La questione tirolese – 02/04/2013 – intervista con Eva Klotz – di Gianni Sartori

Pubblichiamo sul nostro Blog un’intervista, rilasciata qualche anno fa, con Eva Klotz, esponente di punta dell’Indipendentismo SudTirolese, che affronta i temi relativi all’Autodeterminazione dei Popoli.

20

Intervista di Gianni Sartori con Eva Klotz

Per molto tempo parlare di Tirolo nella penisola italiana è stato come parlare di Paesi Baschi a Madrid: inevitabile scontrarsi con ignoranza e malafede mischiate a indifferenza e ostilità. Con la speranza che qualcosa sia effettivamente cambiato, osservo che le analogie con Euskal Herria non finiscono qui. Sia i baschi che i tirolesi, popoli legati alle montagne, ben consapevoli della loro identità e determinati nel difenderla, sono divisi in due da un confine statale. Entrambi hanno poi subito tentativi di “pulizia etnica” da parte di regimi fascisti (la “limpieza” invocata da Franco) e una dura repressione (uno scenario da “guerra sporca” con utilizzo di tortura e squadre della morte…) anche in regime democratico. E, coincidenza, spesso con manovalanza fascista.
Altra analogia, il rapporto tra “Vascongadas” e Navarra. Ricorda quello del Sud Tirolo con il Trentino (Welsch Tirol, il Tirolo Gallico). Non è un caso se la sezione di Pergine e Caldonazzo degli Schutzen (il corpo dei “difensori della patria” di Andreas Hofer che si oppose alle truppe di occupazione napoleonico-bavaresi) è intitolata a Giovanni Sartori che guidò gli Schutzen di Trento nella medesima resistenza.
Per saperne di più ne abbiamo parlato con Eva Klotz, militante storica della lotta per l’autodeterminazione e figlia del patriota tirolese Georg Klotz.

1)D. Pensando ai partiti di riferimento della comunità tirolese, come si presenta il panorama politico in Sud Tirolo dopo le recenti elezioni?

R. Smentendo i pronostici, la Sudtiroler Volkspartei (SVP) è uscita rafforzata dalla ultime parlamentari. In campagna elettorale aveva puntato sulla paura sostenendo che l’autonomia era in pericolo e raccogliendo i voti anche di coloro che non pensano nemmeno lontanamente a iscriversi. Tutti si aspettavano un calo consistente a causa di alcuni scandali che ne avevano incrinato l’immagine. In particolare per le condanne di un ex membro della Giunta provinciale (due anni di lavoro sociale) e di altri impiegati del gruppo che in Provincia gestiva l’energia elettrica. La SVP ha insistito sulla necessità di “mandare dei tirolesi a Roma per difenderci”.
In questa occasione si è ulteriormente agganciata ad un partito statale (Il PD) e quindi all’Italia. A mio avviso quelli della SVP ormai fanno una politica prettamente italiana, sono sempre più agganciati all’Italia (non solo a livello politico, ma anche di mentalità, culturale) con effetti devastanti per il popolo tirolese. I voti di SVP sono stati determinanti per consentire al PD di conquistare il bonus alla Camera dei deputati.
Secondo partito, Die Freiheitlichen (una formazione politica che si ispira al FPO di Jorg Haider) che è nato nel 1992 in contrapposizione a Union fur Sudtirol. Auspica un Sud-Tirolo indipendente, ma sottovaluta il principio dell’autodeterminazione, un diritto che va applicato in senso democratico. Si può arrivare ad uno stato indipendente con la democrazia diretta, con un referendum dove ognuno può partecipare e contribuire; non per decisione di un solo partito rischiando di incrinare ciò che sta alla base del nostro diritto all’autodeterminazione. Un diritto, lo sottolineo, che ci spetta in quanto siamo stati strappati dal Tirolo, dall’Austria contro la nostra volontà, senza consultazioni.
E poi naturalmente ci siamo noi, Sued-Tiroler Freiheit. Alle ultime elezioni abbiamo raggiunto il 5% ottenendo un buon numero di consiglieri così da essere presenti in una ventina di comuni.
Diversamente da altre situazioni europee di nazioni senza Stato, in Tirolo i Verdi (Gruene Suedtirols) si sono dichiarati contro l’esercizio del diritto dell’autodeterminazione.

2)D. Qual’è stato il suo personale percorso politico, in quali movimenti, partiti…?

R. Nel 1977 sono entrata a far parte dell’esecutivo del Sudtiroler Heimatbund, un’associazione di sostegno agli ex prigionieri politici (rimasti senza diritti e senza tutela, così come le loro famiglie); poi abbiamo cominciato a lavorare, sempre come associazione, a favore del diritto all’autodeterminazione. Negli anni ottanta, dopo che alcuni miei articoli e interventi avevano suscitato un certo interesse, mi chiesero di candidarmi con la Sudtiroler Volkspartei guidata da Silvius Magnago. Ho risposto negativamente per due-tre volte e alla fine ho accettato, ma solo per essere lasciata in pace. Invece venni eletta, al 3° posto come indipendente, consigliera comunale a Bozen. In seguito consigliera provinciale. Nel 1983, visto che il principio all’autodeterminazione veniva solo enunciato dallo statuto della SVP , ma senza che il partito si muovesse in quella direzione, come Sudtiroler Heimatbund abbiamo partecipato con un nostro simbolo alle elezioni parlamentari. Poi, autunno ’83, anche alle regionali e sono stata eletta. Sempre rieletta nelle successive scadenze elettorali, attualmente sono in Provincia.
Nel 1989 con Alfons Benedikter, non più membro della Giunta provinciale, noi dell’Heimatbund insieme al Freiheitliche Partei Sudtirols (quello di allora, ovviamente) abbiamo fondato la Union fur Sudtirol. Nel 1989 Benedikter accusò la SVP di aver rinunciato alla richiesta di applicazione del diritto all’autodeterminazione. Dopo essere uscito dal partito (diventandone un duro oppositore, lui che era stato uno dei fondatori nel 1945 e rappresentava la memoria storica della SVP), Benedikter è stato consigliere provinciale per la Union fur Sudtirol fino al 1998 e osservatore internazionale in Russia e nel Kazachistan (1993 e 1994). Nel 1993 abbiamo ottenuto due consiglieri regionali (altrettanti andarono ai Freiheitlichen fondati l’anno prima e che attualmente hanno cinque consiglieri). In seguito nella Union fur Sudtirol sono spuntati personaggi poco trasparenti che volevano portare il partito altrove mettendo in pericolo il principio dell’autodeterminazione. Erano emersi anche legami con gruppi neonazisti e quindi siamo usciti dal partito (la metà circa) per salvaguardare il nostro obiettivo principale. Nel maggio 2007 abbiamo fondato il Sued-Tiroler Freiheit. Nel 2008 alle provinciali abbiamo ottenuto 2 consiglieri (e l’Union fur Sudtirol uno grazie alla legge elettorale, non maggioritaria, a favore dei piccoli gruppi che non raggiungono il quorum).

3)D. Quali prospettive in ambito europeo in relazione con altre nazioni senza Stato (Euskal Herria, Paisos Catalans, Corsica…)?

R. Il nostro riferimento è l’Alleanza Libera Europea con un proprio gruppo consiliare nel Parlamento europeo (due parlamentari della Scozia, uno del Galles e, per la penisola iberica, un rappresentante a turno per Galizia, Paesi Baschi e Catalogna). Complessivamente ne fanno parte una quarantina di membri (Unione slovena, Nuova alleanza fiamminga, Partito sardo d’azione, Partito occitano, Blocco nazionalista gallego…).
Fin dall’inizio abbiamo fatto quanto possibile per rapportarci sia con l’Alleanza Libera Europea che con European Partnership for Independence (EPI). Non siamo membri del gruppo centrale, ma abbiamo assistito agli incontri; in questi giorni (marzo 2013) ero a Barcellona dove è stata presentato ICEC, un allargamento di EPI per consentire la raccolta di un milione di firme. Tra i primi firmatari, il rettore dell’università di Barcellona e Aureli Argemì, storico esponente della difesa della lingua e della cultura catalane. Grazie a questa lungimirante iniziativa, la stampa internazionale quando parla del Tirolo parla anche di autodeterminazione (e viceversa). In questo periodo abbiamo intensificato i rapporti con altri rappresentanti delle nazioni senza Stato e iniziato la raccolta delle firme. Anche in Austria naturalmente.

5)D. Mi sembra che per il 2013 abbiate in cantiere qualche importante scadenza…

R. Il 12 aprile si terrà il Congresso annuale dell’Alleanza Libera Europea a Merano (Sudtirolo) dove potremo informare sulle nostre attività.
Per il 27 ottobre sono previste le elezioni provinciali, a cui ovviamente partecipiamo; due mesi prima e un mese dopo intendiamo proporre un referendum sull’autodeterminazione, come i catalani nel 2009 e 2010.
E’ un modo per rilanciare l’autodeterminazione e spingere la SVP a muoversi.
Certo, in Catalunya la situazione è diversa; in Parlamento gli indipendentisti sono maggioranza (anche i Verdi sono a favore dell’autodeterminazione) e abbiamo potuto verificare che il processo non si ferma. A mio avviso è questa l’espressione moderna dell’autodeterminazione: un obiettivo democratico, una nuova strada fondata sul consenso per la pace e la giustizia, inserito in un grande movimento europeo. Non importa chi lo realizzerà per primo, l’importante è che si faccia; poi la prima vittoria trascinerà anche le altre.
6) D. Un passo indietro nella storia ripensando alle vicende di suo padre magistralmente rievocate nella biografia di cui ora è disponibile anche l’edizione in lingua italiana (Eva Klotz “Georg Klotz una vita per l’unità del Tirolo”, Effekt! Buch, 2012). La “guerra sporca” condotta dall’Italia contro la resistenza tirolese ricorda quella spagnola contro gli indipendentisti baschi. Si era parlato anche di possibili sequestri dei rifugiati in Austria e l’assassinio di Amplatz evoca le azioni del GAL in Iparralde. Un suo commento…

R. L’analogia esiste anche se in Euskal Herria il numero delle persone coinvolte è stato sicuramente maggiore. Dobbiamo ringraziare la minore capacità operativa dei servizi segreti italiani se la loro azione è stata meno efficace. Diciamo che c’erano tutte le intenzioni, i progetti, ma poi non sono riusciti a realizzarli. Naturalmente non tutto è stato chiarito, ma in alcuni episodi si intravede una vera e propria “strategia della tensione”. Penso agli attentati di Cima Vallona e di Malga Sasso per i quali sono stati giudicati dei cittadini austriaci. Sicuramente il gruppo di mio padre non ha avuto niente a che fare con questi avvenimenti. Oltre alla tortura (tra le vittime Franz Hofler, Anton Gostner, Sepp Kerschbaumer…) vorrei ricordare che a Tesselberg un generale italiano avrebbe voluto fucilare 15 persone per rappresaglia. A impedirlo fu la ribellione di uno dei suoi sottoposti.

7)D. Un’ultima domanda sul Trentino, il Welsch Tirol…Qual’è la sua opinione?
R. Penso di aver veramente compreso la situazione quando ho saputo che nel Trentino il 70% degli insegnati proveniva da altre provincie. In questo modo è stata azzerata anche la memoria delle radici tirolesi e austriache. Si potrebbe parlare di riflusso, una risacca della mente che ha portato ad un cambio di identità. La situazione in Trentino è quindi molto difficile. Qui almeno abbiamo una maggioranza. Comunque io sostengo che non possiamo decidere noi per i trentini. Nel caso del referendum per l’autodeterminazione non tocca a noi richiederlo, ma a loro stessi. In questa situazione è alquanto meritoria l’opera degli Schutzen per un recupero della memoria storica e per un riconoscimento dell’identità tirolese.

IRLANDA 1916/2016 – DIES IRAE – di Gianni Sartori – (seconda puntata)

IRLANDA 1916-2016: DIES IRAE – (seconda puntata)

di Gianni Sartori

(0 IRA-gunman

Una breve excusatio non petita.
Approfittare della ricorrenza (il centenario) per ricordare le organizzazioni irlandesi che praticarono la lotta armata potrà sembrare strumentale. Probabilmente lo è, almeno in parte.
“Ma non sarebbe più normale – mi dicono- concentrarsi sulla ripresa e sulle prossime elezioni, anticipate, del 26 febbraio ?”
O magari -ma questo lo dico io- sul referendum (vagamente promesso un po’ da tutti i partiti in caso di vittoria elettorale) per abrogare l’Ottavo emendamento della Costituzione, quello che prevede pene detentive fino a 14 anni per aver abortito illegalmente? Ricordo in proposito che centinaia di medici hanno già firmato un appello di Amnesty International per la depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza.
Comunque sia (anche se non si evoca più, per scaramanzia, la “tigre celtica” come negli anni ’90) la maggior parte degli addetti ai lavori sembra convinta che l’Irlanda abbia ormai voltato pagina, uscendo dalla crisi iniziata nel 2008 (fino alla prossima bolla?) e nel pieno di una nuova ripresa economica, grazie anche ai prestiti di Unione europea e Fmi. Il debito pubblico, – leggo – nell’ultimo anno sarebbe sceso di quasi nove punti percentuali in proporzione al Pil e le previsioni di crescita per il 2016, secondo la BCE, sfiorano il 5%. E pensare che soltanto cinque anni fa l’Eire sembrava sull’orlo della bancarotta a causa della bolla speculativa immobiliare!
Così procede il capitalismo d’altra parte, a fasi alterne (chissà’, lo farà forse per combattere la noia e per distrarci?).

Tra le varie ipotesi sui risultati elettorali, si parla di una sostanziale estromissione del Labour (attualmente nella coalizione di governo insieme al partito di centrodestra Fine Gael) se, come pare, verrà “punito” dall’elettorato per le politiche di austerità imposte ai lavoratori irlandesi. Sempre tra gli addetti ai lavori, l’ipotesi più gettonata sul futuro governo è quella di una coalizione tra Fianna Fail e Fine Gael (dimenticando le antiche controversie risalenti agli anni ’20).
E dopo questa incursione nell’attualità torniamo all’IRA.

OIRA, PIRA, INLA, IPLO…

L’IRA, come già detto, nasce ufficialmente nel 1916. Sostanzialmente dalla fusione di “Fratelli repubblicani Irlandesi” con ‘”Esercito dei Cittadini Irlandesi” a seguito della Rivolta di Pasqua e della sanguinosa repressione operata dagli inglesi.
Dopo la divisione dell’Isola nel 1921, l’attività dell’organizzazione armata si concentrò soprattutto nelle Sei contee del Nord, provincia britannica. Successivamente, per circa 20 anni * la sua attività fu piuttosto scarsa.

Riprese nel gennaio 1939 (NB: prima dell’inizio della Seconda Guerra mondiale e della battaglia di Inghilterra, in epoca “non sospetta”; va detto per i fascisti che blaterano di inesistenti convergenze tra Repubblicani e nazisti) e il febbraio del 1940. In questo periodo vennero collocate oltre 600 bombe. I militanti repubblicani arrestati furono un centinaio e parecchi vennero condannati all’impiccagione. Nel 1956 vennero attaccati alcuni posti di frontiera tra le “due Irlande”.
Dal 1962 hanno inizio profonde trasformazioni all’interno dell’organizzazione armata, in sintonia con i movimenti di liberazione anticoloniali (Vietnam, colonie portoghesi, Algeria, America latina, Paesi baschi…). L’IRA si avvicinò al Partito comunista irlandese (e viceversa) analogamente a quanto avveniva in Sudafrica per l’ANC, portando il progetto della liberazione nazionale all’interno della lotta di classe (e viceversa). In questo nuovo contesto la lotta armata sembrò perdere importanza al punto che alla fine degli anni sessanta l’IRA vende (o regala, secondo un’altra versione) tutte le sue armi al FWA (Esercito del Galles Libero). Con il ricavato vengono finanziati il giornale “The United Irishman” e alcune campagne di agitazione sociale.
Il cambiamento non mancò di suscitare reazioni negative tra i proletari cattolici di Belfast e Derry e sui muri apparvero scritte che condannavano esplicitamente il nuovo corso. Addirittura alcuni volontari disertarono. Un gruppo di vecchi militanti tentò con un colpo di mano di prendere il controllo dell’organizzazione, ma fallì. Si arrivò ad una spaccatura: gli Official continuatori di una linea ortodossa (forse anche dogmatica) e i Provisional che cercavano di coniugare lo spirito tradizionale (nazionalista e antimperialista) dell’IRA con una forte sensibilità per le questioni sociali. Come ho già avuto modo di dire, su questo contenzioso (sostanzialmente una lite in famiglia, per quanto aspra e talvolta fratricida) le vecchie e nuove destre italiche ci marciano da anni. A sentir loro si sarebbe trattato di una divisione tra “comunisti” e “nazionalisti”. Effettivamente negli Official la componente marxista era maggioritaria (del resto è ben presente in tutto il movimento repubblicano, almeno da James Connoly) anche se, con il senno di poi, potremmo definirli riformisti (“revisionisti”?). Infatti approdarono prima all’eurocomunismo e poi alla socialdemocrazia.
La componente più coerentemente rivoluzionaria e antimperialista uscì dagli Official per formare l’IRSP e l’INLA. Ricordo qui Seamus Costelo, in seguito eliminato pare proprio dagli Official.
E i Provisional? I loro riferimenti rimanevano le lotte di liberazione delle colonie portoghesi, l’Algeria , Cuba, il Vietnam. Lotte comunque di sinistra, antimperialiste (come quella condotta dai “cugini” baschi dell’ETA) nella prospettiva della liberazione nazionale e del socialismo**.
Il conflitto interno portò, come ho detto alla nascita dell’IRSP (Partito Socialista Repubblicano Irlandese) che si dotò di un braccio armato, l’INLA (Esercito Irlandese di Liberazione Nazionale) caratterizzato nei primi anni da una intensa attività guerrigliera. Nel 1987 l’INLA (che, pare, nel corso degli anni avrebbe subito anche una consistente infiltrazione poliziesca) si scisse dopo che una dozzina di militanti erano morti a causa di scontri interni.
In seguito nacque l’Organizzazione di Liberazione del Popolo Irlandese (IPLO) alquanto minoritaria.
Nel frattempo l’IRA Provisional era diventata il principale referente della comunità repubblicana mentre andava scemando il ruolo degli Official, divenuti in seguito “Workers’ Party” (Partito dei Lavoratori).
Una delle più impressionanti offensive dell’IRA così riorganizzata (sotto la direzione dell’Army Council) si registrò nel settembre del 1971: un migliaio di azioni in un solo mese.
Nei mesi seguenti il conflitto e la repressione divennero feroci e il numero delle vittime particolarmente alto. Nel 1972 morirono 69 militanti dell’IRA, 252 civili, 26 soldati nordirlandesi, 77 soldati britannici e 17 poliziotti. Inoltre da allora le bombe artigianali, gli esplosivi rubati nei cantieri, i fucili procurati di contrabbando…vennero definitivamente sostituiti da mezzi più moderni.
Risaliva al settembre del 1970 la prima consegna all’IRA di fucili d’assalto M-16 statunitensi. Nei 20 anni successivi la polizia sequestrò circa 200 tonnellate di esplosivi fabbricati direttamente dai repubblicani.
E intanto da parte dei filobritannici proseguivano gli attacchi settari, indiscriminati, come la strage del 4 dicembre 1971 quando 15 persone perdono la vita in un attentato lealista al bar Mc Guck, (Nord Belfast). Altri due moriranno in seguito alle ferite.

Il primo maggio del 1972 IRA, ETA e FLP firmarono insieme un documento reso pubblico:
“Dichiariamo che le amministrazioni di Londra, Madrid e Parigi, con l’appoggio delle altre potenze capitaliste, opprimono nazionalmente e socialmente i popoli irlandese, basco e bretone”.

Il 1972 fu quindi un anno di particolare recrudescenza repressiva nelle Sei Contee. Basti ricordare che il 30 gennaio 1972 i paracadutisti britannici spararono contro una pacifica manifestazione a Derry, causando 13 morti e decine di feriti (“Bloody Sunday”).
E la lista delle vittime, di entrambi gli schieramenti (ma anche, troppo spesso, “vittime per caso”, civili coinvolti loro malgrado) andava tragicamente allungandosi con risvolti da vera e propria strategia della tensione (“false bandiere” etc)
Il 21 luglio 1972 nove persone muoiono per l’esplosione di una serie di bombe dell’IRA in vari quartieri di Belfast (“Bloody Friday”).
Il 31 luglio 1972 altre 9 persone (tra cui una bambina) muoiono per tre car-bombs nella cittadina di Clavdy, contea di Derry. L’Ira chief-of-staff (comandante in capo) Sean Mac Stiofain nega che la sua organizzazione sia responsabile del massacro. Il 22 agosto 1972 muoiono 8 persone e altrettante rimangono ferite in un attacco al posto di dogana a Newry, in una giornata di violenza che attraversa tutta l’Irlanda del Nord. E la sanguinante cronologia continua negli anni successivi.
Qualche esempio: il 12 giugno 1973 una car-bomb uccide sei persone a Coleraine mentre il 15 maggio 1974 sono i lealisti filobritannici a uccidere ben 31 persone (25 a Dublino e 6 a Monaghan) in una serie di attentati (vedi la “sincronicità” con la strage fascista di Brescia).
Con il 1974 iniziarono anche dei timidi negoziati tra IRA e governo britannico, ma dopo dieci mesi Londra ruppe unilateralmente la tregua.
E immediatamente riprende anche l’azione terroristica, indiscriminata, dei lealisti (coincidenza?).
Il 2 ottobre 1975 dodici persone muoiono e una cinquantina rimangono ferite in una serie di attentati e sparatorie da parte dell’UVF (Ulster Volunteer Force). Il giorno dopo l’organizzazione paramilitare protestante che evidentemente si è lasciata “prendere la mano” andando oltre il mandato britannico (o forse era un “gioco delle parti”?) viene dichiarata illegale.
Il 5 gennaio 1976 dieci lavoratori protestanti vengono uccisi a Kingmsills (Sud Armagh). La Republican Action Force rivendica l’attentato, dichiarando che sarebbe stato la risposta all’assassinio di 5 cattolici a Whitecross. E’ questo uno dei rari episodi in cui sia emersa una deriva settaria da parte dei repubblicani. ***

OBIETTIVO LONDRA
Già dal 1973 l’IRA aveva cominciato a colpire nel centro di Londra, producendo sia un maggiore interesse da parte dell’opinione pubblica che un rafforzamento della presenza di militari e servizi segreti. Tentando di scardinare l’indubbio appoggio sociale di cui l’IRA
godeva nelle aree cattoliche, i britannici appoggiarono l’IRA Official e in seguito un Movimento per la Pace a cui, non casualmente, verrà consegnato il Nobel per la medesima.
Nel 1979 l’IRA si rese responsabile della morte di Airey Neave, deputato conservatore e amico personale di Hilda Margaret Thatcher. Nell’agosto 1979 venne ucciso Lord Mountbatten (ultimo viceré dell’India) su una nave a Mullaghmore. Come autore dell’attentato, in cui morirono altre tre persone, venne condannato Thomas McMahon.
Contemporaneamente due bombe dell’IRA uccidevano 18 soldati inglesi a Warrenpoint (contea di Down).
Il 1981 passerà alla Storia come l’anno in cui 10 militanti repubblicani (7 dell’IRA e 3 dell’INLA) morirono in sciopero della fame per il riconoscimento dello status di prigioniero politico.
Il 6 dicembre 1982 una bomba dell’Irish National Liberation Army provoca la morte di 17 persone (in maggioranza militari inglesi, ma coinvolgendo anche cinque civili) nella discoteca The Droppin Well Pub a Ballykelly.
In un attacco settario tre anziani vengono uccisi durante una messa nella chiesa pentecostale a Darkley (contea di Armagh). Per padre Wilson, leader del moviemnto per i diritti civili, sarebbe stata “opera dei servizi segreti britannici”.
Nell’ottobre del 1984 una bomba dell’IRA distrusse il Grand Hotel di Brighton dove si svolgeva il congresso del partito conservatore. Cinque membri del partito rimasero uccisi e trenta feriti.
Dopo questo attentato il governo britannico stilò un accordo con quello di Dublino per arrivare alla definitiva liquidazione dell’IRA.
Il 28 febbraio 1985 nove membri della RUC (Royal Ulster Constabulary) vengono uccisi in un attacco alla stazione di polizia di Newry, mentre nel novembre 1987 ben undici persone perderanno la vita (63 i feriti) in seguito ad un attacco di “elementi incontrollati dell’IRA” (si presume) ad un Remembrance Day a Enniskillen. Nel maggio 1987 a Loughall un consistente gruppo di militanti repubblicani (componenti dell’East Tyrone Brigade) cadde in un’imboscata delle SAS e della Mobility Support Unit (truppe scelte della RUC) lasciando sul terreno otto morti.*****

Nel frattempo si andava rafforzando ulteriormente il Sinn Fein e Gerry Adams venne eletto al Parlamento di Londra (giugno 1987).

Nel 1988 si intensificarono gli attacchi contro gli interessi britannici nella capitale inglese, in particolare ai danni della City. Si registrarono azioni contro soldati inglesi anche sul continente, in Germania e in Olanda. Il 5 marzo 1988 tre membri dell’IRA vennero fucilati (dopo che si erano arresi) dalle forze speciali inglesi a Gibilterra. Durante i funerali dei tre, a Belfast, un miliziano unionista spara alcune granate provocando tre morti e sessanta feriti.****
Nei successivi funerali alle vittime dell’attacco lealista, vennero riconosciuti tre poliziotti infiltrati che furono aggrediti e linciati dalla folla. Sempre nel 1988, in giugno, una bomba dell’IRA uccide a Lisburn sei soldati britannici e in agosto altri otto a Ballygawlay. Inseguito, 24 ottobre 1990, sei soldati e un civile vengono uccisi dalle bombe lasciate dall’IRA a posti di blocco lungo il confine tra le due Irlande.

Alcuni di questi tragici eventi furono probabilmente determinanti per gli incontri segreti tra IRA e governo inglese, incontri che cinque anni dopo (dicembre 1993) sfociarono negli accordi tra Londra e Dublino, accordi in cui, almeno teoricamente, si riconosceva il diritto all’autodeterminazione per gli irlandesi.
Questi contatti erano diventati di dominio pubblico solo nell’aprile del 1993, grazie a Patrick Mayhew, ministro britannico per l’Irlanda del Nord e a John Mayor, primo ministro inglese.
Nel 1994, con il sostegno degli USA, gli accordi assunsero un maggior spessore e l’IRA, come alcune formazioni paramilitari unioniste, dichiarò una tregua (provvisoriamente interrotta nel 1996) e l’apertura di un processo per la pacificazione delle Sei Contee.

(continua)

*nota: un discorso a parte quello della consistente partecipazione dei volontari irlandesi alle Brigate Internazionali in Spagna contro il fascismo.

** nota: in un opuscolo del movimento repubblicano, quello derivato dai Provisional, risalente al 1982 (“Notes for revolutionaries”) sono riportate frasi e dichiarazioni di vari personaggi. Sono tutti di sinistra, molti comunisti:
Patrice Lumumba, Alexandra Kollontai, Samora Machel, Oliver Tambo, Lenin, Mao Tse-tung, Antonio Gramsci, George Jackson, Vo Nguyen Giap, Che Guevara, Fidel Castro, Carlos Marighela, Rafic Khouri, Kwame Nkrumah, John Reed, Trotsky, Dolores Ibarruri…
Perfino una presenza anarchica (una sola, peccato): quella di Emma Goldman,
oltre a Tashunka Witko (Crazy Horse) e Sitting Bull.

*** nota: Un altro, a mio avviso, sarà quello di Carrickmore del 17 gennaio 1992 quando l’IRA uccide otto muratori protestanti che lavoravano in una base militare (ma che non erano coinvolti né con l’UDA né con l’UVF).

****L’autore dell’attentato, Michael Stone, divenne poi un simbolo per la comunità lealista.
Catturato dalle persone presenti al funerale, venne consegnato -vivo- alla polizia e in seguito condannato all’ergastolo. Venne rilasciato nel 2000 per effetto degli Accordi di Belfast, dopo che aveva preso posizione in favore del processo di pace. Questa sua scelta fu all’origine, nel 2002, del suo volontario esilio in quanto aveva subito minacce e aggressioni da parte dei suoi ex commilitoni dell’UDA, all’epoca ancora contrari agli “Accordi del Venerdì Santo”. Presumo che in seguito sia rientrato nell’Isola.

***** nota: tutti i militanti uccisi presentavano un colpo alla testa: precisione di tiro o esecuzione? Le SAS uccisero anche un civile ( e ne ferirono un altro) in quanto “sospetto perché indossava una tuta da lavoro”. La moglie venne poi “risarcita”.

ONGI ETORRI, ARNALDO

pro Lombardia Indipendenza si congratula con Arnaldo Otegi, segretario generale di Sortu e leader indipendentista Basco, in occasione della sua liberazione dopo 6 anni e mezzo di carcere, nella convinzione che anche questa sia una importante pedina che possa portare all’applicazione del Diritto di Autodeterminazione in Euskal Herria.

(0 arnaldo 2

21 marzo 2016 – Capodanno Kurdo – un appello di Gianni Sartori

(0 cizre 4

 

1936 – 2016: LA RESISTENZA CONTINUA
(di Gianni Sartori)

1936: a Barcellona, Donosti, Madrid operai, braccianti, libertari, democratici…scendono, armati, nelle strade per contrastare il golpe fascista di Francisco Franco e per conquistare una vita degna.

2016: nel Rojava e nel Bakur , a Kobane come a Cizre e Dijarbakir, la popolazione curda resiste sia ai fascisti di Isis-Daesh (moderna versione mediorientale dei “corpi franchi” e delle S.A. tedeschi, apripista del nazismo istituzionalizzato) che al fascismo, lievemente mascherato, di Erdogan. Per la Libertà, per l’Umanità, per una vita degna di tutte e di tutti.

Il governo turco, foraggiato dalla Unione europea con 3 miliardi di euro, ha scatenato una vera pulizia etnica, all’interno dei propri confini, contro i curdi.
Qualche esempio: sono oltre 300 i morti accertati nella sola città di Cizre, sottoposta a continui bombardamenti, mentre sono ormai una novantina i giorni del coprifuoco imposto a Sur (quartiere di Dijarbakir, in teoria patrimonio mondiale dell’Unesco) dove i civili, in gran parte donne e bambini, nascosti negli scantinati, chiedono di non essere abbandonati ad un ennesimo massacro per mano delle truppe di Erdogan.

Complessivamente le vittime civili di questi attacchi alle città curde nel Bakur sono centinaia; e presumibilmente ancora di più i militanti della Resistenza del PKK caduti sotto il piombo turco.
E non è certo un caso che a essere prese di mira dalla polizia e dall’esercito turchi siano spesso le donne e le bambine (una quarantina finora accertate, con età compresa dai 3 mesi ai 52 anni). Inevitabilmente vien da fare un parallelo con quanto accadde un secolo fa agli armeni. Quello che il nazionalismo turco ha organizzato nel 1915 (ittahat ve terakki) si sta ripetendo oggi contro i curdi.

Mentre il popolo curdo, da solo o quasi, tiene alta la bandiera della dignità umana e di un progetto sociale che garantisca la libertà di tutte le componenti (etniche, religiose…) presenti in quei territori, cosa fa il nostro paese?
L’Italia sta dando una mano vigorosa agli aguzzini, sia tacendo sui massacri per salvaguardare i propri interessi, sia fornendo armi e sistemi militari (vedi Finmeccanica). E ora, forse con quelle stesse armi (sempre che non le abbiano già passate a Isis-Daesh) la Turchia sta bombardando anche i curdi delle Ypg-Ypj nel Rojava.

Piccola consolazione, sono numerose (anche se sempre troppo poche) le manifestazioni nella penisola per protestare contro il massacro operato da Ankara. A Roma il 25 gennaio, a Trieste e Bolzano il 27…
Ma in marzo è possibile dare una testimonianza ancora più concreta della nostra solidarietà partecipando al Capodanno curdo (Newroz) del 21 marzo 2016.
Allego l’appello-invito delle organizzazioni curde, girato da UIKI che chiede la presenza di osservatori internazionali che possono registrarsi direttamente.

Care amiche,
Cari amici,

Vi invitiamo cordialmente a raggiungerci per il Newroz (Capodanno Curdo, 21 marzo) a Diyarbakir il 21 marzo 2016.

Il Newroz, l’equinozio di primavera, viene celebrato in una vasta are geografica come l’annuncio del risveglio comune della natura e della società. Per il popolo curdo il Newroz è anche il simbolo della lotta contro la tirannia e la libertà dal giogo.

Mentre il Newroz di quest’anno si avvicina stiamo assistendo all’inasprimento delle politiche di violenza e oppressione del governo turco contro il popolo curdo, all’intensificarsi del conflitto interno in Siria e all’aumento delle minacce di conflitti regionali e globali. In un simile contesto vorremmo celebrare il Newroz come parte delle lotte per una pace giusta e sostenibile, l’autogoverno autonomo e la coesistenza democratica in Turchia, Rojava (Siria settentrionale) e nel Medio Oriente più ampio. Per piacere venite e unitevi a noi per sostenere lo spirito libero del Newroz. Saremo onorati e rafforzati dalla Vostra presenza.

In solidarietà,

A nome del Comitato Organizzativo Newroz 2016

Selahattin Demirtaş & Figen Yüksekdağ /Co-Presidenti, Partito Democratico dei Popoli (HDP)
Selma Irmak & Hatip Dicle/ Co-Presidenti, Congresso della Società Democratica (DTK)Ayla Akat Ata /Portavoce, Congresso delle Donne Libere (KJA)
Kamuran Yüksek /Co-Presidente ,Partito Democratico delle Regioni (DBP)

PROGRAMMA

Data: 21 marzo 2016
Luogo: Piazza Newroz a Diyarbakir
Sede e orario incontro: Edificio del Congresso della Società Democratica – ore 08:00

REGISTRAZIONE:
Per piacere inviateci le seguenti informazioni a international@hdp.org.tr

Nome e cognome:
Istituzione/organizzazione/ Paese:
E-mail/numero di telefono:
Orario di arrivo e partenza (giorno e ora)
Nome dell’Hotel:
Esigenze specifiche (Interprete e altro):

Per ulteriori informazioni per cortesia contattate:
Rappresentanza HDP in Europa: hdpeurope@skynet.be
Commissione esteri HDP: diplo.hdp@outlook.com

E concludo: l’odierna resistenza dei Curdi è per l’Umanità e ognuno di noi, per quanto sta nelle sue possibilità, dovrebbe schierarsi al loro fianco. Qui e ora.
Se lo meritano.

Gianni Sartori

nota: Per evidenti limiti finanziari, il Comitato organizzativo del Newroz 2016 non è in grado di coprire alcuna spesa di viaggio e alloggio. Chi fosse in grado di partecipare ha la possibilità di prenotare in uno dei seguenti hotel:

1.Hilton Garden Inn: http://hiltongardeninn3.hilton.com/en/hotels/turkey/hilton-garden-inn-diyarbakir-DIYDAGI/index.html
2.Dies Hotel: http://diesotel.com/?lang=en
3.Miroğlu Hotel: http://www.mirogluhotel.com/
4.Turistik Hotel: http://www.turistikotel.com.tr/
5.Dedeman Hotel: http://www.dedeman.com/hotel-diyarbakir/dedeman-diyarbakir.aspx
6. Mitannia Hotel: http://www.mitanniaregencyhotel.com/

Un appel à la communauté internationale de participer à le Newroz (nouvelle année kurde) à Diyarbakir (21 Mars 2016). Pour le peuple kurde Newroz est aussi le symbole de la lutte contre la tyrannie et la liberté du joug.

(écrit par Gianni Sartori, journaliste et écrivain vénitien)
1936 – 2016: LA RESISTANCE CONTINUE

1936 à Barcelone, Donostia, Madrid, travailleurs, ouvriers, libertaires, démocratiques … descendent, armés, dans les rues pour lutter contre le coup d’État fasciste de Francisco Franco et à la conquête d’une vie digne.
2016: dans le Rojava et le Bakur, à Kobane comme à Cizre et à Dijarbakir, la population kurde résiste à les fascistes du Isis-Daesh (version moderne du Moyen-Orient du «corp franc» allemand SA, les précurseurs du régime nazi institutionnalisé) et au fascisme, légèrement masqué, de Erdogan. Pour la liberté, pour l’humanité, pour une vie digne de chacun et de tous.
Le gouvernement turc, financé par l’Union européenne avec 3 billions d’euros, a déclenché un véritable nettoyage ethnique, au sein de ses frontières, contre les Kurdes.
Alors que le peuple kurde, seuls ou presque, tien haut le drapeau de la dignité humaine et d’un projet social qui garantit la liberté de tous les composants (ethniques, religieuses …) présents dans ces zones, ce qui rend notre pays?
L’ Italie contribue vigoureusement aux bourreaux, en gardant le silence sur les massacres pour protéger ses propres intérêts, ou en fournissant des armes et des systèmes militaires.
Et maintenant, peut-être avec ces mêmes armes (sauf si elles ont déjà passé à Isis-Daesh) la Turquie va également bombarder les Kurdes du YPG-YPJ en Kurdistan syrien.
Mais en Mars, il est possible de donner une preuve plus concrète de notre solidarité en participant à la nouvelle année kurde (Newroz) du 21 Mars 2016.
Je joins l’appel sur invitation des organisations kurdes, transmis par UIKI, demandant la présence d’observateurs internationaux qui peuvent s’inscrire directement.
Gianni Sartori

IRLANDA 1916-2016: INSURREZIONE, RESURREZIONE, RIVOLUZIONE – di Gianni Sartori – (prima puntata)

(0 Irish-VPN

 

La storia d’Irlanda è la storia di una occupazione militare, politica, culturale ed economica durate ottocento anni e di altrettanti di resistenza. A cent’anni dall’Insurrezione del 1916, una parte del popolo irlandese non sembra ancora rassegnata a rinunciare alla propria libertà e alla propria unità.

L’Irlanda venne smembrata in due Stati distinti solo in epoca recente, nel 1920, dopo che era stata riconosciuta come unità per più di 1500 anni.
La prima nazione a nord delle Alpi che abbia prodotto un corpo completo di letteratura in lingua madre. La monarchia nazionale degli Alti Re (“Ard Ri”), provenienti in genere dall’Ulster, è precedente alla monarchia inglese.
L’inizio delle invasioni anglo-normanne risale alla seconda metà del XII secolo (1169), ma (nonostante la proclamazione di Enrico II Plantageneto Re d’Irlanda) fino al 1600 gli invasori non riuscirono ad infrangere il sistema gaelico di organizzazione sociale (e la relativa legislazione) per la strenua resistenza popolare. Tuttavia, questa resistenza non aveva potuto impedire la conquista del Paese da parte dei Tudor, dopo che la guerra delle Due Rose aveva lasciato per un certo tempo l’Irlanda ai margini degli interessi inglesi. Enrico VIII si fece nominare a sua volta Re d’Irlanda (1541). Quale promotore della Riforma Anglicana contribuì, seppur involontariamente, al processo di identificazione tra cultura gaelica e cattolicesimo che in questa fase porterà ad una disordinata e rovinosa gestione delle rivolte, promosse da preti e capi clan e soffocate da una repressione sempre più dura e intransigente.
Il coinvolgimento del Papato e degli Spagnoli nel conflitto (durante il regno di Elisabetta I) proietterà sulla lotta degli Irlandesi l’ombra del “tradimento” e del complotto al servizio di potenze reazionarie (in un periodo in cui erano ancora vivi nella memoria degli Inglesi gli orrori dell’inquisizione e i delitti di Maria la Cattolica detta la Sanguinaria). In conseguenza della sconfitta subita (decisiva la battaglia di Kinsale), le terre dei capi clan dell’Ulster vennero confiscate dai colonizzatori inglesi e scozzesi, generalmente ex soldati delle forze di occupazione. La città di Derry diventò “Londonderry”. Va ricordato che molti coloni erano scozzesi, quindi appartenenti alla stirpe celtica, parlavano una lingua simile, possedevano le stesse leggi e la stessa letteratura degli Irlandesi. Si differenziavano soltanto per la religione (presbiteriani). Dal canto loro, i colonizzatori inglesi erano anglicani. È con questa opera pianificata di espropriazione e confisca che prese avvio il metodo della “piantagione”, ossia quello di trapiantare nelle colonie ribelli una popolazione “lealista”, fedele alla corona: circa 200.000 coloni, al 90% scozzesi. Gli indigeni restarono a lavorare sulle loro stesse terre come manodopera, spesso in veste di affittuari.
Una rivolta per l’indipendenza e la libertà di religione (1641) portò alla costituzione del Parlamento Nazionale di Kilkenny. Nel 1649 la brutale e sanguinosa repressione di Oliver Cromwell, alla testa dell’esercito puritano, mise fine alla ribellione ed una ulteriore confisca favorì la nascita di una nuova classe di proprietari terrieri protestanti. Ebbe così inizio un processo di diversificazione tra l’Ulster, a cui vennero concessi particolari privilegi per favorire lo sviluppo dei commerci e delle attività produttive, ed il resto dell’Irlanda che sprofondò nella miseria a causa dello sfruttamento coloniale. Il 1690 è l’anno della battaglia del fiume Boyne e della vittoria di William d’Orange contro gli Stuart, di recente restaurazione (1685) e di simpatie cattoliche (e quindi alleati dei capi irlandesi).
Nel corso di un secolo, dal 1603 (fine della dinastia Tudor) al 1691 (trattato di Limerik), le terre di proprietà irlandese si erano ridotte dal 90% al 14% e in seguito diminuirono ulteriormente. Un duro colpo fu assestato da Londra con le famigerate “Penal Laws” con cui si privarono i cattolici anche dei diritti politici. Inoltre erano esclusi da ogni tipo di attività remunerativa e di prestigio (carriera militare, pubblica amministrazione, attività intellettuale, corporazioni municipali, ecc.). Durante il XVIII secolo le idee democratico-repubblicane influenzarono indistintamente gli Irlandesi, sia cattolici che presbiteriani, anche per effetto della rivoluzione americana, prima, e di quella francese, poi. In questa epoca cominciarono a diffondersi anche numerose società segrete di resistenza tra i contadini.
Nel 1791 venne fondata la società degli Irlandesi Uniti dichiarata illegale nel giro di tre anni. Uno dei maggiori leaders degli Irlandesi Uniti fu Theobald Wolfe Tone, un protestante, onorato anche ai nostri giorni come uno dei primi e maggiori padri del repubblicanesimo. Contemporaneamente anche il potere coloniale si organizzava: nel 1795 venne fondato, inizialmente nella contea di Armagh, l’Orange Order, società segreta settaria, strutturata in logge, a difesa dei privilegi dei protestanti. Tre anni dopo (1798), un’insurrezione provocata dagli “Irlandesi Uniti” venne repressa nel sangue (circa 30.000 morti). Nell’Ulster anche molti protestanti (i presbiteriani) si erano armati ed avevano combattuto a fianco dei cattolici per una repubblica irlandese. Il 1798 segnò la sconfitta del movimento, che vedeva diffondersi e radicarsi anche tra i protestanti il sentimento repubblicano, insieme ad atteggiamenti non settari ed egualitari. Questo fu il risultato dell’azione congiunta della repressione britannica e della diffusione dell’orangismo.
Nel 1800, con l’Atto dell’Unione tra Irlanda e Gran Bretagna, venne costituito il Regno Unito. Dopo aver soppresso il Parlamento irlandese, peraltro provvisto di poteri molto limitati, gli Inglesi cercarono di diffondere tra i protestanti la paura di subire persecuzioni in caso di vittoria dei repubblicani. Nonostante questa propaganda terroristica, molti di questi parteciparono al movimento della Giovane Irlanda verso il 1840, e al movimento costituzionale dell’Home Rule (autogoverno) del 1870.
Nella prima metà del XIX secolo, si sviluppò un vero e proprio movimento di massa per l’emancipazione dei cattolici che portò tra l’altro alcuni deputati irlandesi a Westminster. Dal 1845 al 1849 l’isola fu colpita da una grande carestia, conseguenza di una serie di cattivi raccolti della patata, principale alimento dei contadini. Essa provocò una diminuzione del 30% circa della popolazione irlandese nel giro di venti anni, dal 1841 al 1861. Tra il 1846 e il 1851 i morti per fame e malattie furono 1.500.000, gli emigrati più di un milione. Nell’Ulster la carestia provocò l’inurbamento di larghi strati della popolazione cattolica scatenando la reazione dei lavoratori protestanti, timorosi di perdere i posti di lavoro e aizzati dal clero presbiteriano e degli orangisti.
Nella seconda metà dell’800, i Fenians (movimento fondato in Canada e Stati Uniti da emigrati irlandesi), forti dell’esperienza acquisita combattendo nella guerra civile americana, rientrarono in patria, ove, nel 1867, tentarono un moto insurrezionale che venne stroncato sul nascere. Contemporaneamente andava sviluppandosi un vasto movimento contadino per la riforma delle leggi sui fitti e sulla proprietà della terra: tra i suoi leaders, il protestante Charles S. Parnell. Vista l’entità dei successi elettorali riportati dai nazionalisti, il Primo Ministro inglese Gladstone, liberale, si dichiarò favorevole alle richieste di “Home Rule” (autogoverno, anche se sotto la corona inglese) avanzate da Parnell e dagli altri deputati irlandesi. In risposta il partito conservatore (i “tories”) scatenò e fomentò la “questione dell’Ulster” in funzione antiliberale. E’ cosa nota che il padre di Winston Churchill, Randolph, incitava alla rivolta i protestanti. Tutto questo contribuì alla nascita del gruppo paramilitare protestante denominato Ulster Volunteers. L’“Home Rule” venne respinto e Gladstone si dimise (1866). Questa data rappresenta l’atto di nascita dell’Unionismo protestante politicamente organizzato. Da notare che le varie campagne di incitamento alla violenza settaria da parte dei “tories” coincisero con i periodi in cui era al potere il partito liberale (1866, 1893, 1912-14). Si può dire che le minoranze anglicane e presbiteriane in Irlanda vennero armate e cinicamente usate in funzione delle battaglie per il potere dei due partiti inglesi.
Tra il 1913 e il 1914, nel corso di una serie di lotte sindacali, a Dublino si formarono la Irish Citizen Army (definita da Lenin “il primo esempio di Armata Rossa”), una milizia operaia al comando di James Connoly e la lega degli Irish Volunteers, conosciuta in seguito come Irish Republican Army. Assieme al Sinn Fein (“noi stessi”, fondato nel 1905), all’Associazione Gaelica di Atletica ed alla Lega Gaelica (sorta nel 1893 per promuovere la rinascita della lingua irlandese, sul punto di scomparire dopo la “Grande Fame”), donarono nuovo impulso alle lotte per l’autodeterminazione del popolo irlandese. Il 24 aprile 1916, lunedì di Pasqua, gli “Irish Volunteers” di P. Pearse e l’“Irish Citizen Army” di James Connoly occuparono con le armi l’Ufficio Generale delle Poste. Dopo una settimana di aspri combattimenti, l’esercito britannico soffocò la sollevazione. Pearse, Connoly e altri 14 capi della rivolta vennero giustiziati, ma la legge marziale, la ferocia delle truppe mercenarie (i Black and Tans), le torture, gli internamenti e le deportazioni, invece di sradicare il nazionalismo rivoluzionario, provocarono un grandioso risveglio di solidarietà reciproca e sentimento nazionale tra gli Irlandesi, sentimenti alimentati poi dall’introduzione della coscrizione obbligatoria nel 1918. In questo anno, in dicembre, il “Sinn Fein” aveva ottenuto 73 dei 105 seggi irlandesi nelle elezioni generali britanniche. Il 21 gennaio 1919 i candidati del “Sinn Fein” convocarono a Dublino un Parlamento irlandese (Dail Eireann) democraticamente eletto dal popolo irlandese. Venne dichiarata l’indipendenza e sancita la costituzione della Repubblica d’Irlanda. Il “Dail Eireann” fu dichiarato illegale da un proclama militare britannico. Si scatenò ancora la repressione e l’“I.R.A.” si oppose con la guerriglia aperta e di massa al terrore britannico.
Nel 1920 (elezioni per il governo locale) il “Sinn Fein” ottenne l’80% dei seggi. Infine, nel dicembre del 1920, la Gran Bretagna, col Governement of Ireland Act, istituì due Parlamenti distinti: uno a Belfast, per 6 delle 9 contee dell’Ulster (NB: solo sei per garantire la maggioranza ai protestanti), e uno a Dublino, per le altre 26 contee dell’isola. La guerra continuò fino al 1921, quando i rappresentanti del governo clandestino del “Sinn Fein” accettarono (sotto la minaccia del Primo Ministro inglese Lloyd George di scatenare una guerra) di firmare un accordo che concedeva all’Irlanda lo status di “dominion” e una larga autonomia, ma sanciva la divisione dell’isola. L’ala del “Sinn Fein” capeggiata da De Valera non accettò il trattato e scatenò la guerra civile, durata fino al ’23.
L’Irish Free State diventerà Repubblica d’Irlanda (EIRE) nel lunedì di Pasqua del 1949.

Nel frattempo il Parlamento di Belfast (Stormont) era saldamente in mano ai conservatori unionisti che, ancora nel 1922, avevano votato una legge (rimasta in vigore fino al 1974) che sospendeva le garanzie costituzionali per i cattolici e imponeva severe restrizioni censitarie per le elezioni municipali.

Nell’Eire il Fianna Fail tornò al potere nel 1951, guidato da De Valera fino al 1959 (in seguito da Sean Lemass e dal 1966 da J. Lynch). Nel 1973 l’Irlanda entrò nel Mercato Comune.
Quanto all’Irlanda del Nord, la mai sopita resistenza della minoranza cattolica
(“minorizzata” artificiosamente e che negli anni sessanta aveva subito una drastica perdita di posti di lavoro) contro il sistema di segregazione politica e civile, portò nel 1967 alla nascita del NICRA (Northern Ireland Civil Rights Association), un movimento per i diritti civili che promosse varie campagne di disobbedienza civile. Nel 1968, in sintonia con le lotte (talvolta impropriamente definite “giovanili”) che si sviluppavano in ogni angolo del pianeta, da Città del Messico a Praga, da Berlino a Tokio, da Nanterre a Orgosolo, il gruppo studentesco People’s Democracy (derivato dalle componenti più radicali del Nicra) organizzò una marcia da Belfast a Derry. Venne repressa dalla polizia (la RUC) e dall’esercito con particolare brutalità e gli scontri proseguirono, oltre che durante tutto il 1968, anche nell’anno successivo, provocando la crisi del governo “autonomo” nordirlandese (O’Neill e Chichester-Clarck).
E’ quantomai plausibile che le continue mobilitazioni di People’s Democracy abbiano contribuito largamente alla “trasformazione dell’esercito repubblicano irlandese, vecchia e appassita formazione clandestina nazionalista irlandese, in milizia popolare con una larga base di massa” (v. Guido Viale in “Il Sessantotto”).
Scontri durissimi si registrarono soprattutto nell’estate del 1969, con un pesante bilancio di morti e feriti.
E’ del 1971 la proclamazione dello Special Powers Act che consentiva l’internamento senza processo di ogni sospetto. Alle 4,30 della notte del 9 agosto 1971 vennero imprigionate 342 persone e molto presto cominciarono a trapelare le prime notizie sulle torture subite dagli arrestati. Gran parte delle aree cattoliche si ribellarono. Belfast era in pieno stato di guerra e a Derry i quartieri di Bogside e Creggan si trasformarono i vere e proprie zone liberate protette da barricate. Perfino i moderati del SDLP (Social Democratic and Labour Party) sostennero uno sciopero dei fitti e delle bollette.
Il 30 gennaio 1972 una pacifica manifestazione di oltre 20mila persone contro le discriminazioni e l’internamento portò ad un orrendo massacro perpetrato dalle truppe inglesi: tredici proletari cattolici assassinati dal First Parachute Regiment (l’equivalente britannico della italica, fascistissima, Folgore) nella “Domenica di sangue”, passata alla storia come Bloody Sunday e all’epoca definita, non a caso, come la “Sharpeville irlandese”.
A Dublino, giustamente, i manifestanti assalirono e incendiarono l’ambasciata britannica.
Anche a seguito di tale eventi, il Parlamento dell’Irlanda del Nord venne sospeso (sempre nel 1972) e venne introdotto il governo diretto di Westminster.
Dopo il fallimento dell’accordo di Sunningdale (dicembre 1973) che prevedeva una graduale collaborazione tra i governi dell’Eire e dell’irlanda del Nord (Council of Ireland), la Gran Bretagna intensificò la repressione, sia con l’ulteriore invio di truppe che con la promulgazione del Prevention of Terrorism Act (1974).
Nel 1975 si tennero in Irlanda del Nord le elezioni per una Convenzione costituzionale che avrebbe dovuto esaminare lo schema elaborato da Melvyn
Rees, all’epoca Segretario di stato per l’Irlanda del Nord. Ma la schiacciante vittoria dei protestanti unionisti determinò l’impossibilità di qualsivoglia accordo con i moderati cattolici del Sdlp. Nel 1976 venne abolito lo status di prigioniero politico (il 14 dicembre 1976 venne negato a Kieron Nugent) e le condizioni nelle carceri divennero durissime per i militanti repubblicani. Partirà da qui il ciclo di lotte dei prigionieri destinato a sfociare nello sciopero della fame del 1981 che costerà la vita a sette militanti dell’IRA e a tre dell’INLA.

(0 easter

EUSKAL HERRIA: liberate tutti !!! – di Gianni Sartori

(0 Arnaldo

 

EUSKAL HERRIA: LIBERARE TUTTI!

(di Gianni Sartori)

Toccando ferro, è probabile che il 1 marzo (un mese prima di quanto finora previsto) Arnaldo Otegi esca dalle galere spagnole dove è rinchiuso dall’ottobre 2009.
Era stato condannato ad una pena spropositata, anche dal punto di vista della legalità statuale, per “apologia di terrorismo”.
In sostanza:
1) aver partecipato ad una iniziativa a sostegno del prigioniero politico José Maria Sagardui;
2) aver definito il re di Spagna “capo dei torturatori”;
3) aver tentato, secondo l’accusa, di ricostituire l’organizzazione BATASUNA (v. l’operazione Bateragune).

DA BILBO….
A sostegno dei prigionieri baschi, il mese scorso (gennaio 2016) si sono tenute alcune grandi manifestazioni, in particolare a Bilbo (Paese basco sotto amministrazione spagnola) e Bayona (Paese basco sotto amministrazione francese, Iparralde): per il rispetto dei diritti fondamentali dei prigionieri, contro la loro dispersione in carceri lontanissime da Euskal Herria, contro la politica carceraria di Madrid e Parigi e contro la legislazione di emergenza. Attualmente la situazione dei prigionieri è peggiorata (e le loro sofferenze aumentate) rispetto a quella del 2011, quando ETA dichiarò la sospensione definitiva della lotta armata.
Si ha come l’impressione che tutto questo non sia frutto di casualità, ma risponda ad un disegno preciso dei governi intenzionati a rallentare, o meglio ancora a bloccare, il processo di soluzione del conflitto.
Al contrario, le manifestazioni del 9 gennaio 2016 hanno mostrato quante componenti della società civile basca siano impegnate nel superare gli ostacoli frapposti al processo stesso. Anche con la richiesta di un terzo Foro Social.

Com’era prevedibile, la manifestazione più partecipata è stata quella di Bilbo con oltre 60mila persone.
Indetta da SARE (rete cittadina di sostegno ai prigionieri) e da “iniziativa Bagoaz”, la
manifestazione è stata preceduta da sei furgoni di MIRENTXIN che settimanalmente
aiutano le famiglie dei prigionieri a visitare i loro cari incarcerati a centinaia, talvolta migliaia, di chilometri lontano da Euskal Herria*.

Subito dopo marciavano i familiari dei prigionieri gravemente ammalati (per legge dovrebbero essere messi in libertà): Txus Martin, Josetxo Arizkuren, Inaki Etxebarria, Jose Ramon Lopez de Abetxuko, Ibon Fernandez Iradi, Gorka Fraile, Gari Arruarte, Jagoba Codò, Aitzol Gogorza, Lorentxa Gimon, Ibon Iparragirre.
I parenti, tra cui molti bambini, inalberavano cartelli con il volto dei prigionieri e striscioni (immancabile: “EUSKAL PRESOAK ETXERA”).
Seguiva un altro striscione emblematico: “Derechos humanos, resolucion y paz” nelle tre lingue ufficiali del Paese. A reggerlo, l’ex prigioniera Miren Zabaleta, alcuni esponenti della CUP (David Fernandez e Anna Gabriel), il musicista Fermin Muguruza (ex Negu Gorriak), la bertsolari Alaia Martin, l’avvocato Felix Canada, Inaxio Kortabarria, vari esponenti del mondo della cultura e delle istituzioni (Joseba Azkarraga, Gemma Zabaleta, Inaki Lasagabaster…), altri ex prigionieri politici e la madre di Ibon Iparragire (ancora detenuto nonostante la gravità della sua malattia).
Ma il fatto più significativo era la presenza, al fianco delle persone sopracitate, di una vittima di ETA, Rosa Rodero, vedova del sergente della Ertzaintza (polizia autonoma) Joseba Goikoetxea. Un esempio di possibile “soluzione irlandese” (o forse meglio: “sudafricana”) per Euskal Herria.

Nella folla dei manifestanti si riconoscevano poi Txiki Munoz e Ainhoa Etxaide, (segretari generali, rispettivamente, dei sindacati baschi ELA e LAB) e molti esponenti di altre organizzazioni sindacali attive in Euskal Herria (Steilas, ESK, CNT…). Oltre a vari membri di Podemos e di EH Bildu (l’organizzazione della sinistra abertzale).
All’incrocio tra calle Autonomia e Alameda de Rekalde, la manifestazione è stata raggiunta da una nutrita delegazione di internazionalisti sostenitori della causa basca con le bandiere dei rispettivi popoli.
Tra gli slogan più scanditi: “Libertad, libertad, detenidos por luchar”.
A metà percorso è comparso un immenso striscione con la scritta: “EUSKAL PRESOAK EUSKAL HERRIRA”.
Nel suo intervento, Joseba Azkarraga ha ricordato che “si avrà una soluzione del conflitto soltanto quando le conseguenze dello stesso saranno risolte; in primo luogo per le vittime naturalmente, ma anche per i 470 prigionieri di cui quotidianamente vengono violati i diritti”.
In piazza Circular, il Komite Internazionalistak ha denunciato con durezza la politica repressiva dello stato turco contro i curdi e ricordato la condizione dei militanti curdi detenuti. Verso le 19, esponenti di ETXERAT hanno occupato le scalinate dell’Ayuntamiento al grido di “Hator, hator” (unisciti!).

…A BAYONA
Nello stesso giorno, a Bayona (Paese Basco sotto amministrazione francese) una marcia ha riunito circa 8mila persone con la presenza di numerosi esponenti di partiti, movimenti e sindacati.
In particolare, è stata denunciata la situazione di Lorentxa Guimon, detenuta a Rennes e gravemente ammalata. In proposito l’esponente di LAB Jeronimo Prieto ha dichiarato che “lo stato non dovrebbe fare altro che applicare le sue stesse leggi e liberarla”.
Tra i partecipanti, i parlamentari socialisti Fréderique Espagnac, Sylviane Alaux e Colette Capdevielle. Un giudizio positivo sulla manifestazione è stato espresso dalla consigliera regionale Alice Leiciaguecahar (Verts- Europe Ecologie). Presenti anche altri consiglieri regionali come Alain Iriart (sinistra abertzale) e Marie-Christine Aragon (socialista), oltre ai sindaci di Hendaia, Biarritz, Arberatze, Uztaritze, Izura, Baiona. Quest’ultimo, Jean-René Etchegaray, ha dichiarato che “i governi spagnolo e francese sono nell’inerzia totale. Si comportano come se non vedessero, o non volessero vedere, quello che sta accadendo da quattro anni e mezzo a questa parte”.
Il sindaco di Lekorne (e presidente di Biltzar) Lucien Betbeder ha dichiarato di aver partecipato alla marcia sia come persona che come eletto per sostenere il processo di soluzione del conflitto ricordando poi che “è necessario occuparsi della questione della riunificazione (dei prigionieri in E.H. nda) e dell’amnistia e trovare una via d’uscita per questa situazione”.
Oltre a numerosi membri di Bakea Bidea e del Collettivo di Esiliati e Prigionieri Politici Baschi, hanno presenziato all’iniziativa alcuni esponenti di SORTU (Rufi Etxeberria, Xabi Larralde, Maite Ubiria…). Anche loro si sono detti convinti che “affinché il processo possa avanzare, è necessario risolvere la questione dei prigionieri”.
Altre testimonianze significative dalla consigliera municipale Yvette Debardieux (comunista) e dal portavoce nazionale di NPA, Philippe Poutou.
“La mia presenza a questa manifestazione -ha dichiarato l’esponente del Nuovo Partito Anticapitalista- è per esprimere solidarietà al popolo basco e ai suoi militanti prigionieri. Affinché lo stato cambi il suo atteggiamento sulla riunificazione”. Ha poi spiegato di “non essere d’accordo con il principio della indivisibilità dello stato” e di riconoscere il diritto del popolo basco a decidere “inclusa la possibilità dell’indipendenza”.

Ma forse la frase che ha suggellato la marcia pro-prigionieri (suscitando ampie ovazioni) è stata quella pronunciata dalla compagna Maialen Arzallus:
“Abbiamo un’arma tra le mani, l’amore del popolo”.

Gianni Sartori

*nota Qualche esempio: Alacant 780 km; Cordoba e Murcia 850 km; Granada 875 km; Clairneaux 945 km; Almeria 1040 km…

** nota. Ho ripescato questo mio articolo risalente al 2006 che forse è ancora interessante come “precedente”.

“Il leader di Batasuna va in carcere?
In Euskadi a rischio il processo di pace

di Gianni Sartori (2006)

Ci risiamo. L’“Audiencia Nacional” spagnola (autentica erede del Top, il tribunale speciale dell’epoca franchista) ha condannato nuovamente il leader degli indipendentisti radicali baschi di Batasuna Arnaldo Otegi: 15 mesi di carcere e sette anni di interdizione assoluta per «apologia di terrorismo».
Nel dicembre del 2003 Otegi aveva preso parte ad un atto pubblico in memoria di José Miguel Benaran, più noto come “Argala”, assassinato dalle squadre della morte parastatali. La cerimonia si era svolta nella località di Arrigarriaga a venticinque anni dalle morte del militante basco. Secondo i magistrati, nonostante l’amnistia del 1977, Argala va ancora considerato un terrorista e onorandolo pubblicamente Otegi si è reso responsabile di «esaltazione di attività terroristiche». Argala era rimasto ucciso in un attentato con un’auto-bomba poi rivendicato dal “Batallon Vasco Espanol”, un antenato del Gal, le squadre paramilitari fiancheggiatrici di Madrid. A questo aspetto il documento dell’“Audiencia Nacional” non accenna (parla genericamente di “morte violenta”), così come sembra non tener conto del fatto che Argala aveva aderito a Eta in piena epoca franchista. Secondo le dichiarazioni della polizia spagnola, riportate nella sentenza, Argala avrebbe «fatto parte ininterrottamente di Eta dal 1970 al dicembre 1978» divenendone il «jefe militar supremo». Non si tiene conto del fatto che nel 1977 venne concessa l’amnistia a tutti coloro che avevano lottato contro il regime franchista e che, al momento della morte, Argala non era accusato (tantomeno sotto processo) per alcun delitto.
L’atto politico in memoria di Argala viene celebrato ogni anno con danze tradizionali e deposizione di corone di fiori accompagnate dal suono tradizionale dei corni e della txalaparta. Otegi nel 2003 aveva deposto un garofano rosso davanti al ritratto di Argala e aveva presentato la cosiddetta “Proposta di Bergara” paragonandola a quella di “Txiberta” formulata da Argala nel 1977. Aveva inoltre reso omaggio al suo impegno per l’autodeterminazione di Euskal Herria. Proprio il giorno prima la sinistra “abertzale” aveva presentato a Bergara agli altri partiti baschi una proposta per «partecipare come popolo» alle elezioni spagnole previste per il marzo 2004. Otegi, secondo il Tribunale, avrebbe dichiarato che «Eta appoggerebbe la formazione di una candidatura tra le forze abertzale, perché permetterebbe di voltare la pagina della guerra e aprire la libertà per Euskadi». Inoltre nella sentenza si riporta che l’esponente abertzale avrebbe «espresso molti apprezzamenti nei confronti degli etarras che hanno dato la vita per Euskal Herria con appelli alla lotta armata». Invece, secondo la difesa, Otegi avrebbe parlato soltanto di «lotta contro lo Stato spagnolo» senza usare l’aggettivo «armata». Due versione di una stessa contestata frase che potrebbero costare una ennesima detenzione per il dirigente di Batasuna. L’eventuale nuovo arresto di Arnaldo Otegi dipenderà dal Tribunale Supremo che dovrebbe ratificare la condanna. In questo caso ai quindici mesi si aggiungerebbero anche i dodici dell’anno scorso per «ingiurie al re».
Per dimostrare che la cerimonia in memoria di Argala era un «omaggio» e non un «atto politico», il tribunale ha riportato gli articoli dell’epoca apparsi su El Correo, El Mundo, Deia. Articoli che l’accusato non avrebbe «smentito una volta pubblicati».
Sull’inquietante episodio repressivo sono intervenuti vari esponenti di formazioni politiche. Onintza Lasa di Eusko Alkartasuna (indipendentisti) ha dichiarato che «questa condanna rappresenta un nuovo ostacolo nel processo di pacificazione e normalizzazione politica», auspicando nel contempo la scomparsa dell’Audiencia Nacional. Il partito basco Aralar ha espresso piena solidarietà a Otegi e alla sua formazione politica, mentre la catalana Convergengia i Unió, attraverso il suo segretario generale J.A. Duran i Lleida sostiene che «i giudici, piaccio o meno, non devono valutare la situazione politica, ma solo l’aspetto giuridico dello Stato di Diritto; per tanto è logico che si limitino ad applicare la legge e nient’altro». Anche Ramon Jauregui, portavoce dei socialisti del Psoe nella Commissione Costituzionale, ha giustificato l’operato dei giudici e ha aggiunto che «la condanna di Arnaldo Otegi non dovrebbe danneggiare in nessun modo il processo politico avviato in Euskal Herria».
Da parte sua Batasuna ha rivolto un appello a tutte le parti coinvolte per risolvere questo ennesimo contenzioso tra lo Stato spagnolo e il Paese Basco. Joseba Permach in una conferenza stampa tenutasi venerdì 28 aprile a Donostia (San Sebastian) ha denunciato con forza che «il Governo spagnolo insiste con la sua strategia repressiva» aggiungendo che «è impossibile procedere in un processo di pace contando sulla volontà di una sola parte».
«Dalla dichiarazione di “cessate il fuoco” di Eta sono passate le ore e i giorni -ha detto Permach- ma le notizie che arrivano da Madrid riguardano solo il mantenimento dell’opzione repressiva da parte dello stato».

(0 Arnaldo-Manifa