pro Lombardia Indipendenza ricorda con commozione Muriel Casals, che alla guida di Omnium Cultural è stata uno dei protagonisti del rilancio del processo di Autodeterminazione della Catalunya………..VISCA CATALUNYA
Autore: centrostudidialogo
..“se lo stato turco ci ammazza, quelli che hanno mantenuto il silenzio non vengano a piangere sulla nostre tombe”…. aggiornamento sul massacro in Kurdistan – di Gianni Sartori



IL NUOVO “PIANO D’AZIONE” DI ANKARA?
SANGUE E LACRIME PER IL KURDISTAN
(Gianni Sartori)
Uccisioni, coprifuoco, assedio…e ora anche le armi chimiche. Cresce la preoccupazione per le città curde assediate (Cizre da oltre 60 giorni, Sur anche di più…), con i soldati turchi che impediscono alle ambulanze di soccorrere i feriti, in gran parte donne e bambini (vedi l’agenzia curda AnfEnglish).
Dopo oltre due mesi di assedio e repressione la situazione è sempre più grave. Mentre decine di migliaia di persone nei territori curdi sotto amministrazione turca sono quotidianamente sottoposte a pesanti bombardamenti, negli ultimi giorni l’esercito turco ha massacrato 60 persone a Cizre. Vengono attaccati anche gli edifici dove trovavano rifugio i feriti e si parla dell’uso di armi chimiche (una conferma dalle immagini di corpi completamente bruciati. Avanzo un’ipotesi: fosforo bianco come gli USA a Falluja?). In una cantina di Cizre sottoposta a bombardamento erano bloccati 19 feriti di cui non si avevano più notizie.
Da alcune immagini apparse su un account twitter vicino all’ASKP si deduce che molto probabilmente sono stati passati per le armi. Ancora 10 giorni fa la deputata Leyla Birlik (esponente di HDP) aveva denunciato che alcuni cadaveri abbandonati nelle strade risultavano completamente bruciati.
Tra le 60 persone giustiziate a Cizre, c’era Mehmet Tunç, copresidente dell’assemblea popolare di Cizre. Sequestrato insieme ad altri civili per due settimane nel seminterrato di un edificio circondato e bombardato dall’esercito turco, aveva detto: “se lo stato turco ci ammazza, quelli che hanno mantenuto il silenzio non vengano a piangere sulla nostre tombe”.
Il nuovo “Piano d’azione in dieci punti” presentato dal primo ministro turco Davutoglu prevede “l’eliminazione delle differenze tra nazione e Stato”, un’espressione che evoca la definitiva negazione dell’identità curda. Quanto ai metodi previsti per “ristabilire l’ordine pubblico” è evidente che saranno quelli impiegati ormai da mesi: repressione, massacri e ora, ripeto, anche le armi chimiche. Un piano da 9 milioni di dollari (almeno quelli già previsti) a cui contribuiranno anche i finanziamenti europei. Notoriamente Ankara gode dell’aperto sostegno della Nato (in chiave anti russa) e del sostanziale, tacito assenso da parte dell’Ue.
E intanto, nonostante le proteste del governo locale, proseguono impunemente i bombardamenti degli F 16 turchi in territorio iracheno, sui monti di Qandil dove si rifugiano i guerriglieri del PKK.
“si l’Etat turc nous tue, ceux qui ont gardé le silence ne doivent pas pleurer sur nos tombes”. – mise à jour sur le Kurdistan – de Gianni Sartori
LE NOUVEAU « PLAN D’ACTION » D’ANKARA ?
DU SANG ET DES LARMES AU KURDISTAN
( de Gianni Sartori)
Meurtres, couvre-feu, siège… et maintenant même des armes chimiques. L’inquiétude grandit sur les villes kurdes assiégées (Cizre pendant plus de 60 jours, Sur de plus…), avec des soldats turcs empêchant les ambulances de secourir les blessés, principalement des femmes et des enfants (Voir l’Agence kurde AnfEnglish).
Après plus de deux mois de siège et de répression, la situation s’aggrave. Alors que des dizaines de milliers de personnes dans les territoires kurdes sous administration turque sont soumis tous les jours à lourds bombardements, en ces derniers jours l’armée turque a tué 60 personnes à Cizre. Ils ont attaqué les bâtiments où les blessés sont hospitalisés et quelqu’un parle de l’utilisation des armes chimiques (une confirmation peut provenir des images de corps complètement brûlés. Je fais une supposition : phosphore blanc comme les États-Unis à Falloujah?).
Dans une cave de Cizre, soumis à des bombardements, ont été bloqués 19 blessés, dont on n’avait plus de nouvelles.
De quelques images apparues sur un compte twitter proche de l’ASKP on peut en déduire qu’ils ont passées pour les armes. Il y a 10 jours la députée Leyla Birlik ( de HDP) a signalé que certains corps abandonnés dans les rues ont été entièrement brûlés.
Parmi les 60 personnes exécutées à Cizre, il y avait Mehmet Tunç, co-président de l’Assemblée populaire de Cizre. Séquestré ainsi que d’autres civils pour deux semaines dans le sous-sol d’un immeuble entouré et bombardé par l’armée turque, il avait dit: “si l’Etat turc nous tue, ceux qui ont gardé le silence ne doivent pas pleurer sur nos tombes”.
Le nouveau « plan d’action de dix points » présenté par le premier ministre turc Davutoglu s’attend à « l’élimination des différences entre nation et Etat », une expression qui évoque le refus définitif de l’identité kurde. En ce qui concerne les méthodes proposées pour “rétablir l’ordre public”, clairement ils seront ceux utilisés dans les derniers mois: répression, massacres et maintenant, je le répète, armes chimiques même. Un plan de 9 millions de dollars (au moins ceux déjà fournis), avec aussi qui du financement européen.
Notoirement Ankara bénéficie du soutien ouvert de l’OTAN (une stratégie anti-russe) et de la substantielle approbation tacite de l’UE.
Pendant ce temps, malgré les protestations du gouvernement local, continuent impunément le bombardement des F 16 turcs en territoire irakien, sur les montagnes de Qandil, où les guérilleros PKK ont trouvé refuge.
STORIA DEI PAESI BASCHI A FUMETTI – 2 parte – di Gianni Sartori (già pubblicata su “Etnie”)
La “Storia dei Paesi Baschi a fumetti” che vede il nostro amico e collaboratore Gianni Sartori all’esplorazione di un nuovo campo di azione, quello del fumetto.
A tempi brevi seguiranno le altre puntate.
ALCUNE BUFALE SMENTITE SULLA LINGUA LOMBARDA….E NON SOLO
Per la serie “un altro alpinismo era possibile?” – Un incontro con SANDRO GOGNA di MOUNTAIN WILDERNESS (Predazzo, 1990) di Gianni Sartori


“Sono passati quasi 26 anni da questa intervista e qualcosa è cambiato sul fronte dell’ambientalismo montano. C’è meno fiducia nelle associazioni (almeno in quelle nazionali) e c’è qualche risultato in più per ciò che riguarda i rifiuti. Almeno questo l’abbiamo ottenuto: cambiare la coscienza nella gestione di ciò che rifiutiamo. Con il rischio di avere un mondo asettico. Sono cambiato pure io, perché ora ritengo che a un certo punto della nostra vita, dobbiamo tutti domandarci: -Quanta spazzatura è in me? Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale”.
(Alessandro Gogna – febbraio 2016)
Per la serie “un altro alpinismo era possibile?”
Un incontro con SANDRO GOGNA di MOUNTAIN WILDERNESS (Predazzo, 1990)
di Gianni Sartori
Ho ripescato questa antica intervista a Sandro Gogna risalente ad un incontro pubblico di Mountain Wilderness (a Predazzo, all’inizio degli anni novanta del secolo scorso). Naturalmente lo conoscevo di fama e per aver letto il suo “Un Alpinismo di Ricerca”, ma fu entusiasmante conoscere la sua solida coscienza ambientalista (e, da quanto mi disse in seguito, non solo in Montagna: mi raccontava che andava regolarmente a lavorare, nella sua casa editrice milanese– Edizioni Melograno -, in bicicletta). Non so se nel frattempo abbia cambiato qualche idea, se sia arrivato a qualche compromesso con il sistema di sfruttamento delle montagne che le sta trasformando da un lato in parco-giochi dall’altra in discarica (anche, o soprattutto, esistenziale…).
In ogni caso il valore di questa testimonianza rimane, a mio avviso, esemplare per coerenza e radicalità.
Sandro Gogna ha recentemente partecipato (ricordo che siamo nel 1990 nda) all’operazione “Free K2”, la prima spedizione internazionale, voluta e organizzata da Mountain Wilderness, per liberare il K2 dalle tonnellate di rifiuti e dai chilometri di corde fisse che ne umiliano il fascino terribile.
Nonostante i molteplici impegni, il grande alpinista si rivela disponibile, gentile. Data l’ora piuttosto tarda, premette soltanto che avrebbe intenzione di cercar di dormire almeno un paio d’ore.
Lo aspetta infatti una levataccia. Domani alle quattro (del mattino) parte per le tre cime di Lavaredo dove Mountain Wilderness ha in programma l’ennesima azione dimostrativa contro la strada a pedaggio. E precisa: “Contro la strada in quanto tale, indipendentemente dal pedaggio”.
Che fare contro questo degrado galoppante? In che modo i sinceri amanti della Montagna si possono opporre alla distruzione dell’ambiente alpino?
Sandro Gogna insiste su un concetto che poi riprenderà varie volte nel corso della chiaccherata: occorre innanzitutto “dare una svolta, invertire l’attuale tendenza sperando di arrivare a toccare la mente e il cuore di quanti dicono di amare la Montagna e la Natura”.
Mountain Wilderness è un’associazione internazionale che riunisce alcune migliaia di alpinisti ed escursionisti di Grecia, Francia, Italia, Catalunya…in difesa delle Alpi, dell’Olimpo, dei Pirenei.
Sandro racconta di aver trovato un alto grado di coscienza ambientalista tra i catalani*. Del resto ve ne sono molti anche tra i militanti di Green Peace (di cui Mountain Wilderness sembrerebbe essere un po’ l’omologo montano), proprio tra quelli impegnati negli arrembaggi dimostrativi contro i navigli intenti a scaricare in mare rifiuti tossici o contro le baleniere attrezzate per massacrare inermi cetacei in via di estinzione.
LE ALPI: UN MONDO DA SALVARE
Suscita preoccupazione in particolare la rapidità con cui stiamo distruggendo, violentando le Alpi, dove è quanto mai urgente “difendere tutto quello che c’è ancora da difendere”. Le minacce per l’ambiente alpino sono molteplici. Vanno dal degrado ambientale genericamente inteso alle piste da sci; dalle nuove strade al dilagare del cemento; dall’uso indiscriminato di mezzi meccanici (auto, elicotteri, moto…) alle tonnellate di rifiuti abbandonati dagli escursionisti, fino alle vere e proprie discariche in prossimità di rifugi, bivacchi, stazioni delle seggiovie.
Gli chiedo in che cosa consista l’iniziativa programmata per il giorno successivo, alle Drei Zinnen.
“Quella prevista per domani – mi spiega – è per noi una scadenza molto importante. Assieme all’organizzazione degli ambientalisti ladini, S.O.S. Dolomiten, abbiamo indetto una manifestazione contro la strada che dal Lago di Misurina va al soidisant “Rifugio” Auronzo. Attualmente si calcola che in soli due mesi, quelli di maggior afflusso, venga percorsa da 80.000 (ottantamila!) auto. Cercheremo di occupare la sede stradale dalle sette in poi e cercheremo, discutendo e volantinando, di spiegare alla gente le ragioni della nostra iniziativa”.
Per la cronaca: il giorno dopo Sandro e compagni sono stati presi in contropiede dalle autorità che, astutamente, hanno provveduto a chiudere (solo temporaneamente, chiaro) la strada.
Domando quali siano state le iniziative precedenti di questa dimostrazione contro “l’autostrada di Lavaredo”.
“Tra quelle che hanno suscitato maggior scalpore vanno ricordate senz’altro l’iniziativa per ripulire la Marmolada e la spettacolare azione diretta sul Monte Bianco contro la Funivia dei Ghiacciai”.
Inoltre, sempre in collaborazione con S.O.S. Dolomiten, Mountain Wilderness ha caldamente contestato il cosiddetto 200° anniversario della “scoperta” delle Dolomiti.
Per Gogna il 200° anniversario è stato un significativo esempio di come la provincia di trento consideri iniziative culturali quelle che in realtà contribuiscono a ridurre l’ambiente dolomitico alla stregua di un Luna-Park, ad un immenso e grottesco “divertimentificio. I finanziamenti potevano venir usati molto più intellingentemente per arginare il degrado, per recuperare testimonianza delle autentiche tradizioni culturali dell’area dolomitica.
Della stessa opinione sono i Ladini, l’antico popolo di queste montagne. Ecco quanto scrivevano in un manifesto firmato Ambientalis Ladinus de la Dolomites:
“A 200 anni dalla scoperta di Dolomieu, le amministrazioni provinciali e locali di trento, Bolzano e Belluno festeggiano le dolomiti a parole mentre, anno dopo anno, le distruggono coi fatti.
Le Province Autonome di trento e Bolzano permettono e spesso finanziano la continua costruzione di nuovi impianti di risalita, di piste da sci e strade con forte impatto ambientale, di ampi parcheggi in quota ecc. La regione Veneto addirittura li realizza in proprio mediante la Canal Grande S.p.A.”**
“Anche da parte degli alpinisti -precisa Gogna- esistono comunque delle colpe ben precise”.
In sostanza la “comunità degli alpinisti” dovrebbe considerarsi responsabile di quanto sta avvenendo tra le nostra montagne. Dovrebbe riconoscere i problemi che magari involontariamente ha provocato all’ambienta alpino, “pubblicizzando” (spettacolarizzando? Nda) e facendo conoscere la montagna.
IL SUDORE NON INQUINA
E continua:
“E’ anche “merito” degli alpinisti se interi gruppi montuosi hanno perso la loro aureola di fascino, di mistero…”.
Ma almeno, si spera e si presume, alpinisti ed escursionisti si arrampicano, camminano, sudano insomma. Ed il sudore come è noto, diversamente dal gasolio e dalla benzina, non inquina.***
Per quelli di Mountain Wilderness bisognerebbe imparare a saper distinguere tra una esperienza vera e una esperienza falsa, mercificata, che si può comprare preconfezionata. Sempre sul Monte Bianco, Gogna ricorda il via vai continuo ed ossessivo degli elicotteri impegnati a girare spot pubblicitari riprendendo questo superbo archetipo di freschezza, candore, vacanze invernali ecc. Immagini di sicuro rendimento dal momento che si prestano a pubblicizzare le mentine come i pannolini, l’acqua minerale come gli assorbenti, i detersivi come la D.C. (l’intervista risale al 1990, ricordo, e c’era ancora l’odiosa Democrazia Cristiana nda).
UNA REGINA INFANGATA
La Marmolada, vetta più alta dell’area dolomitica, venne chiamata “La Regina”. Al ghiacciaio del versante settentrionale fa da contraltare la vertiginosa parete calcarea del lato meridionale; un bastione roccioso lungo alcuni chilometri e alto fino a 900 metri. Oltre che di fondamentali imprese alpinistiche fu teatro di aspre battaglie nel 15-18. Oggi è diventato lo scenario di un indecente degrado ambientale che sembra non volersi più arrestare. Lungo i percorsi si potrebbero raccogliere barattoli a quintali ma questo in fondo è un male minore se pensiamo a cosa scorre nelle viscere del non più incontaminato ghiacciaio. Chi ha fatto la sconsigliabile esperienza di cadere in un crepaccio nel periodo estivo (quando può passare parecchio tempo senza che una provvidenziale nevicata intervenga a imbiancare) può confermarlo.
Magari ne sarà uscito indenne grazie alla prontezza di spirito dei compagni di cordata, ma sicuramente “onto” da far schifo; ricoperto da smog, catrame e robaccia del genere. Se l’emozione del momento gli avrà consentito di dare un’occhiata disincantata sul fondo avrà avuto modo di scorgervi inequivocabili chiazze di idrocarburi. Provare per credere!
L’operazione “Marmolada Pulita” (tra luglio e settembre 1988) non era senza precedenti. Già negli anni settanta un gruppo di volontari si era “fatto carico” (in tutti i sensi) di riportare a valle decine e decine di sacchi di spazzatura. Tutta roba raccolta nei pressi del Bivacco Dal Bianco. A tale proposito ci sarebbe da segnalare un fatto che la dice lunga sul livello di coscienza dell’alpinista medio. Nei pressi del bivacco c’era un avviso che invitava i “signori alpinisti” a gettare i rifiuti nel canalone est (dove erano meno visibili) invece che in quello ovest, come avveniva regolarmente.
Intervento personale: osservo che l’indicazione “RIFIUTI” con relativa freccia per indicare il crepaccio, l’inghiottitoio o la dolina dove lasciare impunemente i propri rifiuti è ancora assai diffusa; dai Bivacchi delle Pale di San Martino al Becco di Filadonna, dai rifugi del Sella alle pendici dei colli di Lumignano. Esempio macroscopico, quest’ultimo, di quali conseguenze deleterie può comportare per un ambiente naturale particolare la sua “valorizzazione” alpinistica****
Torniamo alla Marmolada.
Quella dell’88 venne definita “una faticaccia, ma per fortuna siamo stati assistiti dal tempo”. Ci sono voluti una quindicina di voli con l’elicottero (“con il senno di poi – commenta Gogna – si sarebbero potuti utilizzare i muli”)
per portare a valle l’ingente quantità di “scoasse” raccolta dai volontari. Oltre a quello del trasporto resta aperto il problema dello smaltimento dei rifiuti. “Sarebbe una buona cosa poter adottare in futuro la raccolta differenziata” afferma l’eco-alpinista. Infatti i militanti di Mountain Wilderness sono consapevoli che questo è solo un aspetto del problema ben più vasto e complesso; che non basta certo ripulire qualche canalone per dire di aver risolto la questione dell’inquinamento. “D’altra parte bisogna pur cominciare, in un modo o nell’altro. Noi cominciamo da ciò che ci è più congeniale, da quello a cui ci sentiamo più legati, dalle montagne. Cominciamo dall’alto…”.
LA MARMOLADA E LE SUE DISCARICHE
(“dove lo schifo del consumismo si mostra in tutto il suo splendore”)
Sulla Marmolada Gigna e compagni verificarono come dagli scarichi della terza stazione della funivia fuoriuscissero mediamente 300 (trecento) litri giornalieri di una broda liquida costituita da acqua, scarichi di fogna, oli esausti, materiali petroliferi vari…pensate a cosa devono aver prodotto e scaricato vent’anni di ininterrotta attività della funivia.
C’è, ben visibile, una striscia marrone larga 15 metri che solca tutta la parete sotto la terza stazione. In fondo poi si trova la discarica vera e propria.
“L’anno prima la discarica era già stata in parte ripulita da un gruppo di veneziani che si erano portati via qualcosa come 150 carichi. La quantità dei rifiuti comunque restava ancora enorme”.
Per una ulteriore indagine gli “aspiranti spazzini” hanno utilizzato la Via dell’Ideale che risale lungo la parete e viene attraversata varie volte dal colatoio di liquame. Per “scrostare” dalla parete i rifiuti incastrati è intervenuta anche la Guardia di finanza, le “Fiamme Gialle”. Naturalmente restano ancora appiccicati il petrolio, gli oli esausti minerali ecc.
“Devo dire che in questa circostanza, in questa battaglia ci siamo sentiti particolarmente soli. Abbiamo volantinato, cercato di coinvolgere la gente, gli utenti della funivia…ma quasi tutti se ne fregavano. Forse è proprio vero che in fondo amano di più la montagna quelli che non ci vanno”.
Naturalmente non bisogna dimenticare che anche il lago artificiale (il Fedaia) e la relativa strada carrozzabile hanno alterato il microclima della Marmolada. Ma questo è ancora niente: un po’ dovunque il terreno roccioso è stato spianato per aprire piste da sci. Se il fondo della pista è piatto la neve dura di più e quindi le ruspe sono entrate in azione per eliminare le cunette e le asperità tipiche di un terreno calcareo carsico. Quello che ora si può “ammirare” è una specie di omogeneo deserto. Invece del caratteristico carsismo di superficie abbiamo delle vere e proprie ferite, strazianti da vedere e impossibili da rimarginare. Oltre alle ferite inferte all’estetica bisognerà considerare anche quelle di natura strettamente geologica. Su questo problema stanno indagando alcuni geologi di “Aquila Verde” legati a Mountain Wilderness. Come se non bastasse, per garantire ai turisti la pratica dello sci estivo, si sprecano risorse preziose.
E’ incalcolabile la quantità d’acqua che viene sprecata con lo scioglimento della neve provocato dall’uso indiscriminato di sostanze sparse sulla superficie per renderla più “sciabile”. Anche questo, insieme all’azione dei gatti delle nevi, contribuisce a degradare ulteriormente il ghiacciaio.
MONTAGNE DI RIFIUTI
Naturalmente Gogna e gli altri ambientalisti non hanno trascurato di occuparsi del famoso polistirolo immesso nei crepacci. Come è stato accertato, fino a qualche anno fa c’era l’abitudine di riempire qualche crepaccio terminale con enormi quantità di polistirolo e poi far saltare con una piccola carica di esplosivo i bordi, così da coprire tutto e “far spessore”.
Adesso il polistirolo percorre gli oscuri meandri sotterranei del ghiacciaio. Prima o poi tutto verrà risputato fuori, ma intanto, si rammarica quel sentimentale di Sandro Gogna “niente è più come prima, l’incantesimo è rotto”.
Un’altra spiacevole sorpresa li attendeva nel Vallone d’Antermoia. Anche questo era stato trasformato in discarica abusiva. Dalla stazione della funivia Serauta scende un lungo tubo nero che riversa la solita brodaglia immonda. Nel canalone sottostante l’Amministrazione della funivia aveva evidentemente ritenuto di poter gettare di tutto, impunemente.
Il canalone per tutta la sua lunghezza di circa duecento metri era completamente intasato da materiali eterogenei. Per una profondità che varia dai cinque ai dieci metri. La discarica vera e propria, costituita da materiali precipitati fino in fondo, si estende per circa 2-3 cento metri ed è profonda un paio. Uno spettacolo apocalittico, circondato da pareti di roccia. Per altri 2-3 cento metri si continua a rinvenire materiale sparso; fino al limitare del b osco, dove è stato fermato dagli abeti; almeno per ora.
“Qui finalmente abbiamo rinvenuto ingenti quantità del famigerato polistirolo. Evidentemente, dopo che la notizia del suo impiego come “riempitivo” ha cominciato a circolare, hanno ritenuto opportuno sbarazzarsene per la via più spiccia”.
Gogna ha personalmente esplorato il canalone intasato di immondizie e rottami insieme a Reinhold Messner: “Abbiamo risalito e fotografato per un lungo tratto, finchè non ci siamo resi conto del precario equilibrio del materiale incastrato e sospeso. Se cominciava a franare sarebbe venuto giù tutto; e noi con lui”.
A questo punto comunque cominciavano a convincersi che quello di cui c’era maggiormente bisogno “non era un’azione di pulizia, ma piuttosto un’azione di polizia”: In effetti, grazie alle iniziative di Mountain Wilderness, c’è stata un’indagine della Pretura di Agordo in merito alle discariche della Marmolada e sulla faccenda del polistirolo. “Ma – commenta amaramente Gogna – è stata un’indagine pilotata”.
Sandro & C. si sono quindi premuniti. Lo schifo è ben documentato da centinaia di fotografie. Ironizza pure: “Tra l’altro ho scoperto che fotografare discariche è una cosa difficilissima, ma sto facendo pratica”.
Ci tiene comunque a precisare che in fondo i rifiuti non sono nemmeno la cosa più grave. Si possono raccogliere, eliminare, riciclare…anche se poi tutto ritorna come prima. Prima di tutto bisogna opporsi all’idea che la Montagna sia qualcosa che si può comprare come al supermercato; opporsi anche all’idea di chi “la divide in due, per cui la parte bassa sarebbe meno interessante, da “tagliare” con la funivia così da arrivare subito e senza sforzo in alto. E’ un inganno di chi vende una immagine fasulla della montagna. Senza la parte bassa non ci sarebbe nemmeno quella alta”.
Non si giudichi frettolosamente quest’ultima affermazione come banale o scontata. Fatta da uno come Gogna che la “parte alta” può dire di conoscerla come pochi è senz’altro degna di considerazione. Meditate.
Del resto basta stare ad osservare il comportamento di chi è arrivato sulla cima con le proprie gambe rispetto a quelli saliti in funivia (o in auto, quando c’è la strada). Con ogni probabilità troverete tra questi ultimi gli esuberanti raccoglitori di fiori e arbusti, i lanciatori di richiami e i portatori di apparecchi radio. Se l’eccesso di energie lo avessero impiegato per salire forse sarebbero più discreti e contemplativi. E più consapevoli.*****
IN DIFESA DEI MONTI, QUI E ORA
Gogna non perder l’occasione per un ulteriore richiamo alla responsabilità e all’impegno personale: “A volte, almeno in teoria, esiste già una precisa legislazione in merito. Vedi la legge Galasso sulle discariche. Che poi venga regolarmente applicata è un altro paio di maniche. Molte cose si potrebbero già impedire ma resta il problema della mancanza di una diffusa cultura ambientalista. La gente vede ma non si scompone. Non c’è quindi da meravigliarsi se poi l’autorità non interviene. In fondo abbiamo l’Amministrazione che ci meritiamo”.
E insiste: “E’ importante che cambino le coscienze”. Come esempio piccolo ma significativo di un indispensabile cambio di mentalità cita la scritta (ben diversa da quella del bivacco Dal Bianco) che si può leggere presso un rifugio degno di questo nome nelle Apuane, verso castelnuovo di Garfagnana: “Questo rifugio non ha cestino della spazzatura”: Edificante, direi. Si dichiara senza equivoci che “i rifiuti ognuno se li porta a valle, da dove sono venuti”.
“Dobbiamo smetterla di considerare i rifugi come servizi”. Infatti la natura dei servizi è tale per cui tendono costantemente a svilupparsi, a migliorare in efficienza, volume, comodità…(“a parte quelli pubblici urbani – osserva Gogna polemicamente e acutamente – che sembrano invece peggiorare…”). Le richieste di un certo tipo “da parte di chi non sa rinunciare alle sue comodità ed abitudini nemmeno per qualche giorno, quasi “costringono” chi gestisce i rifugi a “migliorare la qualità delle prestazioni” (ma è sostanzialmente un malinteso). E’ il caso dell’attuale tendenza generale al raddoppio che, automaticamente, comporta il raddoppio dell’impatto ambientale.
Con l’aumento della capacità di ricezione, delle “comodità”, i rifugi stanno diventando alberghi, ristoranti. Stanno snaturando la loro funzione e stravolgono, violentano ulteriormente l’ambienta alpino.
Può capitare che perfino da un onesto bivacco si decida, dalla mattina alla sera, di ricavare un albergo d’alta quota. Qualcosa del genere è accaduto qualche anno fa anche sulle Pale di San Martino. Con la stessa logica, la mulattiera diventa strada asfaltata, la baita casa per le vacanze e il “punto panoramico” dove si giungeva stanchi, sudati, magari sfatti oggi è a portata di mano con la seggiovia. Una logica perversa che, mentre apparentemente va incontro alle esigenze della gente, non fa altro che snaturare il rapporto con la montagna. E permette agli operatori del settore di realizzare congrui profitti. Incalcolabili sono invece i costi, sia ambientali che culturali.
Il profeta della “wilderness” incalza: “Ecco perché sostenevo che in fondo quello dei rifiuti è solo l’aspetto esteriore della questione. Magari si potrebbe anche risolvere utilizzando appositi furgoncini per le immondizie. Ma anche lo smaltimento non risolverebbe il vero problema, quello di una sempre maggiore antropizzazione, di una vera e propria urbanizzazione sistematica dell’ambiente montano. In particolare di quello dolomitico. Pensiamo all’incremento costante dell’indotto che gira intorno ai rifugi. Vedi il caso del Vaiolet, se di rifugio si può ancora parlare…”.
“Il problema è ancora quello di riuscire a cambiare la mentalità di chi va in montagna. Per questo sostengo che quando riusciremo a chiudere una sola funivia quello sarà un segno di cambiamento radicale, di inversione di tendenza. Perché sarà cambiata la coscienza della gente”.
A questo punto, inevitabilmente, pongo una questione: “Ma come potranno allora andare in montagna le persone con una qualche disabilità?”.
Per Sandro Gogna si tratterebbe di un “alibi ipocrita”, posto in genere da chi difende altri interessi (e degli handicappati sostanzialmente se ne frega e pensa ai suoi profitti), di chi si ricorda di loro soltanto quando fanno comodo: “In città non li mettono nemmeno in condizione di poter prendere la metropolitana, di poter entrare in un negozio…l’ambiente urbano è saturo di barriere architettoniche, discriminanti e nessuno, o quasi, si preoccupa di abolirle”.
La chiusura di una funivia alla fine danneggerà soltanto chi sfrutta la montagna. In compenso sarà una testimonianza tangibile dell’auspicabile “rivoluzione culturale”.
“La gente avrà compreso che oggi come oggi in montagna si vende qualcosa che non esiste. Un prodotto ben confezionato, un’idea di montagna completamente fasulla, una invenzione pubblicitaria falsa e artificiosa che allontana sia dall’esperienza alpinistica autentica che da quella, non meno vera e profonda, contemplativa”.
Un concetto quello espresso da Gogna immediatamente comprensibile da tutti coloro che hanno avuto l’esperienza di un contatto vero (come dire:organico, strutturale…?) con la Natura e con la Montagna.
AZIONE DIRETTA SUL MONTE BIANCO
(dove sudore fa rima con valore…)
Altra recente impresa di Mountain Wilderness, quella sul Monte Bianco contro la “funivia dei ghiacciai”. L’azione si svolse sul cosiddetto “pilone aereo”, famoso per essere sostenuto non dal solito pilone, ma lateralmente, da funi d’acciaio ancorate a due cime.
Gogna, Messner e Giampiero di Federico erano saliti nottetempo su una di queste (il Petit Flambeau) e da qui Reinhold era disceso lungo i cavi. Raggiunto il pilone aereo calò le corde su cui Sandro e Giampiero risalirono, con la stessa tecnica che si usa in speleologia. Quindi cominciarono a tirar su lo striscione di Mountain Wilderness (“pesantissimo”). Venne poi issato in modo tale che gli addetti alla funivia (che al pilone arrivano con i vagoncini) non potessero rimuoverlo. Infatti venne tolto soltanto il giorno dopo, dal Soccorso Alpino. Gogna ci tiene a precisare che tutta l’operazione si era svolta nella più assoluta legalità. “Nemmeno per un attimo è stato interrotto il funzionamento; non c’è mai stata interruzione di pubblico servizio…”.
Non vuole correre il rischi che l’attività di Mountain Wilderness venga fraintesa, che la gente si ritragga. Soprattutto non vogliono inimicarsi le popolazioni locali, i valligiani. Non intendono scontrarsi con chi in montagna ci vive. Per questo il valore dell’azione sul pilone aereo è stato esclusivamente simbolico. Nessun blocco, nessun sabotaggio, nessuna violenza. “Non abbiamo attentato in alcun modo all’economia montanara. Tra l’altro, oltre che completamente inutile, la funivia in questione è anche in passivo”.
Con il loro gesto volevano agire sulle coscienze, dare un messaggio “forte”, di svolta all’immaginario, al gusto e allo stile di chi va in montagna. Riabilitare “l’esperienza autentica, il valore del sudore…”. Chiunque vada in montagna da qualche decina di anni (e può quindi fare confronti) ha potuto rendersi conto di come ai nostri giorni l’immaginario alpinistico e montano sia per lo più colonizzato da ideologie e concezioni del mondo che con l’alpinismo storico non hanno molto a che fare (anche se vi attingono a piene mani e si alimentano della sua storia, del suo prestigio …), ma forse questa è ormai “un’altra storia”…..
Per la cronaca: l’anno dopo Mountain Wilderness è tornata sul Bianco per un’altra azione dimostrativa ; stavolta meno “elitaria”. Circa duecentocinquanta alpinisti hanno composto in mezzo al ghiacciaio una grandiosa scritta umana:
POUR LE PARC
“Per quanto riguarda la funivia -conclude Gogna- sembra proprio che l’unica soluzione praticabile consista nel comprarla. Per poi disattivarla, naturalmente. Come Mountain Wilderness ci stiamo muovendo in questa direzione…”.
NOTA FINALE: CHI AMA LA MONTAGNA LE LASCIA I SUOI FUNGHI…
Parlandogli, osservandolo si ha la sensazione che anche Sandro Gogna (come altri andati “alla Montagna”, magari per caso ma comunque predisposti se non proprio predestinati) sia “inciampato”
in quelle che tra culture meno materialiste (e meno consumiste), in altri tempi, luoghi e situazioni, sarebbe stata identificata come “esperienza del Sacro”. Del resto “lo Spirito soffia dove vuole”, ma predilige, notoriamente, le vette, gli anfratti, i dirupi, le creste affilate delle Montagne.
Sembrano confermare questa impressione le sue ultime considerazioni e ricordi personali con cui si conclude la lunga ciacolada):
“E’ incredibile come, pur non avendo più necessità di cacciare, di raccogliere cibo per sopravvivere, noi continuiamo a saccheggiare la natura. Basta vedere come si riduce il sottobosco dopo il passaggio delle orde dei raccoglitori di funghi. Ricordo che quando avevo otto anni mi sono ribellato a mio padre che mi costringeva a raccogliere funghi. Sia chiaro: anche a me piacciono e quello che rifiutavo era l’idea che si andasse in montagna solo per raccogliere funghi; avevo già intuito che c’era dell’altro. Figurati che un giorno avevo trovato un porcino enorme e ho preferito lasciarlo dov’era. Forse sarà stato poi trovato da qualcun altro, ma comunque gli ho regalato qualche ora di vita”.Fin troppo facile fare dell’ironia su questa mancanza di spirito utilitaristico. A chi scrive fa venire in mente una concezione dell’alpinismo (e magari della vita) similare a quella espressa da Lionel Terray : “Conquistatori dell’Inutile”.
Per il futuro non si fa troppe illusioni: “Per noi si tratta di seminare delle idee, sperando di incontrare terreni, coscienze fertili, disponibili…Allora forse vedremo dei risultati, magari tra anni. Certo che comunque così non si può continuare. Sarebbe il degrado definitivo degli ultimi spazi naturali rimasti tali”.
Gianni Sartori
* Confermo pienamente. Nei Paisos Catalans ho incontrato un livello di coscienza ambientale diffusa che, nella penisola iberica, è secondo soltanto a quello dei baschi (pensiamo, in Euskal Herria, alle battaglie contro la centrale nucleare di Lemoiz e contro la diga di Itoiz…). Non per niente nei PP. CC. anche uno dei movimenti indipendentisti di sinistra più radicali si chiamava Moviment de Defensa de la Terra (suo lo slogan “Defensar la Terra non és cap delicte”: difendere la Terra non è reato).
** Inevitabile per chi scrive pensare ad alcuni scempi ambientali e paesaggistici che, da allora, sono stati realizzati in zone che ben conosco: Costa d’Agra (nei pressi di Folgaria), sul Monte Fior (Altopiano di Asiago) o sul Civetta lungo le cui devastanti piste da sci sorgono ora, al posto delle migliaia di abeti abbattuti, squallidi lampioni per le discese in notturna degli “amanti della montagna di plastica” (oltretutto dei privilegiati in questi tempi di crisi).
D’altra parte…l’avete voluto il capitalismo?
***Ovviamente bisogna pensare che si inquina anche raggiungendo i luoghi della montagna. Personalmente, da anni uso il più possibile la bicicletta (se possibile) o i mezzi pubblici (per quanto scarsi e malridotti, in Veneto). Un aspetto positivo è quello di non dover necessariamente ripercorrere al ritorno lo stesso itinerario dell’andata. Per es. se da Velo d’Astico salgo al Pria Forà posso poi scendere ad Arsiero per prendere la corriera. In ogni caso portatevi il telo di sopravvivenza, dopo una certa ora non fanno più servizio. E’ l’avventura.
**** Questo lo scrivevo un quarto di secolo fa. Magari nel frattempo saranno scomparsi i cartelli con l’indicazione “rifiuti” ma nel complesso la situazione è soltanto peggiorata.
***** Naturalmente potevo scrivere questo circa 25 anni fa. Oggi con i telefonini (siano stramaledetti; mai posseduto uno) ci tocca ascoltare conversazioni private urlate (e descrizioni delle “vedute mozzafiato” come recitano i depliant) su quasi ogni vetta, modesta o meno.
“l’Autonomia Democratica è diventata la pratica quotidiana di milioni di donne e di uomini…” Intervista con: UFFICIO DI INFORMAZIONE DEL KURDISTAN IN ITALIA (UIKI-Onlus) Di Gianni Sartori – (5 febbraio 2016)

“l’Autonomia Democratica è diventata la pratica quotidiana di milioni di donne e di uomini…”
Intervista con:
UFFICIO DI INFORMAZIONE DEL KURDISTAN IN ITALIA (UIKI-Onlus)
Di Gianni Sartori – (5 febbraio 2016)
D. Un aggiornamento. Cosa è cambiato per i curdi da qualche tempo a questa parte? Ricordo i molti editoriali, anche recentemente, sull’eroica resistenza curda contro Isis, ma contemporaneamente negli ultimi mesi le città curde venivano poste sotto assedio dall’esercito turco. Inevitabile corollario: coprifuoco, repressione, vittime civili…e senza che da parte dell’opinione pubblica internazionale (penso soprattutto a Unione Europea e Stati Uniti) si levassero adeguate condanne. Perché, a vostro avviso, due pesi e due misure?
Risposta: Effettivamente registriamo un atteggiamento a due facce da parte dell’Europa e degli Stati Uniti, ma più che l’opinione pubblica questa doppiezza riguarda i governi e i media. I curdi diventano eroi, nel nome della civiltà, quando difendono Kobane e sconfiggono L’ISIS, mentre invece sono sospettati addirittura di terrorismo quando chiedono al governo turco il rispetto dei loro diritti. La lotta per creare una comunità libera, equa, egualitaria e ecologica nel Rojava, è la stessa lotta delle popolazioni nelle città del Bakur (Kurdistan sottoposto ad amministrazione turca). La differenza sta solo nel fatto che questa lotta nel Bakur si scontra con i piani del governo turco. I governi di Stati Uniti e Europa hanno la loro convenienza nel mascherare il carattere autoritario e antidemocratico del governo di Erdogan che opprime allo stesso modo i curdi come i turchi che desiderano una nazione libera e rispettosa di diritti fondamentali. Troppi sono gli interessi economici e geopolitici per contrastare le politiche autoritarie, con aspetti apertamente fascisti, del governo di Erdogan: il transito di gas e petrolio, i milioni di profughi in territorio turco da non far venire in Europa, la necessità di arginare il nuovo protagonismo “ imperiale “ della Russia…
D. Quale ritenete sia il progetto di Erdogan (oltre a quello di conservare il potere)? “Risolvere” a modo suo la “questione curda” approfittando della situazione (guerra al terrorismo, controllo dei profughi…)? Forse, azzardo, si è “comprato” il tacito assenso degli Usa e dell’Ue? In cambio di cosa?
Risposta: Erdogan mira a fare della Turchia una potenza a livello internazionale, facendo leva sullo sciovinismo e sul nazionalismo diffuso nella società turca. Ha mire sulla Siria, sull’Iraq, interloquisce con Israele e si confronta alla pari con la Russia e con la potenza sciita dell’Iran. In questo quadro strategico,se torna utile, è compresa anche l’alleanza con l’Isis. Questo piano presuppone tuttavia l’affermazione di un vero e proprio regime interno, con la soppressione di ogni dissidenza e opposizione. I curdi, con la loro rivendicazione di libertà e di giustizia rappresentano oggi il principale ostacolo a questo progetto. Erdogan promette fedeltà e sostegno alle politiche Usa ed Europee in cambio della mano libera verso i curdi e tutti i dissidenti.
D. Un vostro commento sul recente arresto in Turchia di una ventina di accademici che avevano firmato l’appello per la Pace.
Risposta: E’ noto che il mondo della cultura è da sempre tra le realtà più sensibili ai temi della pace, della libertà e della giustizia. La condanna degli atti di violenza posti in essere dal governo, con l’uso dell’esercito contro la popolazione civile nelle città curde, è il segnale evidente di questa sensibilità, manifestata in Turchia dal mondo accademico e della cultura. Il progetto autoritario di Erdogan non può tollerare queste voci libere, esse rappresentano un pericolo soprattutto per l’influenza che possono avere sui giovani. Un regime autoritario teme come la peste le voci di dissenso quando sono così autorevoli. Questa vicenda dovrebbe mettere in allarme, oltre che l’intero mondo della cultura in Italia, Europa, e in tutto il resto del mondo, anche gli stessi governi, perché è quanto mai rivelatrice della vera natura del regime turco. Oltre 300 accademici ed esponenti del mondo scientifico europeo (270 solo dall’Italia) hanno sottoscritto l’appello lanciato da accademici e accademiche in Turchia per la ripresa delle trattative di pace e la fine delle operazioni militari e lo stato di assedio che hanno colpito molte città della regione curda in Turchia in spregio a tutte le libertà garantite dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali di cui la Turchia è firmataria. Hanno dimostrato che non vogliono far parte del crimine dello stato turco. E’ molto importante.
D. In sintesi: quale è ora la situazione della popolazione curda nei territori amministrati da Ankara? Come procede la politica dell’Autonomia democratica rivendicata da molte organizzazioni curde? E’ praticabile anche in una situazione di guerra come quella attuale?
Risposta: La politica del governo turco nei confronti della popolazione curda nei confini turchi ha conosciuto, negli ultimi mesi, un aggravamento di dimensioni storiche. Il grande successo dell’HDP, sia nell’elezione di giugno che in quelle di novembre (elezioni queste ultime volute da Erdogan proprio per cancellare la presenza politica libera e autonoma dei curdi) rappresenta un pericolo per le mire autoritarie del sultano di Ankara. Il governo di Ankara si sente in pericolo per il fatto che le popolazioni delle città curde, quasi ovunque insieme ai rappresentanti delle istituzioni comunali eletti nell’HDP con grandi maggioranze, stanno sperimentando politiche di autogoverno, e cercano di sviluppare forme democratiche, assembleari e libere di partecipazione per decidere sull’amministrazione del loro territorio. L’Autonomia Democratica è diventata la pratica quotidiana di milioni di donne e di uomini; essi intendono mostrare, alla Turchia e alla intera comunità internazionale come sia possibile un diverso modo di vivere e governare rispetto a quello accentratore, autoritario, violento e corrotto dell’attuale governo turco, orientato a difendere solo gli interessi dei grandi oligopoli e della grande finanza. Contro questa alternativa il governo ha scatenato una guerra vera e propria, schierando l’esercito contro i civili, decretando il coprifuoco e bombardando le case. Questa violenza genera enormi sofferenze nella popolazioni, con lutti e distruzioni, ma non ferma la determinazione delle persone, che resistono nonostante tutto, come i militari turchi hanno dovuto imparare a loro spese a Silvan, come a Cizre, a Sur, come a Nuseybin e in tante altre città.
“…nel Rojava è in atto una vera e propria rivoluzione…”
D. E nei territori curdi posti entro i confini dello stato siriano (a Kobane in particolare)?
Risposta : Nel Rojava ( la regione curda a nord della Siria) è in atto una vera e propria rivoluzione, che investe tutti gli aspetti della società e che noi chiamiamo Confederalismo Democratico. Dall’economia, (attraverso una riorganizzazione e ridistribuzione della produzione e dei beni secondo i bisogni delle comunità e delle persone); alla politica, (con il trasferimento di sempre più ampi poteri alle assemblee popolari di villaggio e di quartiere e con sistemi di deleghe controllate dalla base per le decisioni che interessano ambiti più ampi); dal rapporto tra generi, (con la promozione di uno straordinario e fondamentale partecipazione delle donne ed una lotta senza quartiere al maschilismo e al patriarcato), all’ecologia, (con la costruzione di un diverso rapporto tra uomo e natura, più autentico e rispettoso), nessun aspetto della vita è escluso dalla rivoluzione. In questo sforzo comune, tutte le etnie, le religioni e gli orientamenti politici e culturali (che condividano almeno le idee basilari di democrazia, equità e parità di genere) convivono in pace e nel reciproco rispetto e contribuiscono a dare impulso al cambiamento. Certo, realizzare tutto questo in un’area dove al contrario tutt’attorno prevalgono le ingiustizie sociali, l’intolleranza religiosa, l’autoritarismo politico, il maschilismo e il sessismo più violento e il disprezzo per la natura non è facile, specie se le forze della conservazione e dell’inciviltà praticano la guerra e la violenza come ordinario mezzo di confronto con chi considerano un nemico. Questo vale per l’isis, ma anche per la Turchia, per lo stesso regime di Assad e per molte delle forze che combattono Assad, ma in nome di concezioni ancora più conservatrici ed arretrate. Tuttavia, il cambiamento in atto nel Rojava non si ferma, anzi, diventa sempre di più un riferimento per donne ed uomini che in Medio Oriente, ma anche in Europa cercano con lealtà un’alternativa al capitalismo selvaggio, all’autoritarismo politico e ai fondamentalismi crudeli e disumani.
D. Una vostra valutazione sui vari interventi contro Isis (Francia, Russia, Usa…).
Risposta: Non diciamo niente di nuovo se ricordiamo che inizialmente le potenze occidentali, Stati Uniti innanzitutto, ma anche l’Europa, avevano avuto un atteggiamento molto morbido verso l’Isis, considerato un fenomeno locale, tutto sommato utile per abbattere Assad e il suo regime. Era stato tollerato anche il sostegno aperto che la Turchia e gli altri paesi del Golfo offrivano al Califfato. Poi le bande fasciste dell’Isis hanno mostrato al mondo intero la loro vera natura, ed anche le loro mire espansionistiche. Di fronte ai massacri, alle uccisione e agli attentati, l’Europa e gli Stati Uniti hanno cominciato a capire che l’isis era un nemico da combattere. Tuttavia il loro impegno bellico resta nel complesso, piuttosto modesto, limitandosi a dare appoggio con raid aerei alle forze che combattono l’isis sul campo.
Chiaramente il loro obbiettivo era e resta quello di sottomettere la Siria, e comunque di normalizzarla, rendendola una nazione legata alle grandi potenze, come è in larga misura avvenuto con l’Iraq e l’Afganistan. Dal nostro punto di vista vediamo come necessità primaria sconfiggere le bande fasciste dell’Isis e liberare le popolazioni civili in Siria come in Iraq dall’oppressione praticata da questo mostruoso regime. Naturalmente speriamo, e lottiamo per questo, che la liberazione dall’Isis non porti ad altri regimi antipopolari e a nuove colonizzazioni da parte delle grandi potenze, sia del blocco occidentale, ma anche da parte della Russia o dell’ Iran.
D. E un commento sul ruolo realmente svolto da Turchia e Arabia saudita (sospettati di aver avuto rapporti e interessi comuni con Isis)…?
Risposta: Gli stati dell’area mediorientale che maggiormente aspirano ad assumere ruoli di potenze- guida dell’area sono da sempre la Turchia, la monarchia Saudita e l’Iran. Storicamente l’Arabia Saudita ha avuto nell’identità religiosa sunnita un suo collante e punto di forza; più recentemente anche la Turchia, portata da Erdogan lontano dal laicismo kemalista, sfrutta l’identità religiosa sunnita come un mezzo di rafforzamento dell’idea di nazione, in chiave sciovinista. La contrapposizione con la potenza sciita, l’Iran, per la quale egualmente la religione è strumento di rafforzamento identitario e di potere, diventa quasi inevitabile. Lo scontro oggi si è concentrato in Siria, dove la presenza sciita, spesso alleata con la corrente alewita della quale fa parte il clan di Assad, è da sempre forte. L’Isis rappresenta sul campo l’alternativa sunnita, nella forma più estrema. Le due fazioni raccolgono simpatie ed appoggi dalle potenze “confratelle”, interessate, ovviamente, a mettere le mani, anche se per mezzo dei loro alleati, sulle risorse petrolifere e idriche siriane. In realtà il richiamo religioso serve solo a mascherare interessi economico-politici dei vari gruppi di potere. A fare le spese di queste politiche è la popolazione siriana, sottoposta a immani sofferenze che causano l’esodo di milioni di donne e uomini,con le conseguenze ben note anche in Europa.
D. Recentemente la Turchia ha bombardato un villaggio curdo, Sharanish, abitato anche da cristiani (caldei e assiri), un episodio su cui è intervenuta duramente anche la stampa vaticana. Papa Francesco finora è mai intervenuto esplicitamente in merito all’oppressione subita dai curdi (anche come riconoscenza per i tanti cristiani, salvati e protetti proprio dai curdi)?
Risposta : L’odio fascista delle bande armate dell’Isis si è scatenato contro tutti coloro che chiedono libertà e democrazia, siano essi cristiani, mussulmani, ezidi, assiri o di qualunque altra religione, fede o credo politico. Per il movimento curdo è un principio fondamentale difendere chiunque sia vittima di questa oppressione. Anche le politiche di aggressione del governo turco non risparmiano nessuno e per reprimere chi lotta per la democrazia e la libertà l’esercito turco non esita a bombardare senza distinzione popolazioni civili. Abbiamo apprezzato l’autorevole voce del Papa ogni volta che si è espressa a favore della pace, della libertà e della giustizia e crediamo che sarebbe molto importante, per l’opinione pubblica internazionale, una sua parola di condanna degli atti di aggressione contro la popolazione civile, di qualunque credo e religione, posti in essere dal governo turco.
D. Come valutate la solidarietà internazionale tra Italia e Kurdistan?
Risposta: In Italia la solidarietà con il nostro movimento è stata sempre particolarmente attiva. Lo dimostrano le iniziative delle tante realtà associative, culturali e anche istituzionali che si sono sviluppate in tutto il territorio nazionale. In ogni città si sono costituiti comitati di solidarietà e nodi territoriali della Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Curdo. Molte amministrazioni locali hanno stretto patti di solidarietà con l’amministrazione autonoma del Rojava. Le recenti iniziative di concedere la cittadinanza onoraria al Presidente Ocalan da parte di grandi città come Palermo e Napoli ne sono una concreta prova. Anche a livello accademico si sono svolte e sono in preparazione importanti iniziative di approfondimento e divulgazione del sistema del confederalismo democratico come nuovo modello per una vita libera e democratica, così come molte organizzazioni di donne e femministe si sono avvicinate al tema della jineologia. La solidarietà internazionale è uno strumento di grade importanza e straordinario valore, perché agisce dal basso verso l’alto e porta la voce del nostro movimento dal livello locale fino alle istituzioni. Sosteniamo tutti i tipi di iniziativa tesi a realizzare una vita alternativa e riponiamo grandi speranze in tutti e tutte coloro che le costruiscono attivamente.
“…siamo consapevoli della nostra forza e proseguiremo sulla strada che abbiamo tracciato…”
D. E riguardo al negoziato internazionale per una soluzione politica del conflitto in atto in Siria?
Qualora effettivamente non vi partecipassero, quale sarebbe la posizione dei curdi (o delle diverse organizzazioni curde) di fronte all’esito dei negoziati?
Risposta: Queste domande possono essere considerate unitariamente. Abbiamo valutato, e continuiamo a valutare come positivo l’avvio del negoziato internazionale. Tuttavia, la decisione di tutti gli attori di accettare il diktat turco di escludere dal tavolo il PYD, il partito più rappresentativo dei curdi di Siria e le forze di autodifesa del Rojava, ovvero le forze che non solo hanno un ruolo fondamentale nella rivoluzione in atto nel Rojava, ma anche nella lotta all’Isis, renderà il negoziato debole e privo di reale efficacia. È irrealistico infatti pensare ad una soluzione di pace e di democrazia per la Siria senza tener conto dell’esperienza di autogoverno del Confederalismo Democratico e del valore che esso ha per sconfiggere definitivamente le bande fasciste. Noi crediamo che di questo, inevitabilmente, tutti gli attori del negoziato si renderanno conto. Per quanto ci riguarda, siamo consapevoli della nostra forza e proseguiremo sulla strada che abbiamo tracciato. Pensiamo che la determinazione del nostro popolo e di tutti coloro che con noi stanno scrivendo questa straordinaria pagina di storia farà prevalere la ragionevolezza ed il buon senso in coloro che siedono al tavolo del negoziato, rendendo tutti consapevoli che nel futuro della Siria, come di tutto il Medio oriente, non vi può essere vera soluzione senza i curdi.
D. Ho visto recentemente i libri biografici della vostra compagna Sakine Cansiz assassinata in rue La Fayette a Parigi nel gennaio 2013. Potreste dirci perché la sua vita rappresenta una testimonianza esemplare della lotta di liberazione del popolo curdo (e delle donne curde in particolare)?
Risposta: La nostra lotta di liberazione, come popolo, ma crediamo sia un principio valido per l’intera umanità, è fondata sull’idea che la parità di genere ed il protagonismo delle donne costituiscono un elemento imprescindibile per una società libera ed equa. Maschilismo, sessismo e patriarcato sono tra i peggiori ostacoli alla costruzione di rapporti liberi e fraterni tra le persone, sono tra le cose peggiori che lo sviluppo delle società classiste ha lasciato in eredità all’intera umanità. Per questa ragione nel nostro movimento le donne hanno un ruolo fondamentale, non c’è carica politica, amministrativa o di autodifesa che non veda la compresenza di un uomo e di una donna, e le donne hanno inoltre le loro organizzazioni civili, e di autodifesa .Con la loro determinazione e la loro consapevolezza, le donne hanno dato alla rivoluzione e all’autonomia democratica una energia e una straordinaria modernità che spinge anche gli uomini a diventare più consapevoli e liberi. La compagna Sakine, per noi Sara, con la sua storia, la sua lotta e il suo martirio rappresenta un paradigma per i nostri principi: forza e determinazione, ma anche umanità e amore per la vita sono il patrimonio di ogni donna curda che decide di non essere più schiava, serva, sfruttata, oppressa. Ogni donna curda diventa, nella lotta, Sara.
D. Ultima domanda: ho letto che “i curdi hanno per amici soltanto le montagne”. Come si configurano, nella cultura, nella tradizione, nell’immaginario, nelle leggende…(e ovviamente nella Resistenza) le Montagne per il popolo curdo?
Risposta : Per decenni, la politica turca dell’assimilazione negava la stessa esistenza di un’etnia curda. Noi eravamo chiamati, non senza disprezzo, “Turchi di Montagna”. Le forze della reazione pensavano così di umiliarci, ignorando che la nostra fierezza deriva anche dall’essere così legati ai nostri monti. Essi hanno rappresentato, per secoli, un rifugio contro chi voleva annientarci o sottometterci: dai sumeri, ai romani, dagli arabi agli ottomani. E’ su quelle montagne che è rimasto vivo il fuoco della libertà, quello acceso dal fabbro Kawa per annunciare l’uccisione del tiranno babilonese Zuhak. Tutti i perseguitati del tiranno erano fuggiti sulle montagne per nascondersi; vedendo quel fuoco capirono che la tirannia era stata sconfitta e su ogni montagna furono accesi i fuochi della libertà. Da quelle stesse montagne oggi viene oggi un identico segnale. Viviamo e lottiamo per vederlo accogliere e diffondere in ogni parte del mondo.

Alle domande che ci sono state poste vorremmo aggiungere una sola riflessione. La nostra lotta ha un ispiratore e una riferimento: è il pensiero del Presidente Ocalan. La sua prigionia, che dura ormai da 17 anni, in condizioni di vera e propria disumanità, simboleggia l’oppressione e il dolore di un intero popolo. Non crediamo ci possa mai essere una vero processo di democrazia e di giustizia nel Medio Oriente fino a quando il Presidente Ocalan sarà imprigionato. Questa deve essere una consapevolezza che l’Europa, e gli Stati uniti devono acquisire, altrimenti tutti i loro sforzi, in Siria, come in Iraq, ma anche la stessa speranza di avviare la Turchia su una strada di vera democrazia, saranno vani.
A MANTUA EN CADENE – organizzato da Ass.Culturale RAIS DE LUMBARDIA

A Mantua en Cadene – La Lumbardia la regorda l’Andreas Hofer
L’Associazione Rais de Lumbardia dà il benvenuto agli amici tirolesi che arriveranno a Mantova nel ricordo della figura dell’Eroe Andreas Hofer.
Seguiranno celebrazioni nel centro cittadino, in seguito pranzo sociale su prenotazione.
Per info ed adesioni:
rais.posta@gmail.com – Tel 338 132 74 66
CYMRU – di Gianni Sartori – (parte seconda)

LA BATTAGLIA DI CRECY
Riprendiamo in mano il nostro Arco Lungo…
Con il tempo si rivelò utilissimo anche in campo aperto, nella guerra convenzionale. Si vide che poteva scagliare 5-6 dardi nello stesso tempo che una balestra impiegava per uno (e, almeno fino a 300 metri, quasi altrettanto letali grazie al fusto dell’arco di un metro e ottanta).
Per arrivare alla piena valorizzazione delle sue possibilità bisognerà però attendere gli eventi del 1346 con la battaglia di Crecy. La serie di circostanze che portarono a questo scontro non è molto dissimile da quella che determinerà, nel secolo successivo, Azincourt (e chi ha scritto che la Storia si ripete, un volta come tragedia e quella seguente come farsa, pensava evidentemente ad altro).
Osservo per inciso che, se non proprio nell’iconografia ufficiale, almeno nell’immaginario collettivo unionista, le vicende di “un pugno di uomini predestinati che si batte e vince contro un nemico preponderante” si confondono con quelle dei coloni protestanti cinti d’assedio dai “selvaggi” gaelici nella fortezza che si erano costruiti a Derry (dopo aver preventivamente raso al suolo la vecchia città dell’Ulster).
E sempre a proposito di Irlanda e “appropriazione indebita di simboli e prodotti della cultura materiale altrui” ricordo che il barone normanno Riccardo di Pembroke, prima trapiantato nel Galles e poi nominato re del Leister (dopo l’invasione dell’isola Smeralda del 1167-1169), si farà conoscere dagli irlandesi come Forte Arco. Come è noto questa prima, parziale invasione fornì una testa di ponte per quella definitiva del re d’Inghilterra Enrico II.
Molti anni più tardi ci fu un altro genere di armi (leggermente più sofisticate) che, con un percorso inverso a quello del barone invasore, dall’Irlanda sbarcarono nel Galles (nemesi storica?).
Alla fine degli anni sessanta una componente dell’IRA (quella che poi sarebbe stata chiamata “Official” – OIRA) ritenne di dover smontare le proprie strutture combattenti per privilegiare la lotta politica e ritentare (c’erano stati dei precedenti significativi) una riunificazione delle classi subalterne (“proletarie“ si può ancora dire?) in una prospettiva socialista e interconfessionale. Forse con una certa dose di ingenuità pensava di colmare ipso facto il baratro di diffidenza e reciproca incomprensione che Londra aveva astutamente scavato tra la comunità cattolica repubblicana e quella protestante unionista*. In pratica le armi vennero regalate (o comunque svendute a prezzi fallimentari) ad un movimento di liberazione gallese.** Quando poi le milizie protestanti di Shankill Road, incuranti della mano tesa dai repubblicani, attaccarono le aree “papiste” di Belfast (Andersonstown, le “Falls”…) incontrarono ben poca resistenza a causa della smobilitazione dei Volunteers. Solo qualche reduce delle antiche campagne dell’IRA e alcuni giovanissimi “estremisti” salirono sui tetti per difendere la gente (a schioppettate, s’intende). Le armi utilizzate nella circostanza erano poco più che residuati bellici ma così cominciava la leggenda dei Provos (IRA Provisional- PIRA).
Abbandoniamo ora i quartieri in fiamme di Belfast (e il contenzioso, ormai datato, tra OIRA e PIRA) per riapprodare in terra di Francia dove avevamo lasciato la spedizione di Edoardo III sbarcato nel 1339. Il suo agguerrito esercito era costituito in gran parte da mercenari, scarsamente interessati alle pretese inglesi sulla corona francese.
Astutamente l’esercito francese evitò lo scontro decisivo finché il re inglese, esauriti i fondi, non si trovò abbandonato dai suoi prezzolati combattenti. A quel punto Edoardo, costretto a dar battaglia in condizioni di inferiorità, dimostrò di aver ben appreso le lezioni impartite dagli irriducibili gallesi
al suo esercito. Appiedò i pochi cavalieri rimasti (proprio come accadrà ad Azincourt) inserendogli tra gli arcieri, sia come forma di “incoraggiamento” che di controllo.
I micidiali tiri degli Archi Lunghi provocarono circa 1500 morti tra la cavalleria francese (le perdite inglesi non furono più di un centinaio) e, cosa inedita all’epoca, gli arcieri non fuggirono di fronte alla carica dei cavalieri ma continuarono a scagliare dardi.
Si trattò di un cambiamento radicale rispetto alle “tradizioni” della fanteria medievale e dopo Crecy
“niente fu più come prima”. Non solo le cotte di maglia vennero sostituite dalle corazze, ma gli arroganti cavalieri (soprattutto i più spilorci, vista la vulnerabilità dei costosi cavalli) presero a combattere spesso a piedi, nonostante la cosa potesse apparire “declassante”.
Cari i miei lettori (quanti? Mezza dozzina? Meglio che niente nda): se questo disquisire sull’Arco Lungo e le due-tre battaglie che lo resero celebre dovesse apparirvi eccessivo e sproporzionato, ricordo che sono migliaia le pagine prodotte da storici e affini sull’argomento. Ma quasi tutte per celebrare l’innovazione introdotta nell’arte della guerra dall’Arco Lungo (e di riflesso nella società civile), considerato un “frutto della genialità tecnica e strategica degli inglesi”. Senza concedere un riconoscimento, per quanto tardivo, agli unici che potrebbero legittimamente rivendicarne il brevetto, i gallesi appunto.
E anche vero che i “Piccoli popoli” (gallesi, baschi, galleghi, bretoni, corsi, irlandesi, sardi…) minorizzati e oppressi dai potenti Stati-nazione non si sono mai particolarmente distinti per la loro volontà di dominio; combattenti valorosi quando si tratta di difendere la propria terra e la propria identità, non si sono scomodati più di tanto per andare a conquistare, colonizzare, sfruttare altri popoli e nazioni (sia in Europa che nel cosiddetto terzo Mondo).
Comunque sia l’esempio dell’Arco Lungo, inteso come prodotto della “cultura materiale” gallese espropriato dagli inglesi (per poi utilizzarlo su “scala industriale”), era propedeutico al tentativo, meno scontato, di dimostrare che la cultura dominante si è impadronita anche dell’immaginario tradizionale (o almeno ha tentato di farlo: manipolando, alterando e mistificando).
LA TESTA DEL GUERRIERO: PROPAGANDA, “RICICLAGGIO” O “INTOSSICAZIONE”?
Azzardo umilmente un’ipotesi: i gallesi potrebbero essere stati espropriati anche sul piano del patrimonio mitico collettivo, quello celtico originario.
Prendiamo un classico: “I Quattro Rami del Mabinogion”. Non mi aveva mai convinto la faccenda della testa di Bendigeidfran sepolta nei dintorni di Londra: Vistosi irreparabilmente in via di decesso l’eroe gallese ordinò ai suoi seguaci di decapitarlo. La testa, come da tradizione, rimase fresca, rosea e vitale. Inoltre conservò l’uso della parola e ordinò di venir tumulata sotto ad un misterioso “Monte Bianco” della campagna londinese, nei pressi dell’odierna capitale.*** Difficile stabilire dove finisca la trascrizione della leggenda originale e inizi l’interessata manipolazione.
Chi a Londra deteneva il potere sembra si sia ritrovata, bella e pronta per l’uso, una dimostrazione della sostanziale continuità tra dinastie (celtiche, sassoni, normanne…), garantita dalla permanenza del luogo fisico depositario del carisma regale-nazionale. Dove per Nazione si intende “Regno Unito” con l’Inghilterra egemone (“United we stand; divided we fall”).
L’epoca della stesura è quantomeno sospetta, dato che i “Quattro Rami” risalgono al sec. XIV (tra Crecy e Azincourt, vedi anche il curioso particolare della testa sepolta “con lo sguardo rivolto alla Francia”) e sono l’opera di bardi in servizio alle corti normanne insediate nel Galles.
E’ umanamente comprensibile che questi cortigiani, per compiacere i loro datori di lavoro e guadagnarsi un tozzo di pane, rivestissero con “panni cavallereschi” le imprese delle barbare divinità e dei grossolani eroi dei Celti. Ma temo si siano spinti anche oltre, fornendo mattoni alla costruzione ideologica dei dominanti (ossia all’ideologia dominante). Naturalmente non si può escludere a priori che anche nella versione originaria si parlasse proprio di Londra. Prima che i sassoni vi mettessero piede l’intera “Albione” era abitata dai Celti. Poi dovettero fuggire in Irlanda o In Bretagna (e per questo il bretone è ancora sostanzialmente comprensibile dai gallesi, e viceversa) o rifugiarsi nella roccaforte del Galles.
Ma comunque la cosa stride, “puzza” di manipolazione. Almeno la sorella Branwen, persona alquanto sfortunata, aveva avuto il buon gusto di farsi inumare nell’isola di Anglesey.
E poi, se proprio un monte doveva essere, il degno monumento funebre per il valoroso guerriero decollato (Bendigeidfran), andava benissimo anche il classico Snowdon. Non viene forse considerato il più plausibile tra i luoghi descritti come estrema dimora di Re Artù?****
Quanto a questo, è assai probabile che il ciclo originario di Artù derivi dalla sovrapposizione (legittima in quanto interna alla tradizione culturale celtica) tra le imprese di un capo guerriero celta del V o VI secolo d.C. che combatteva contro gli invasori e una primordiale divinità -Artor- il cui culto era diffuso anche in Gallia. I rifacimenti successivi (sia la Storia dei re di Britannia di Goffreddo di Monmouth che l’opera di Robert Wace) rappresentano un ulteriore, raffinato esempio di “contaminazione” del XII secolo e risentono pesantemente della necessità di legittimare una presunta continuità tra le dinastie autoctone e quelle degli invasori (prima sassoni poi normanni).
LA SPADA NELLA ROCCIA
La stessa vicenda della “Spada nella Roccia” deve aver subito una serie di interessate manipolazioni, al punto da venire abitualmente proiettata in un improbabile scenario medievale di maniera, sfondo ideale per ribadire che la monarchia veniva restaurata per volontà divina, onde ristabilire l’ordine interno e l’unità del Regno.
Sarebbe interessante stabilire se queste versioni “rivedute e corrette” della vicenda arturiana abbiano fornito (fin dal XIII sec.) un “modello operativo” a Edoardo I o ne rappresentino invece una velata trascrizione apologetica. Il re inglese in questione riuscì appunto a mettere ordine tra i suoi turbolenti vassalli, indispensabile premessa per riconquistare il Galles annettendolo con lo statuto di Rhuddalan (1284). Proprio dai conflitti tra baroni e Corona avevano tratto vantaggio i gallesi, tanto da conquistare un periodo di autentica indipendenza con Llewelyn I e Llewelyn II, due “epigoni” di Artù molto più autentici, plausibili e legittimi.
Non solo dell’inglese al 100% Edoardo, ma anche di quell’Enrico Tudor originario del Galles che divenne re d’Inghilterra nel 1485. *****
Anche ammesso che avesse qualche litro di sangue gallese in corpo NON fa ugualmente testo (così come non fanno testo un corso imperatore dei francesi e un sardo ministro dell’Interno o presidente della Repubblica italiana).
Quanto ai soidisant “Principi del Galles”, sono tali, ovviamente, solo pro-forma.
Sembra invece siano, purtroppo, proprietari dell’intera Cornovaglia (quasi, diciamo), la pittoresca contrada celtica denominata fino al IX secolo “Galles occidentale”.
RELIGIONE OPPIO DEI POPOLI? CERTO, MA ANCHE CON QUALCHE EFFETTO COLLATERALE POSITIVO (TALVOLTA)
Un accenno poi bisogna farlo al ruolo fondamentale che ebbe la Riforma protestante per la conservazione del Cymraeg, la lingua nazionale gallese. Nel 1580 (altre fonti riportano il 1588) il vescovo Morgan tradusse e fece pubblicare la Bibbia in gallese, un fatto che risulterà di importanza capitale per la sua stessa sopravvivenza e per la produzione di una vera e propria lingua letteraria unificata (fortemente influenzata dall’ambiente puritano). Non mi pare pedanteria rilevare che nello stesso periodo (tra il 1570 e il 1590) i conflitti religiosi tra cattolici e protestanti in Iparralde (Euskadi Nord, sotto amministrazione francese) favorirono lo sviluppo di una notevole letteratura cristiana in euskara.
E oggi? Intanto, soprattutto nel corso degli anni ottanta del secolo scorso, in Galles sono arrivati i giapponesi (Nissan, ma non solo): a comprare terreni, investire capitali e (se dovessimo dar credito ai prezzolati uffici-stampa) “portare benessere alla vallate sottosviluppate”. Una modernizzazione neocoloniale (o un anticipo di globalizzazione) che ben presto ha cominciato a svelare l’altra faccia del “progresso”. Per esempio con la chiusura di molte miniere (come a Marthyr Vale e a Oakdale) e conseguente disoccupazione. Ma con questo siamo ormai negli anni della stramaledetta Lady di Ferro (che il diavolo se la goda, ora!) e quindi per ora mi fermo qui.
Gianni Sartori
*nota: su questo contenzioso (una lite in famiglia, per quanto aspra) le destre fasciste italiane, vecchie e nuove, ci marciano da anni. A sentir loro si sarebbe trattato di una divisione tra “marxisti” e nazionalisti. Effettivamente negli Official la componente marxista era ben presente (come in tutto il movimento repubblicano, almeno da James Connolly), ma si trattava in realtà di riformisti (“revisionisti”?) che approdarono prima all’eurocomunismo e poi alla socialdemocrazia. La parte più coerentemente rivoluzionaria e antimperialista uscì dagli Official per fondare l’INLA (v. Seamus Costelo, in seguito eliminato sembra proprio dagli Official. Nel 1972 aveva partecipato ad un convegno internazionale organizzato a Firenze da Potere Operaio). Quanto ai Provisional, il loro riferimento erano le lotte di liberazione delle colonie portoghesi, l’Algeria, Cuba, il Vietnam…in sostanza una lotta di sinistra e antimperialista (come per i baschi dell’ETA) con la prospettiva della liberazione nazionale e del socialismo.
Stavo ora consultando un vecchio opuscolo del Movimento repubblicano, quello derivato dai Provisional (“Notes for revolutionaries” del 1982) in cui sono riportati i pensieri di vari personaggi a cui far riferimento. Sono tutti di sinistra, molti comunisti: Patrice Lumumba, Alexandra Kollontai, Samora Machel, Oliver Tambo, Lenin, Mao Tse-tung, Antonio Gramsci, George Jackson, Vo Nguyen Giap, Che Guevara, Fidel Castro, Carlos Marighela, Rafic Khouri, Kwame Nkrumah, John Reed, Trotsky, Dolores Ibarruri…
Perfino una voce anarchica (una sola, peccato), quella di Emma Goldman. Dimenticavo. Ci sono anche, giustamente, Tashunka Witko (Crazy Horse) e Sitting Bull che non erano comunisti o anarchici ma semplicemente già “oltre” e “altrove”. Questi erano i riferimenti politici di combattenti come Bobby Sands e Patsy O’Hara.
E quindi ribadisco: ”fascisti, giù le zampe dall’Irlanda”.
** Naturalmente la lotta per l’autodeterminazione del popolo gallese non ha mai conosciuto l’asprezza di quella irlandese o basca. Ci fu comunque un episodio di forte insubordinazione negli anni trenta del secolo scorso. Nel 1935 il governo inglese decise di costruire una scuola militare per la RAF a Penyberth (una base, sostanzialmente) provocando le proteste della popolazione e manifestazioni di massa.
Vedendo che comunque i lavori proseguivano, tre quarantenni ben inseriti nella loro comunità (Lewis Valentine, Saunders Lewis e D.J. Williams: il primo un pastore battista, gli altri due insegnanti e scrittori) decisero di passare all’azione diretta. L’8 settembre 1936 incendiarono, completamente, la “Scuola di Bombardamento Aereo” di Penyberth. Il clamoroso gesto passò alla storia, quella gallese s’intende, come Tan y Llyn (“Fuoco di Llyn”, dal nome della penisola di Penllyn dove sorge Penyberth).
Uno dei tre sabotatori, Saunders Lewis, era tra i fondatori del Plaid Cymru (nel 1925).
***a riportare il mito celtico delle teste tagliate parlanti in epoca moderna ci ha pensato l’irlandese Pat O’Shea con “The Hounds of the Morrigan”.
****Altre versioni danno per certa la collina di Glastonbury, nel Somerset, appena oltre i confini del Galles occidentale, in prossimità della Cornovaglia. La variante “Etna” mi sembra alquanto fantasiosa e apocrifa. Almeno nel caso di Artù, quindi, la tradizione popolare gallese si è riappropriata dell’identità -celtica- di un suo eroe nazionale (per quanto mitico, ma con qualche fondamento storico: avrebbe combattuto contro i sassoni) ponendolo a estrema dimora nel suolo che gli spetta. Stesso destino, più recentemente, per la Tavola rotonda. E’ sempre più diffusa (a livello di immaginario collettivo, chiaro) la convinzione che il glorioso manufatto si trovi sepolto sotto qualche tumulo gallese (magari in un sidh?). Quanto a quella presunta, esposta a Winchester, neanche la propaganda filo-inglese più smaccata riesce più a nascondere che trattasi di una imitazione risalente al medioevo.
***** Avrei volentieri fatto a meno di questa nota (dolente). Ritengo tuttavia doveroso ricordare che tra gli antenati dell’Enrico Tudor, una sfilza di gallesi collaborazionisti, ci fosse anche quell’Owen, prima cortigiano di Enrico V e poi convivente della regina Caterina (rimasta vedova non del tutto inconsolabile). Owen, inoltre, si trovava anche ad Azincourt, pare come scudiere. E’ notorio che fu proprio un suo nipote (figlio di uno dei tre avuti da Caterina con Owen) a reclamare con successo il trono e a regnare come Enrico VII (o almeno così credo, se non mi sono perso qualche puntata di questa versione gallese di “Radici”).
CATALUNYA BATTE LOMBARDIA 9 A 50


Mi sembra logico tranquillizzare subito gli amici che leggeranno queste due righe: non sono impazzito e la matematica non è diventata un’opinione.
I dati inseriti nel titolo fanno semplicemente riferimento AI MILIONI DI EURO stanziati dalle rispettive entità pubbliche (Generalitat e Regione Lombardia) per lo svolgimento di una votazione referendaria sui rispettivi territori.
Infatti la Generalitat de Catalunya ha investito SOLO 9 milioni di Euro scarsi (per la precisione 8.886.724,5 euro) per la consultazione del 9N, il referendum che doveva indicare quale percentuale di cittadini Catalani fosse favorevole all’Indipendenza, e cioè al distacco da Madrid con la conseguente creazione di una nuova Repubblica Catalana.
Quale sia stato poi il risultato del referendum penso sia noto a tutti e quale sia stata la spinta al processo di autodeterminazione catalana altrettanto. Certo è che, anche a causa di tale stanziamento, l’ex President Artur Mas è stato messo sotto inchiesta dalla magistratura spagnola.
Passiamo ora al Referendum lombardo “sull’autonomia”: a parte il fatto che siamo di fronte a due cose di peso ben diverso (come diversi assolutamente sono i concetti di “autonomia” e “indipendenza”), abbiamo avuto da parte della Giunta regionale lombarda, guidata da Roberto Maroni, uno stanziamento di ben 50 MILIONI DI EURO, una cifra assolutamente spropositata che va a gravare sul bilancio dei cittadini lombardi e delle loro famiglie. Sicuramente gli “esperti” di Palazzo Lombardia avranno ben fatto i loro calcoli: a noi sembra che, vista la quasi parità di territorio e popolazione fra Catalunya e Lombardia, questa cifra stanziata sia completamente fuori luogo.
A questo ovviamente si aggiunge il problema di carattere politico: quale impatto può avere un referendum in cui si chiede alla popolazione lombarda se si trova d’accordo nell’avere una maggiore percentuale di autonomia dallo Stato centrale, ben sapendo che ogni concessione, e sottolineo CONCESSIONE, in tale ambito deve essere decisa a Roma e votata dal Parlamento romano?
NULLA, MENO DI NULLA… siamo semplicemente davanti all’ennesima sparata di carattere propagandistico da parte di una Giunta Regionale impregnata di affarismo, poco coraggiosa, condizionata dall’appartenenza alla sfera politica italiana e che, nonostante le ambizioni, è assolutamente non paragonabile all’istituzione catalana di riferimento.
Alberto Schiatti
pro Lombardia Indipendenza – Insubria
fonti:
http://www.publico.es/politica/consulta-catalana-costara-nueve-millones.html
http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/07/16/news/lombardia-il-referendum-per-l-autonomia-costa-cinquanta-milioni-di-euro-1.221495
CYMRU – di Gianni Sartori – (parte prima)

“Sappiate che io sono Dafydd ap Hywel, un uomo dell’Arco Lungo,lo stesso che fu fabbricato e usato per la prima volta nel Galles e che in seguito è stato falsamente conosciuto come un’arma inglese. Perciò io viaggio, per insegnare a questi arcieri inglesi che nessuno di loro è in grado di reggere il confronto con un gallese come me, al tiro al bersaglio fisso o mobile, o per la lunghezza del tiro, o in qualunque altra cosa vogliamo provare con arco, corda e freccia: perché io sono della stirpe dei veri arcieri, e loro no”.
(The Dragon and the George)
I gallesi, i maestri inventori dell’arco celtico (impropriamente detto “inglese”) rappresentano una entità culturale ed etnica distinta dagli altri popoli della Britannia. Con questo articolo a carattere “popolare-divulgativo” (senza alcuna pretesa di natura accademica, assolutamente) cerchiamo di capire perché.
MA I DRAGHI, ABITANO ANCORA QUI?
In un primo tempo l’idea di cercare un’adeguata citazione tra le pagine del romanzo di Gordon R. Dickson (1923 – 2001) non aveva niente a che vedere con l’orgoglioso personaggio dell’arciere gallese dalla “strana” cadenza musicale (strana come straniera; non poteva essere altrimenti per i suoi interlocutori inglesi dato che gli abitanti del “Wales” vengono chiamati “Welsh”, ossia “stranieri”), il cui nome rievoca alcuni dei maggiori poeti gallesi del XIV e XV secolo: Dafidd ap Gwilyn, Dafidd Nanmor, Dafidd ab Edmwnd…
Mi era del tutto estranea anche solo l’idea della sua esistenza (entra in scena solo alla fine dell’XI capitolo) e fino a quel punto ero ancora incerto tra questo romanzo e un racconto di Tolkien (Farmer Giles of Ham) dove c’è una precisa identificazione del Galles come patria per eccellenza di Draghi e affini. E’ vero che in fondo, tradendo la sua natura bigotta e conservatrice, Tolkien non si distacca più di tanto di soliti luoghi comuni che vorrebbero il drago violento e cattivo per contratto, vera personificazione del Male e/o del Maligno. Invece nella favola di Dickson un drago di nome Gorbash assurge niente meno che al rango di co-protagonista.
A questo punto qualcuno si starà magari chiedendo cosa c’entrano i draghi con il Galles e viceversa.
Non dovrebbe fare altro che osservare una bandiera nazionale gallese dove troneggia appunto un vistoso drago color rosso (su sfondo verde e bianco) accessoriato con grandi ali, scaglie, artigli e coda dalla punta acuminata.
Chissà. Forse gli ultimi esemplari avevano trovato rifugio tra le montagne del Cymru (assieme a giganti, elfi, banshee e alla dea-cavalla Riannon…), qui sospinti dall’incalzante invadenza dei popoli colonizzatori, notoriamente insofferenti delle “torbide” fantasticherie di cui si dilettavano i Celti.
L’ARCO LUNGO, IL KALASHNIKOV DEI CELTI NELL’ANNO MILLE
Fu un’autentica sorpresa scoprire che il famoso “ARCO LUNGO INGLESE” (citato assai nei testi di Storia militate, e non) era in realtà gallese. Lasciamo quindi in pace l’altero Dafydd che avrà comunque altri dieci capitoli per farsi onore, sia combattendo eroicamente contro Brutti Ceffi, Orchi, Arpie e altra “varia umanità”, sia scopandosi l’amazzone Danielle O’ the Wold (inglese ma latitante, specie di Robin Hood in gonnella, alquanto avvenente stando alle descrizioni). Occupiamoci invece seriamente della sua arma micidiale. L’Arco Lungo era già diventato una celebrità (entrando di diritto nella Storia, intendo quella scritta e ufficiale) per l’uso sistematico che ne fecero le truppe di Eduardo III durante la “Guerra dei cent’anni”. Per un lungo periodo costituì il maggior punto di forza dell’esercito inglese (assieme alla neonata, ma non ancora completamente valorizzata, bombarda).
Ma il culmine della fama lo raggiunse con la battaglia di Azincourt, combattuta il 25 ottobre 1415 da Enrico V in trasferta sul territorio francese.
Questo sanguinoso combattimento viene universalmente considerato come una pietra miliare dell’epopea bellica inglese. Un esiguo numero di britannici appiedati (seimila circa, cinquemila dei quali arcieri) sconfisse un numero preponderante di francesi, cavalleria compresa. Si calcola che questi assommassero a venticinquemila (ma alcune fonti danno cifre anche dieci volte superiori); in ogni caso la sproporzione numerica tra i contendenti era enorme.
AZINCOURT: UNA BATTAGLIA CHE I SEICENTO DI BALAKLAVA EVIDENTEMENTE NON AVEVANO BEN STUDIATO
Tale battaglia rappresentò la drammatica conclusione di una spedizione capeggiata da Enrico V su quei territori della Francia che l’Inghilterra aveva perso nel corso della “Guerra dei cent’anni”. Il mito di Azincourt è tutt’uno con quello dell’Arco Lungo che in tale circostanza riconfermò ampiamente la sua reputazione di arma strategicamente rivoluzionaria e anche certe implicazioni socio-politiche. Gli arcieri non erano altro che dei contadini addestrati, dei combattenti appiedati (volgare “fanteria”) ma si dimostrarono in grado sia di sostenere l’assalto della cavalleria tradizionale che di intervenire direttamente nel combattimento (e completare l’opera scannando un bel po’ di quei baroni corazzati e vanagloriosi).
Va anche detto che le cronache riportano anche la partecipazione volontaria di molti contadini francesi ad alcuni combattimenti contro gli invasori. Dico questo perché, comunque la si giri, sempre di invasione si trattava e quindi, al di là del dovuto riconoscimento all’esercito “popolare” (inglese) contro l’aristocrazia (francese), va considerato anche un altro aspetto della faccenda. Azincourt è anche un significativo esempio (un prodromo?) della indiscussa capacità del “blocco al potere” inglese nel coinvolgere le classi subalterne nelle proprie imprese “coloniali”, nel renderle complici dei suoi progetti imperiali (dai coloni, scozzesi, spediti nell’Ulster al vergognoso entusiasmo popolare -anzi, plebeo- per l’impresa delle Malvinas). O no?
Le amare esperienze del secolo precedente (Crecy e Poitiers) avevano indotto gli uomini d’arme francesi a sostituire la cotta di maglia (su cui le acuminate frecce lunghe un metro, scagliate da un arco col fusto di un metro e ottanta, menavano strage) con corazze d’acciaio.
Ma ad Azincourt lo scopo principale dei primi lanci era quello di provocare i cavalieri scatenandone la carica. Come è noto questa avrà effetti disastrosi per gli assalitori. Il sangue freddo di cui seppero dar prova gli arcieri (aiutati da una rudimentale palizzata che si erano portata appresso per tutta la durata della campagna) infranse le fila dei cavalieri lanciati al galoppo. Molti finirono impalati, disarcionati o infilzati e nella rotta che ne seguì gli arcieri poterono scagliare contro le terga del nemico altri nugoli di frecce dall’effetto devastante, soprattutto sui poveri cavalli.
A questo punto entrarono in azione gli uomini d’arme francesi appiedati (anche per non rimetterci il cavallo che le frecce potevano, quantomeno, storpiare). Nel loro schieramento, man mano che si avvicinavano, si aprivano vuoti sempre più grandi. Infatti la minore distanza permetteva ai dardi (N.B. cinquemila ogni dieci secondi) di abbattere i francesi appiedati per quanto ricoperti di ferraglia. Dotate di una “punta a stiletto”, le frecce erano in grado di trapassare, a breve distanza, anche l’acciaio.
Poiché disdegnavano di incrociare le armi con combattenti ad essi socialmente inferiori (tali venivano considerati gli arcieri) gli uomini d’arme francesi puntarono direttamente sugli stendardi dei tre gruppi (esigui) di loro pari d’oltre Manica, riducendo così la portata complessiva dell’impatto.
La linea inglese “tenne” ed è in questo frangente che avviene un fatto in qualche modo rivoluzionario.
Gli arcieri, dopo aver scagliato quanto rimaneva nelle faretre (si calcola avessero a disposizione una cinquantina di frecce a testa), intervengono direttamente nel combattimento corpo a corpo. Si armano di spade, asce, mazze, alabarde raccolte sul campo di battaglia e si scagliano contemporaneamente contro il “nemico” (in senso stretto e contingente) e contro il “nemico di classe”: gli uomini d’arme francesi blasonati e altolocati.
Per qualche apologeta il loro gesto assume il significato di uno stravolgimento sia della piramide gerarchica che della “catena di comando” . Non saprei quanto a proposito, si parlò anche di una anticipatrice “vittoria popolare-democratica”. Quel che più conta, salvarono la pelle e la situazione garantendosi il ritorno, fino a quel momento piuttosto incerto, a casa.
Parecchi vi aggiunsero anche un buon riscatto, ricavato dai prigionieri più abbienti; gli altri, come costumava, vennero scannati sul posto.
Complessivamente gli inglesi persero soltanto qualche centinaio di uomini e uccisero circa 5000 (cinquemila!) francesi. E tutto, non dimentichiamolo, per merito dell’arco gallese.
La battaglia di Azincourt rappresentò l’apoteosi degli arcieri, il culmine di un processo iniziato circa settant’anni prima, a Crecy (1346). Successivamente anche l’Arco Lungo comincerà a diventare obsoleto rispetto ai nuovi tipi di armamenti, ma questa è un’altra storia. Volendo si potrebbe definire Crecy la “prova generale” per Azincourt; oppure Azincourt la “replica su scala industriale” di Crecy.
Ma per essere obiettivi bisognerebbe risalire a ritroso nel tempo, almeno fino alle “guerre di guerriglia” combattute dagli indigeni tra i monti del Galles.
UNA GUERRA DI GUERRIGLIA
Stando al parere di alcuni storici, l’apparato militare di cui disponeva la monarchia normanna era, tutto sommato, alquanto carente e inadeguato. Per gli appassionati di Storia ricordo che Guglielmo, duca di Normandia, aveva traversato la Manica con il suo esercito nel settembre del 1066 e che quella normanna non fu (a differenza di quelle precedenti: Angli, Sassoni…) una “invasione di massa” ma la pura e semplice presa del potere da parte di una élite guerriera. Inutile dire che a quel tempo buona parte delle popolazioni celtiche britanniche erano state sottomesse (o avevano attraversato la Manica in senso inverso…) dai popoli germanici che avevano invaso l’isola attorno al V secolo d.C. Tra gli irriducibili, appunto quelli di Cymru. I Nuovi Padroni cercarono di rimediare alle carenze dei loro eserciti assoldando mercenari e reclutando soldati a piedi.
Tra l’altro la fanteria si doveva dimostrare molto efficiente nelle spedizioni punitive contro i villaggi ribelli e in caso di rappresaglie contro i civili (tanto per ridimensionarne lo spirito “democratico” che talvolta le viene attribuito).
In particolare, durante i ripetuti tentativi di sottomettere gli abitanti di Cymru, la cavalleria tradizionale feudale, specializzata nel combattimento in campo aperto, aveva dato prova di scarsa efficacia Si trattava di combattere in mezzo alle montagne, contro un popolo che difendeva le sue libertà e adottava la tattica guerrigliera ante litteram del “mordi e fuggi”. Oggi possiamo soltanto immaginare quante “piccole Azincourt” abbia collezionato la nobiltà normanna a cavallo tra i monti e le vallate del Galles. Episodi su cui gli storici inglesi non sembrano aver voluto indagare più di tanto…ne andava forse dell’onor patrio?
L’uso magistrale del loro arco, di cui davano ripetutamente prova i tellurici partigiani gallesi, portò gradualmente all’adozione dell’arma anche da parte delle truppe normanne. Del tutto infondata l’ipotesi (spacciata per “scientifica” da alcuni autori, ovviamente inglesi) secondo cui, costretti dalle particolarità geografiche e ambientali nelle quali si trovavano a dover combattere, i normanni lo avrebbero ideato di sana pianta. Niente di strano: il più delle volte è la contro-guerriglia che adotta le armi della guerriglia (fino al caso limite di Raoul Salan). Del resto anche trappers e “uomini della montagna” utilizzarono spesso il “primitivo” arco indiano, senz’altro più pratico ed efficace nelle guerre di frontiera.
PARENTESI SU UN GALLESE CHE, FORSE, AVEVA MOMENTANEAMENTE PERSO LA STRADA DI CASA….
Non posso neanche pensare che la faccenda dell’arco fosse ignorata dal (modesto? Direi di no) precursore gallese di Lovecraft, quell’Arthur Machen destinato a essere conosciuto (triste ironia della sorte) come “lo scrittore più decadente della letteratura inglese”. Ma con ogni probabilità ritenne cosa saggia non divulgarla per timore di urtare l’amor proprio dell’establishment londinese da cui cercava in tutti i modi di farsi benvolere. C’è un racconto dove (quasi come in un lapsus) Machen svela il suo interesse per l’Arco Lungo e proprio quando si omologa alla più scontata apologia del nazionalismo inglese.
In “The Bowmen” (del 1914) riesuma gli arcieri di Enrico V e li sbatte in trincea, nella Prima Guerra Mondiale. Scese direttamente dal Paradiso, le proiezioni astrali di quelli di Azincourt si pongono alla testa dei reparti inglesi sul punto di venir travolti dalle preponderanti forze tedesche, fermano l’assalto del nemico e praticamente triplicano i morti del 1415, in nome di sua graziosa maestà britannica. Il tutto condito da voci possenti e invocazioni attraverso il cielo. “Ah San Giorgio, ah San Giorgio della lieta Inghilterra! Un lungo Arco, un forte Arco”.
Il ben noto massacratore di draghi, tanto amato dai fascisti inglesi, viene infatti a dar man forte, evocato da un soldatino vegetariano che biascica il latino e recita la formula magica: “ADSIT ANGLIS SANCTUS GEORGIUS”.
Fin qui la trama fantasy; ma ci fu un seguito, ben documentato storicamente.
Decine e decine di lettere dal fronte (diligentemente pubblicate dalla stampa inglese) in cui i soldati raccontavano, con piena convinzione e dovizia di particolari, di aver assistito al miracolo in diretta, sullo stesso copione del Machen (coincidenza sincronica?).
In tempi normali, tali visionari sarebbero stati sbattuti in manicomio, ma nella follia generale del “grande macello mondiale”, anche le loro lettere servivano a galvanizzare le truppe e tenerne alto il morale. Per inciso, questa fu una delle rare occasioni in cui il nostro (quasi rinnegato?) gallese conobbe la Fama invece dell’abituale fame quotidiana. Bisogna pur vivere; e cosa c’è di meglio della propaganda patriottica per rimediare qualche sterlina, soprattutto se si è nati a Caerleon-on Usk? Oltre a rincuorare i brits la novella servì a stendere un velo (letteralmente ma poco pietosamente) di fatale e mistica volontà divina sulla misteriosa morte di alcuni migliaia di tedeschi.
A qualcuno invece sorse il legittimo dubbio che anche le truppe britanniche avessero utilizzato gas asfissianti.
Rileggendo “The Bowmen” l’apologia appare così evidente (pacchiana quasi) da far quasi pensare che l’autore volesse farsi beffe dello sciovinismo britannico. Certo, Machen non era il tipo, ma chissà, forse inconsciamente…
Resta il fatto che lo scrittore aveva comunque svenduto alla cultura dominante parte del suo retaggio ancestrale. Un tipico intellettuale colonizzato, al punto di aver quasi paura della sua identità (o della sua “Ombra” visto che i Celti vivevano tra le Ombre) e condividere alcuni dei peggiori luoghi comuni messi in giro da “John Bull” sugli antenati di “Taffy”.
Sempre per compiacere i suoi datori di lavoro inglesi, in altri racconti arriverà a “criminalizzare” fate, elfi etc. (simulacri dei Celti originari) riducendoli a infide e crudeli entità dedite a riti satanici innominabili. Massima perfidia e attività prediletta di queste creature subumane sarebbe quella di scambiare nelle culle “piccoli sassoni rosei e paffuti con esserini dal colore olivastro, dagli occhi neri e penetranti (sottintendendo che i sassoni hanno gli occhi azzurri, suppongo nda), magri e avvizziti, bambini insomma di un’altra razza”. Celti, Iberniani, Pitti…fate voi.
Inoltre, quando non si industriavano per rapire e ingravidare le signore inglesi per bene, amavano “ricoprirsi con la pelle del serpente” (ancora il Drago? nda) e regredire allo “stadio animale”.
Forse per rincarare la dose o per ingraziarsi ulteriormente la Corona (magari pensando a quando il Plantageneto si vide portare in dote da Eleonora d’Aquitania due province basche, Lapurdi e Zuberoa) Machen paragona la leggendaria “razza delle colline, rimasta indietro di millenni rispetto all’umanità civile “(sta parlando degli antichi abitanti del suo Galles…cose da pazzi!) ad un altro popolo montanaro minorizzato (e criminalizzato, regolarmente): “razza immutata e immutabile come immutabili sono i Baschi”. E fortuna che non aveva notizie su Cimbri e Mocheni…
Concediamogli tuttavia di aver sollevato almeno in un’occasione, con “Il Grande Ritorno”, dalla subalternità cronica alla letteratura ufficiale britannica quel “folclore” celtico che continuava a impastare la sua, per quanto colonizzata, visione del mondo. (CONTINUA)
Gianni Sartori


