ERMUA (Euskal Herria) – 13 luglio 1997 – intervista di Gianni Sartori a Gorka Martinez (HB)

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(13 Luglio 2016 – l’atto in ricordo di Miguel Angel Blanco con la presenza di Pello Urizar di Euskal Herria Bildu)

 

Luglio 1997: uno dei momenti più drammatici nella tormentata storia di Euskal Herria. Erano i giorni immediatamente successivi a una delle azioni più assurde e crudeli compiute da ETA, l’assassinio di un ostaggio inerme, il consigliere comunale del PP Miguel Angel Blanco Garrido. E all’orizzonte si profilava la scadenza del processo contro l’intera Mesa Nacional di Herri Batasuna, il partito indipendentista basco accusato di collaborare con ETA.

Il governo del fascistoide Josè Maria Aznar sembrava intenzionato a “capitalizzare” fino in fondo l’operato di ETA e la richiesta di pena di morte per gli “etarras” veniva formulata da filosofi e accademici (Gustavo Bueno proponeva addirittura di riesumare il “garrote”).

Da parte mia ritenevo di dover comunque ascoltare anche l’altra campana, quella di Herri Batasuna. Avevo quindi incontrato Gorka Martinez, responsabile delle relazioni internazionali e membro della Mesa Nacional. In questa veste Gorka era stato recentemente incarcerato, poi liberato su cauzione e rischiava una decina di anni di carcere. Il processo all’intera Mesa Nacional di HB stava per cominciare  (6 ottobre 1997) e come è noto si concluse con pesanti condanne. Tra il 1997 e il 2000 l’esponente abertzale verrà incarcerato varie volte (sia come membro della Mesa Nacional che in seguito come esponente dell’Ufficio esteri di HB) ammalandosi gravemente. E’ morto per un tumore all’inizio del 2002. 

EUSKAL HERRIA/ INTERVISTA A GORKA MARTINEZ

(Gianni Sartori – luglio 1997)

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Come si pone Herri Batasuna di fronte all’ultima azione di ETA, l’uccisione di Miguel Angel Blanco?

Ovviamente non ci rallegriamo per la morte di nessuno e comprendiamo pienamente il dolore dei familiari, proprio perché in quanto militanti abertzale (sinistra patriottica, ndr) da anni sperimentiamo sulla nostra pelle lutti e sofferenze. Gli ultimi avvenimenti, però, non possono essere adeguatamente compresi se non si considerano le circostanze che li hanno preceduti, il contesto in cui si sono svolti. Noi riteniamo il governo spagnolo direttamente responsabile di questa morte. Non è possibile dimenticare l’intransigenza e la chiusura totale del governo spagnolo davanti alla richiesta di gran parte della società basca che chiedeva il rimpatrio (non la liberazione) dei prigionieri/e politici/che baschi/e. Richiesta che era stata fatta propria da partiti, associazioni, movimenti; una richiesta con cui non si chiedeva altro che l’applicazione della legge per cui i prigionieri avrebbero il diritto di scontare la loro pena in Euskal Herria. Il governo Aznar ha ripetutamente dato prova di non voler rispettare questi diritti elementari. ETA aveva sequestrato Blanco in quanto dirigente del Partito Popolare in Bizkaia, ma il governo di Aznar (leader del Partito Popolare, ndr) nemmeno per un momento ha dato l’impressione di voler risolvere il problema e ha preferito trasferire questa responsabilità alla società civile. Inoltre questa morte è direttamente legata all’illegalità praticata dal governo in materia di politica carceraria (ETA aveva chiesto il rimpatrio nelle carceri di Euskal Herria dei prigionieri baschi, attualmente disseminati nelle varie carceri spagnole; non chiedeva la liberazione dei prigionieri, ndr). Se il governo applicasse la legge, tutto questo non sarebbe mai accaduto. La società basca in questi ultimi anni si era ampiamente mobilitata con manifestazioni, scioperi della fame, petizioni… per l’applicazione delle leggi e per il rispetto dei diritti fondamentali dei prigionieri politici, ma i governi spagnoli hanno sempre detto NO. Bisogna capire che anche questa azione deriva direttamente dal rifiuto sistematico del governo di riconoscere i diritti della comunità dei prigionieri e che la richiesta di rimpatrio per i prigionieri baschi è legittima, legale.Questo scontro sociale interno alla società basca risponde esclusivamente agli interessi di Madrid, incapace di affrontare le proposte di dialogo e negoziati che da almeno due anni vengono portate avanti dal movimento abertzale con l’”Alternativa Democratica”. Nei giorni precedenti la morte di Miguel Angel Blanco, il governo spagnolo aveva nuovamente mostrato la sua totale incapacità nel risolvere i problemi, trasformando l’azione di ETA (il sequestro, ndr) in una “questione di stato”, ottenendo l’appoggio della monarchia e di tutte le forze politiche ed economiche.

Ma non credi che proprio tutte queste iniziative della società basca, anche all’estero (penso all’occupazione delle ambasciate spagnole nelle principali capitali europee che ha visto mobilitarsi centinaia di cittadini baschi, parenti e amici dei prigionieri…) rischiano ora di essere vanificate dall’azione di ETA?

Non penso proprio che quello che la società basca ha saputo mostrare con la sua mobilitazione oggi abbia perso di valore. Caso mai è il governo che ha dato prova dei suoi limiti, della sua incapacità o impossibilità di risolvere i problemi.

In questi settimane abbiamo assistito a veri e propri attacchi contro le sedi di Herri Batasuna e contro i militanti abertzale. A tuo avviso si è trattato di reazioni spontanee o sono state organizzate dai partiti avversari? E in questo caso da quali? Il Partito Popolare o il PSOE (Partito socialista, ndr)? E il PNV (nazionalisti baschi moderati, ndr)?

Sicuramente i partiti hanno avuto un ruolo, anche se in forma diversa. Mentre il Partito Popolare di Aznar si è impegnato direttamente, gli altri -PSOE, PNV, IU (Izquierda Unida, ndr)…- hanno reagito in modo molto accomodante rinunciando, a mio avviso, anche alla loro identità, si trattasse dei partiti della sinistra o dei nazionalisti moderati; forse anche per paura. Per definire quello che è accaduto si può parlare di “mobilitazione reazionaria delle masse”; alla fine del secolo si ripete in qualche modo quello che accadeva negli anni Venti e Trenta, con il fascismo, in Germania, Spagna, Italia… Fondamentale è stato il ruolo dei mezzi di comunicazione; è provato che i direttori dei principali giornali e televisioni si sono riuniti con esponenti governativi per concordare obiettivi è intensità del messaggio da trasmettere. Questo intervento si è sovrapposto alla necessità oggettiva della società basca di trovare una via d’uscita al conflitto con i risultati che sai: tentativi di linciaggio, molotov contro le sedi di Herri Batasuna, ecc. Si è trattato in gran parte di un movimento alimentato dai partiti (il Partito Popolare in primo luogo) e dai mezzi di comunicazione, un movimento sostanzialmente di carattere reazionario, ma non per questo bisogna ritenere che sia reazionaria la società basca. Una sorta di isteria collettiva che rapidamente ha perso slancio: infatti gli inviti alla criminalizzazione, al linciaggio nei confronti degli indipendentisti lanciati dal Partito Popolare sono stati raccolti sono inizialmente. Noi non temiamo che si crei un clima permanente di scontro sociale perché quello che è accaduto è in massima parte effetto della manipolazione, non è un elemento permanente. Alla fine questa politica si risolverà in un fallimento per il Partito Popolare e i suoi alleati. Noi manteniamo con fermezza la nostra volontà di dialogo con chiunque, al fine di trovare una soluzione per l’attuale conflitto che lacera Euskal Herria.

Sull’ennesimo suicidio (vero o presunto) di un militante abertzale, detenuto nel carcere di Albacete, che ci puoi dire?

Sicuramente questi episodi riflettono la situazione in cui versano i prigionieri politici, In questo momento non possiamo dire se si tratti di suicidio o omicidio. la mancanza di condizioni umane minime. Quest’anno vi sono stati già parecchi episodi analoghi, anche tra gli obiettori totali e anche in questi casi la causa risiede nella politica penitenziaria adottata dal governo. Per non parlare di Josu Zabala che sicuramente è stato “suicidato” da una squadra della morte.

Una settimana fa si è parlato di alcuni documenti da cui risulterebbe che, ancora nell’82, il PNV avrebbe collaborato con i Servizi spagnoli, fornendo elenchi di presunti militanti di ETA. Cosa ci puoi dire in proposito?

Che per noi non è una novità e questi documenti vengono alla luce grazie alle lotte intestine tra i gruppi di potere. Il PNV ha sempre collaborato con le forze di sicurezza contro la sinistra abertzale. E appena ha avuto una sua polizia “autonoma” lo ha fatto in proprio.

Dopo l’uccisione di Blanco da parte di ETA si è assistito ad una generale presa di distanza nei vostri confronti, anche da parte di chi vi seguiva con interesse. Cosa mandi a dire?

Vorrei ribadire che quanto è accaduto è conseguenza di una situazione politica non risolta; noi, sia ben chiaro, non viviamo per la morte, ma questa è la realtà odierna di Euskal Herria e richiede una soluzione politica. Non si può pensare di concentrare la storia di un popolo che lotta da anni per la sua liberazione in un giorno o in un singolo episodio.

Gianni Sartori  (luglio 1997)

 

 

EUSKAL HERRIA: NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE? – di Gianni Sartori

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Diciamolo francamente: dalla liberazione di Arnaldo Otegi era lecito aspettarsi di più: un consistente rilancio della via basca all’indipendenza e al socialismo (“bietan jarrai ”).Invece sembra quasi che al momento la ruota della Storia in Euskal Herria stia girando a vuoto.Ricapitoliamo. Negli ultimi mesi (oltre alla liberazione del noto esponente abertzale dopo sei anni e mezzo di carcere*) altri eventi significativi sembravano preludere ad una ripresa delle iniziative per l’autodeterminazione.

 Era giunta a conclusione l’esperienza di ABIAN (un processo per “accumulare forze per conquistare una Repubblica Basca libera”). Ricordo che ABIAN era partita nel novembre 2015 per proseguire nel percorso avviato, ancora nel febbraio 2010, con ZUTIK EUSKAL HERRIA (“In piedi Paese Basco”). Esperienza quest’ultima sicuramente importante (in quanto costituiva un autentico “cambio di strategia” rispetto alla fase resistenziale) ma che non sembra aver poi realizzato quanto la sinistra abertzale si proponeva.

 Sicuramente importanti le numerose iniziative a favore dei diritti delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi. Tra le altre, la presentazione di un documento ai parlamentari europei in visita nel paese Basco (febbraio 2016) e la carovana di 400 furgonetas per far conoscere le attività di Mirentxin Gidariak, una associazione di autisti volontari che aiutano i familiari dei prigionieri a visitare i loro parenti in carcere (“Azken bidaia izan dadila”).

 

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 La “caravana solidaria” era composta da veicoli dello stesso numero dei familiari che ogni fine settimana coprono migliaia di chilometri per visitare i loro congiunti in carcere. Nei propositi del collettivo promotore dell’iniziativa (“Mirentxin Gidariak”): coinvolgere la società basca affinché “questa ingiusta realtà venga consegnata alla storia”. Le lotte del popolo basco contro la politica carceraria di Madrid (in particolare contro la dispersione, una ulteriore sofferenza imposta anche ai familiari) sono di vecchia data e in questa circostanza gli organizzatori dell’iniziativa non hanno nascosto la loro soddisfazione per la positiva risposta riscontrata nelle città e nei villaggi percorsi dalla carovana, spesso tra gli applausi dei residenti. Alcuni dati sui tragitti settimanalmente percorsi dai parenti dei prigionieri per raggiungere le varie carceri disseminate sia in territorio spagnolo che francese: Villena 720 km; Murcia 830 km; Foncalent 760 km; A Lama 730; Poitiers 550 km; Saint Maur 680; Almeria e Huelva 1.000 km; Granada 780 km; Valencia 540 km; Herrera 620 km. Senza dimenticare le 16 persone che hanno perso la vita mentre tornavano da una di queste prigioni, dopo un viaggio estenuante.

 Tra i momenti più toccanti, il transito della carovana davanti al carcere di Basauri dove era rinchiuso Aitzol Gogorza, un prigioniero gravemente ammalato.

La liberazione di Aitzol Gogorza era stata richiesta anche durante la manifestazione di  Basurto dove i lavoratori dell’ospedale, su convocazione del sindacato LAB e di ESK, si sono riuniti all’esterno della struttura ospedaliera. Tra le loro rivendicazioni, oltre alla liberazione dei prigionieri gravemente ammalati (come in teoria sarebbe stabilito dalla legislazione), la richiesta di protocolli particolari per questi pazienti. Da segnalare poi le opere realizzate da vittime della repressione esposte nella mostra di Anguleri (“Aldharrikatuz”).

Nel frattempo, nonostante il regno di Spagna sia stato condannato in ben otto occasioni per non aver voluto investigare in merito alle denunce per tortura, in un solo mese (tra aprile e maggio oltre una quindicina di persone sono state arrestate per aver denunciato la pratica della tortura. Una conferma di quale sia l’atteggiamento prevalente nella magistratura spagnola: evitare che queste denunce diventino un’occasione per rimettere in discussione la situazione di “colonia interna” in cui versa Hego Euskal Herria (Hegoalde, Paese Basco sotto amministrazione spagnola).

NON SI ARRESTANO COSI’ ANCHE GLI AUTORI DI MURALES?

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Sotto certi aspetti siamo di fronte ad una storia incredibile, surreale. Nell’ottobre 2009 Txelui Moreno venne arrestato nel corso della retata contro, tra gli altri, Arnaldo Otegi e Rafa Diez. Nel gennaio 2011 toccò a suo figlio Iker, accusato (e arrestato insieme ad una dozzina di altri giovani militanti) di far parte di EKIN, organizzazione socialista basca molto attiva in campo sociale. Le torture vennero alla luce quando uno dei giovani arrestati (Patxi Arratibel), costretto dalla polizia a firmare una dichiarazione, aggiunse al suo nome la parola “Aztnugal” (a rovescio “aiuto” in euskera). La maggior parte degli arrestati era stata torturata e il caso di Iker Moreno venne inserito nel documento del CPT 2011. Il Tribunale Europeo dei Diritti Umani condannò il Regno di Spagna per mancanza di accertamenti sulla denuncia di torture subite da Patxi Arratibel. Nell’aprile 2016 Iker e altri quattro sono stati trascinati in giudizio. Quasi contemporaneamente, nella città natale di Iker, Burlata, veniva realizzato un grande mural di solidarietà con le vittime della tortura (in assoluta legalità: il mural era stato autorizzato sia dall’Amministrazione che dal proprietario della parete). Dopo aver trascorso un anno e mezzo in carcere, gli accusati sono venuti a un accordo con il tribunale riconoscendo (obtorto collo, si presume) che “la loro attività politica aveva violato la legge spagnola”. Ma, a sorpresa, cinque giorni dopo questo accordo, il 19 aprile, la polizia spagnola arrestava otto persone (tra cui il fratello, il padre e la madre di Iker, oltre ai pittori che avevano realizzato il mural) accusandoli di “ingiurie e diffamazione contro la Guardia Civil e sorvolando sul fatto che la G.C. non appariva nemmeno sul murale di Burlata. Particolare non secondario: nessun giudice aveva ordinato l’arresto dei pittori. Alla fine di maggio, poi, altri otto giovani sono stati arrestati nella località navarra di Atarrabia per aver realizzato un altro mural contro la tortura (sempre con l’autorizzazione municipale).

 

 Qualche buona notizia invece da Iparralde (Paese Basco sotto amministrazione francese). Sembra non aver subito battute d’arresto il processo per creare un raggruppamento unico dei municipi in Ipar Euskal Herria. Un evento che, se si dovesse realizzare, rappresenterebbe un salto qualitativo non indifferente  nel futuro riconoscimento della Nazione basca.

Gianni Sartori

 

 

 * Il tour europeo di Otegi (e, in particolare, la sua visita in Catalunya) erano stati seguiti con attenzione dai media europei.

Ma, nonostante nei suoi interventi, avesse saputo trasmettere con energia la sensazione di un nuovo corso, la società civile e l’opinione pubblica internazionale non sembrano ancora  pronte per comprenderlo e praticarlo.

BOYCOTT TURKEY! – (tramite Gianni Sartori)

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Dal 25 Giugno al 16 Luglio parte in Italia una mobilitazione nazionale contro la guerra in corso in Turchia e le violenze verso il popolo Curdo

Dal mese di Luglio dello scorso anno, il governo Turco ha dichiarato una nuova guerra al popolo curdo, interrompendo i negoziati con il presidente Abdullah Öcalan, detenuto in totale isolamento nell’isola carcere di Imrali e aprendo una campagna militare e politica dentro i suoi confini. 

La campagna in corso del governo Erdogan ha portato nel corso dell’ultimo anno alla distruzione di decine di città curde e all’imposizione del coprifuoco permanente. Interi quartieri delle grandi città di Diyarbakir, Sirnak, Cizre, e innumerevoli villaggi sono stati rasi al suolo, in un operazione militare che ha colpito innanzitutto civili, donne, anziani, bambini, bruciati vivi all’interno delle loro case. La campagna militare non ha risparmiato neanche i vicini confini della Turchia colpendo i villaggi del Kurdistan del Sud in Iraq con bombardamenti a tappeto e con le operazioni in corso sul confine siriano che accumulano vittime tra i profughi. 

Accanto alla campagna militare, una campagna politica ha portato in carcere in questi mesi migliaia di persone: dagli intellettuali e docenti universitari impegnati per la pace, ai giornalisti non filo governativi, agli amministratori locali delle municipalità curde. Ogni manifestazione di dissenso è ancora oggi sotto attacco. 

L’ultimo decisivo capitolo della campagna di aggressione è stato ottenuto con la convalida governativa della riforma istituzionale che revoca l’immunità parlamentare ai deputati del Partito Democratico dei Popoli, l’HDP, la più larga opposizione ufficiale verso il progetto di riforma presidenziale del presidente Erdogan e al contempo concedendo però immunità giudiziaria ai militari complici delle operazioni dell’Isis in Turchia e autori delle violenze nella guerra contro il popolo curdo.

A fronte di ciò il popolo curdo e il movimento di liberazione del Kurdistan continuano a portare avanti una battaglia di resistenza, contro l’annientamento fisico e politico per un autonomia democratica in Turchia. 

L’Europa, le Nazioni Unite, gli Stati Uniti non hanno ancora intrapreso azioni concrete per fermare le scellerate politiche della Turchia ma credono di poterla piegare ai propri interessi, nonostante le politiche nazionaliste e dittattoriali oggi in atto. 

Per rompere il silenzio internazionale la Rete Kurdistan Italia parteciperà dal prossimo 25 Giugnio alla campagna europea di boicottaggio del turismo in Turchia e dei prodotti turchi, per informare sulle brutalità commesse a danno del popolo curdo a livello locale e nazionale.

Invitiamo tutte le realtà sensibili e presenti a livello nazionale a coordinare campagne locali e a organizzare eventi di pubblicizzazione nel periodo dal 25 Giugno al 16 Luglio per rendere efficace una azione di boicottaggio che parta dalle azioni quotidiane, dalla spesa quotidiana all’organizzazione delle vacanze, per interrompere il flusso di denaro in Turchia e sostenere un sanzionamento dal basso delle politiche del governo Erdogan.

Sostieni la resistenza del popolo curdo contro l’Isis e contro Erdogan!
Il Silenzio è complice, la Solidarietà è un arma. Boicotta la Guerra!

 

Ufficio di Informaizone del Kurdistan in Italia

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Figen Yüksekdağ , co-presidente dell’HDP a Milano

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Domenica 26 giugno 2016, dalle 16,30 in poi, si svolgerà, organizzata da HDP-Italia e da Macao, una “Giornata in solidarieta’ con le vittime di ISIS” con la presenza di Figen Yüksekdağ, co-presidente dell’Halkların Demokratik Partisi – HDP.

L’evento si svolgerà presso il MACAO, Nuovo centro per le arti, la cultura e la ricerca di Milano. Viale Molise 68 20137 Milano.

pro Lombardia Indipendenza sarà presente per donare all’esponente politica Kurda una copia del volume edito dal Movimento e scritto da Gianni Sartori, quale segno di solidarietà con il popolo Kurdo.

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LURRA TA ASKATASUNA / TERRA E LIBERTÀ – intervista (15 agosto 2005) con Juan Mari Beldarrain, esponente di Eguzki – Di Gianni Sartori

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Ho incontrato Juan Mari Beldarrain a Donostia (San Sebastian) ai margini di una manifestazione indetta da Animalien Eskubideen Aldeko Elkartea (Associazione ProDiritti degli Animali) contro le corride. Manifestazione cui ho partecipato molto volentieri (molti slogan in euskara, lingua basca) in quanto mi ha dato la possibilità di conoscere il variegato mondo ecologista e animalista di Euskal Herria (Paesi Baschi). Ricordo che oltre a Eguzki (“Sole” in basco) in Euskal Herria esiste attualmente anche un’altra associazione, presente soprattutto in Navarra: Lurra (“La Terra”).

Una curiosità: alla manifestazione avevo incontrato Joseba Alvarez,  noto esponente di Batasuna che partecipava con la famiglia.

 

Quando e come è nato Eguzki?

In pratica proveniamo tutti dai Comitati Antinucleari. Quando la vicenda di Lemoiz (centrale nucleare nei pressi di Bilbao mai completata per le proteste e le azioni dirette degli antinucleari, nda) si concluse*, organizzammo un incontro per decidere il da farsi e prendemmo la decisione di non disperdere il patrimonio di esperienze e di organizzazione accumulato in tanti anni di resistenza ai progetti dei padroni dell’energia. In questo modo nacque una nuova organizzazione ecologista**, Eguzki. In quel momento c’erano molti gruppi, un’eredità del movimento antinucleare (forse il più ampio tra quelli attivi in Europa, nda): solo in Hegoalde (Paese Basco del Sud, sotto amministrazione spagnola, nda) i gruppi locali erano un’ottantina. Individuammo varie tematiche (ecologiste, ambientali, animaliste, sociali…) su cui lavorare insieme. In tutti era ben presente la consapevolezza di essere baschi, ma non c’era una posizione comune sulla questione dell’indipendenza.

 

Ci furono difficoltà (defezioni, scissioni…) nel tenere insieme un così gran numero di associazioni, a volte diverse per ideologia?

Quattro-cinque anni dopo ci fu in effetti una scissione. Alcuni militanti se ne andarono e fondarono Eki (ancora “Sole” ma nell’euskara di Iparralde, Paese Basco del Nord, sotto amministrazione francese, nda). In Eki la tendenza principale era apertamente trotzkista e, in parte, maoista. Mentre in Eguzki prevale la componente della sinistra abertzale (“patriottica”, tendenzialmente indipendentista) ma comunque autonoma rispetto ai partiti.Questa scissione comportò un indebolimento, una perdita di  “risorse”, anche perché negli anni successivi non abbiamo assorbito molta gente. Attualmente la maggior parte dei militanti è ancora costituita dalla “vecchia guardia” antinucleare, siamo  dei “veterani” con venti-trenta anni di militanza sulle spalle.

 

Qual è il vostro metodo di intervento?

Lavoriamo su due livelli: interveniamo tutti sulle problematiche nazionali (naturalmente si riferisce a Euskal Herria, nda) e ogni gruppo si occupa dei problemi locali.Eguzki è una sorta di “camera di compensazione”; prima lottavamo di più a livello di tutta Euskal Herria, ora prevalgono gli interventi specifici, locali. Purtroppo questo talvolta porta ad una scarsità di coordinamento ed essendo, ogni gruppo, fondamentalmente autonomo, si rischia di alimentare forme di personalismo.Dopo la centrale di Lemoiz, anche la questione della diga di Itoiz è diventata quasi un caso internazionale (ricordo le spettacolari azioni dimostrative, in stile Green Peace, nelle principali capitali europeee…). Qual è la vostra posizione?Per quanto riguarda la diga, noi come Eguzki appoggiammo sia il Coordinamento (“Coordinadora”) di Itoiz che i “Solidarios”, anche se tra loro non erano d’accordo sui metodi di lotta.

Contro la diga di Itoiz si operò sostanzialmente in tre modi:

1)      con le mobilitazioni, le manifestazioni, l’incatenamento per fermare i lavori;

2)      a livello giuridico utilizzando tutte le possibilità offerte dalla legislazione;

3)      con l’azione diretta e il sabotaggio.

 Noi pensiamo che tutti questi metodi siano validi. Invece il Coordinamento non considera valido il terzo e quando avvenne il famoso sabotaggio dei cavi, alla fine degli anni ’90, ruppe con i “Solidarios”.Come Eguzki tentammo, invano, di mediare. Da quel momento appoggiammo le iniziative, le manifestazioni e mobilitazioni di entrambi, partecipandovi regolarmente. Ricordo che da quel momento ci fu una vera e propria opera di criminalizzazione dei “Solidarios” con persone finite in galera e altre latitanti.Sottolineo comunque che noi non fummo il “motore” delle lotte contro Itoiz, ma che vi prendemmo parte attivamente.

 

Qual è attualmente la situazione di Itoiz, dopo che la diga è stata quasi completata?

Ci sono problemi di continui piccoli terremoti dovuti probabilmente al riempimento dell’invaso e la popolazione è seriamente preoccupata per quello che potrebbe avvenire. Si teme un altro Vajont. Recentemente gli abitanti della zona, sia quelli sfollati che quelli dei paesi circostanti, hanno visitato Longarone e la diga del Vajont, dove le conseguenze sono state ben più gravi. Quest’anno saranno invece gli Italiani a ricambiare la visita.Aoitz è attualmente il paese che sta lottando maggiormente. Come sai il vecchio paese è stato evacuato (ora è ricoperto dall’acqua) e gli abitanti “trasferiti” a forza. L’ultima iniziativa dei “Solidarios” era stata quella di rinchiudersi (sbarrando porte e finestre con il cemento) nelle case. Per allontanarli hanno dovuto intervenire con le ruspe.

 

Mi dicevi che un’altra questione di cui vi state occupando è quella degli inceneritori…

Quello degli inceneritori è un vecchio problema, ritornato prepotentemente d’attualità, soprattutto in Gipuzcoa (una delle province di Hegoalde, insieme a Bizkaia, Araba e Nafarroa, nda).Già nel ’92 si voleva costruirne uno, ma riuscimmo ad impedirlo dando impulso alla raccolta differenziata e al riciclaggio.Dopo quattro anni ci riprovarono e questo contenzioso rimane aperto. Da parte nostra abbiamo cambiato tattica. Nel primo caso agimmo direttamente come Eguzki, mentre ora partecipiamo ad un ampio movimento sociale dei cittadini. Noi segnaliamo, appoggiamo, partecipiamo. Sottolineo che questo movimento non è assolutamente ideologizzato.

In Gipuzcoa sono previsti due inceneritori, uno dei quali vicino alla frontiera con la Francia. Sono interessati tre comuni: Hondarribia, Irun e Hendaia, quest’ultima in Iparralde (Euskadi Nord, sotto amministrazione francese, nda). Il progetto è stato “venduto” all’opinione pubblica come “cooperazione europea” e gode di finanziamenti CEE. In Iparralde la cosa è stata al centro di molte discussioni; tutti i municipi avevano rifiutato l’inceneritore, tranne Hendaia, una località prettamente turistica con 25mila abitanti in estate e solo 8mila in inverno. In sostanza è una sorta di alleanza tra PSF (socialisti francesi) e PSE (Partito Socialista di Euskadi, emanazione del PSOE, nda). Purtroppo il progetto di questo inceneritore sta andando avanti, ma cresce anche la resistenza popolare. A Irun ci sono state manifestazioni con più di cinquemila persone (e per una piccola località sono molte). C’era anche la proposta di un referendum, ma è stata bloccata dal governo. Però si è tenuto ugualmente nelle strade, in modo illegale e autogestito. Ha partecipato (nonostante le evidenti difficoltà organizzative) quasi il 50% della popolazione con un secco NO al 100% tra i votanti.

 

E qui, a Donostia?

Un altro inceneritore è previsto appunto a Donostia, ma sta sollevando un grande rifiuto sociale di massa. Inizialmente avevano cominciato a costruirlo a Urnieta e qui ci fu una vera e propria rivolta. In una località con nemmeno tremila abitanti si tennero manifestazioni a cui partecipava l’80% della popolazione. Venne addirittura assalita la casa del sindaco e l’amministrazione ha fatto marcia indietro. Allora il PNV (Partito Nazionalista Basco, “democristiano”) ha cercato un altro sito ed è stato individuato a Donostia (San Sebastian) pensando che in una grande città la coesione sociale è minore.Perfino il sindaco (del PSOE) ha detto di no, in parte contro il suo stesso partito. Si tratta anche di una “guerra interna” con il candidato del PNV alle prossime elezioni, ma per una volta lo appoggiamo. La questione al momento è in “ebollizione”, ma in ogni caso sta nascendo una forte opposizione popolare.

 

Un’altra organizzazione ecologista presente in Euskal Herria è Lurra (“La Terra”). Che cosa vi unisce e che cosa vi divide?

Devo fare una precisazione. Quando dall’interno di Eguzki nacque la proposta di una nuova associazione ecologista, Lurra, con un respiro più ampio, ci fu un solo voto contrario, il mio.Parlo quindi a livello personale, non come portavoce di Eguzki.Votai contro perché non vedevo possibilità di far crescere, attraverso Lurra, il movimento ecologista. A mio avviso è un accordo di “volontà”, di intenzioni, più che altro teorico. Non è un accordo tra persone che lavorano, lottano insieme; mi pare esista più che altro come immagine, per la stampa, per il pubblico…Comunque la proposta di Lurra è quella di estendere la lotta ecologista ad altri settori, a persone in relazione con la Terra ma non ecologisti (agricoltori, produttori, reti del commercio biologico e alternativo, associazioni di consumatori, settori sensibili dell’Università…) in particolare sulle questioni del territorio, dell’acqua, della biodiversità.Il progetto è quello di un’alleanza per difendere la Terra. L’ipotesi è sicuramente buona anche se, mi pare, nella pratica ancora non funziona.Lurra esiste ormai da tre anni e ha prodotto libri, riviste… ma non lotte, iniziative nelle strade.Un’altra contraddizione è che il gruppo è presente soprattutto in Navarra, dove Eguzki praticamente non esiste.Nelle Vascongadas rimane Eguzki e poco o niente Lurra. La mia opinione (del tutto personale, non a nome di Eguzki) è che sia abortita, morta giovane.

 

In molte parti di Europa è cresciuta una coscienza dei Diritti degli Animali. Aumentano le persone che fanno una scelta vegetariana e che si impegnano nella Liberazione Animale (anche tra i No-global). Esistono animalisti in Eguzki?

Capisco di darti una delusione ma personalmente sono “onnivoro” (quindi mangio anche carne) e in genere non sono d’accordo con chi tiene animali domestici. La considero una forma di schiavitù (J. M. si riferisce a cani e gatti, ma non agli allevamenti, veri lager per gli “altri animali”; su questo, ovviamente, io e lui non siamo assolutamente d’accordo, nda). Tuttavia in Eguzki (che è un movimento soprattutto di carattere sociale, politico, rivendicativo…) sono presenti anche alcuni animalisti, pur essendo una minoranza.Naturalmente siamo contro la caccia e contro la corrida; siamo contrari alla vivisezione, anche se in Euskal Herria non c’è mai stata una vera e ampia presa di coscienza su questo tema.Abbiamo invece relazioni politiche sia con i pescatori che con gli agricoltori (allevatori compresi) e difendiamo questi due settori sociali. Lavoriamo insieme al sindacato EHNE (Euskal Herriko Nekazari Elkartea, Associazione degli Agricoltori Baschi) per favorire la produzione locale e biologica. Pensiamo che il piccolo agricoltore, che conosce la sua terra, possa diventarne il “custode”…Con la questione della caccia abbiamo ottenuto una vittoria significativa. La UE aveva proibito la caccia nel momento del ritorno degli uccelli migratori, in febbraio e marzo.La provincia di Gipuzcoa, sostenendo che qui è una “tradizione locale”, l’aveva consentita e aveva fatto ricorso a Strasburgo, ma è stata multata. Si tratta sicuramente di un successo, anche per i gruppi conservazionisti e protezionisti.

 

Che opinione avete dei “Verdi”? E di Green  Peace?

In Hegoalde (Paese Basco del Sud, nda) i “Verdi” praticamente non esistono. Sono invece presenti in  Iparralde (Paese Basco del Nord, nda) e non sono “filofrancesi” ma nemmeno abertzale.Da noi c’è un gruppo che usa la sigla, Berdeak (“Verdi” in basco), ma non ha quasi militanti ed è integrato in Izquierda Unida. Sono una copia di “I.U.-Verdi” della Spagna.Non abbiamo problemi con Green Peace***; ma attualmente non abbiamo nemmeno rapporti dato che riconosce soltanto Green Peace in Spagna e non in Euskal Herria. Con Green Peace ci fu una grossa polemica al tempo di Itoiz quando questa organizzazione criticò duramente il sabotaggio dei cavi.

 

Una tua opinione sul cosiddetto “antropocentrismo” (inteso come visione del mondo, spesso con forti implicazioni religiose e gerarchiche) e sulle critiche radicali cui viene sottoposto, soprattutto dai gruppi animalisti?

Esprimo una mia opinione personale. Noi umani siamo abitanti della Terra; non importa come ci siamo arrivati, ma dobbiamo vivere in relazione con il suolo e il mare, con i nostri vicini, piante e animali… E dobbiamo mantenere un equilibrio perché tutti ci aiutiamo: il sole, la terra, l’acqua…Se uno rompe l’equilibrio (come sta avvenendo ora) tutto si frantuma, si degrada. Quindi per me l’importante è mantenere l’equilibrio, l’armonia…Per questo siamo anticapitalisti e anche contro lo sviluppo (anche quello dell’URSS di ieri e della Cina di oggi); infatti siamo convinti che il mercato sia fonte di squilibrio e di oppressione e quanto più grande diventa il mercato (come con la globalizzazione) tanto più aumentano squilibrio e oppressione.

 Gianni Sartori

5 dicembre 2005

 * Juan Mari si riferisce ai primi anni Ottanta, quando il Consiglio dei Ministri riconobbe pubblicamente che  le previsioni dei futuri bisogni energetici erano state volontariamente e arbitrariamente sovrastimate e stabilì una moratoria per alcune centrali nucleari in costruzione, tra cui Lemoiz chiusa poi definitivamente nell’inverno del 1994.

 ** Ho notato che la maggior parte dei militanti ecologisti prende le distanze dal termine “ambientalista”, sinonimo (in questo contesto particolare) di eccessiva moderazione se non di collaborazionismo. Per esempio spesso vengono definiti “ambientalististi” i “verdi” presenti in Izquierda Unida, considerati parolai.

 *** Alcuni dei primi e più attivi militanti di Green Peace in Europa erano baschi.

 

RITORNO ALLA TERRA: NON SOLO CIBO – di Fausto Gusmeroli – (già pubblicato sul sito http://www.ruralpini.it/index.htm )

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Pubblichiamo questo interessante articolo di Fausto Gusmeroli, già apparso sul sito http://www.ruralpini.it/index.htm  e ringraziamo il prof. Michele Corti per la gentile concessione.

Staccato da ritmi che lo ricollegavano a quelli della terra l’uomo della realtà contemporanea manifesta sempre più frequentemente patologie organiche ma anche atrofia spirituale e morale. Salvare la terra non è solo per il cibo

RITORNO ALLA TERRA: NON SOLO CIBO

Il distacco dalla terra non si esprime solo nell’indifferenza per l’origine del cibo che mangiamo, è anche privazione di stimoli conoscitivi, emotici, psichici. Ma, nel mentre ci si rende conto del rischio che corre un umanità sempre più estranea alla madre terra e se ne riscopra il valore, una folle corsa alla distruzione dei suoli agricoli e alla industrializzazione agricola procede per forza di inerzia e di meccanismi economici e tecnologici fuori controllo

 

di Fausto Gusmeroli

La rivoluzione industriale segna, in occidente, la fine di quella civiltà rurale nata nel Neolitico e che ha caratterizzato gli ultimi diecimila anni di storia dell’umanità. L’industrializzazione è resa possibile dall’utilizzazione di una nuova e immensa fonte energetica, i combustibili fossili, che attraverso i motori e le macchine potenziano a dismisura la capacità di lavoro dell’uomo. Questa, nella civiltà rurale, era assai più modesta, potendo contare solo sull’energia fornita dagli agroecosistemi e su una forza lavoro di tipo biologico (animali e uomo).

L’uomo viene “strappato” alla terra, fisicamente e metafisicamente. Le industrie richiamano braccia dalle campagne, che si spopolano. L’economia agricola e il mondo contadino, con tutto il corredo di credenze, valori e tradizioni, divengono marginali, sovrastati da modelli produttivi, sociali e culturali totalmente altri. Il legame ancestrale con la terra si spezza e con l’era dell’informatica s’impone addirittura l’idea di una realtà virtuale, immateriale, affrancata dalla natura stessa. La potenza dell’energia fossile consente in effetti all’uomo di manipolare ogni ambiente di vita, di “crearsi” un mondo del tutto artificiale.

Un grande rischio, tuttavia, perché l’uomo rimane entità biologica, oltretutto geneticamente non diversa da quei primi uomini selezionatisi entro gli ecosistemi naturali attraverso processi coevolutivi di rete. Porsi completamente al di fuori delle reti ecosistemiche, senza relazioni con le altre specie, svincolati dai ritmi e cicli naturali, non può non comportare effetti negativi per la nostra specie. Vi è, ad esempio, chi intravvede nella genesi di certe malattie degenerative una sorta di disadattamento genetico, una difficoltà del nostro organismo a vivere in ambienti troppo alterati, troppo diversi da quelli naturali. Ancor più nei disturbi del comportamento e nelle patologie neuro-psichiatriche si riconosce una matrice ambientale e ai pazienti si suggerisce, in molti casi, una qualche forma di ritorno alla natura e all’attività fisica. Le stesse terapie farmacologiche spesso non fanno altro che cercare (invero non sempre con buon esito) di ricostruire equilibri che una vita più naturale garantirebbe di per sé. Assistere al sorgere del sole, per citare un esempio, sembra stimolare la produzione organica di serotonina, un neurostrasmettitore in grado di agire sull’umore, mentre l’osservare il tramonto favorirebbe la produzione di melatonina, un ormone che regola il sonno.

Un ritorno alla terra, dunque, avrebbe un significato che va oltre la semplice produzione di cibo, coinvolgendo direttamente il benessere delle persone. Aiuterebbe a comprendere il senso della vita, il divenire, le sue fasi e i suoi momenti, la nascita e la morte, il limite e la provvisorietà quali condizioni imprescindibili dell’esistenza. Aiuterebbe a restituire significato all’attesa, alla pazienza, al rispetto delle regole, alla solidarietà e ad altre esperienze e valori che una società parossisticamente in corsa, competitiva e individualista sembra avere smarrito. La terra che accoglie e custodisce la vita, la terra madre delle antiche culture, riassume davvero in sé un simbolismo spirituale ed etico ricco e profondo, che rimanda ad una sacralità.

Come, allora, giudicare il nostro paese che, nonostante sia ben lontano dall’autosufficienza alimentare e possieda un paesaggio agrario di straordinaria varietà e bellezza, non difende con determinazione l’agricoltura e non pone un freno al consumo di suolo? Nella sola Regione Lombardia, uno dei territori più ricchi e densamente abitati d’Europa, il consumo giornaliero è di 13 ettari, una superficie pari a 17 campi di calcio inghiottita quotidianamente da una cementificazione oggi priva di qualsiasi ragione! Viene in proposito alla mente un noto aforisma attribuito al capo pellerossa Setting Bull: Quando sarà avvelenato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, ucciso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora capirete che il denaro non si mangia! Forse noi, uomini tecnologicamente molto più avanzati, pensiamo davvero di poterci nutrire col denaro, o con i bit.

Tornare alla terra, dunque, ma come? O meglio: con quale tipo di agricoltura? Si, perché oggi ci sono tanti modi per coltivare la terra, con differenti impatti sul suolo, la sua fertilità e la sua vitalità biologica. Si tratta, evidentemente, di un’altra storia, molto lunga e complessa, da raccontare in altro momento. Qui ci si accontenta di rimarcare come non basti un generico ritorno alla terra. Occorre accompagnarlo con un atteggiamento di massimo rispetto, il rispetto dovuto al bene pubblico più importante, con l’acqua e l’aria, per il mantenimento della vita stessa sul pianeta. Sembra proprio di poter dire che questo rispetto non appartiene a quell’agricoltura intensiva e industrializzata affermatasi negli ultimi decenni. Ma, appunto, questa è un’altra storia.

APPELLO URGENTE PER NUSAYBIN di Gianni Sartori

 

Raccogliendo l’appello della Commissione Affari Esteri di HDP (Partito Democratico dei Popoli), l’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI Onlus) chiede, in particolare a esponenti delle istituzioni e delle organizzazioni per i diritti umani, di partecipare a una delegazione che il più urgentemente possibile si rechi nella zona della città di Nusaybin, sotto coprifuoco totale (24 ore) da ormai quasi 80 giorni. 

Questa la situazione: 

mentre da giorni l’esercito turco bombardava indiscriminatamente interi quartieri, il 26 maggio le Unità di Protezione Civili (YPS) curde dichiaravano pubblicamente di aver lasciato la città il giorno precedente per evitare ulteriori sofferenze alla popolazione civile. Ma, nonostante questo gesto unilaterale di cessate il fuoco da parte delle YPS, gli attacchi si sono ulteriormente intensificati.

Mentre le unità speciali della polizia turca e i militari continuano a bombardare e sparare, HDP e alcune organizzazioni della società civile stanno cercando di impedire che qui si ripetano altri massacri come quelli avvenuti a Cizre dove circa almeno duecento persone erano state bruciate vive negli scantinati dalle forze di sicurezza. In particolare tentano di garantire un’uscita di sicurezza dall’area assediata per i civili. 

In base ai dati forniti da HDP una settantina di persone, tra loro molti bambini, erano riuscite a uscire dalla città, ma sono state immediatamente fermate e arrestate dai turchi. Avvocati, familiari e il deputato di HDP di Nusaybin, hanno dichiarato che molti dei fermati sono stati sottoposti a tortura. 

Una conferma che le esibizioni di umanità da parte delle forze di sicurezza nei confronti dei prigionieri (come quelle che si sono viste nei media) sono solo propaganda. 

Intrappolati sotto i bombardamenti o torturati nelle mani dei carcerieri, gli abitanti di Nusaybin sembrano non avere scelta. Per questo HDP chiede alla Comunità internazionale di “di tenere sotto attenta osservazione la situazione a Nusaybin e di usare tutti i mezzi a sua disposizione per fermare le torture alle quali sono sottoposti i detenuti e fermare il fuoco e il bombardamento indiscriminato contro la città”. 

E’ quindi quanto mai urgente che una delegazione qualificata si rechi al più presto a Nusaybin per verificare quanto sta avvenendo e impedire ulteriori violazioni dei diritti umani.

Gianni Sartori 

nota: si precisa che i costi saranno a carico di chi decide di aderire all’appello. I gruppi di osservatori saranno di piccole dimensioni (3-4 persone) e l’adesione va data entro il 2 giugno (a UIKI Onlus – http://www.uikionlus.com/ )

 

LA TURCHIA VERSO IL FASCISMO? PER ORA ERDOGAN E L’OLIGARCHIA TURCA STANNO ANCORA MUOVENDO I PRIMI PASSI, MA LA DIREZIONE E’ QUELLA… (Gianni Sartori)

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LA TURCHIA VERSO IL FASCISMO? PER ORA ERDOGAN E L’OLIGARCHIA TURCA STANNO ANCORA MUOVENDO I PRIMI PASSI, MA LA DIREZIONE E’ QUELLA…

(Gianni Sartori)

 

Mentre l’oligarchia turca, colonialista e fascista, prosegue nella sua  politica di distruzione e saccheggio in Kurdistan, lo Stato turco e il Presidente Erdogan si stanno indirizzando verso un modello sempre più autoritario .

La nuova guerra contro i curdi era cominciata nel luglio del 2015, dopo la sospensione del processo di pace e con l’isolamento completo imposto al dirigente curdo Abdullah Ocalan.

 Poi erano cominciate le azioni suicide contro i civili, quelle che UIKI aveva stigmatizzato come  “un’operazione congiunta AKP-ISIS”. Cinque persone erano rimaste uccise a Diyarbakir, 33 a Suruc e un centinaio ad Ankara. Negli stessi attacchi oltre 900 persone erano rimaste ferite.

 In una seconda fase dell’operazione, erano entrati in azione esercito e polizia turchi.

Da mesi in molte città del Kurdistan è stato dichiarato il coprifuoco.

Cizre, Silopi e Sur sono stata quasi completamente distrutte e solo a Cizre 120 civili sono stati bruciati vivi in una cantina. Un massacro documentato anche da ONU, HRW e Amnesty International.

Nusaybin, Yuksekova e Sirnak stanno ora vivendo tragedie analoghe e ormai tutte le città curde sono quotidianamente sotto attacco. Oltre 800 civili, in maggioranza donne e bambini, sono stati uccisi dall’esercito turco.

Chiunque abbia osato esprimere critiche alla guerra voluta da Erdogan è stato pesantemente minacciato, compresi i 1028 accademici che avevano firmato l’appello: “non vi seguiremo in questo crimine” (molti di loro sono già stati licenziati). Messi a tacere anche i media con la minaccia di azioni legali. Centinaia di giornalisti restano in prigione e chiunque abbia il coraggio di opporsi al delirio di onnipotenza di Erdogan viene etichettato come “terrorista”.

Presumibilmente lo scopo di Erdogan con la sua annunciata “riforma

dello stato in senso presidenziale” (bonapartismo?) è quello di svuotare il sistema parlamentare. Un importante passo in direzione di questo obiettivo è stato compiuto revocando  l’immunità parlamentare dei deputati dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli, all’opposizione) accusati di fiancheggiamento al PKK per aver sostenuto il processo di pace.

Complici dell’AKP (il partito di governo, privato recentemente del presidente e primo ministro Davutoğlu), il MHP (i  “lupi grigi”, fascisti) e il CHP (Partito Repubblicano del Popolo, kemalista e soidisant “socialdemocratico”).  Confermando ancora una volta che l’unica cosa che accomuna quei partiti che rappresentano il nazionalismo di Stato (AKP, MHP e CHP) è l’ostilità nei confronti del popolo curdo,

 L’UE, gli USA e la NATO si sono limitati a qualche blanda dichiarazione (del tipo: “la democrazia è in pericolo”; o anche: “la qualità della democrazia sta scadendo”) minimizzando la gravità di quanto sta accadendo e rendendosi di fatto corresponsabili di questo atto dittatoriale compiuto da un loro alleato strategico. Mentre il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, osava parlare di “colpo alla democrazia turca e alla libertà politica”, la cancelliera Angela Merkel (che si era spesa per firmare l’accordo  con la Turchia per bloccare i profughi) ha dichiarato che in futuro “solleverà il problema”. Un comportamento sicuramente gradito da Erdogan che così non deve preoccuparsi di interferenze esterne.

Ma dal punto di vista dei curdi: “La democrazia in Turchia è finita!”.

 Se davvero (per ipotesi, puramente accademica) volessero salvaguardare la democrazia e la stabilità nella regione, le potenze occidentali (invece di collaborare con uno Stato che, mentre sostiene l’ISIS, fa la guerra al popolo curdo) dovrebbero applicare sanzioni economiche, militari e politiche nei confronti di Ankara.

Quanto all’obiezione che in fondo Erdogan è stato eletto, basti ricordare che lo era stato anche Hitler.

E’ cosa nota che quando un regime vuole togliersi di torno le opposizioni in Parlamento, non deve far altro che privarle dell’immunità (per poi magari incarcerare qualche deputato). E queste sembrano essere le intenzioni di Erdogan.  Nel frattempo prosegue l’opera di eliminazione fisica dei semplici militanti nelle strade, nelle prigioni e sulle montagne.

Gianni Sartori

UN “CORRIDOIO INDUSTRIALE-MILITARE” ATTRAVERSA IL VICENTINO? FORSE, GRAZIE AGLI “AMICI” STATUNITENSI – di Gianni Sartori

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UN “CORRIDOIO INDUSTRIALE-MILITARE” ATTRAVERSA IL

VICENTINO?

FORSE, GRAZIE AGLI “AMICI” STATUNITENSI

 

Gianni Sartori

 

La nuova base nordamericana all’ex Dal Molin? Si potrebbe anche pensare che in fondo i vicentini se la meritavano. Se si convive per oltre cinquant’anni con un cancro come la “Caserma Ederle” (per non parlare delle basi sotterranee di “Pluto” a Longare e della “Fontega” al Tormeno) non è lecito meravigliarsi quando scoppia la metastasi.*

Tra le più penalizzate dall’ingombrante presenza imperiale, sicuramente  la zona est di Vicenza (e il quartiere di san Pio X in particolare) dove da anni vige una situazione abnorme a causa della presenza della Ederle. Qui ho vissuto a lungo e posso confermare che certe volte alla mattina presto sembrava di essere nella Belfast degli anni ottanta (una realtà che conoscevo di persona come free-lance), con centinaia di marines che correvano o marciavano in tenuta da combattimento. E non sono passati molti anni da quando enormi elicotteri chinook sorvolavano il quartiere a bassa quota mettendo a repentaglio la vita degli abitanti (contro questo, almeno, riuscimmo a provocare un paio di interrogazioni parlamentari). Ma agli inizi del secolo sembrava ormai prevalere la cristiana rassegnazione.

 

Poi è arrivato il progetto all’aeroporto Dal Molin e per circa un decennio la questione ha avuto risonanza nazionale. L’incremento dei soldati in servizio a Vicenza è una ulteriore conferma dell’importanza strategica della città del Palladio nell’ottica della ristrutturazione globale dell’esercito USA.  Oltre al trasferimento da Heidelberg a Wiesbaden (sudovest della Germania) del quartier generale delle Forze terrestri, nei piani del Pentagono si parlava di una riduzione del numero dei comandi operativi in Europa: Grafenwoehr (Baviera, Germania), Wiesbaden (Assia, Germania), Kaiserslautern (Renania-Palatinato, Germania) e appunto Vicenza. Ai due battaglioni della 173ª Airborne Brigade di stanza alla Ederle (periodicamente utilizzati in Afghanistan), se ne aggiunge un 3°. Saranno i corpi d’élite di pronto impiego. Il progetto, ormai realizzato, della costruzione di un nuovo complesso militare ha consentito di rimodulare la 173ª, cioè trasferire a Vicenza anche il contingente stanziato in Germania (oltre 4mila effettivi) e trasformarlo in Forza di Reazione Rapida, pronta in poche ore a trasferirsi nei teatri di guerra. Questo progetto, che l’amministrazione locale aveva tenuto nascosto per circa due anni (per la cittadinanza solo indiscrezioni di stampa e reticenze nelle risposte a interrogazioni locali e nazionali; alla fine furono le autorità statunitensi a dare notizie più dettagliate), fa aumentare considerevolmente la presenza militare USA e s’inscrive in quel contesto di dipendenza e servitù che caratterizza il nostro paese. Come è facile immaginare, avrà un impatto devastante in termini sociali, ambientali e di sicurezza in un territorio che vede già una consistente presenza di presidi militari.

 E dopo l’indispensabile premessa (“politicamente corretta”?) parliamo degli effetti collaterali, in particolare di degrado ambientale.

 Tempi grigi, color del cemento, per il paesaggio tradizionale del Basso Vicentino, territorio dove si annunciano ulteriori devastanti escavazioni e cementificazioni. La A31 (Valdastico Sud), infilandosi tra le colline di Monticello, Albettone, Lovolo e Lovertino (le piccole alture che costituivano il trait d’union naturalistico tra due aree geologicamente diverse, i vulcanici Euganei e i carsici Berici) ha rappresentato il colpo di grazia. Ma forse, oltre alle speculazioni, alla corruzione e alle infiltrazioni mafiose (vedi rifiuti tossici), anche gli Usa (o meglio, le loro basi) hanno contribuito ad accelerare la grande opera di cui non si sentiva alcun bisogno.

 E’ ormai cosa nota quali materiali siano stati utilizzati per il fondo autostradale

Già individuati nel tratto di Albettone, i rifiuti tossici (centinaia di tonnellate depositate nottetempo e, secondo lo scopritore Marco Nosarini**, provenienti dalle fonderie) potrebbero essere stati utilizzati per buona parte della tratta di circa 50 chilometri che attraversa il Basso vicentino arrivando a Badia Polesine (e presumibilmente anche per l’ ingiustificata serie di raccordi e rotatorie, vedi intorno a Ghizzole). Sia nel caso della A31 che in quello della Pedemontana, appare evidente come il Veneto venga sempre più esposto ai rischi di infiltrazioni di ogni genere. Sia di sostanze tossiche che di tipo mafioso, soprattutto in tempo di crisi.

Ovviamente c’è di che preoccuparsi, soprattutto a livello sanitario.

Ancora nel 2012 ne avevo parlato con Maria Chiara Rodighiero, esponente di Medicina Democratica e dell’AIEA (Associazione italiana esposti amianto).

 “La cosa è grave” -mi spiegava- anche se probabilmente gli eventuali effetti si potranno vedere solo tra qualche anno, 10-15, dato che i minerali pesanti hanno la tendenza ad accumularsi nell’organismo”.

 Oltre all’autostrada vera e propria, preoccupano i danni collaterali: nuove zone industriali (chi ha interesse a costruire nuovi, immensi, capannoni in tempo di crisi? Forse la mafia, suggerisco), caselli, svincoli, cavalcavia, raccordi stradali (vedi Ghizzole e dintorni), le “voci” (regolarmente smentite, ma ricorrenti) di un futuro “villaggio americano”  a Nanto. Senza accantonare la minaccia, per ora rientrata, di circa 200 campi, 600mila metri quadri, divorati dal progetto Despar ai Casoni di Ponte di Lumignano (tra Longare e Montegaldella). Oltre al ventilato “parco industriale” di un milione di metri quadrati, aumentabile fino a due milioni, dalle parti di Badia Polesine (provincia di Rovigo, verso l’Adige).

In base al piano territoriale regionale, un’area di due chilometri di raggio attorno ai caselli viene considerata “zona speciale” e quindi cementificabile senza possibilità di opporsi da parte di comuni, cittadini e comitati. A conclusione dell’inchiesta (estate 2013) alcuni esponenti politici della Provincia risultavano, se non incriminati, per lo meno indagati (ma, si precisava, quasi a scusarsi, era un “atto dovuto”). Peccato che questo sia avvenuto dopo che il casello di Longare era ormai aperto e funzionante da qualche mese e quello di Albettone da una quindicina di giorni. Tempismo perfetto o soltanto coincidenza sincronica? A voler pensare male, sembra quasi che si sia voluto mettere l’opinione pubblica di fronte al “fatto compiuto”.

 

Forse bisognava pensarci prima. Un convegno di tre giorni contro la nuova autostrada, organizzato da alcuni ambientalisti (oltre all’ottimo Arnaldo Cestaro, Francois Bruzzo e Margherita Verlato, sorella del compianto  Antonio di Italia Nostra) a Cà Brusà nel 2006, vide una significativa partecipazione di comitati provenienti da ogni parte della penisola (No Tav, No Mose, No Ponte di Messina) accogliendo anche i primi vagiti del No Dal Molin, ma venne quasi ignorato dalle popolazioni locali. Per non parlare delle amministrazioni, entusiasticamente a favore della devastante grande opera. ***

Ma, tornando alla premessa iniziale, cosa ci azzeccano in tutto questo  gli “americani” (i militari statunitensi)?

A tale proposito vado a ripescare  la mia ipotesi di qualche anno fa su un “corridoio industriale-militare” (concetto che ho preso in prestito dai compagni zapatisti) che partendo da Vicenza nord si spinge ad attraversare l’intero Basso Vicentino.

Anche se la cosa è passata quasi inosservata, va segnalata. Visto dall’alto il tracciato definitivo dell’autostrada (dal progetto originario ha subito varie modifiche) suggerisce un possibile utilizzo militare. La nuova base statunitense al Dal Molin (talvolta denominata “Ederle 2”) è ottimamente servita dalla Valdastico Nord, così come la vecchia “Ederle 1” si trova in prossimità del casello di Vicenza est. Restava defilata soltanto la base sotterranea di Longare “Pluto”, in passato deposito nucleare (solo “in passato”? E’ una coincidenza che in zona i casi di leucemia siano superiori alla media?)**. Ma ora, con il nuovo tratto, ha a disposizione un comodo casello. Ben servito dall’A31 (con relativo casello) anche il nuovo poligono di tiro ad Albettone (che presumibilmente non sarà utilizzato solo dai “civili”). Senza dimenticare che non lontano da dove l’autostrada finisce, esiste una base militare semi-abbandonata. Niente di strano se a qualcuno venisse in mente di ripristinarla. A questo punto anche l’ipotesi di un “villaggio americano” a Nanto, già ventilata e sbrigativamente definita “fantasiosa”, diventa plausibile dato che sorgerebbe in posizione strategica. Gli abitanti del ridente paesello erano stati premurosamente tenuti all’oscuro, ma qualche incontro tra le passate amministrazioni e i militari statunitensi sembra proprio esserci stato.

Devo constatare che c’è qualcosa di sconcertante nel modo in cui questa popolazione sta svendendo la propria Terra. Eppure siamo tra il territorio de “La Boje” e quello della Brigata partigiana Silva e pur sempre  nella stessa provincia che ha dato i natali a Luigi Meneghello (“I Piccoli Maestri”), a Rigoni Stern, ai fratelli Ismene e Ferruccio Manea (il mitico comandante Tar). Senza dimenticare Antonio Giuriolo e Dino Carta…

Accusata poi di far la “Cassandra”, l’ambientalista vicentina Elena Barbieri aveva paragonato l’A31 al Cavallo di Troia “un regalo astuto e malefico, creato apposta per distruggere definitivamente quel territorio”. I sindaci dell’Area Berica avevano “promesso ai loro cittadini mirabilie e l’inizio di un glorioso avvenire di prosperità, ma mentre parlavano di modernizzazione nel rispetto della sicurezza del paesaggio, nei loro occhi si intravedeva il luccichio delle colate di cemento. Un cavallo di Troia donato dagli astuti politici, imprenditori e palazzinari agli abitanti del luogo. Un cavallo dentro cui si nascondevano agricoltura disastrata, impermeabilizzazione del suolo (un incentivo a future alluvioni), scomparsa del piccolo commercio, colate di cemento per la grande distribuzione, devastazione del paesaggio tradizionale e del contesto delle ville venete, svilimento ulteriore della biodiversità”. A futura memoria.

Gianni Sartori

 

*nota: va comunque riconosciuto che, per quanto inconcludenti, le manifestazioni di protesta non sono mancate. Innumerevoli negli anni Sessanta e Settanta, all’epoca del Vietnam, hanno scandito la storia di questa città anche in epoca successiva. Alcuni di noi ricordano ancora la manifestazione dell’8 ottobre 1967 (lo stesso giorno della cattura del “Che”, poi assassinato) quando la Celere 2 di Padova caricò fin oltre lo stadio Menti. L’anno seguente, dicembre 1968, toccò al centro storico venir ricoperto da innumerevoli bandiere vietcong, mentre l’allora ministro Rumor veniva accolto da un nutrito lancio di uova. Si sarebbe vendicato degli ingrati concittadini nel maggio 1972 (ricordo che durante la manifestazione giunse la notizia della morte di Franco Serantini) ordinando una carica contro obiettori di coscienza, pacifisti e anarchici conclusasi con fermi e ricoveri ospedalieri per un paio di commozioni cerebrali. Tra le vittime, il futuro fotografo pubblicitario Giuliano Francesconi e due militanti pacifisti, Francesco e Chiara (il primo destinato a laurearsi in medicina, la seconda, ironia della sorte, a emigrare proprio negli USA, in California credo).

 Grandiose anche le manifestazioni dei primi anni Ottanta contro l’istallazione dei missili a Comiso con i cortei (ne ricordo uno dell’82 con figlia in spalla) che ora potevano compiere l’intero periplo della caserma Ederle grazie al nuovo stradone di via Aldo Moro. Nel 1986 la protesta contro i bombardamenti in Libia e contro le interferenze nordamericane in Nicaragua e Salvador riunì in Viale della Pace autonomi, “Costruttori di Pace”, anarchici, Radio Gamma e una miriade di associazioni. Bilancio del corteo: una mezza dozzina di bandiere a stelle e strisce bruciate tra la Ederle e il centro. Da non dimenticare il presidio di cinque-sei disperati con maschera antigas (fornite da un operaio delle fonderie Valbruna) all’epoca del primo attacco all’Iraq di Bush-padre mentre la massa dei pacifisti protestava silenziosamente in Piazza dei Signori. A seguire le manifestazioni contro i bombardamenti NATO sulla Jugoslavia, quando si videro sfilare insieme le bandiere di Rifondazione con quelle della Lega Nord, migliaia di lavoratori serbi immigrati e qualche esponente dei Verdi con la bandiera listata a lutto. Poi l’Afghanistan e di nuovo l’Iraq. E avanti così fino alle fiaccolate contro la pena di morte e alle manifestazioni più recenti del “dopo-Genova” con i lanci di uova alla vernice dei Disobbedienti sui muri rinnovati e rialzati della solita caserma. Mi pare fosse il 2003…

E poi le decine di grandi manifestazioni targate NO DAL MOLIN, a partire da quella del 2 dicembre 2006 con circa 30mila partecipanti (cifra largamente superata in alcune scadenze successive). Il 16 gennaio 2007, quando Prodi dichiarò ufficialmente l’assenso alla costruzione della Base USA al Dal Molin, subito dopo questa notizia circa 8 mila vicentini andarono ad occupare i binari della Stazione. “consapevoli che qualsiasi base militare è strumento di guerra,che le vittime della guerra sono sopratutto civili e bambini,che la guerra opprime e distrugge i popoli…”.

Altro che «pacifica convivenza con l’ospite statunitense».

 

 **Nota: Appassionato di archeologia, Marco Nosarini ha raccolto e conserva pezzi di materiale raccolti lungo la “grande opera” quando era in costruzione. Nella zona di Albettone finora aveva rinvenuto resti sia preistorici che romani. Ma di fronte alla “cosa nera” individuata nell’agosto 2010, ha capito immediatamente che si trattava d’altro. Allertati i carabinieri di Campiglia dei Berici, ha presentato il primo esposto. “Passato a Vicenza -racconta- l’esposto è rimasto in questura per undici mesi” forse perché il materiale raccolto non era stato analizzato. Nell’aprile 2011 un nuovo indizio. Il cane di un abitante del luogo beve l’acqua di un fossato vicino all’autostrada e nel giro di due giorni muore. L’ipotesi è che l’acqua penetrando nel materiale proveniente dalle fonderie produca un micidiale “percolato”. Si teme la presenza di nocivi minerali pesanti. Nosarini ricorda che all’epoca del suo primo esposto “probabilmente il tratto utilizzato era di un chilometro o due” mentre ora potrebbero essere già una trentina. “Da 120mila a 300mila metri cubi” ipotizza. E senza calcolare le decine di raccordi stradali. Intanto l’inchiesta passava alla procura di Brescia (v. quella già in corso sulla Brescia-Milano, v. la ditta Locatelli) e poi, d’ufficio, all’Antimafia di Venezia (DIA). Va sottolineato che “se fosse stata un’inchiesta normale, sarebbe stata trasferita a Vicenza”. Nel frattempo sembra proprio che si vada verso una generale assoluzione dei circa 30 indagati.

 

***E, sempre in tema ambientale, non dimentichiamo che i lavori al Dal Molin (attorno a cui scorre il principale fiume vicentino alimentando, insieme alle piogge, la falda) hanno comportato, oltre alla cementificazione di una vasta area, uno spostamento del fiume, l’ampliamento dell’argine sul lato della base e l’inserimento nel suolo di un enorme quantità di pali in cemento (vere e proprie palafitte, stile Venezia) che, molto probabilmente, hanno funzionato come una “diga” sotterranea costringendo l’acqua a fuoriuscire. Con i risultati che sappiamo: le periodiche alluvioni.

In origine i pali (mezzo metro di diametro) dovevano essere solo ottocento, ma alla fine ne sarebbero stati utilizzati circa tremila, piantati fino a 18 metri di profondità. Sembra che inizialmente i pali non reggessero proprio per la presenza della falda acquifera. Sarebbe interessante scoprire in che modo siano riusciti poi a piantarli. Quanto cemento avranno usato?Nota: Sempre in tema ambientale, non dimentichiamo che i lavori al Dal Molin (attorno a cui scorre il principale fiume vicentino alimentando, insieme alle piogge, la falda) hanno comportato, oltre alla cementificazione di una vasta area, uno spostamento del fiume, l’ampliamento dell’argine sul lato della base e l’inserimento nel suolo di un enorme quantità di pali in cemento (vere e proprie palafitte, stile Venezia) che, molto probabilmente, hanno funzionato come una “diga” sotterranea costringendo l’acqua a fuoriuscire. Con i risultati che sappiamo: le periodiche alluvioni.

In origine i pali (mezzo metro di diametro) dovevano essere solo ottocento, ma alla fine ne sarebbero stati utilizzati circa tremila, piantati fino a 18 metri di profondità. Sembra che inizialmente i pali non reggessero proprio per la presenza della falda acquifera. Sarebbe interessante scoprire in che modo siano riusciti poi a piantarli. Quanto cemento avranno usato?