oggettivamente e soggettivamente dentro il movimento di classe in Italia, alla sua altezza e nelle sue difficoltà, nel suo sviluppo fatto con la vita e con la morte di migliaia di compagni lungo una strada che porti fuori dalla barbarie capitalistica e dalla miseria del socialismo reale, per il comunismo. A questa strada difficile questi tre compagni hanno dato comunque il loro contributo, la loro vita. Per questo, oggi più che mai, sono con tutti noi”.

La sera stessa arrivano i primi arresti. Vengono incarcerati Chiara, moglie di Angelo; Lucia, compagna di Alberto; Lorenzo, compagno di Antonietta. Nel giro di poche ore anche Corrado e Tiziana che abitavano con Chiara e Angelo. Un altro ordine di cattura viene spiccato contro Donato, al momento irreperibile. Nel frattempo vengono eseguite decine di perquisizioni e si effettuano numerosi fermi. Un gran numero di posti di blocco trasforma i dintorni di Thiene in un quartiere cattolico di Belfast. Tutti coloro che in qualche modo avevano a che fare con il Gruppo Sociale di Thiene rischiano ora l’incriminazione per banda armata. Agli arrestati vengono contestati: l’appartenenza ad una associazione sovversiva costituita in banda armata; il concorso nella fabbricazione dell’ordigno esplosivo e nella detenzione di armi; il concorso in tutti gli episodi avvenuti nel Veneto negli anni precedenti. Fino al concorso morale nella morte dei tre giovani di Thiene. In un documento presentato da un imputato alla Corte d’Assise (“Quegli anni, quei giorni, autonomia operaia e lotte sociali nel Vicentino: 1976-1979”) viene riportato che “la sera dell’11 aprile Chiara, Lucia e Lorenzo vengono condotti all’obitorio dell’ospedale di Thiene e lì costretti al riconoscimento dei corpi straziati e devastati”. E aggiunge “…il riconoscimento venne effettuato con criteri infami usandolo come deterrente per tutti i compagni”.

Lorenzo Bortoli (operaio decoratore alla Blue Bell di Bassano, 25 anni) subisce l’isolamento totale per quasi un mese. Dopo l’isolamento viene messo in cella con un altro imputato che starebbe già collaborando con i giudici, all’insaputa di tutti. Ricorda un suo amico che “gli si è voluto spezzare violentemente ogni possibilità di socializzazione, di vivibilità, di solidarietà all’interno del carcere, costruendogli addosso e attorno una realtà che solo attraverso la decisione di darsi la morte poteva negare”. Il primo tentativo di suicidio è del giorno 11 maggio con una ingestione di Roipnol. La direzione del carcere cercherà, invano, di farlo passare come un episodio di uso di sostanze stupefacenti. Numerose mozioni del Comitato Familiari che esprimono preoccupazione per la vita di Lorenzo, saranno sottoscritte da consigli di fabbrica e di quartiere. Anche sindacati e partiti intervengono affinché si ponga fine alla detenzione del giovane garantendogli la possibilità di ricostruirsi un equilibrio psico-fisico. Ma tra il primo e il secondo tentativo di suicidio (22 maggio) i magistrati spiccano un nuovo mandato di cattura accusandolo di aver preso parte ad alcune rapine. In realtà in quei giorni Lorenzo si trovava al lavoro. Il 29 maggio l’avvocato Carnelutti, suo difensore, presenta un’istanza con cui chiede la libertà per Lorenzo Bortoli e per Chiara Dal Santo che tra l’altro aspetta un figlio. La richiesta è motivata da “gravi e preoccupanti motivi di salute”. E ancora, quasi una premonizione: “Un possibile irreparabile danno all’integrità psico-fisica dei due giovani peserebbe sul processo”.

Ma il 31 maggio l’istanza viene respinta e le accuse ribadite, anche l’omicidio colposo nei confronti di Antonietta Berna. Il 18 giugno Lorenzo Bortoli viene trasferito con destinazione Trento. Sosta nel carcere di Verona e viene sistemato in una cella da solo. L’avvocato Carnelluti deposita a Vicenza un’istanza (che fa arrivare direttamente al G.I.) in cui segnala “il delicato stato di salute di Lorenzo Bortoli (fra l’altro reduce da due autentici tentativi di suicidio e da provocazioni di un coimputato assai sospetto) e mi preoccupo per l’atmosfera squallida di un carcere che non è certamente tra i migliori. Perché questa scelta? Da chi viene?”. Raccomanda inoltre di “valutare attentamente l’intenzione del mio difeso di restare solo in cella dal momento che le esperienze negative del passato legittimano il sospetto che ogni compagno di cella possa essere un provocatore”. Ma ormai il destino di Lorenzo sta per compiersi. Si toglie la vita impiccandosi nella notte tra il 19 e il 20 giugno**. Il suo ultimo desiderio, quello di poter essere sepolto con Antonietta si realizzerà solo in parte: le due tombe sono distinte ma comunque vicinissime. L’11 aprile 2019 – a 40 anni dal tragico evento – a Thiene, davanti all’ex abitazione di Bortoli, si è svolta una manifestazione in memoria dei quattro militanti.

Gianni Sartori

*nota 1: Per una serie di vicende personali chi scrive non ha partecipato di persona alle lotte della seconda metà degli anni settanta di cui si parla nell’articolo. Credevo anzi di aver concluso la mia militanza (iniziata davanti alla caserma statunitense Ederle nell’ottobre 1967), con le manifestazioni del settembre 1975 al consolato spagnolo di Venezia per protestare contro la fucilazione di due etarras e di tre militanti del FRAP. A farmi ricredere, nel 1981, la morte per sciopero della fame di Bobby Sands e di altri nove repubblicani dell’IRA e dell’INLA (contemporaneamente a quella di un prigioniero politico basco dei GRAPO). Quindi soltanto negli anni ottanta ho conosciuto alcuni di quei compagni dell’Alto Vicentino che avevano subito la repressione del 7 aprile. La mia prima impressione fu che in questa area pedemontana la “breve estate dell’Autonomia” avesse avuto caratteristiche simili a quelle dell’Irlanda del Nord e di Euskal Herria, sviluppando un’idea di “società molto orizzontale” (così Eva Forest mi spiegava la lotta dei baschi).

** nota 2:Come risulta evidente dal documento qui sotto riportato, la tragica fine di Lorenzo suscita l’indignazione – a livello locale – addirittura del PCI, il partito ritenuto mandantedell’operazione “7 Aprile” di Calogero. Comitato di zona Partito Comunista Italiano, “Un suicidio che riempie di sdegno, Thiene 21-6-79 “Apprendiamo con profondo sgomento e indignazione la notizia della morte, nel carcere di Verona, di Lorenzo Bortoli. E’ accaduto ciò che si temeva e ciò che le forze dell’amministrazione della giustizia erano tenute ad evitare. Era infatti evidente che dopo 2 tentativi di suicidio Lorenzo Bortoli si trovava in uno stato psicofisico di estrema prostrazione e che, in mancanza di cure adeguate, di un’attenta assistenza e sorveglianza, di un trattamento più umano e non assolutamente segregante, non avrebbe desistito nel suo intento di togliersi la vita. Proprio queste cure, questa assistenza, avevamo sollecitato aderendo all’appello del 30 Maggio lanciato da alcune personalità e cittadini democratici sul Giornale di Vicenza. Anche alla luce di ciò, il comportamento delle autorità giudiziarie e dell’amministrazione carceraria è tale da suscitare sdegno e riprovazione, in quanto si è dimostrato insensibile e incurante verso il diritto fondamentale di ogni essere umano: il diritto alla vita, e verso i diritti costituzionali di un imputato di potersi difendere, nella pienezza delle proprie facoltà intellettuali e fisiche, dalle accuse mossegli. Il suicidio di Lorenzo Bortoli è quindi un fatto di eccezionale gravità. Le responsabilità nel comportamento delle autorità carcerarie e giudiziarie vanno perciò indagate e punite, per salvaguardare i valori dello stato di diritto e le garanzie che la Costituzione da ad ogni cittadino.”

Bibliografia minima:

1) “Quegli anni, quei giorni – autonomia operaia e lotte sociali nel Vicentino: 1976-1979

(E’ un testo ricco di informazioni di carattere storico, indispensabili per comprendere il contesto dei tragici avvenimenti del 1979. Realizzato da un imputato vicentino del processo “7 Aprile-Veneto”, fotocopiato in proprio – pro manuscripto – forse reperibile in qualche Centro di documentazione ndr)

2) “E’ primavera. Intervista a Antonio Negri” di Claudio Calia, BeccoGiallo edizioni, 2008 (a fumetti, con tutte le riserve su Toni Negri naturalmente)

3 “Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie” (2 volumi) a cura di S. Bianchi e L. Caminiti, DeriveApprodi, 2007

4) “Anni di sogno e di piombo” di Alessandro Stella, Ed. Arcadia 2015

5) Ed eventualmente, per conoscere anche l’altra campana: “Terrore Rosso – dall’autonomia al partito armato” Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, editori Laterza, 2010 –

6) La follia veneta – Come una regione bianca diviene culla del terrorismo” Mino Monicelli, Editori Riuniti, 1981 (datato, ma ancora interessante per comprendere il clima dell’epoca)

#Südtirol – CAMPO D’ISARCO – Il nuovo libro di Günther Rauch

Tagebuch Wachsoldaten Brisanz Attentat in Eppan

Il nuovo libro di Günther Rauch, dedicato al diario di una guardia del campo ‘Campo d’Isarco’, promette ulteriori rivelazioni sui crimini di guerra italiani.

COMUNICATO STAMPA DEGLI ORGANIZZATORI DELLA COMMEMORIAZIONE DEL PROSSIMO 7 SETTEMBRE.

 Er hat sich von den vielerlei Einschüchterungsversuchen nicht ablenken lassen und seine mühevollen Recherchen fortgesetzt: Pünktlich zur Gedenk- und Mahnwache der Schützen und Heimatvereine am 7. September in Blumau erscheint ein neues, von Günther Rauch geschriebenes Buch über die italienischen Kriegsverbrechen und mit neuen Belegen über das faschistische Konzentrationslager.

Wie Roland Lang, der Obmann des unlängst gegründeten und für die Herausgabe des Buches verantwortlich zeichnenden „Verein Südtiroler Geschichte“ bekannt gibt, trägt das 230 Seiten starke und reich bebilderte Buch den Titel „KZ Campo d’Isarco: Tagebuch eines Wachsoldaten“.

„Es ist eine Quelle von besonderer Bedeutung“, betont Roland Lang, der als Obmann des Südtiroler Heimatbundes auch Mitträger der Gedenk- und Mahnwache ist. „Denn der aus dem Trentino stammende Wachsoldat tat etwas, was nur ganz wenige Soldaten getan haben: Er schrieb ein „Diarium“, in dem er festhielt, was ihn im KZ Prato d’Isarco und danach im grausamen Treiben gegen Rebellen am Balkan besonders tief bewegte.“ Sein Soldatenleben wurde bereits wenige Wochen nach seiner Einberufung zum Militärdienst im italienischen Armeekorps in Bozen und seiner Wachposten-Übernahme im KZ Camp d’Isarco zu einem gefühlsbetonten und gewissermaßen zu einem irrationalen Erlebnis. Zum Beispiel: die vom Scharfschützen seinem Tagebuch aufgezeichneten Erzählungen über die Härte des von den faschistischen Milizen gestellten Lagerkommandanten und die Flucht von sieben britischen Gefangenen aus „der Hölle von Prato d’Isarco“ erinnern in vielem an den Spielfilm „Gesprengte Ketten“ mit Steve McQueen. „Plastisch und packend stehen die Dinge vor einem, denn der italienische Scharfschütze, der uns Episoden aus den letzten Faschismusjahren schildert, hat sie miterlebt“, so Roland Lang.

Das brandneue Buch von Günther Rauch ist als Fortsetzung und Ergänzung des im September 2018 erschienenen und bereits nach wenigen Wochen vergriffenen Buches „Italiens vergessenes Konzentrationslager ‚Campo d’Isarco‘ bei Bozen (1941 – 1943)“ zu verstehen.

Mit der Schilderung der von Benito Mussolini eingeleiteten sittlichen und kulturellen Verwüstungen und in Gang gesetzten Kriegseskalationen und mit der erstmaligen Veröffentlichung von Auszügen des von einem Trentiner Soldaten geschriebenen „Diariums“ wirft das von Rauch verfasste Werk ein neues Licht auf die ungeheure Radikalität und Destruktivität, die nach der Machtübernahme der Schwarzhemden von Italien auf ganz Europa übergesprungen ist. Es ist der Beginn einer der erschütterndsten Tragödien der Geschichte des alten Kontinents.

„Viel zu leicht hat man die Worte und Taten des Duce beseitegelegt“, schreibt Roland Lang: „Mit der Veröffentlichung von Auszügen des Tagebuchs des italienischen KZ-Wachsoldaten will der ‚Verein Südtiroler Geschichte‘ dazu beitragen, dass die dunklen Kapiteln der Geschichte unserer Heimat Südtirol und die schwarzen und braunen Verbrechen weder banalisiert werden noch verblassen“.

In dem neuen Buch werden mehrere sträflich verdrängte Kapitel der italienischen Aggressions- und Kriegsgeschichte in Erinnerung gerufen. Unter anderem werden einige bisher weitgehend unbekannt gebliebene Geschehnisse enthült, die sich im Zusammenhang mit dem am 27. August 1935 von Mussolini absolvierten Truppenbesuch am Nonsberg und der in Bozen abgehaltenen Sitzung des italienischen Ministerrates zur Einleitung des mit Genozid-Charakter geführten Abessinienkrieges abgespielt haben.

Das neue Buch von Günther Rauch wird in diesen Tagen fertiggedruckt, um pünktlich am Samstag, 7. September zu erscheinen. An diesem Tag findet von 18.00 bis 19.00 Uhr in der Breiener Straße in Blumau die von den Schützen und den Heimatverbänden anberaumte Gedenk- und Mahnwache statt, um an die im italienischen KZ „Campo di concentramento Prato d’Isarco“ gefangengehaltenen Regimegegner und Soldaten der alliierten Truppen zu erinnern.

Im Anschluss an die Veranstaltung laden die Karneider Schützenkompanien zu einem kleinen Imbiss und Umtrunk ein. Im Kulturhaus ist auch das neue Buch „KZ Campo d’Isarco – Tagebuch eines Wachsoldaten“ gegen eine Spende erhältlich.

Für das Gedenkkomitee

Roland Lang