L’ALTERNATIVA CURDA: O LIBERTA’ O LIBERTA’ (di Gianni Sartori)

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L’ALTERNATIVA CURDA: O LIBERTA’ O LIBERTA’

(Gianni Sartori)

Erdogan? Una fonte inesauribile di trovate che, se non fossero tragiche, potrebbero indurre al sorriso di compatimento.

Dopo la dichiarata intenzione di “togliere la cittadinanza turca ai seguaci del PKK”, il presidente dello Stato turco ha spiegato che a causa delle trappole esplosive tra le forze di sicurezza turche ci sarebbero troppe perdite e che quindi l’unica soluzione (“per la protezione dei civili”) sarebbe quella di “sgomberare completamente le zone dove si svolgono le operazioni e far saltare da lontano le case inabitabili”. Dimenticando che sono state rese inabitabili dai bombardamenti dell’esercito turco.

Niente di nuovo sotto il sole. Anche durante l’assedio della città di Cizre

lo stato turco aveva sperimentato la strategia di cacciare gli abitanti con i bombardamenti. In un primo tempo la popolazione dei quartieri assediati veniva gradualmente sfinita e spinta alla fuga da settimane di coprifuoco; poi, quelli che si rifiutavano di andarsene venivano letteralmente massacrati. Solo a Cizre oltre 150 persone hanno perso la vita negli attacchi e centinaia di abitazioni risultano ormai devastate.

Identica la situazione a Sur, il centro storico di Diyarbakir.

A quanto pare Erdogan vuole ora applicare questa strategia anche nelle città di Nisêbîn (Nusaybin), Gever (Yüksekova) e Silopi. Nelle tre le città continuano gli attacchi delle forze di sicurezza, ma ora incontrano la resistenza delle Unità di Difesa dei Civili (YPS – Yekîneyên Parastina Sivîl) che cercano di difendere i loro quartieri. In base a quanto riportato da fonti vicine alle YPS “le forze di sicurezza turche vengono appoggiate anche da jihadisti che sono riconducibili a Isis o al Fronte Al-Nusra”. E diversi jihadisti sono già stati uccisi nei combattimenti.


Durante gli attacchi contro Silopî solo il 6 aprile erano stati assassinati almeno sei civili. Quel giorno le forze di sicurezza turche avevano sparato ripetutamente con i missili contro due quartieri della città colpendo numerosi appartamenti dove si trovavano dei civili. Dopo la morte di una decina di persone, gli abitanti della città hanno iniziato a fuggire. Contemporaneamente, una cinquantina di abitanti di Silopî, tra cui anche componenti del Partito Democratico delle Regioni (DBP), venivano arrestati dalla polizia turca.

CURDA E ALEVITA: DOPPIAMENTE DISCRIMINATA

Una denuncia sulla situazione delle città curde era venuta da GULTAN KISANAK in un’intervista con la stampa tedesca.

Per la sindaca di Diyarbakir “Ankara sta conducendo una guerra coloniale contro la popolazione curda”.

Nata nel 1961 a Elazig, negli anni ’90 Gultan Kisanak ha lavorato come giornalista per varie testate (molto spesso sequestrate o vietate) diventando caporedattrice del quotidiano Özgür Gündem. Dal 2011 al 2014 per il Partito per la Pace e la Democrazia (BDP), di cui è stata co-presidente, ha fatto parte del parlamento turco. Nel 2014 per il Partito Democratico delle Regioni (DBP) è stata eletta sindaca di Diyarbakir , città nell’est della Turchia abitata prevalentemente da curdi. Kisanak fa parte della comunità religiosa degli aleviti.


Parlando di Sur, il quartiere della città vecchia di Diyarbakir messo sotto coprifuoco per settimane dal dicembre scorso, ha ricordato che qui “circa un mese fa il governo ha proclamato ufficialmente la fine del coprifuoco, ma in altri cinque quartieri è ancora in corso. 30.000 abitanti sono stati scacciati da Sur. 20.000 di loro non hanno più case perché sono state distrutte da mesi di fuoco di carri armati e artiglieria. Un ritorno degli sfollati al momento non è possibile. A Sur vivevano molte persone povere che negli anni ’90 sono state scacciate dai loro villaggi dall’esercito e si sono poi ricostruite una nuova vita a Diyarbakir. La politica di espulsione ha anche gravi conseguenze economiche per la gente di Sur. Molti piccoli negozi di artigiani sono falliti. La situazione ora è perfino peggiorata perché lo Stato ha espropriato e statalizzato quasi tutto il quartiere della città vecchia. Dicono che è per motivi di sicurezza. Gli abitanti poveri vengono scacciati. Molti non ricevono un indennizzo perché erano solo inquilini o avevano costruito le case per conto loro negli insediamenti informali chiamati Gecekondular e non erano registrate. Vogliono ricostruire il quartiere con case nuove e strade larghe. E ancora non si sa chi dovrà andarci ad abitare. Ma abbiamo l’esempio del quartiere Sulukule a Istanbul. Lì sono stati scacciati i rom che tradizionalmente lo abitavano. Negli edifici nuovi e cari sono poi andate ad abitare persone ricche provenienti dall’Arabia Saudita”.

Quanto al problema impellente di opporsi comunque a questo Landgrabbing, la sindaca ha sottolineato come “questa sia forse la prima volta nella storia che viene espropriata un’area così grande con 50.000 abitanti. Gli espropri dai quali sono colpiti anche edifici pubblici, parchi, musei e chiese, sono in contrasto con il diritto amministrativo dei comuni. Noi ci opponiamo in due modi. Da un lato procediamo per vie legali. Ma contemporaneamente puntiamo alla mobilitazione della popolazione. 310 organizzazioni della società civile si sono unite in un movimento per la ricostruzione di Sur.

Dopo l’interruzione del dialogo con il Movimento di Liberazione curdo da parte del Presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo annuncio di non accettare il risultato elettorale del giugno 2015 nell’estate scorsa una serie di comuni curdi, incluso Diyarbakir-Sur si sono dichiarati autogovernati. Al governo questo è servito come pretesto per i suoi attacchi contro le città curde”.

Al giornalista Nick Brauns che le chiedeva se “da questo punto di vista la proclamazione dell’autonomia democratica non sia stata prematura” ha ricordato che per il popolo curdo “l’autonomia democratica non è un progetto nuovo. Già nel 2007 abbiamo deciso questo progetto nel congresso del Partito per una Società Democratica (DTP), partito che poi è stato vietato, e dopo lo abbiamo confermato in programmi di partito e conferenze. Nelle zone dove siamo stati eletti quindi abbiamo cominciato a mettere in pratica l’autogoverno. Anche durante il dialogo di pace tra lo Stato e il rappresentante curdo Abdullah Öcalan la questione dell’autogoverno era centrale. Il PKK nel frattempo ha ammesso che non aveva messo in conto una tale politica di guerra da parte dello Stato, ma aveva sperato in una prosecuzione del dialogo. Come DBP abbiamo fatto tutto per evitare gli scontri, ma non abbiamo trovato ascolto da parte del governo. Tuttavia continuo a sperare nella fine dei combattimenti e in un ritorno al dialogo con il coinvolgimento di Öcalan”.


E ha continuato: “I curdi vogliono uno status politico e il loro autogoverno, mentre il governo li vuole liquidare con pochi diritti culturali. Ma noi non conduciamo solo una lotta nazionale per i curdi. Per noi si tratta anche del fatto di conquistare democrazia per tutta la Turchia. Non vogliamo che le amministrazioni comunali siano solo copie dello Stato centrale, perseguiamo un’alternativa democratica. Le decisioni dovranno essere prese in parlamenti popolari nei quartieri. Le donne e i giovani dovranno organizzarsi in consigli. Gli altri gruppi etnici e minoranze religiose nella nostra regione dovranno avere diritto di parola”.

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CEMIL BAYIK

In aprile è intervenuto anche Cemil Bayık, leader del PKK ricordando l’impegno per la pace del prigioniero politico curdo Abdullah Öcalan. Purtroppo ha dovuto amaramente riconoscere che “tutti questi sforzi sono stati negati da Erdoğan”.

Nel suo articolo (“La lotta rimuoverà l’isolamento e porterà la soluzione”, pubblicato sui quotidiani Azadiya Welat e Yeni Özgür Politika) Cemil Bayik scriveva che “Tayyip Erdoğan e Ahmet Davutoğlu stanno ingannando i popoli della Turchia. È chiaro come è finito il processo chiamato il “processo di risoluzione”. Come risultato di anni di impegno, una dichiarazione di democratizzazione e una risoluzione per la questione curda sono state presentate al pubblico a Dolmabahçe. Chi lo ha negato e ha detto che il progetto non esisteva? Chi ha detto che questi messaggi stavano legittimando İmralı per via del messaggio del leader Apo di democratizzazione e soluzione nel Newroz 2015? Chi ha tenuto il leader del popolo curdo in stretto isolamento dal 5 aprile 2015? Questi sono stati i primi passi di guerra e l’affossamento del processo di risoluzione democratica e politica. Quando hanno perso le elezioni il 7 giugno, il 24 luglio sono passati a una guerra a tutto campo. Le elezioni del 1 novembre erano solo una copertura politica per questa guerra. Le elezioni del 1 novembre sono state come quelle del 1946 quando ha vinto il CHP usando tutti i mezzi dello Stato. In breve, il discorso che il “PKK ha rotto la tregua e iniziato la guerra” è una grande bugia. L’Accordo di Dolmabahçe è stato rifiutato e il leader Apo è stato messo in isolamento secondo la sentenza di guerra raggiunta nel Consiglio di Sicurezza Nazionale il 30 ottobre 2014 e la decisione per questa guerra è stata messa in pratica dopo che le forze democratiche sono uscite rafforzate dalle elezioni del 7 giugno.

L’alleanza di AKP e MHP dice che continueranno questa guerra fino a quando non sarà rimasto vivo un singolo guerrigliero. Stanno dicendo quello che dicono tutti i politici senza una politica per una soluzione, stanno facendo tutto quello che questi politici hanno detto. Questo discorso e questa guerra continueranno fino a quando emergeranno una mentalità e una politica per una soluzione della questione curda.

AKP e MHP ora stanno attuando le politiche che vogliono i nemici della Turchia. Cadono nella trappola di mantenere la Turchia e i curdi in uno stato di guerra costante. Questa è la situazione in cui si troveranno coloro i quali non hanno politica per la soluzione. Solo coloro che avranno una politica di risoluzione per la questione curda agiranno a favore dei popoli della Turchia.

Nessuna forza può eliminare il Movimento di Liberazione Curdo. Le loro sono parole di guerra psicologica pronunciate per deludere i popoli della Turchia. Stanno senza dubbio usando tutti i mezzi a loro disposizione per mettere fine al Movimento di Liberazione Curdo. Ma sono destinati a fallire, come è successi ad altri negli ultimi 40 anni. La situazione attuale è ancora più infruttuosa di quanto lo fosse in passato.

Il PKK non è un movimento di “40 giorni” o un’organizzazione artificiale sostenuta dalla Turchia come ISIS. È il partito con radici profonde che hanno 43 anni e il partito con la maggiore esperienza politica nel Medio Oriente. Tayyip Erdoğan, Devlet Bahçeli e Ahmet Davutoğlu confondono il PKK con organizzazioni artificiali o create dalla propaganda. Il PKK è arrivato fino a oggi lottando con le unghie e con i denti. Ha una forza di sacrificarsi che si fonda su “o libertà o libertà”. Anche il popolo curdo non è più il popolo curdo di ieri. Anche questo popolo è maturato nella guerra che dura da 40 anni. In questo senso, Tayyip Erdoğan sta ingannando se stesso con il discorso su una guerra speciale. Certamente il prezzo lo paga il popolo. Senza alcun dubbio anche il popolo curdo sta soffrendo; ma la Turchia è la più grande perdente nel processo in cui viene rimodellato il Medio Oriente. Il leader Apo ha cercato di far vincere tutti i popoli e il paese stesso con il Manifesto del 2013 e l’Accordo di Dolmabahçe. Tuttavia, Tayyip Erdoğan ha respinto questo approccio e questo sforzo e ha invece scelto la guerra. Questa guerra continuerà fino a quando le politiche di Tayyip Erdoğan e dei suoi alleati falliranno. Una guerra è stata imposta al popolo curdo. Il Movimento di Liberazione risponderà naturalmente a questa guerra con una grande e storica resistenza”.

Appare evidente che è il più ragionevole interlocutore per una soluzione era e rimane  Ocalan. Scontata l’analogia con Mandela e il Sudafrica all’epoca dell’apartheid.

Per risolvere la questione curda non è possibile evitare di confrontarsi con le proposte e con  i progetti di  Ocalan il quale, va ricordato, considera la democratizzazione della Turchia e la soluzione della questione curda come interconnesse.

Ma, come sottolineava Cemil Bayık, prima di tutto “è necessario rompere l’isolamento in cui versa Ocalan e che va avanti da più di un anno. C’è un legame diretto tra mettere fine all’isolamento e risolvere la questione curda. Se le politiche di guerra e di mancanza di soluzione vengono rese irrilevanti dalla lotta, allora l’isolamento finirà e il leader Apo potrà svolgere il suo ruolo”.

CURDI SOTTO TIRO ANCHE IN SIRIA

Come riportava in una corrispondenza del 21 aprile il giornalista Nick Brauns, dal giorno precedente “a Qamishlo nel nord della Siria erano in corso duri combattimenti tra milizie curde e forze governative siriane. Dozzine di appartenenti alle milizie, soldati e civili sono rimasti uccisi. La vita pubblica nella grande città sul confine turco abitata da curdi, arabi e assiri cristiani in larga misura si è fermata, molti abitanti fuggono verso i villaggi circostanti.

Qamishlo e Hasaka sono le uniche città nella zona di autogoverno del Rojava nel nord della Siria, dove il governo del Presidente Bashar Al-Assad dispone ancora di truppe proprie. L’esercito siriano controlla l’aeroporto di Qamishlo , le Forze di Difesa Nazionali (FDN) il quartiere governativo, alcune zone residenziali arabe, nonché una serie di villaggi a sud della città. Oltre ad alcune tribù arabe, anche la milizia assira Gozarto sostiene il regime Baath, altri gruppi assiri invece sono alleati con le Unità di Difesa del Popolo curde YPG”.

Finora era rimasta in vigore una “tregua informale” per cui da alcune componenti  dell’opposizione siriana e dal  governo turco erano state lanciate accuse contro il PYD (Partito dell’Unione Democratica, curdo) di “collaborazione con Assad”. In realtà a Qamishlo si verificavano di continuo conflitti armati di piccola entità tra curdi ed esercito siriano (soprattutto quando i curdi si opponevano al reclutamento).

I combattimenti su ampia scala erano scoppiati il mercoledì 20 aprile dopo un incidente a un checkpoint delle unità »Asayis« (in campo per la sicurezza dell’autogoverno).

Secondo quanto riferito dall’agenzia stampa curda Firat negli scontri successivi di venerdì 22 sono rimasti uccisi oltre 30 seguaci del governo.

Giovedì 21 aprile le forze curde avevano occupato un forno industriale nel centro e il carcere locale (Alaya). Qui venivano uccisi cinque appartenenti alle FDN mentre una cinquantina si arrendevano. I canali tv curdi hanno mandato in onda un video che mostrava le Asayis mentre ammainavano la bandiera siriana e issavano la propria sull’edificio.

Le unità dell’esercito siriano stazionanti nell’aeroporto hanno reagito con colpi di artiglieria contro alcuni quartieri residenziali e, secondo notizie non confermate, una decina di civili avrebbero perso la vita

Con un contrattacco, durante la notte tra il 21 e il 22 aprile giovedì, le forze del FDN riuscivano a prendere il controllo dell’ospedale Al-Salaam e dello stadio pubblico. Nello stesso giorno, venerdì 22 aprile, rappresentanti del PYD e del governo si sono incontrati per negoziare una tregua.

Il Consiglio governativo del cantone di Cizire che comprende anche Qamishlo ha accusato Damasco di essere il responsabile degli scontri la cui funzione sarebbe quella di “seminare discordia tra curdi, arabi e assiri e impedire la costruzione di una regione federale nel Rojava nel nord della Siria”.

La proclamazione dell’autonomia (in marzo) da parte dell’alleanza di opposizione dell’Assemblea Siriana Democratica formatasi intorno al PYD era stata condannata, oltre che dai governi siriano e turco, anche dall’opposizione siriana sostenuta dall’Occidente in quanto tale dichiarazione viene ritenuta “un attacco all’unità territoriale del Paese”.

Negli stessi giorni sul sito web dell’Isis (Al-Amaq) veniva rivendicato un attentato suicida contro le YPG a Qamishlo (sarebbe avvenuto il 21 aprile).

Mentre le Unità di protezione del popolo (YPG) hanno rispettato da subito l’accordo di cessate il fuoco (vedi la dichiarazione congiunta degli Stati Uniti e della Federazione Russa sulla Cessazione delle Ostilità in Siria del 17 febbraio 2016), gruppi terroristici vari hanno continuato a bombardare alcuni quartieri di Aleppo, in particolare quelli abitati in prevalenza da curdi (Şêx Meqsûd, Efrîn…).

Quartieri, va detto, che rappresentano spesso un luogo sicuro anche per molte persone non curde in fuga  dalla guerra.

Da qualsiasi parte provengano, Isis o esercito siriano, i bombardamenti  rappresentano comunque una violazione delle Convenzioni internazionali sulla protezione dei civili. Ultimamente si erano intensificati; forse una rappresaglia per le proposte  politiche (l’autonomia democratica, l’autogoverno) avanzate dall’amministrazione del Rojava.

Appoggiati dalla Coalizione nazionale siriana, e da quello che rimane del Consiglio nazionale curdo, alcuni gruppi terroristici (Jabhet Al Nusra, Ahrar Al Sham, la brigata Sultan Murad , la brigata di Al Fatah Brigade, Divisione 16, Esercito di Mujahedeen, Fastaqim Kama Umirt Group, la brigata islamica Nour al-Din al-Zanki e la Divisione del Nord) hanno utilizzato ogni genere di armi letali, comprese quelle  vietate internazionalmente, per costringere la popolazione a lasciare le proprie abitazioni.

In particolare, negli attacchi contro il quartiere di Sheikh Maqsoud sono stati utilizzati gas chimici provocando sia il ferimento che l’intossicazione di alcuni abitanti.

(vedi il rapporto dell’Agenzia Hawar News).

Nel corso dell’attacco il quartiere appariva coperto da un fumo giallo.

In un altro quartiere di Aleppo ripetutamente sotto attacco, le vittime civili sarebbero 25 e oltre cento i feriti.

A seguito di tali eventi il Consiglio generale del Partito dell’Unione Democratica (PYD) ha rivolto un invito a “tutti i paesi del Gruppo internazionale di sostegno alla Siria di assumersi le loro responsabilità e di fermare queste organizzazioni terroristiche e di proteggere i civili secondo le leggi e le convenzioni internazionali” invitando anche il Consiglio di sicurezza dell’ONU “a esercitare pressione sui sostenitori di questi gruppi terroristici, in modo particolare nei confronti del Partito della giustizia e dello sviluppo,che è diventato una fonte globale del terrorismo, che minaccia la pace e la sicurezza globale”.

Gianni Sartori

25 Aprile – di Juri Orsi – portavoce di pro Lombardia Indipendenza

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Oggi pro Lombardia Indipendenza, insieme a tutto il popolo lombardo, si ferma per ricordare la fine di un regime che per vent’anni ha privato la nostra terra dei più basilari diritti democratici. Un regime dittatoriale che per vent’anni ha perseguitato il popolo lombardo politicamente, socialmente e culturalmente, così come gli altri popoli soggiogati dall’italia. Un regime che ha cercato di imporre un’identità nazionale volgarmente mutuata dalla simbologia dell’antica Roma, distruggendo il patrimonio linguistico e culturale del nostro popolo. Oggi ricordiamo la fine di un regime totalitario e guerrafondaio, che ha portato la Lombardia in un’ennesima, fallimentare avventura bellica.

 

Ma ricordiamo anche la forza e la determinazione che hanno spinto non solo i lombardi, ma anche gli altri popoli oppressi, a resistere a questo regime, dando vita ad un movimento di liberazione fondamentale per la sua caduta. Oggi pertanto non è un giorno di doloroso ricordo ma di speranza, e di fiducia nella capacità del nostro popolo di resistere all’oppressione. E nonostante la Repubblica sorta da quel regime abbia continuato nel tentativo di creare coattivamente un’identità nazionale inesistente, noi abbiamo fiducia che il popolo lombardo possa ancora una volta resistere ad uno stato che continua a negare il suo diritto all’autodeterminazione. Oggi ricordiamo la vittoria della democrazia sulla dittatura, dei diritti sui privilegi.

 

Ma guardiamo anche al futuro, sperando che lo stesso spirito di libertà spinga la Lombardia e tutte le nazioni oppresse dall’italia verso la futura e democratica Europa dei popoli.

Juri Orsi

http://www.prolombardia.eu

 

foto: Anna Praxmayer – Monumento della resistenza, Milano – Sesto S. Giovanni

Per le resistenze di ieri e di oggi, celebriamo il 25 aprile! – tramite l’amico Gianni Sartori

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Quest’anno celebreremo insieme ai compagni e alle compagne italiane il 25 aprile, festa della Liberazione dal nazi-fascismo e della resistenza.

Proprio come i partigiani e le partigiane di allora, oggi i curdi si difendono dagli attacchi fascisti di Daesh in Siria e Iraq, dalla distruzione delle loro città in Turchia, dove con la scusa della lotta al terrorismo lo stato turco negli ultimi mesi ha massacrato in modo atroce centinaia di civili e raso al suolo intere città. Ma i curdi si difendono anche dalla repressione del dissenso, meno visibile ma altrettanto, dura in Iran, dove si procede a colpi di condanne a morte contro curdi e oppositori.

In questi mesi state create unità di difesa popolari  nelle città curde e non più solo nelle montagne. Queste unità hanno molto in comune con i gruppi di azione partigiana che operavano in molte città italiane verso la fine della seconda guerra mondiale. Il popolo le sostiene  queste unità e si sente protetto da loro, anche se purtroppo sta pagando un caro prezzo per via della pesante repressione del governo turco.

Il nemico di ieri in Italia e in Europa si chiamava fascismo e nazismo; ma anche quella parte di popolazione che ha sostenuto questi governi totalitari e ne ha condiviso obiettivi e atrocità. Anche oggi da noi, in Medio Oriente, e specialmente in Turchia, l’esercito non è l’unico nemico del popolo curdo: si è di fronte a una società – quella turca – sottoposta a continue spinte verso l’intolleranza contro le minoranze, per affermare che in Turchia c’è “un solo stato, un solo popolo (quello turco), una sola lingua, una solo bandiera”.

Il progetto dei criminali del Daesh è simile: nessuna tolleranza verso chi non è come loro, disprezzo della diversità e pratica del genocidio. Quindi è ancora fascismo e nazismo.

Oggi come ieri è necessaria l’autodifesa. Serve una grande mobilitazione antifascista e a sostegno degli altri popoli nei confronti dei popoli oppressi. Occorre una partecipazione popolare che vada oltre gli interessi cinici degli stati e che sappia agire concretamente ogni giorno per liberare spazi e sottrarli al fascismo, in Italia come in Kurdistan. Siamo tutti parte della stessa lotta e siamo dalla parte giusta. Siamo quindi con tutti i popolo resistenti che amano la libertà e lottano contro fascismo di ogni suo genere.

Viva la resistenza!

Viva il 25 aprile!

Viva l’antifascismo e viva il Kurdistan!

Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia -UIKI onlus

ARARAT IN CAMBIO DI ERDEMIR? – di Gianni Sartori

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ARARAT IN CAMBIO DI ERDEMIR?

 (Gianni Sartori)

 

 “Ciao Gianni, sono d’accordo sul pezzo, l’unica cosa che bisogna sottolineare di più, marcatamente, è chi lo sta chiudendo, quello, non si capisce esattamente. La denuncia secondo me non si deve fermare sul concetto, perché si chiude , ma chi è il diretto responsabile della chiusura… (fare anche una velata denuncia chiedendosi se dietro tutto ciò, possa essere anche una richiesta malcelata delle autorità turche, accettate come sempre dalla debole posizione del governo italiano….)      A presto”.

 

 

Così mi scriveva, dopo aver letto l’appello “Giù le mani da Ararat” un amico che, per ragioni storiche di famiglia, conosce bene la protervia dei governi turchi nei confronti di curdi e armeni.

Effettivamente, verificavo, dietro la richiesta di sgombero di ARARAT c’era il Comune di Roma in qualità di esecutore delle politiche renziane. Una conferma dell’intenzione di riprendersi tutti gli spazi pubblici autogestiti per poi, eventualmente, riassegnarli attraverso un bando. Una scelta chiaramente punitiva (con l’intento di far loro chiudere i battenti) nei confronti di quelle associazioni che avevano restaurato e ristrutturato, salvandoli dal degrado, spazi abbandonati dall’incuria istituzionale e privata, restituendoli alla collettività.

Ma forse nel caso di ARARAT c’è anche di peggio.

 Coincidenza, proprio in quei giorni emergeva l’alleanza strategica tra la turca Erdemir, Marcegaglia e Arvedi (affiancati dalla Cassa Depositi e Prestiti) per il salvataggio dell’acciaieria ILVA di Taranto, in vista della scadenza del 23 maggio per la presentazione di offerte vincolanti. Un’alleanza vista con favore dal governo italiano che sembra aver ormai rinunciato all’ipotesi di una cordata tutta italiana a favore di Erdemir, primo produttore di acciaio in Turchia (45° posto nella graduatoria mondiale) con un patrimonio di oltre sei miliardi di euro. Definita “società integrata con una struttura che va dall’estrazione alla  produzione di acciaio con siti produttivi a caldo e a freddo”, Erdemir è già fornitore di Marcegaglia a cui spetterebbe il compito di completare la cordata (con Arvedi e  Cassa Depositi e Prestiti).

I tempi coincidono: la visita di Erdemir all’ILVA di Taranto risale al 22 marzo, lo stesso giorno della lettera di Tronca con la richiesta di sgombero (l’ultimatum di dieci giorni scadeva il 2 aprile).

Non si può quindi escludere che in cambio di un eventuale salvataggio dell’ILVA, Ankara abbia chiesto al servizievole governo Renzi di tappare la bocca ad ARARAT, una voce dissidente ancora in grado di denunciare i crimini contro l’umanità della Turchia.

Gianni Sartori

 

GIU’ LE MANI DA ARARAT !!! – di Gianni Sartori

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GIU’ LE MANI DA ARARAT!

(Gianni Sartori)

 Minacce di sgombero calano come avvoltoi sul centro ARARAT di Roma.

 

Perseguitato in Turchia, il popolo curdo rischia di subire altre angherie anche nella nostra penisola.

 

Attualmente, oltre a subire vessazioni e repressione da parte del Governo turco, il popolo Curdo viene aggredito e minacciato dall’ISIS in territorio Siriano. Contro questi fascisti la popolazione si è opposta con coraggio e valore liberando la città di Kobane e salvando dal massacro altre comunità etniche e religiose presenti nella regione.

Ma ora, si parva licet, anche il nostro paese sembra intenzionato a dare il suo contribuito nel limitare i diritti del popolo curdo, in particolare di quei curdi, scampati ai massacri, che forse pensavano di aver trovato rifugio in Italia.

 

Come ricordavano alcuni cittadini. “da molti anni l’associazione ARARAT ONLUS svolge attività culturali e ricreative di grande rilevanza sociale; attività volte alla conoscenza della storia, della cultura e delle arti del territorio della Mesopotamia, zona compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate, culla della civiltà Indoeuropea, ma anche delle radici del popolo Curdo”.

E la denominazione stessa della Piazza dove risiede l’associazione (Largo Dino Frisullo) ricorda l’impegno di un cittadino romano che spese la sua vita senza risparmiarsi per la difesa dei diritti umani e civili del Popolo Curdo.

 

Un pro-memoria: il Centro ‘Ararat’ prende il suo nome dalla nave omonima che approdò sulle coste italiane il 3 gennaio 1998, in Calabria. A bordo circa un migliaio di curdi: famiglie intere,donne, bambini…tutti in fuga per scampare alla repressione turca. Per un certo tempo vissero a Badolato (poi riconosciuto come villaggio curdo) e successivamente sono giunti a Roma.

Il centro Ararat -mi spiegano amici curdi – era nato nel maggio 1999 al Campo Boario, in un edificio inserito nel complesso in disuso dell’ex Mattatoio di Testaccio”. Quello che era soltanto uno stabile abbandonato divenne in breve tempo un dignitoso “spazio di accoglienza e di ospitalità, ma anche un luogo dove sperimentare forme di condivisione tra attività artistica e culturale, solidarietà civile e trasformazione del territorio”. L’edificio riportato a nuova vita venne ribattezzato con il nome di Ararat, il monte leggendario su cui si arenò l’Arca di Noè scampata al Diluvio Universale (portando in salvo tutte le specie animali e vegetali del pianeta). Ma Ararat era anche il nome dato alla prima nave carica di profughi curdi giunta in Italia. Da secoli il monte Ararat è un simbolo, una “Montagna sacra” per Curdi e Armeni, due popoli entrambi vittime dello stato turco.

In molti, nel corso degli anni, avevano contribuito alla realizzazione di questo spazio: in primo luogo i profughi curdi che vi hanno trovato accoglienza, ma anche varie associazioni come: Azad, Villaggio Globale, Senzaconfine, le Donne in nero, gli architetti di Stalker, l’associazione “Un ponte per…” (oltre a un gran numero di artisti e volontari).

 

Attualmente il centro è fornito di: sala da tè, cucina, barbiere, la sala di lettura (in cui è possibile leggere pubblicazioni sulla questione kurda e vedere il canale satellitare in lingua kurda Roj TV).

 

Tutte le attività (tra cui anche corsi di lingua curda e corsi di ballo curdo) sono autogestite e autofinanziate dagli ospiti del centro con la collaborazione di volontari e volontarie esterni. Parallelamente alla funzione di accoglienza, Ararat “è uno spazio in cui coltivare coraggiosamente la propria cultura e identità (pur mutevole e in continuo divenire), attività che diventa fondamentale per non sentirsi completamente persi dopo aver varcato il confine del proprio paese con la prospettiva di non tornarci mai più, o di non potervi rientrare per un periodo molto lungo”. Infatti la comunicazione delle ragioni dell’esilio alla società ospitante, ma anche delle bellezze e del valore storico della cultura di provenienza possono fornire un significativo percorso di inserimento e legittimazione per delle persone che hanno perso molto, e che molto sono state costrette a lasciare dietro di sé.

Non scordiamo che la Mesopotamia, culla della civiltà e luogo di scambio e di transito fra l’occidente e l’oriente, ha visto nel corso del suo sviluppo storico un moltiplicarsi di culture. In particolare è stata il luogo d’origine e sviluppo fra gli altri del popolo curdo. Analogamente qui, nel cuore della capitale d’Italia, Ararat rappresenta un ponte fra Oriente e Occidente, non soltanto un punto di riferimento per la diaspora curda nel nostro paese.

Oggi Ararat rappresenta una parte importante della città di Roma e anche il Comune e le istituzioni cittadine finora sembravano riconoscerne – seppur informalmente – il ruolo di accoglienza.

 

 La funzione sociale svolta, ormai da anni, dall’associazione Ararat si concretizza nel costituire un punto di riferimento essenziale per i cittadini Curdi che in Italia vogliono chiedere asilo politico: a loro Ararat onlus fornisce servizi di orientamento e informazione per l’accesso all’audizione presso la Commissione Territoriale (Commissione che, per la Convenzione di Ginevra, riconosce la protezione internazionale per i rifugiati politici e di guerra). Tale attività è di aiuto e di supporto agli organismi istituzionali ed attua le linee di intervento per i rifugiati e richiedenti asilo, previste dalle direttive europee, senza oneri per lo Stato e per gli enti delegati e preposti all’accoglienza dei richiedenti asilo, quali i Comuni e Roma Capitale.

 

Gianni Sartori

IL “CHE” E’ VIVO! – Intervista con Harry Antonio Villegas Tamayo (“POMBO”) – di Gianni Sartori

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Premessa. Non ho alcuna intenzione di stare ad aspettare il 50° anniversario per ricordare la figura del “CHE”. Prima di tutto perché “non si sa mai”…e poi perché sinceramente mi ricorderebbe troppo l’età, ormai quasi venerabile, del sottoscritto.

Tra l’altro (coincidenza sincronica ?) l’8 ottobre 1967, giorno della cattura del Che*, rappresenta anche il mio “battesimo del fuoco”, diciamo così. Quel giorno infatti, quindicenne, partecipai (forse l’intenzione iniziale era soltanto di assistere, per curiosità) alla mia prima manifestazione con cariche, durissime, della Celere 2 di Padova. L’immagine di alcune ragazze scaraventate e terra e picchiate con i manganelli (non ricordo più se sul cavalcavia di San Pio X o addirittura già allo stadio Menti, a un paio di chilometri quindi dalla base statunitense) è rimasta nella memoria, indelebile. Era soltanto l’inizio…ma prometteva bene.

Di Ernesto Guevara avevo già letto un libriccino pubblicato da qualche gruppo m-l (“Creare due, tre, molti Vietnam…copertina rossa, costava, ricordo, 50 lire)** e quindi non mi era del tutto sconosciuto. Ma sicuramente non potevo immaginare che mentre correvamo per le vie periferiche di Vicenza gridando contro l’imperialismo statunitense, a migliaia di chilometri di distanza, in Bolivia, quello stesso imperialismo stava portava a segno uno dei suoi colpi più azzeccati: mettere definitivamente a tacere una voce autorevole che parlava a nome dei dannati della terra (dannati nel senso di esclusi, chiaro).

Avevo incontrato Harry Antonio Villegas Tamayo (nome di battaglia “Pombo”) negli anni novanta durante un giro di conferenze organizzate, mi pare, dall’editore Roberto Massari. Il nome di Pombo, uno dei pochi sopravvissuti alla disfatta boliviana, è citato spesso nel “Diario del Che in Bolivia”, in particolare quando venne ferito in combattimento il 26 giugno 1967.

Nato nel 1940 a Yara (Sierra Maestra) da una famiglia di contadini poveri, conobbe il Che ed entrò nella guerriglia cubana a soli 14 anni. Da allora non smise mai di lottare. Seguì Guevara in Congo al fianco di Mulele (già ministro di Lumumba, assassinato su richiesta del colonialismo) e perfino di un giovanissimo Laurent Desiré Kabila (di cui il Che un po’ diffidava…), in anni più recenti a capo del paese paese africano (dopo la sconfitta del dittatore Mobutu) e in seguito morto in un poco chiaro incidente.

Pombo partecipò al tentativo boliviano e, dopo la morte del Che, andò a combattere in Angola contro il colonialismo portoghese. Poi in Namibia contro l’esercito sudafricano. Una lotta questa che, in quanto afrocubano, sentiva particolarmente sua dato che Pretoria aveva introdotto anche in Namibia l’apartheid.

 

Domanda: Cosa pensi del fatto che a distanza di tanti anni (l’intervista risale agli anni novanta nda) la memoria del Che sia ancora viva “nella mente e nel cuore” di tante persone, non solo in America Latina?

 

Pombo: Per noi latinoamericani il persistere del ricordo del Che a tanti anni dalla sua scomparsa non è motivo di sorpresa, dato che le ragioni per cui Guevara lottò sono ancora uguali nella sostanza. In America Latina, malgrado si vada pagando il debito estero, la miseria non diminuisce ma aumenta. Le nuove strategie adottate dai governi consistono nel trasferire nelle casse delle multinazionali il patrimonio, le risorse dei popoli latino-americani.

 

Domanda: A tuo avviso ci sono state precise responsabilità da parte di alcune componenti della sinistra latino-americana nella morte e sconfitta del Che (mi riferisco in particolare al ruolo del partito comunista boliviano di Mario Monje)?

 

Pombo: Naturalmente non si può accusare di responsabilità la sinistra in generale. Personalmente non ho elementi precisi per spiegare le ragioni per cui Mario Monje, segretario del partito comunista boliviano, non fu coerente con gli impegni presi. La sua scelta di non partecipare alla guerriglia ha avuto conseguenze disastrose. Secondo gli accordi avrebbero dovuto integrarsi nella guerriglia più di trentamila uomini (militanti del Partito Comunista Boliviano nda) e questo avrebbe creato le condizioni per poter veramente fare delle Ande la nuova Sierra Maestra, come pensava il Che. Poi le cose, come ben sai, sono andate diversamente.

 

Domanda: Come sei riuscito a salvarti dalla tragedia dell’8 ottobre ’67?

 

Pombo: Solo in cinque del gruppo di Guevara riuscimmo a sganciarci e, se pur feriti, sfuggire ai rangers (al momento dell’intervista solo tre erano ancora in vita nda). Io ero rimasto con la mitragliatrice nella parte alta del canalone per tenere occupati i militari mentre gli altri potevano allontanarsi. Quando cercai di riunirmi al gruppo erano già stati uccisi o catturati. Prima di riuscire ad arrivare in Cile ci toccò sostenere almeno una cinquantina di scontri con l’esercito boliviano. Infine ci consegnammo ai soldati cileni, ad un posto di frontiera. Avrebbero potuto fucilarci sul posto o anche consegnarci ai boliviani, che quasi certamente ci avrebbero fucilato come fecero con gli altri nostri compagni catturati. Per nostra fortuna in quel momento c’erano attriti tra Cile e Bolivia e il tenente che comandava il posto di frontiera decise di consegnare quei cinque disperati alle autorità cilene. Ci portarono a Santiago e, successivamente, con un aereo a Thaiti, poi a Parigi e quindi a Cuba…

 

Domanda: Quello che francamente stupisce è pensare che, dopo tutte queste traversie, sei tornato a combattere in Africa…

 

Pombo: Personalmente sono felice di aver contribuito alla lotta di liberazione anticoloniale del popolo dell’Angola; è per me motivo d’orgoglio che oggi l’Angola sia indipendente, con frontiere riconosciute a livello internazionale. Lo stesso vale per la Namibia che ha potuto liberarsi dal giogo del Sudafrica e dell’apartheid.

 

Gianni Sartori 

 

 * L’8 ottobre sarebbe poi diventato il “Giorno del Guerrigliero eroico” pensando, erroneamente, che quel giorno il Che fosse stato ucciso in combattimento (o per le ferite riportate). Solo dopo qualche tempo si apprese con certezza che, catturato vivo l’8, era stato assassinato il giorno seguente, il 9 ottobre.

 **Doveva invece passare ancora qualche mese prima che mettessi le mani su “La guerra per bande”, una ristampa dell’ottobre 1967 della Mondadori (Oscar settimanali 132 bis, lire 350) di una introvabile edizione del 1961 (Edizioni del Gallo). Da segnalare che la traduzione era di Adele Faccio. Quanto al “Diario del Che in Bolivia”, quello con la prefazione di Fidel Castro,  arrivò dopo (prima edizione: luglio 1968, prima edizione nell’Universale Economica: febbraio 1969) grazie al compagno editore  Giangiacomo Feltrinelli.

 ***Nell’Esercito cubano, Pombo raggiunse il grado di generale di Brigata e venne decorato come “Héroe de la revolucion”. Il suo libro di memorie (“Pombo, un hombre dela guerrilla del Che”) venne pubblicato nel 1996.

 

 

LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO MERCIFICA E BANALIZZA TUTTO (O ALMENO CI PROVA), MA CON LE DONNE CURDE NON SEMBRA TANTO FACILE… – di Gianni Sartori

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“Toute la vie des sociétès dans lesquelles régnent les conditions modernes de production s’annonce comme une immense accumulation de spectacles.
Tout ce qui ètait directement vécu s’est èloignè dans une reprèsentation.
(Guy Debord)*

LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO MERCIFICA E BANALIZZA TUTTO (O ALMENO CI PROVA), MA CON LE DONNE CURDE NON SEMBRA TANTO FACILE…

(di Gianni Sartori)

Chi avesse incautamente seguito la trasmissione “Alle falde del Kilimangiaro” (e qui verrebbe spontaneo un bel “paraponziponzipò…”, alla Vianello) del 6 marzo avrebbe potuto assistere ad una incredibile messa in scena, un’opera di mistificazione, un concentrato di banalità e luoghi comuni degni del peggior monoblocco mentale (definizione popolare del “pensiero unico”) mai concepito dalla Società dello Spettacolo.
Debordianamente, quella in cui “il vero è un momento del falso”.

La conduttrice Camilla Raznovich presentava il libro dell’economista Loretta Napoleoni sulle donne nell’Isis. Maldestramente però associava questo argomento a foto e immagini dell’attività’ di difesa, di territori e popolazioni, da parte delle donne curde combattenti in Rojava proprio contro le milizie del Daesh.
Confondendo temi e contenuti (e anche, in un certo senso, vittime e carnefici) e disinformando in merito al reale svolgimento delle azioni perseguite da più di due anni dalle combattenti curde dell’ Ypj (unita’ di difesa delle donne) in Rojava.

Sia il montaggio fotografico che il contenuto dell’intervista evidenziano una totale impreparazione (escludiamo pure la malafede) nel trattare l’argomento. Confondere il terrorismo con la difesa delle popolazioni da parte delle donne curde Ypj (arrivando a dire: “la donna combattente rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia del terrorismo” mentre contemporaneamente andavano in sovrimpressione le fotografie delle donne combattenti curde) costituisce un esempio di disinformazione assoluta e una mancanza di rispetto, oltre che per le donne curde, per gli utenti del servizio pubblico.
Parlare di “sciattezza intellettuale ed errata informazione” è stato, da parte di UIKI Onlus (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia), solamente un educato e moderato eufemismo. Si sarebbe potuto dire molto, ma molto, di peggio.
Come se non bastasse, si rasentava l’infamia evocando il “ratto delle sabine” (presentate come donne sedotte e non vittime di stupro) per parlare delle donne rapite, violentate, in molti casi ammazzate, dai fascisti di Daesh.
Un velo pietoso poi sulla congenita abitudine eurocentrica di trattare i popoli del resto del mondo come “arretrati” e parlare di emancipazione femminile e lotta per l’uguaglianza come prerogativa dell’Occidente, cancellando di colpo la democrazia paritaria e l’uguaglianza di genere in atto da oltre un decennio tra i curdi (sia in Rojava che nel sud-est della Turchia)

Daria Bignardi (direzione di RAI3) si è già scusata pubblicamente, a nome del programma, con i rappresentanti curdi e avrebbe richiesto una “relazione approfondita” sull’autogol televisivo, ma l’episodio rimane comunque un fatto gravissimo e va stigmatizzato.

Gianni Sartori

* “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”
(Guy Debord)

UN KURDISTAN FEDERALE? – La dichiarazione ufficiale del Consiglio Costituente – tramite Gianni Sartori

I rappresentanti del Kurdistan siriano democratico si sono riuniti nei giorni scorsi e hanno gettato le basi per la costituzione di uno Stato di sistema federale nelle terre liberate.

Ecco la loro dichiarazione congiunta, trasmessaci da Gianni Sartori, attento osservatore di questo ed altri conflitti che traggono le loro basi nel desiderio di applicazione del Diritto di Autodeterminazione dei Popoli.

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Dichiarazione rilasciata dal Consiglio Costituente per il Sistema Federale nel Rojava/Siria Settentrionale

Al pubblico siriano, regionale e globale

In risposta all’appello fatto dal Coordinamento Generale delle Aree di Autogoverno Democratico (Al Jazira, Kobane e Afrin), tutti i componente delle forze politiche, partiti e attori sociali nei cantoni del Rojava e nelle aree liberate dalle forze terroristiche hanno tenuto un incontro che è risultato in una visione politica complessiva per una soluzione in Siria e in un accordo sul sistema di gestione per il Rojava/Siria settentrionale.
Questo può servire come un modello per il resto della Siria fornendo una soluzione per l’intera crisi siriana.
Noi, i rappresentanti di queste aree, ci siamo incontrarti il 16 e 17 marzo 2016. Ricordiamo con apprezzamento e rispetto i martiri del nostro popolo che con il loro sangue hanno scritto la più grande storica resistenza eroica e che hanno fatto coraggiosi sacrifici. I nostri martiri hanno portato il nostro popolo alla pietra miliare dove si trova oggi. Il suddetto incontro è risultato nelle seguenti decisioni.

1.Una futura Siria è per tutti i siriani e questo è quello che il sistema democratico federale sta ottenendo alla base di tutte le componenti sociali.
2.Lavorare alla costruzione di un sistema democratico federale per il Rojava/Siria settentrionale.
3.I co-presidenti sono stati eletti dal Consiglio e sono sostenuti da 31 componenti.
4.Il comitato organizzativo ha avuto il compito di preparare un contratto sociale e una visione politica e legale complessiva per questo sistema entro un periodo che non vada oltre i sei mesi.
5.L’istituzione di giustizia transitoria che rappresenta il sistema democratico federale per il Rojava/Siria settentrionale verrà istituita dal consiglio fondatore che viene considerato come amministrazione ad interim fino alle elezioni generali sotto la supervisione delle Nazioni Unite.
6.La libertà delle donne è essenziale nel sistema federale democratico. Le donne hanno il diritto a una partecipazione paritaria e alle responsabilità decisionali per quanto riguarda le tematiche femminili. Le donne saranno rappresentate alla pari in tutte le sfere della vita, compresi gli aspetti sociali e politici.
7.La popolazione e le comunità che vivono nel sistema federale nel Rojava/Siria settentrionale possono sviluppare le loro relazioni politiche, economiche, sociali, culturali e democratiche con chi ritengono adatto o condividere convinzioni con la popolazione e le comunità a livello regionale e internazionale, purché questa relazione non interferisca con gli obiettivi e gli interessi del sistema federale democratico.
8.Le regioni che le forze democratiche hanno liberato dalle organizzazioni terroristiche diventeranno parte del sistema federale democratico del Rojava/Siria settentrionale in modo adeguato.
9.L’obiettivo del sistema democratico federale nel Rojava/Siria settentrionale a livello regionale è di raggiungere un’unione democratica di tutta la popolazione nel Medio Oriente e progresso democratico in tutta la popolazione che vive nel Medio Oriente, in tutti i settori, a livello politico, economico, culturale e sociale. Se tagliamo i confini nazionali dello stato possiamo vivere in pace e sicurezza gli uni con gli altri.
10.La realizzazione di un sistema federale e democratico avrà luogo all’interno di una Siria sovrana.

A tutta la popolazione e a tutti i gruppi in Siria, Kurdistan e Rojava e a tutte le classi sociali.

Oggi viviamo in una fase storica e in circostanze critiche. Oggi la Siria si trova nella peggiore tragedia della sua storia. Milioni sono dislocati e centinaia di migliaia di persone sono state uccise, per non parlare dell’immenso danno alle infrastrutture che la Siria ha sofferto. Nonostante questo stiamo assistendo a un’esperienza avanzata nel Rojava che è protetta dal sangue dei martiri e dedicata ai successi di tutti. Grandi conquiste sono state ottenute in questo periodo. Questa è una vera opportunità di costruire un sistema federale democratico. Siamo certi e fiduciosi che questo sarà un modello per una soluzione della crisi siriana.

In base alle decisioni che abbiamo assunto, facciamo appello prima di tutto alle donne che rappresentano una vita nuova e libera, così come ai giovani, alle comunità, alle lavoratrici e ai lavoratori e a tutti gli altri settori sociali. Li chiamiamo a unirsi a questo sistema federale e a organizzare e costruire sistemi democratici federali e chiediamo a tutte le forze progressiste e democratiche di sostenere i nostri sforzi.
Lunga vita alla determinazione del nostro popolo, alla sua coesistenza e la sua unità.

Fondatori e Fondatrici del Consiglio dell’Unione Federale Democratica del Rojava/Siria settentrionale.
17 marzo 2016

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YVES STELLA, un rivoluzionario corso (Bozen, novembre 1989) di Gianni Sartori

Difficile resistere alla tentazione di descriverlo come il prototipo dell’eroe popolare corso, personificazione del Corso ancestrale anonimo e collettivo; asciutto, abbronzato, felino; sprizza energia e trasmette umanità. Dietro le lenti uno sguardo ironico e comprensivo, impastato di pietra e frasche. Sobrio, apparentemente esile; in realtà plasmato da intemperie e vicissitudini, come le steli granitiche di Filitosa, purificate dal vento e dalla salsedine; indistruttibili e incorruttibili. Ha un solo difetto grave: fuma.*

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Di incontrarlo al convegno di Bozen EUROPA ’93 (organizzato, in vista del mercato unico europeo del ’93, da Radiotandem in collaborazione con alcune organizzazioni culturali sudtirolesi) non me l’aspettavo proprio.
Oltre al giornalista Giovanni Giacopuzzi, uno degli organizzatori, erano presenti il catalano Aureli Argemì (del CIEMEN), Antonio Egido (Takolo, responsabile per gli esteri di Herri Batasuna), l’avvocato Txema Montero (parlamentare europeo di HB), Eva Klotz e vari esponenti dei popoli minorizzati presenti in Europa (anche un rappresentante degli inuit di Groenlandia).

In precedenza, ogni volta che riuscivo a sbarcare in Corsica, avevo tentato di intervistare il “vecchio” guerrigliero indipendentista. Sempre invano.Purtroppo, sfortunata coincidenza, era regolarmente ospite del governo parigino. In galera, ca va sans dire.

LEZIONE DI STORIA

D. Mi dicevi che, tutto sommato, il mio pezzo sulla Corsica pubblicato da Frigidaire (n, 101, aprile 1989) non era poi tanto infame…

R. Abbiamo visto di peggio. Direi che forse hai enfatizzato troppo in chiave indipendentista la figura di Sanbuccio d’Alando. Sostenere che Sanbuccio lottava esplicitamente e con piena consapevolezza politica per l’indipendenza nazionale è sbagliato. Le rivolte comunali non interessavano in quel momento solo la Corsica ma una gran parte d’Europa.
Ad un certo punto i Corsi si son trovati da soli davanti agli aragonesi di cui avevano incendiato i castelli e saccheggiato le proprietà. Divenne indispensabile trovare degli alleati e vi fu una oggettiva convergenza di interessi e ideali con i Comunali di Genova. Ci fu una specie di “contratto”, di alleanza; oggi si direbbe di “solidarietà internazionalista”.
Comunali corsi e comunali genovesi erano animati dal medesimo spirito: lottare contro il feudalesimo.
Poi, come è noto, l’oligarchia genovese (in particolare il Banco di San Giorgio) adottò una vera e propria politica coloniale nei confronti del popolo corso.

D. Sottolineavi come non sia corretto affermare che “la rivoluzione Paolina ha dato per prima il voto alle donne” (come avevo scritto sempre nell’articolo in questione…). Com’era andata in realtà?

R. In realtà alle donne fu “concesso” di votare soltanto in qualità di capofamiglia, non in quanto soggetti che partecipavano all’Assemblea. Non era quindi ancora il principio “una testa, un voto” quello che entrava in vigore ma quello “un fuoco, un voto”. Erano le vedove o le figlie divenute “capo di fuoco” che potevano votare. Quindi le donne potevano votare solo in certe condizioni; comunque un precedente democratico molto importante visto che stiamo parlando del XVIII secolo. **

D. Vedo che nella storia e nella cultura del Popolo Corso il senso della “Terra” (e della sua difesa) è ricorrente. E’ solo un fatto ancestrale o trova anche una precisa collocazione e giustificazione storica?

R. Il rapporto dei Corsi con la loro terra scocca, almeno come lo conosciamo ora, circa seicento anni fa; proprio con Sanbuccio d’Alando e la sua riorganizzazione sociale sulla base delle “Terre comuni”, della proprietà pubblica.
Per i Comunali del XIV secolo la Terra è del Popolo, di chi la lavora. Di chi ne ha bisogno per vivere, e non è lecito sfruttarla per accumulare capitale. Ogni anno, fino alla Rivoluzione francese, i “Padri del Comune” (il Consiglio degli Anziani), eletti dal popolo, spartivano le terre.
Ancora oggi in certi paesi la gente è proprietaria per esempio di un castagneto, non della terra dove è piantato.

“TUTTO – TURISMO” ? NO, GRAZIE!

D. Si fa un gran parlare della “vocazione turistica” della Corsica. La formula attuale del “tutto turismo” esprime interessi reali del popolo corso, oppure si tratta di una imposizione, una forma di asservimento coloniale che la Francia (e la stessa Europa) impongono all’Isola?

R. Bisogna intanto premettere che la Corsica possiede circa mille chilometri di costa, in massima parte belli e vuoti. Rappresentano un’estensione superiore a quella di tutto il sud della Francia. Finora si è costruito soltanto sul 20% e l’80% resta ancora vergine. Un fattore decisivo per la salvaguardia del nostro litorale è stata la mancata applicazione delle leggi sulla successione: essendo la terra ancora in gran parte indivisa, risulta difficile comprarla. In pratica non c’è un proprietario. Questo è avvenuto perché, date le condizioni economiche in cui versava l’isola, non potevano venire applicate e riscosse le tasse sulle successioni. La mancata divisione e frammentazione oggi rappresenta un freno alla speculazione. Per questo ora lo Stato francese vorrebbe “mettere ordine”, individuare i proprietari a cui pagare i diritti in modo da pianificare l’esproprio della proprietà collettiva e dare il via libera alle speculazioni.
Su questo problema è intervenuto anche il parlamentare europeo corso Max Simeoni che ha richiesto misure appropriate a tutela del patrimonio ambientale corso gravemente minacciato, tutela da applicare prima della scadenza del 1992, data che rischia di diventare il “colpo di frusta” decisivo. Nello stesso senso si sono pronunciati i numerosi organismi popolari sorti per contrastare i piani degli speculatori. Tra le altre, l’Associazione di difesa di San Ciprianu che si oppone radicalmente ai progetti di costruzioni “pieds dans l’eau” e l’Associu per a Difesa di A Testa Viava che si batte contro i progetti di Michel Rocard per la “liberazione della tassa fondiaria” e la conseguente resa di fronte alle ambizioni degli speculatori immobiliari.
Entrambe le organizzazioni si sono rifiutate di accodarsi al coro di condanna per la “tunizata” del Fronte di Liberazione Nazionale Corso che proprio a San Ciprianu ha colpito gli interessi di “spellacani e spogliamondu” (nel novembre del 1989).
Perché, come dicevano nel comunicato “non c’è peggior violenza di quella che distrugge la nostra terra”.

D. La ripresa dell’attività militare da parte del FLNC, che recentemente ha interrotto la tregua, sarebbe quindi da imputarsi anche a questa mancanza di garanzie per il patrimonio ambientale corso?

R. Naturalmente. E’ sotto gli occhi di chiunque che è soprattutto merito della resistenza, del movimento clandestino, se oggi le nostre coste non sono ridotte come quelle della Sardegna; non certo del governo francese.
Dalla Corsica, dalla “macchia” corsa sono sempre nati movimenti di resistenza; anche quello antinazista, denominato non a caso “Maquis”. Anni fa suscitò scalpore l’azione contro quei mascalzoni del Club Méditeranée del Golfo di Santa Giulia…
In sostanza diciamo che se il governo non vuole fare le leggi in difesa del patrimonio ambientale della Corsica, sarà il popolo corso a “fare le leggi” e a difendere la terra. Per questo la tregua, in vigore dall’88, è stata interrotta con l’attentato dei “Lecci” vicino a Porto Vecchio.
Come conseguenza ora tutto è fermo; i lavori sono sospesi. Anche le banche aspettano e stanno a vedere, per non rischiare i loro investimenti.

D. Banche italiane, si dice…

R. Soprattutto italiane; in queste operazioni sono considerate le più “affidabili”.
Vedi, ormai c’è una precisa divisione del lavoro a livello europeo: all’interno del “blocco colonialista” il capitale finanziario italiano ha questo compito. Naturalmente in parte è di facciata: dietro ci sono anche banche svizzere, francesi. Per esempio il Credito Agricolo francese investe fondi nei campi da golf. Molto probabilmente dietro alcune di queste operazioni degli speculatori c’è anche la Mafia che tenta di riciclare i proventi ottenuti con il traffico di armi e droga.

LA TREGUA ARMATA

D. Quando e perché era entrata in vigore la tregua? Come Cuncolta Naziunalista che giudizio date delle azioni del FLNC?

R. La tregua era stata dichiarata unilateralmente dal FLNC il 1 giugno 1988. E’ stato un preciso atto politico per far vedere al popolo corso che l’attuale situazione di crisi, di degrado è dovuta al colonialismo , non alla lotta armata come sostengono i francesi.
Una dimostrazione, per quanti sostengono che con la “pace civile” le cose sarebbero andate molto meglio, la politica del governo sarebbe cambiata e tutte le altre bugie.
Come Cuncolta Naziunalista noi rifiutiamo di marginalizzare il Fronte, poiché lo consideriamo un’organizzazione di primaria importanza, garante della lotta del nostro popolo. Rifiutiamo ugualmente l’etichetta di “braccio politico” del FLNC, così come quella di “braccio militare” applicata al Fronte stesso. Il nostro è un riconoscimento politico da cui deriva una politica di solidarietà e complementarietà.
Proprio sul tipo di sostegno da dare alle azioni del FLNC alla fine dell’89 c’è stata una spaccatura tra i membri d’A Cuncolta che ha portato alla costituzione di una nuova organizzazione politica: l’Accolta Naziunale Corsa.
I fondatori hanno dichiarato che non ci sarà un sostegno totale e incondizionato alle azioni del FLNC, ma un giudizio formulato di volta in volta.

“OU LA CANNE A’ PECHE OU LE FUSIL”

D. Cosa rappresenta il FLNC nel panorama delle organizzazioni e dei movimenti politici corsi?

R. La nascita del FLNC si spiega con la crisi dei gruppi autonomisti. Quelli tradizionali, come l’Action Regionaliste Corse dei fratelli Simeoni, si fermano ad Aleria.*** Qui lo scontro è tra la Nazione corsa e lo Stato francese.
L’ARC non seppe affrontare questa contraddizione nazionale e scelse la canna da pesca. Il FLNC scelse il fucile. Dopo Aleria l’ARC venne sciolta dal governo, ma ben presto la tendenza riformista e autonomista si ricostituì nell’Unione di u Populu Corsu.
Da parte sua il nascente FLNC sostituiva alle aspirazioni autonomiste, quelle dell’indipendenza e dell’autodeterminazione. Oltre all’ARC in Corsica c’era anche qualche esponente dell’autonomismo di sinistra, a parole anticapitalista, ma in realtà esponente di quella piccola borghesia che si illudeva di poter risolvere ogni problema con l’andata al potere delle sinistre.
La nascita del FLNC è la risposta a entrambe le contraddizioni: quella nazionale e quella sociale. Per la rivoluzione in Corsica senza modelli. Ormai sia il capitalismo che il socialismo reale hanno ampiamente dimostrato la loro inadeguatezza…la nostra è la strada di un “socialismo dell’autodeterminazione”, un socialismo che si fa e si configura nella lotta.

D. Qual’è al momento attuale (1989 nda) la situazione dei prigionieri politici? Cos’è cambiato dopo la “politica degli ostaggi” applicata fino a non molto tempo fa dal governo francese?

R.Sono stati liberati tutti. So bene che con un altro presidente, diverso da Mitterand, molti di noi sarebbero rimasti in galera. Lo dico francamente, così come dico che il governo lo ha fatto per le lotte condotte dal popolo corso, non certo per filantropia.

D. Potresti fornire un breve riesame dei principali fatti del 1989, un anno che ha visto la ripresa delle “lotte di massa”: sciopero di quattro mesi, “disordini” sociali ecc.?

R. All’inizio si trattava di un movimento corporativo del pubblico impiego che chiedeva un “premio di insularità”. Ha rischiato di trasformarsi in una prova di forza tra il P.C.F. (i comunisti francesi) e i nazionalisti corsi. Per noi naturalmente liberazione sociale e liberazione nazionale sono inscindibili; la soluzione deve essere globale.
Poi i nazionalisti sono riusciti a”riprendere” il movimento, a “tenerlo”, ma senza entrarci direttamente. Per esempio evitando che si arrivasse allo scontro tra commercianti e funzione pubblica. Oggi, grazie anche agli avvenimenti dell’89, siamo presenti e ben radicati in molti più settori. Nel commercio, nell’artigianato, tra gli operai e tra gli insegnanti come sindacato…
Abbiamo il 25% perfino nei Consigli d’Istituto, tra i rappresentanti dei genitori degli studenti. Anche molti professionisti (medici, avvocati…)si sono organizzati in sindacati nazionali (il riferimento è, ovviamente, alla Nazione corsa, non all’Esagono nda). Ci risulta invece più difficile sfondare nel settore agricolo, che è prevalentemente assistito.
E’ quella che noi chiamiamo una “strategia d’urto”, l’”Onda Dura”. Consiste appunto nell’organizzare tutti i settori della società corsa.

UN RAFFORZAMENTO DEL CAPITALISMO EUROPEO….

D. Come vedi la questione delle nazionalità senza Stato in vista del mercato unico europeo del ’93?

R. Rappresenta senz’altro una “rottura” degli stati-nazione ma comporta anche un rafforzamento del capitalismo europeo. Considero di estrema importanza quello che contemporaneamente sta accadendo nell’Est. E’ per noi un esempio da tenere ben presente, e da seguire. Voglio dire che, così come in passato si è sempre parlato di autodeterminazione per i popoli oppressi del Terzo mondo (diritto sacrosanto, beninteso) e non per quelli d’Europa (come i baschi, i corsi, gli irlandesi…), così ora ci entusiasmiamo per le lotte di Lettonia, Slovenia, Ucraina ecc. Mi sembra da ipocriti.
Il diritto all’autodeterminazione vale anche per i Paisos Catalans, per Euskadi, per Breizh…Vorrei inoltre sottolineare come il diritto all’autodeterminazione non si possa mai considerare “esaurito” una volta per tutte. All’Est come all’Ovest. E’ per sua natura un diritto inesauribile. Vedi per esempio il referendum svoltosi in Canada per il Quebec. Tra qualche anno si potrebbe benissimo rifare.

D. In questo quadro che rapporti avete con il Sinn Fein irlandese?

R. Adesso quelli del Sinn Fein mi sembrano un po’ più “formali”. In passato eravamo in ottimi rapporti con Ruadhri O’Bradaigh, grande repubblicano e valoroso combattente. Poi deve esserci stata una rottura e se ne è andato. Attualmente, mi pare, guida un gruppo minoritario, il Republican Sinn Fein…tu ne sai niente? ****
Naturalmente il popolo corso è profondamente e pienamente solidale con le lotte della nostra sorella Irlanda, per il conseguimento dei suoi diritti storici all’unità e all’indipendenza.

D. Naturalmente, come ogni buon corso, sei più legato alla montagna che al mare…

R. Per niente. Cazzate. Preferisco di gran lunga il mare. In montagna mi annoio, al contrario di mia moglie che è “montanara” di origine. Comunque molti nostri compagni sono dei patiti della montagna. Quell’alta Via che anche tu hai percorso, da Vizzavona a Calvi attraversando le Gole del Tavignano, un mio amico l’ha percorsa in circa 70 ore.

Gianni Sartori (1989)

*Yves Stella, già esponente del movimento autonomista, dopo la rivolta di Aleria del 1975 prese parte attivamente alla costituzione del FLNC la cui prima azione risale al 1976.
Partecipò agli attentati del Fronte contro i ripetitori televisivi di Bastia nel 1978 e per questo episodio scontò tre anni in una prigione francese di massima sicurezza. Uscì nel 1981. Esponente della Consulta dei Comitati nazionalisti (fondata nel 1980, poi disciolta) e del Movimento corso per l’autodeterminazione, finiva nuovamente in carcere nel 1987. Ne era uscito l’anno successivo (dopo otto mesi). All’epoca di questa intervista faceva parte dell’Esecutivu Naziunale de A Cuncolta Nazionalista (per l’informazione) e dirigeva il settimanale nazionalista “U Ribombu”.

** Una curiosità. Attualmente sul bianco della bandiera corsa spicca una testa di moro, di profilo, con una fascia bianca sulla fronte. Non è sempre stato così.
L’origine della bandiera è, presumibilmente, catalano-aragonese. La testa o le teste di moro si ritrovano anche nell’araldica sarda e da questa le riprese il “re di Corsica” Theodoc de Neuhoff. Semplificata rispetto alla bandiera della Sardegna, divenne emblema nazionale della Corsica indipendente nel 1736.
Originariamente la benda era posta sugli occhi del moro (schiavo o prigioniero di guerra); venne temporaneamente “sollevata”, con intenti allegorici e simbolici, in coincidenza con la breve ma intensa stagione di libertà e indipendenza della Rivoluzione Paolina. Secondo una tradizione orale, sarebbe stato merito proprio di Yves Stella far adottare nuovamente e definitivamente la bandiera con la benda sulla fronte, in quanto “un movimento di Liberazione non poteva certo adottare un simbolo di schiavitù”.

***Il 21 agosto 1975 una trentina di militanti dell’ARC occupò la cantina vinicola di un pied noir (colono francese proveniente dall’Algeria), ad Aleria. Il giorno dopo intervenne la gendarmeria in assetto da guerra e nello scontro due gendarmi morirono.

****Casualmente, molto casualmente, qualcosa ne sapevo, ma solo perché una volta a Dublino avevo sbagliato indirizzo ed ero capitato in una sede dei Republican S.F. Molto gentili, peraltro. Ma questa è un’altra storia…

vedi anche:
http://www.rivistaetnie.com/yves-stella-patriota-corso/