Autore: centrostudidialogo
I CAMPANILI DI ROSA SGARABOTTO – di Gianni Sartori

“Campanile rittu e fieru / Puntatu come un stilettu / Signala a lu mondu interu: / Qui ci resta qualche tettu!”
Avevo ascoltato e trascritto questa canzone, triste e fiera nello stesso tempo, molti anni fa a Corte, attraversando a piedi le montagne della Corsica. L’Isola di Granito: terra di antiche miserie, violenza e soprattutto emigrazione. Con l’inevitabile risvolto di ribellioni ricorrenti e aspirazioni indipendentiste.
Non avevo mai veramente compreso la commozione che pervadeva la voce di Giacumu Andreani, una sorta di Woody Guthrie corso, altrettanto tenero e ribelle. Il cantautore evocava l’immagine del campanile, ultima testimonianza tra i boschi di castagni della sopravvivenza del paesello dove era nato. Poco più di una contrada, abitato ormai quasi soltanto da donne anziane vestite di nero, con le vecchie abitazioni destinate a crollare o, peggio, diventare pittoresche curiosità per turisti frettolosi.
Posso dire di averne compreso il significato soltanto dopo aver visto scorrere le immagini di centinaia di campanili (soprattutto cartoline e qualche foto da mezzo mondo) raccolte per anni con invidiabile pazienza da Rosa Sgarabotto di Vicenza.

Nella ballata di Andreani e nei ricordi di Rosa il campanile, orgogliosamente slanciato contro il cielo, oltre che di fede, diventa testimonianza della storia e della presenza testarda di una comunità che resiste (o almeno resisteva, l’anagrafe purtroppo non perdona). Una comunità a cui far riferimento e dove, ritornare, magari solo con il pensiero, per ritrovare le proprie radici.

Le radici di Rosa rimangono profondamente aggrappate al gruppo di case denominato Casaleto alle pendici, modestissime, del montexeo dei Dalmaso (in questi anni deturpato da una finta fattoria, paesaggisticamente uno scempio) lungo la strada che da Casale porta a San Piero Intrigogna, ultime case prima di quel triangolo ancora verde denominato Boche del Tesena, alla confluenza tra il Bacchiglione e il Tesina. A San Piero la strada termina (la piazzetta evoca l’antica curtis benedettina) e quel campanile di mattoni chiudeva anche l’orizzonte di Rosa quando era piccina, negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale. Se invece lo sguardo volgeva verso nord, vedeva il campanile di Monte Berico stagliarsi contro il cielo marcando il profilo dei Colli Berici. Una parte significativa dei suoi ricordi è poi legata alla chiesa e al campanile di Casale dove nel 1950 si era sposata con Leone (“Marcello”) Sartori.
Mi racconta che quando la chiesa venne ricostruita, era stato suo fratello Aldo a infilarsi dentro le nicchie dove avrebbero dovuto prendere posto le statue dei santi per prendere le misure. Adesso il nome di Aldo Sgarabotto è scolpito sulla stele posta davanti alla chiesa e dedicata ai caduti in Russia, Grecia e Albania. Insieme a quello di Danilo Sartori, fratello di Leone.
Poco tempo dopo aver finito le scuole elementari, anche per Rosa arrivò il momento di andare a lavorare in fabbrica, “al stabilimento”, cioè al Cotonificio Rossi di Debba che raccoglieva forza-lavoro, soprattutto donne, dalle campagne circostanti.
Rosa ricorda che molte sue compagne venivano da Lumignano, altre da Lapio. Arrivavano in gruppo, in bicicletta o magari a piedi, anche d’inverno con le neve che fioccava.
Alla mia doverosa osservazione in merito allo sfruttamento di pura marca capitalista cui erano sottoposte, risponde che in realtà si riteneva fortunata: a quel tempo chi lavorava da Rossi non pativa la fame. Con una certa perplessità da parte mia (e nonostante i miei ripetuti tentativi di alimentare la sua “coscienza di classe”) aggiunge che anni fa, andando a piedi a Monte Berico, aveva incontrato il vecchio padrone del cotonificio, il famoso baron Rossi e si era fermata a salutarlo cordialmente. E conclude: “El xe sta tanto contento e gentile”.
In tutti questi anni, anche dopo aver lasciato la sua vecchia casa (dove stavano in affitto), Rosa ha avuto un sogno, quello appunto di collezionare immagini, soprattutto cartoline, di campanili. Il primo in assoluto era stato quello di Caorle, rotondo.
Andata in pensione e con i figli e i nipoti ormai grandi, aveva potuto dedicarsi a una ricerca sistematica. “Li colleziono ormai da qualche decina di anni e quando sentivo che qualcuno stava per partire per un viaggio gli raccomandavo di portarmi una cartolina con il campanile”. Alcune vengono dall’Australia (dove erano emigrati parenti e amici, qualcuno anche da Casaleto), altre dall’Alaska o dal Sudamerica (i viaggi della figlia avventurosa). Qualche campanile da Derry, Belfast e Paesi Baschi (il figlio talvolta avventuriero). Altre immagini dal Sudafrica e dagli Stati Uniti, dal Quebec e da altri angoli foresti grazie ai nipoti giramondo.
“Naturalmente – spiega Rosa – sono molto legata al campanile di Monte Berico, ma per me sono comunque tutti belli; mi fanno pensare a delle “sentinelle” rivolte verso l’alto, vicine al cielo…Quando mi sento un po’ stanca prendo i miei album e sfogliandoli mi sembra di fare un lungo viaggio per il mondo tra chiese e campanili”:
Guardando la raccolta scopro somiglianze impensate tra il campanile di san Francesco a Sottomarina e quello di Giazza nel cuore della cimbra Lessinia. Colpisce come un effetto speciale il colore rosso vivo della cuspide a punta di santa Geltrude in Val d’Ultimo, mentre appare sproporzionato il campanile di Notre-Dame de Granville (un ripensamento dell’architetto?) rispetto alla cattedrale. Quasi nascosta tra i faggi in veste autunnale una chiesetta slovena dedicata alla Madonna di Loreto, poi incredibilmente ritrovata – identica – in un ex voto dipinto da un certo Tone Kralj in una chiesetta dell’Alaska; sovrastata dall’immensa mole del Catinaccio d’Antermoja, già imbiancato di neve, quella di San Cipriano costruita dai baroni di Piè intorno al 1580; illuminato dall’ultimo sole il piccolo monastero della Santissima Trinità sulla cima di una guglia delle Meteore – in Grecia – mentre il buio ricopre le ripide pareti e la valle sottostante; la candida mole del Sacré- Coeur di Parigi abbinata a quella di Monte Berico, entrambe assediate da torpedoni e pellegrini; confuso tra gli alberi il campanile del santuario della Madonna del Frassino a Peschiera del Garda mentre sembra stiano per caderti in testa, quasi cattivi, i tre campanili della Chiesa della salute a Este.

E poi immagini da brivido: la bianca e slanciata “astronave” adagiata sulla terra ferita sopra la diga del Vajont o il campanile di Curon vecchia
(ricoperta dall’acqua nel 1950) che spunta dalla superficie del lago artificiale a estremo monito…
Leggermente fuori-norma, ma non per Rosa, le immagini di tre campanili particolari riunite nella stessa pagina: il campanile di Val Montanaia, il Campanile Basso del gruppo dolomitico del Brenta e la Gusela del Vescovà (prima della recente deturpazione: un altro tassello nella trasformazione della Montagna in divertimentificio) che dalla Schiara domina Belluno.
Tre guglie di pietra maestose che fendono l’aria, tutte rigorosamente sormontate da una croce. Come ogni campanile che si rispetti.
I CAMPANILI? DI SICURO SOCIALMENTE UTILI
Sfogliando la vasta collezione di Rosa Sgarabotto, mi sono tornate alla mente le scampagnate di qualche anno fa, quando la campagna vicentina non era ancora completamente trasformata dal “miracolo economico del Nord-Est” in una triste poltiglia urbana, ricoperta da capannoni, centri commerciali, tangenziali e villette pretensiose. Senza scordare discariche, inceneritori e basi militari. A volte prendevo la bicicletta (bici normale, niente MB) e me ne andavo per stradine e stradicciole, magari anche qualche caresà e teràio (con la bici per mano).
Finivo per perdermi, regolarmente e mi ritrovavo magari in riva alla Brenta o addirittura, una volta sola e per puro caso, nella mitica Trebaseleghe, località regolarmente evocata da mia nonna Pina (al secolo Evoli Marta, da giovane mondariso) quando voleva riferirsi a un luogo fuori dal mondo (“in tanta malora”). Perso tra i campi di sorgo, costretto a deviare in continuazione per la presenza di fossi e canali, riuscivo a mantenere l’orientamento solo grazie ai campanili che spuntavano tra le siese all’orizzonte. Con pazienza avevo imparato a riconoscerli. Inconfondibili quelli di Bertesina, di Carturo e di Colzè; più complicato distinguere il campanile di Gaianigo da quello di Grossa. Ebbi quindi modo di comprendere non solo l’indiscutibile utilità sociale delle svettanti cuspidi (oltretutto mi comunicavano l’ora giusta), ma anche l’importanza di un’altra loro funzione: identificare e caratterizzare i diversi paesi dotandoli di una propria identità.
A volte magari esagerando un pochettino. A mio avviso il campanile “nuovo” di Lumignano è troppo alto, in sleale concorrenza con le pareti circostanti, mentre quello di Nanto con le statue dei quattro evangelisti una sopra l’altra pecca forse di presunzione.
Un caso particolare quello di Fimon. La presenza dei due campanili è dovuta ad un errore di calcolo (o almeno così me l’hanno raccontata all’osteria-birreria di “Carletto” Franzina). Al momento di cambiare le campane, quelle nuove risultarono troppo grandi e non entravano. Da ciò la necessità di costruirne un altro di maggiori dimensioni.
Vorrei concludere tornando alla ballata corsa.
E’ proprio rivedendo dopo tanti anni il “suo” campanile che l’emigrato ritrova se stesso, il proprio senso di appartenenza: “Tant’anni passati fora / Un t’hanu micca scambiatu”.
Un’affermazione che anche Rosa Sgarabotto potrebbe sottoscrivere. In tutti questi anni passati “fora” lontana da Casaleto e San Piero Intrigogna ha saputo conservare i profondi legami, le raise, con quel piccolo mando antico; in ogni campanile ha sempre ritrovato il “suo”.
Preservando i preziosi ricordi di quando era bambina: il padre che portava le bèstie al pascolo o rabboniva il toro fuggito dalla stalla; la mamma che la portava a filò; il fratello Aldo che suonava la cornetta mentre lei segnava il tempo…
Gianni Sartori
ULTIMO VIENE IL CORVO…. – di Gianni Sartori

In passato Lumignano (Colli Berici, Basso Vicentino) e dintorni erano luogo di nidificazione e riproduzione per falco pellegrino, rondine rossiccia, passero solitario…poi arrivarono i FC.
E’ ora giunto anche il turno del corvo imperiale?
Il titolo del racconto scritto da Italo Calvino, pubblicato nel 1949, mi è fatalmente tornato alla mente.
Vuoi perché Calvino mi è sempre piaciuto (“Marcovaldo” il preferito), vuoi perché nel racconto citato, un ragazzo con seri problemi socio-esistenziali, spara a tutto ciò che vola, si muove (un falchetto, un ghiro, pernici…) tranne che al corvo.
Ma cosa c’entra con Lumignano? Mi spiego.
A Lumignano (e dintorni: covoli di Castegnero, rupe di Barbarano, san Donato… ), in maniera subdola, non cruenta (almeno apparentemente) sta accadendo di peggio o quasi.
Dopo il falco pellegrino, la rondine rossiccia, il passero solitario…forse toccherà anche al corvo imperiale (corvus corax) sloggiare dalle maestose pareti, degradate al rango di “palestra” e diventate parco giochi per soidisant “alpinisti”.
Il ragazzo del racconto (sbandato, inconsapevolmente crudele, forse vagamente psicopatico) uccide per gioco*. In modo brutale, quasi senza rendersene conto (siamo all’epoca della II guerra mondiale e certe tematiche non erano ancora oggetto di dibattito).
A Lumignano invece la quotidiana frequentazione di massa delle “scogliere” da parte di FC in ogni periodo dell’anno ha provocato (gradualmente, ma sistematicamente) la graduale scomparsa di specie qui nidificanti da tempo immemorabile.
Oltre a quelli già citati, anche tra i notturni si registrano defezioni. Da quant’è che non si vedono barbagianni (in passato relativamente frequenti) tra i covoli e le pareti?**
Gli abitanti naturali del luogo hanno dovuto ripiegare e trasformarsi in profughi. Abbandonare questi siti per l’eccessiva frequentazione di scanzonati personaggi muniti di trapano (competitivi e poco rispettosi dell’habitat) che sulle pareti cercano presumibilmente una valvola di sfogo per la loro quotidianità alienata.
Anche in periodo di nidificazione. Anzi: soprattutto in periodo di nidificazione, quando il clima è favorevole per entrambe le categorie, quella legittima dei volatili e quella abusiva dei FC. Convergono sui Colli Berici decine (centinaia?) di padovani dato che, giustamente, a Rocca Pendice (Colli Euganei) per qualche mese l’arrampicata è proibita a norma di legge (e infatti il falco pellegrino è tornato a nidificare e riprodursi).
Sempre più numerosi poi quelli provenienti dall’Emilia. In passato ho anche cercato di spiegargli che, a mio avviso, uno che si fa due-trecento chilometri in auto per qualche ora “in mezzo alla natura” su una paretina di dieci metri o poco più (eravamo alla rupe di Barbarano) dovrebbe chiedersi se per caso non stia conducendo “una vita sostanzialmente di merda” (e scusate il francesismo), ma senza successo. Potenza della società dello Spettacolo e della Merce che riesce a spremere profitto anche dal tempo cosiddetto libero.
CORVO IMPERIALE A LUMIGNANO.USQUE TANDEM?
In febbraio, a seguito di osservazioni quasi quotidiane, ho potuto assistere ai tentativi, non dico disperati, ma sicuramente sempre più frenetici, di una coppia di corvi imperiali (una delle circa 3 mila presenti in Italia) in evidente stato di agitazione. Per ragioni che posso solo cercare di indovinare. (forse legate a fattori climatici o alle rumorose opere di disboscamento sottostanti) quest’anno non parevano intenzionati a nidificare nella zona sopra all’Eremo. Più volte li ho visti volteggiare e posarsi sul Broion, in particolare in una nicchia che sembrava ottima come rifugio e per la cova. Peccato si trovi su una delle pareti dove (non si sa in base a quali parametri) è consentito arrampicare in ogni periodo dell’anno. In realtà una pura ipocrisia, un alibi, dato che anche dove l’arrampicata non sarebbe, in teoria, consentita prima di luglio (vedi sempre sul Broion i covoli in alto a destra, per chi guarda) in questi giorni di febbraio 2017 la presenza di FC è stata costante e invadente. Ed è inutile segnalarlo ai frequentatori. Se ne fregano altamente, rivendicando uno “spirito libertario” (in realtà liberista) del tutto fuori luogo. ***
Ricordo che la parete del Broion, gradualmente colonizzata dai FC (con centinaia di spit) negli ultimi 15-20 anni, è quella che ha subito maggiori devastazioni. Tralasciando la questione saxifraga berica (avremo modo di riparlarne) e il brutale allontanamento del falco pellegrino (c’è chi ha assistito alla realizzazione di una via a colpi di trapano, con calata dall’alto ovviamente, in primavera mentre un falco nidificante lanciava inutilmente grida disperate) vorrei ricordare soltanto quella dozzina di stalattiti di notevoli dimensioni (da un metro a un metro e ottanta) che ornavano la volta di alcuni covoli. Stalattiti abbattute in due fasi successivi (fine anni novanta e inizio del millennio) per poter realizzare le “vie” che ora passano tra i moncherini delle concrezioni.
Non so se la coppia di corvi imperiali riuscirà alla fine a trovare un’alternativa e comunque nidificare e riprodursi o se dovrà cercare asilo definitivamente altrove.
Pensare di fermare per qualche mese l’arrampicata sul Broion, mi dicono, è alquanto improbabile. Troppi interessi e troppo potente la corporazione dei FC, coccolata da amministrazioni poco sensibili alle questioni ambientali. Per non parlare delle associazioni di categoria che da questa attività ricavano lustro e forse anche altro. Siamo arrivati al punto di organizzare vere e proprie gare in parete!
Quindi?
Ultimo viene il corvo, si diceva…speriamo che questo non sia l’ultimo corvo che viene.
Gianni Sartori
*nota 1: “Era un bel gioco andare così da un bersaglio all’altro: forse si poteva fare il giro del mondo”.
**Nota 2: sopravvivono invece gheppio e allocco, forse più adattabili e prolifici
** *nota 3: Un’analogia: se la caccia ha rappresentato in passato una valvola di sfogo, la possibilità di esercitare comunque una qualche forma, per quanto abietta, di “potere” da parte delle classi subalterne proletarie, al giorno d’oggi attività come quelle dei FC sono chiaramente compensatorie (o consolatorie?). Una vita alienata, virtuale, artificiosa se non propria artificiale, necessita appunto di compensazioni, sfoghi, alimentando lo stato complessivo di alienazione (marxianamente intesa) in cui versa, senza magari rendersene conto, buona parte della popolazione. E cosa c’è di meglio di attività apparentemente “alternative” come la presunta ”arrampicata sportiva” (“uno sport altro” ho sentito definirla) che vive sostanzialmente di rendita, ancora avvolta nell’alone eroico dell’alpinismo del passato?
Talvolta addirittura con echi “rivoluzionari”.
E’ di questi giorni (febbraio 2017) l’ingombrante permanenza di un grosso camper con targa tedesca dove spicca l’immagine enorme (copre tutta la fiancata posteriore) di un FC appeso e dove giganteggia la scritta “ACTION DIRECTE”. Nota bene: in francese, NON in tedesco. Un evidente richiamo all’omonimo gruppo armato clandestino che agiva in Francia negli anni settanta. Ambiguità voluta, frustrazione mai risolta, ammiccamento?
O semplicemente stupidità infantile di chi vorrebbe tanto sentirsi alternativo e quindi pesca spudoratamente perfino in quanto rimane dell’immaginario sovversivo degli anni settanta?
Comunque, ribelli di plastica!
MORIRE PER IL KURDISTAN: LA BREVE ESTATE DI BARBARA KISTLER E ANDREA WOLF – di Gianni Sartori

MORIRE PER IL KURDISTAN: LA BREVE ESTATE DI BARBARA KISTLER E ANDREA WOLF
(Gianni Sartori)
I compagni (i valorosi compagni, diciamolo) che combattono con le organizzazioni curde contro i fascisti islamici dell’Isis si rifanno esplicitamente all’esperienza della guerra civile spagnola. A quei volontari anarchici, comunisti, socialisti, antifascisti generici… che da ogni angolo d’Europa (e non solo) accorsero nelle Brigate Internazionali per respingere il fascista Franco appoggiato da Mussolini e Hitler. A fianco delle classi subalterne iberiche e dei popoli basco e catalano insorti per la loro liberazione, sociale e nazionale.
Già altri in passato avevano scelto di impugnare le armi e integrarsi nella lotta dei curdi e della sinistra rivoluzionaria turca contro l’imperialismo.
Tra quanti alla fine del secolo scorso raggiunsero i guerriglieri ci furono anche una ragazza svizzera, la compagna Barbara Kistler e una tedesca, Andrea Wolf.
CADUTA IN COMBATTIMENTO CONTRO L’ESERCITO TURCO
Quando nel 1993 giunse la notizia della morte di Barbara in combattimento, sembrava una cosa di altri tempi. Appunto da Brigate internazionali nella guerra di Spagna o da guerriglie sudamericane degli anni sessanta. Non certo in sintonia con l’Europa fine secolo. Forse un po’ meno satolla con la crisi incombente, ma ancora rincoglionita e sotto gli effetti tardivi del consumismo. Un’ Europa da cui era impensabile partissero volontari disposti a morire per i diritti di un popolo sconosciuto ai più.
Invece a Barbara Kistler era toccato in sorte di “esalare l’ultimo respiro” * tra le montagne curde nel febbraio 1993 quando l’azione repressiva dell’esercito turco contro la resistenza si era ulteriormente inasprita e l’aviazione di Ankara non perdeva occasione per bombardare i villaggi curdi, sia al qua che al di là del condine con l’Iraq.
“Da notare -scrivevo all’epoca su Frigidaire – che l’aviazione statunitense, sempre prontissima ad intervenire se un aereo iracheno accenna solo a sorvolare i territori curdi posti sotto la “tutela” degli USA, non ha mosso nemmeno un dito contro le azioni di rappresaglia, con vittime in maggioranza civili, del suo fedele alleato turco, membro della NATO”.
Personaggio già noto, sia nell’universo antagonista che alle forze di polizia, Barbara era da più di vent’anni una militante comunista.
Nel 1974, quando aveva 18 anni, era stata intervistata da una rivista “per giovani” (POP) dichiarando apertamente di voler “vivere per il socialismo”. Già allora doveva essersi posta il problema dell’autodifesa e della violenza rivoluzionaria.
Spiegava infatti: “Attraverso il confronto con la polizia ho dovuto ben presto affrontare la questione della violenza. Credo che per prima cosa si dovrebbe parlare della violenza usata dalla società per rendere i cosiddetti cittadini degli schiavi, ovvero quella violenza che viene usata per impedire che i giovani e i lavoratori difendano i loro diritti.
Pensiamo al Cile (il golpe di Pinochet risaliva a qualche mese prima nda) dove il movimento operaio aveva tentato con metodi democratici, pacifici di realizzare una società giusta, una società in cui non solo i ricchi potessero mangiare adeguatamente. Invece i capitalisti e i generali – proseguiva Barbara nella stessa intervista – vedendo minacciati i loro privilegi, non si sono fatti scrupoli e non si sono fermati di fronte a niente. I lavoratori sono stati rinchiusi nei campi di concentramento, torturati e assassinati a migliaia”.
Secondo Barbara l’errore fondamentale commesso dai lavoratori cileni era stato di “non essersi preparati anticipatamente alla resistenza, alla lotta armata contro gli sgherri del capitalismo. Così invece si son fatti massacrare”. L’intervista era del 1974 e fatalmente risentiva del clima politico di allora, leggermente surriscaldato. Magari oggi potrà apparire un po’ naive, ma pur nella sua semplicità contiene affermazioni in gran parte condivisibili. Anche, o soprattutto, con il senno di poi.
Comunque indicative per comprendere le scelte successive di Barbara: scelte coerenti con tali premesse.
LA MILITANZA DI BARBARA KISTLER NEL KGI
In un primo tempo Barbara aderì ad un gruppo della sinistra radicale di nuova formazione, poi collaborò con Soccorso Rosso e, a partire dal 1980, entrò a far parte del KGI (Comitato contro l’isolamento dei prigionieri). Fu con questa organizzazione che prese parte attivamente alla lotta contro il “Patto sociale” messo in cantiere dai vertici delle burocrazie sindacali svizzere. Un inciso: in Svizzera, fin dal 1937, lo Stato si poneva come mediatore neutrale tra sindacati e padronato (termine obsoleto? Pardon…). In cambio veniva sottratto ai lavoratori l’utilizzo di uno strumento indispensabile nel conflitto di classe: lo sciopero, niente meno.
Il tutto con la complicità del sindacalismo istituzionalizzato.
E fu proprio nel corso di questa campagna che Barbara cominciò a conoscere i lavoratori immigrati curdi e turchi, alcuni legati al TKP/ML (partito comunista turco/marxista-leninista), un’organizzazione che riuniva rivoluzionari di sinistra sia turchi che curdi.
Altro punto fermo del suo impegno politico fu la solidarietà con i prigionieri politici, anche con quelli tedeschi della RAF. Fu al loro fianco durante gli scioperi della fame per il raggruppamento e per anni visitò in carcere Rolf Clemens Wagner. Finché nel 1991 prese la decisione di continuare la sua lotta contro l’imperialismo nel Kurdistan.
Presumibilmente i servizi segreti erano già stati informati delle sue intenzioni e appena giunta in Turchia venne arrestata. Torturata da una unità speciale della polizia, non rivelò nessuna informazione. Rimase detenuta a Bayranbasa per sette mesi. Nonostante la dura esperienza, appena rilasciata in libertà provvisoria, dopo un breve ritorno di un mese in Svizzera, portò a termine i suoi propositi integrandosi nella guerriglia condotta dal TIKKO (Esercito per la liberazione dei lavoratori e dei contadini di Turchia), ala militare del TKP/ML.
UNA TOMBA IN MEMORIA DI ANDREA WOLF
Andrea Wolf aveva aderito all’organizzazione combattente delle donne curde (YAJK). Venne uccisa a Keles (villaggio a pochi chilometri da Van) dai soldati turchi nel 1998, dopo che era stata fatta prigioniera e torturata insieme ad altre due guerrigliere.

Dal 2013 nella città di Wan (quartiere Catak) una tomba monumentale ricorda i 24 compagni che il 23 ottobre del 1998 vennero assassinati e sepolti in una fossa comune dall’esercito turco (fossa scoperta soltanto nel 2011). Tra di loro anche Ronahi, nome di battaglia della sociologa e attivista tedesca Andrea Wolf. Nel corso della cerimonia di inaugurazione della tomba (coperta da una grande bandiera del PKK) venivano esposte le immagini di Abdullah Ocalan, Sakine Cansiz, Mahsum Korkmaz e Andrea Wolf. Su questa una scritta: “We riha xwe ya sirin di ber gele kurd de da. Heya ev gel hebe de minetare we be” (Una vita divina dedicata al popolo curdo che rimarrà grato finché vive).
Nel suo intervento un giovane guerrigliero aveva sottolineato come “la nostra compagna Andrea Wolf è un esempio della diversità e dell’internazionalità del movimento curdo. E’ stata uccisa dal nemico in un modo che va completamente contro l’etica di guerra. Con la costruzione della tomba monumentale che prenderà il nome da Andrea, vogliamo che i nostri compagni sappiano che non potremo mai dimenticarla”.
Un altro combattente, il comandante Serif Firat, uno dei quattro testimoni oculari dell’esecuzione sommaria di Andrea, aveva dichiarato in un’intervista che era “pronto a raccontare tutti i dettagli dell’esecuzione di Andrea Wolf” nel caso servissero delle prove presso la Corte internazionale di Giustizia per i crimini contro l’umanità commessi dalla Turchia. Aveva poi aggiunto: “E’ stata la sua visione internazionalista che ha fatto entrare la compagna Ronahi nelle file del PKK. La sua determinazione a essere una vera e propria guerrigliera del PKK nel suo complesso ha fatto sì che i suoi compagni la rispettassero”.
Gianni Sartori
* nota:
“Se a noi che nel nostro piccolo punto della carta geografica adempiamo il compito che preconizziamo e mettiamo a disposizione della lotta il poco che ci è permesso dare: la nostra vita, i nostri sacrifici, se uno di questi giorni ci tocca esalare l’ultimo respiro in una qualsiasi terra già nostra perché bagnata del nostro sangue, si sappia che abbiamo misurato la portata dei nostri atti e che ci consideriamo niente altro che elementi del grande esercito del proletariato…”.
(Ernesto CHE Guevara)
MILANO, UNDICI FEBBRAIO – MANIFESTAZIONE PER LA LIBERAZIONE DI OCALAN – (di Gianni Sartori)

LIBERTA’ PER OCALAN, ORA!
(Gianni Sartori)
Per l’11 febbraio 2017 è prevista a Milano una manifestazione per la liberazione di Ocalan e di ogni prigioniera/o politica/o in Turchia.
Forse è il caso di rinfrescare la memoria a giovani e smemorati su quei giorni drammatici che videro, alla fine del 1998, il fondatore del PKK costretto a peregrinare tra Russia, Italia, Grecia, Kenia…
Per finire poi sequestrato da un commando di uomini mascherati (presumibilmente turchi, ma non si esclude una collaborazione della CIA o del Mossad) e deportato, legato e imbavagliato, in Turchia. Da allora il Mandela curdo è in carcere, nonostante gli appelli internazionali e la tardiva concessione dello status di rifugiato concessa dall’Italia (ma solo dopo averlo frettolosamente e vergognosamente, non senza una buona dose di imbarazzo, allontanato)*.

Chi dobbiamo ringraziare per questa infamia? Di sicuro Clinton che intervenne personalmente presso l’allora governo italiano. Probabilmente anche Putin che non lo accolse a Mosca. Assolutamente riprovevole il comportamento del governo greco: con l’inganno consegnò Ocalan direttamente nelle mani di Ankara che da allora lo tiene segregato nell’isola-carcere di Imrali.
Ma un discredito particolare spetta a Massimo D’Alema. Quello che in primo tempo aveva definito “il leader curdo”, divenne nel giro di una settimana, prima “il cittadino Ocalan” e infine “il terrorista Ocalan”.
Eppure in un primo tempo gli aveva garantito l’asilo politico.
Posso a tale proposito riportare una testimonianza diretta, un episodio minore ma indicativo.
Pochi giorni prima dell’arrivo di Ocalan all’aeroporto di Roma, si era tenuto a Vicenza, in piazza dei Signori, un comizio di Rifondazione comunista con Bertinotti. Ancora sul palco l’ex sindacalista rispose a una telefonata che dal suo atteggiamento sembrava piuttosto importante.
“Parlavo con Massimo – spiegò ingenuamente ai presenti (tra cui, testimoni oculari e auricolari, alcuni militanti del “Collettivo Spartakus”) – stiamo lavorando per portare Ocalan in Italia”. Intanto Ocalan peregrinava per l’Europa in compagnia di Ramon Mantovani **(responsabile Esteri di Rifondazione) e Ahmed Yaman esponente di Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan (Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan).
Conoscevo soprattutto Yaman , intervistato in varie occasioni (per Frigidaire, Narcomafie…).
Nel gennaio 1998 lo avevamo invitato a Vicenza per una “assemblea-dibattito” insieme al compianto Dino Frisullo.
Poi le cose andarono come andarono. A ormai 18 anni da tali eventi Ocalan è sempre rinchiuso a Imrali e la dura lotta dei curdi per l’autodeterminazione continua.
Nel febbraio 1999, a pochi giorni dal sequestro di Ocalan, preoccupato per il trattamento a cui poteva venir sottoposto, avevo scritto una “lettera ai giornali” che, se non ricordo male, non trovò grande ospitalità. Troppo scomoda?
La ripropongo senza modifiche, un “messaggio in bottiglia” dal passato. Avvertenza: risale al 1999 e risente del clima dell’epoca, ma credo possa ancora fornire elementi utili (se non altro per comprendere alcune logiche e alcuni metodi del potere).
“Il prigioniero curdo Ocalan, esibito come una preda dal regime turco per ragioni di propaganda e stabilità interna, è apparso alquanto alterato, in evidente stato di prostrazione psichica.
Sicuramente nei prossimi giorni assisteremo a un processo-spettacolo in cui, grazie a torture e narcotici, difficilmente il leader curdo potrà difendere adeguatamente la causa del suo popolo. Forse dalla bocca dello stesso Ocalan sentiremo parole di sconfitta e pentimento, oltre all’appello ai partigiani curdi affinché depongano le armi. Dato che nel sequestro di Ocalan sono coinvolti la Cia e il Mossad israeliano (fraterni alleati del regime turco in guerra e affari) è assai probabile che, fin dal momento della cattura, Ocalan sia stato sottoposto a narcoanalisi.
Gli esperimenti condotti dai nazisti su ebrei e prigionieri russi per stabilire quali fossero i “limiti psichici” non si esaurirono con la fine della Seconda guerra mondiale. Gli Alleati si impadronirono di gran parte dei dati e addirittura riciclarono alcuni medici tedeschi processati (ma non condannati) a Norimberga. I nazisti fecero uso soprattutto di mescalina e derivati, mentre gli americani preferirono adottare il pentotal (conosciuto come “siero della verità”). Il pentotal, un barbiturico, una volta iniettato provocava uno stato di benessere e libertà psichica con il risultato di abbattere tutte le difese del detenuto durante l’interrogatorio. Venne usato sistematicamente anche nelle carceri francesi fino al 1963, soprattutto sui detenuti algerini.
Gli effetti prodotti dagli stupefacenti vennero denominati “narcoanalisi”. Con questo termine si intende una sorta di trance ipnotica indotta attraverso la somministrazione di droghe specifiche che intensificano lo stato di torpore e aumentano la suggestionabilità del soggetto.
Esperimenti di questo tipo sono stati condotti anche in Europa, sia in Irlanda del Nord (sui prigionieri repubblicani) che nei Paesi Baschi. Il primo caso documentato risale all’epoca franchista e riguarda il militante basco José Luis Zalbide, arrestato a Bergara nel 1965. Nel 1994 suscitò scalpore il caso del noto militante indipendentista “Anuk” (Xabier Kalparsoro) sequestrato illegalmente dalla polizia e poi rimesso in libertà in stato confusionale, probabilmente per seguirne gli spostamenti. Resosi conto di essere stato manipolato, Anuk riuscì, nei momenti di relativa lucidità, a lasciare una memoria scritta. Venne poi arrestato e precipitò misteriosamente dalla finestra di un commissariato. Sul suo cadavere vennero ritrovate tracce evidenti di un derivato della “datura stramonium”, una sostanza affine alla scopolamina.
Gli esperimenti, oltre che negli Stati Uniti, si svolsero anche in Canada, a Montreal. Qui negli anni settanta era in piena attività il dottor Donald Ewen Cameron, direttore del ”Allan Memorial Institute” e considerato il maggior esperto mondiale in materia di controllo e manipolazione della mente umana. Il Governo degli Stati Uniti mise a sua disposizione tutti i mezzi, umani e materiali, per sviluppare ulteriormente le ricerche. Cameron e la sua équipe somministrarono svariate droghe (pentotal, scopolamina, actedron…) e utilizzarono sui loro pazienti (detenuti, malati psichici, volontari…) altre tecniche per modificare la mente (ipnosi, elettro-shock, lobotomia…) mettendo poi a disposizione dei servizi segreti i risultati delle loro ricerche.
Il supporto logistico per queste ricerche non furono i campi di concentramento, ma le più prestigiose università statunitensi e israeliane che, in cambio di cospicui finanziamenti, misero a disposizione medici, psicoanalisti e psichiatri. Soprattutto a partire dal 1970 gli esperimenti trovarono applicazioni su numerosi detenuti in maniera molto precisa, selettiva, a seconda dell’obiettivo perseguito in ogni interrogatorio. Nella guerra di Indocina migliaia di vietnamiti vennero trattati con queste sostanze. Ovviamente esperimenti analoghi si svolsero, su scala industriale, anche nei gulag dell’Est, ma al momento non risulta che esistesse uno scambio di informazioni in proposito.
Le evidenti manipolazioni subite dal prigioniero politico Ocalan non sono quindi un’improvvisazione del regime turco, ma hanno alle spalle l’esperienza repressiva e controinsurrezionale dell’imperialismo. Tutto questo comunque non basterà per demoralizzare la resistenza curda e altri combattenti sapranno continuare sulla strada indicata da Ocalan vent’anni fa con la fondazione del Partiya Karkeren Kurdistan.
Gianni Sartori (responsabile per Vicenza della Lega per i diritti e la liberazione dei popoli)
febbraio1999
* nota 1: nel 1998, di fronte all’intransigenza turca e vedendo la portata delle pressioni di Ankara sul governo siriano, Ocalan e altri esponenti del PKK rifugiati in Libano cercarono di riportare la questione curda sul tavolo delle trattative e del dialogo (proponendo un “cessate-il-fuoco”) con la controparte turca. Niente da fare! Da parte sua la Turchia andava radunando truppe al confine con la Siria e interrompeva il flusso delle acque proveniente dalla diga Ataturk. Anche se Damasco, praticamente sotto assedio, si rifiutava comunque di consegnare Ocalan alla Turchia, dopo 40 ore di negoziati ininterrotti si vide costretta a siglare un accordo con cui sospendeva ogni appoggio al PKK. A quel punto Ocalan si recava, in aereo, a Mosca dove però non gli venne concesso l’asilo politico. Dopo altre peregrinazioni il 12 novembre 1998 sbarcava a Roma (con Mantovani e Yaman). Come ho detto, Massimo D’Alema non tenne fede alla promesse e, nonostante l’arrivo a Roma di migliaia di curdi della diaspora, Ocalan venne costretto ad andarsene. Il 29 gennaio è in Grecia e poi in Kenya, presso l’ambasciata ellenica. Avendo Nelson Mandela garantito la sua disponibilità a ospitarlo, gli viene fatto credere che verrà portato in Sudafrica. Ma il 15 febbraio 1999, durante il tragitto dall’ambasciata all’aeroporto, viene consegnato ai suoi sequestratori
** nota 2: veramente di Mantovani un po’ diffidavo per la vecchia questione di un appello del 1997 per Herri Batasuna, da lui prima sottoscritto e poi clamorosamente rigettato.
IN MEMORIA DI GEORG KLOTZ, PATRIOTA SUD-TIROLESE
Domenica 29 gennaio a St. Leonhard in Passeier si è svolta una cerimonia in ricordo del Patriota Sud-Tirolese Georg Klotz. Dopo una funzione religiosa alla presenza della famiglia e dei suoi concittadini, è stata deposta una corona sulla tomba di Klotz mentre un reparto di Schutzen rendeva gli onori militari. Era presente una delegazione proveniente dalla Lombardia che a sua volta ha deposto una piccola corona con i colori bianco-rossi. Perchè la memoria resti sempre viva.






MEMORIA STORICA: STRADE DI BELFAST – un’intervista a Gerry Adams di Gianni Sartori (1994)
Nell’anniversario del Bloody Sunday, ci sembra interessante pubblicare questa intervista del 1994 di Gianni Sartori a Gerry Adams, uno dei protagonisti della rivolta del popolo nord irlandese. Uno dei motivi che ci spinge a farlo è il desiderio che la memoria storica di quel periodo non vada cancellata.

STRADE DI BELFAST
(Gianni Sartori, Venezia 20 maggio 1994)
Abbiamo intercettato Gerry Adams (recentemente definito come “le due parole più odiate dai loyalisti filoinglesi”) dalle parti di Rialto mentre si aggirava per calli e canali, pervaso da sincero entusiasmo, in occasione della sua prima passeggiata veneziana. Era arrivato la sera prima e ripartiva quella sera stessa: una visita brevissima scandita da qualche intervista rigorosamente selezionata e dalla presentazione del suo libro “Strade di Belfast”(Pubblicato in Italia da Gamberetti editrice, tradotto da Orsola Casagrande, prefazione di Ronan Bennet) presso la “Scuola dei Calegheri”. Come è noto il leader del Sinn Féin a Belfast deve dormire ogni notte in un luogo diverso e la sua casa è stata ripetutamente oggetto di attentati. Nell’insolita veste di turista a Venezia ha trovato il tempo per ammirare San Marco e dintorni, per qualche foto ricordo e anche per un paio di doverose soste nelle rinomate osterie locali. Per la cronaca riferisco che, come ex detenuto, si è particolarmente interessato al Ponte dei Sospiri (quello che conduceva alle prigioni) e che a pranzo, dopo laboriose ricerche sui termini inglesi equivalenti, ha scelto “bigoi” di primo e “poenta e bacalà” di secondo.

IL CONFLITTO NORDIRLANDESE NELLA LETTERATURA
Il conflitto che lacera l’Irlanda del Nord nella sua fase attuale si protrae ormai da 25 anni e ha generato una quantità enorme di narrativa in proposito ma molto poca di questa letteratura sembra avere un autentico valore.
Finora hanno prevalso gli autori di thriller, la pubblicazione di storie con trame irreali. I personaggi sono improbabili, più che altro caricature. Anche gran parte della letteratura seria ha contribuito a banalizzare la natura del conflitto, semplificandolo e rifiutandosi di analizzarlo. Secondo Gerry Adams è possibile individuare alcune delle principali convenzioni, veri e propri stereotipi, adottate dagli scrittori e ricorrenti nelle descrizioni del conflitto nordirlandese:
“Prima convenzione: il conflitto nordirlandese è un conflitto irrisolvibile.
Seconda convenzione: in ogni caso la gente “normale” ne resta fuori, non viene coinvolta.
Terza convenzione: i militanti di entrambe le opposte fazioni sono in qualche modo degli psicopatici.
Quarta convenzione: la presenza inglese è necessaria”.
Queste convenzioni ricorrono, come una vera e propria congiura, una sistematica manipolazione propagandistica, in gran parte della produzione narrativa. Per varie ragioni, non propriamente nobili. Soprattutto perché la maggior parte degli scrittori non ha interesse a impegnarsi politicamente, a schierarsi. Molti di loro arrivano a sostenere che quello che sta accadendo in Irlanda non è riconducibile alla politica.
In questo il libro di Gerry Adams è molto diverso dalle opere di altri scrittori che si sono occupati della gente di Belfast. La diversità consiste nel fatto che Adams proviene da qui, vive da quarantacinque anni in quelle stesse aree della città; vede quindi quella gente come esseri umani reali, senza sovrapporvi stereotipi; li vede e li descrive nei suoi libri in profondità, “a più dimensioni”. Altri scrittori, magari ritenuti esperti nell’introspezione psicologica, falliscono completamente quando si tratta di fare una analisi psicologica realistica della gente di Belfast. Dichiara Ronan Bennet, autore dell’introduzione, che “spesso mi è capitato di leggere dei libri ben recensiti dalla stampa, libri definiti molto attenti alla realtà del conflitto ma quando li ho letti non vi ho riconosciuto la gente di West Belfast”. Invece, per una reale descrizione di questa gente, “Strade di Belfast” non ha uguali.
Va anche ricordato come prima degli anni Ottanta fosse molto diffusa e data per scontata, l’idea che i Repubblicani tenessero in pugno la gente dei quartieri cattolici; che l’appoggio della popolazione alle lotte fosse in qualche modo estorto. Ma poi questa stessa gente ha liberamente eletto Gerry Adams al Parlamento. Questo fatto incontestabile ha costretto la propaganda britannica a fare marcia indietro e mobilitarsi per demonizzare l’intera comunità cattolica, “complice” dei Repubblicani. Tra gli altri meriti, il libro di Gerry Adams ha anche quello di restituire alla gente di West Belfast la sua identità.
L’UNICO IRLANDESE BUONO È QUELLO MORTO?
Cosa puoi dirci della produzione letteraria in Irlanda? Cosa è cambiato negli ultimi anni?
“Fino a non molto tempo fa in Irlanda lo scrivere sembrava essere interdetto ad alcuni soggetti sociali: la letteratura escludeva le donne, la classe operaia e i Repubblicani. Attualmente la situazione è migliorata, grazie soprattutto al fatto che molti scrittori si sono riappropriati della letteratura.”
E per quanto riguarda la produzione letteraria riguardante il conflitto?
“Ovviamente scrivere sul conflitto è una questione difficile. Ci sono centinaia di libri su questa lotta, in particolare romanzi gialli, thriller. Per un certo genere di scrittori il conflitto nordirlandese è una grossa fonte di ispirazione. Possono ambientarvi le loro trame, proiettarvi i loro eroici protagonisti. Per lo più si tratta di agenti segreti mandati clandestinamente a Belfast dagli Inglesi contro l’IRA che, di solito, ha rapito improbabili vittime (come principesse, cavalli da corsa…) o comunque per portare a termine rischiose operazioni.
In genere l’eroe sconfigge i cattivi Irlandesi e ritorna vincitore, dopo avere anche avuto qualche storia d’amore. Una trama per lo più scontata (da parte mia vorrei citare “La preda di Harry” che, pur ricalcando alcuni dei soliti stereotipi, presenta un finale diverso. Infatti, muore anche il protagonista inglese, ucciso per errore dalle truppe britanniche, non solo il volontario repubblicano braccato, ndr).
C’è un mio amico che insegna all’università e che ha impostato un suo corso proprio su questi stereotipi letterari, peraltro ricorrenti quando si parla dell’Irlanda.”
CIVILIZZAZIONE O COLONIZZAZIONE?
Questo crea dei problemi per quanto riguarda una corretta informazione sulle ragioni del conflitto?
“In effetti è una cosa molto seria. A livello di massa la gente può veramente convincersi che buona parte dei Repubblicani è costituita da mezzi esaltati o addirittura psicopatici (come appaiono spesso in questi romanzi) che passa il tempo a complottare su come rapire giovani principesse o veloci cavalli da corsa. Il messaggio è chiaro ed è quello che ritroviamo sempre nel modo in cui i colonialisti pretendono di interpretare la storia irlandese. Secondo queste teorie gli Inglesi non sarebbero venuti in Irlanda per occupare il nostro paese ma per civilizzarci e salvarci dalla barbarie.
Dimenticando naturalmente che questa opera di “civilizzazione” implicava il fatto di farci cambiare i nostri usi e costumi, la nostra cultura, la nostra stessa identità.”
A proposito di identità. Per un popolo oppresso è fondamentale conservare la propria lingua tradizionale. Questo immagino valga anche per la lingua irlandese?
“Naturalmente. La lingua irlandese è una delle più antiche, una delle prime ad essere state trascritte. Esiste una vastissima produzione letteraria che si perde nei secoli. La tradizione orale in parte è stata soppiantata dalla lingua scritta ma comunque resiste ancora, vive anche nell’era televisiva. E con essa resta viva anche la nostra identità.”
Quale scopo ti proponevi scrivendo questo libro? Contrastare la letteratura basata su stereotipi in merito al conflitto?
“Questo libro non è stato scritto per combattere stereotipi e convenzioni letterarie. Quello che ho cercato e cerco di fare è raccontare delle storie. Nonostante ciò quando è stato pubblicato in Irlanda la televisione ne ha rifiutato la pubblicità (naturalmente gli editori hanno portato il caso in tribunale). Una delle motivazioni era che non si poteva permettere a Gerry Adams di presentarsi come uomo di cultura (in quanto “barbaro e rappresentante di barbari” ); evidentemente permane ancora il tentativo da parte dei media di interpretare e descrivere il conflitto come “guerra tra barbari”.”
COSÌ HO COMINCIATO A SCRIVERE…
Come è nata la tua vocazione di scrittore?
“È cominciata in prigione. Questo libro non è nato come tale. Quando ero in prigione scrivevo per “Republican News”. All’inizio dovevano essere articoli politici. Scrivevo in una situazione abbastanza particolare: una cella con il soffitto in filo di ferro, poco più grande di questa stanza, dove stavano concentrate trenta persone e i relativi letti a castello. Quando, per es., cominciavo a scrivere che il tal primo ministro aveva fatto un annuncio e cercavo di spiegare, di trovare un significato, gli altri 29 prigionieri esprimevano la loro opinione. Non solo sul primo ministro ma anche sulla mia opinione sul primo ministro; a questo poi naturalmente si aggiungeva la loro opinione sulla mia opinione sulla loro opinione sul primo ministro. E così via. Quando i miei articoli cominciarono a diventare storie sui prigionieri, sulla nostra situazione. Eravamo in trenta dentro una cella; in un braccio con quattro celle; in ventidue blocchi… C’era una varietà umana incredibile, persone di età ed estrazione diversa; da quelli giovanissimi a quelli già in età pensionabile, provenienti sia dalle città che dalle aree rurali… Così ogni settimana scrivevo cosa succedeva, come si comportavano. Mettevo insieme la mia storia (personalmente ho molto apprezzato quella sul processo al topo caduto nel porridge di un detenuto e infine assolto e rimesso in libertà, ndr), la mettevo in una scatola di tabacco appesantita con delle pietre (la chiamavamo “il piccione”) e la lanciavamo in un altro blocco. Da qui lo scritto veniva portato fuori con qualche espediente. Naturalmente uno dei compiti dei secondini era impedirci di portare all’esterno quello che, secondo gli stereotipi, noi non avremmo saputo fare. Dato che i barbari non sanno scrivere. Alcune storie contenute in questo libro erano state scritte in prigione e poi dimenticate. Naturalmente nella mia attività politica ho dovuto scrivere soprattutto cose politiche ma come hobby ho continuato a prendere appunti, a fissare idee (nei treni, durante gli spostamenti…) da cui poi ricavare storie.”
DA GIBILTERRA A MILLTOWN
Avevi accennato ad alcuni episodi che vi hanno spinto ad incrementare, ad incoraggiare una produzione letteraria che contribuisse a ristabilire la vera immagine della gente dei quartieri repubblicani…
“Nel 1988 i Servizi (le S.A.S., teste di cuoio britanniche, ndr) avevano assassinato tre militanti dell’IRA a Gibilterra. Quando le bare erano tornate a Belfast, nel cimitero cattolico di Milltown, i funerali sono stati attaccati. Tre persone sono state uccise e 64 ferite. L’episodio venne ripreso dalle televisioni di tutto il mondo. Forse ricordi le immagini di un un uomo (il loyalista autore dell’attentato) che fuggiva tra le tombe. Anche se non è questo l’argomento di cui voglio parlare ricordo che le armi erano state fornite dagli Inglesi e che l’attentatore, un ex detenuto loyalista, aveva avuto precise informazioni su quali esponenti repubblicani sarebbero stati presenti al funerale. In quella occasione i giornali avevano avuto parole di apprezzamento per i giovani che lo avevano inseguito e catturato vivo, in quanto avevano agito disarmati. Ma due giorni dopo, al funerale di una delle tre vittime dell’attentato loyalista, una macchina si introdusse nel corteo. A bordo c’erano due uomini armati, due soldati inglesi in borghese. Vennero circondati dalla folla che temeva un altro attacco settario e questi spararono alcuni colpi di pistola. Come sai vennero catturati dalla folla e linciati. E la gente di West Belfast, la stessa che due giorni prima era stata apprezzata, venne descritta come barbara, assassina, selvaggia… Da quel momento West Belfast e tutti i suoi abitanti furono oggetto di pesanti campagne denigratorie. L’intera comunità venne considerata responsabile dell’uccisione. Non si faceva nessun tentativo per capire la situazione psicologica di questa gente che due giorni prima era stata attaccata durante un funerale; tutti venivano considerati responsabili.
Una delle risposte a questa campagna denigratoria è stata quella di organizzare manifestazioni di segno opposto, che mostrassero la realtà del nostro popolo. Organizzammo pubbliche letture di poesie, incontri sportivi, proiezioni cinematografiche, dibattiti…
Dopo un anno questo “festival” cominciò ad avere grandi adesioni. Quello che all’inizio era stato organizzato come una “forma di sopravvivenza”, per non perdere la propria identità deturpata dai media, (far vedere che questa gente sapeva anche cantare, scrivere poesie, libri…) è divenuto qualcosa di molto più grande. Questo libro è appunto il mio contributo a questa opera, un riconoscimento, una celebrazione della mia gente. Ho voluto far vedere anche l’altra faccia della medaglia, quella dimenticata dai media. In questo senso ho anche detto che è stato scritto soprattutto per quella stessa gente di cui si parla nel libro. Naturalmente mi fa piacere che venga letto anche altrove. Anche noi abitanti dei quartieri repubblicani dobbiamo ricordarci che c’è un mondo oltre West Belfast.”
Ma la gente di West Belfast è gente particolare, “speciale”? Predisposta a combattere?
“Non direi. La gente di Belfast non è particolarmente combattiva. Quello che succede a Belfast è quello che succederebbe ovunque in quella situazione. Per esempio se voi foste sotto l’occupazione militare, la repressione di uno stato straniero, probabilmente alcuni combatterebbero, altri no, altri ancora troverebbero una via di mezzo. La maggior parte sicuramente andrebbe avanti con la propria vita di ogni giorno. Lo stesso accade a West Belfast. Potenzialmente è una situazione universale.”
DA BALLYMURPHY A SOWETO
“Tento di spiegarmi brevemente con due storie simili, storie analoghe a quelle raccontate nel mio libro. Dopo le recenti elezioni in Sudafrica, alla televisione abbiamo cominciato a vedere film e documentari che non si erano mai visti finché Mandela e i Neri erano considerati dei “barbari”. In uno che ho visto recentemente davano la parola alla gente di Soweto e mi sono riconosciuto in una precisa situazione. Quando ero bambino eravamo una famiglia molto numerosa e mia madre si dava da fare per trovare una casa adeguata. Dopo anni e anni gliene venne assegnata una, un alloggio popolare in costruzione, a Ballymurphy, un quartiere cattolico. Alla domenica andò a vedere le fondamenta e poi in seguito andava ogni domenica a vederla, man mano che veniva costruita.
In quel documentario che ti dicevo sulla gente di Soweto c’era una donna nera che raccontava di quando da giovane aveva molti figli piccoli; le avevano promesso una casa, un alloggio popolare e ogni domenica andava a vedere questa casa in costruzione. Proprio come mia madre. E questo accadeva mentre, sia in Irlanda che in Sudafrica, le lotte, gli scontri, le violenze imperversavano. Tra l’altro alla fine la casa di questa donna venne costruita attorno ad un masso. Lei raccontava questo fatto in modo molto umoristico; raccontava di quanto erano stati stupidi a costruire la casa attorno ad un masso. In questo ho riconosciuto lo stile, l’atmosfera delle storie di West Belfast.Quindi, concludo, West Belfast è in Sudafrica, in Messico, dovunque la gente mostra il suo coraggio, la sua dignità, la sua pazienza incredibile e anche la sua ironia di fronte a quello che è costretta a sopportare.”
QUANDO LA STORIA VIENE RIMOSSA
A tuo avviso il conflitto ha determinato una diversa mentalità tra Irlanda del Nord e Repubblica? Lo chiedo perché spesso ho avuto l’impressione che al sud non fossero molto interessati alle lotte della comunità cattolica del Nord…
“Non credo ci sia una sostanziale differenza di mentalità. Ci sono invece due realtà politiche molto diverse. Bisogna riconoscere che questi settanta anni di divisione dell’Isola sono stati un vero fallimento non solo dal punto di vista sociale (anche al sud larghi strati della popolazione vivono in povertà) ma soprattutto dal punto di vista culturale. Quando la questione della riunificazione non era rivendicata dalla gente del nord questo forniva un buon argomento, un alibi alla classe politica del sud. Ma quando la gente del nord ha cercato delle soluzioni, i politicanti di Dublino hanno dovuto preoccuparsi dei loro interessi politici che la ripresa delle lotte contro l’oppressione coloniale metteva in discussione. Questo ha portato ad un notevole revisionismo della storia irlandese, con una vera e propria rimozione delle lunghe battaglie per l’indipendenza. Perfino la Rivolta di Pasqua del 1916 non viene celebrata dal Governo di Dublino! Infatti diventa difficile spiegare perchè era giusto lottare contro gli inglesi nel ’16 e ora no.
Questo naturalmente crea anche problemi di identità perchè un popolo deve sapere da dove viene per sapere dove andare.
Tra l’altro, come sai, fino al gennaio di quest’anno (1994) gli esponenti e i candidati del Sinn Fein non potevano parlare in televisione. Il bando risaliva addirittura a vent’anni prima. Puoi immaginare cosa significhi per un trentenne che non ha mai sentito alla televisione una dichiarazione dei Repubblicani: non puoi certo pretendere che abbia le idee chiare in proposito. Contemporaneamente bisogni riconoscere che anche il Sinn Fein ha precise responsabilità in questo scarso interesse dimostrato dai cittadini della Repubblica. Una delle principali sfide a cui dobbiamo far fronte nell’immediato futuro è quella di saper rappresentare una valida alternativa politica anche per le 26 contee (la Repubblica, ndr).
Naturalmente in questo atteggiamento è presente anche la paura. Il conflitto del nord fa paura. È comprensibile che le violenze, gli omicidi, la repressione vengano temuti e respinti, rifiutati.
Ma nonostante questo bisogna ricordare che, quando ne ha avuto la possibilità, la maggior parte della gente si è espressa a favore del ritiro delle truppe. Non è molto che è stato chiesto al Primo Ministro irlandese perché non vogliono indire un Referendum sugli articoli 1 e 2 (quelli che riguardano i confini tra Repubblica e Irlanda del Nord, ndr). Ha risposto, testualmente: “Perché lo perderemmo”.
Nonostante tutte queste evidenti contraddizioni penso si possa affermare che la stragrande maggioranza degli irlandesi ha un profondo desiderio di vedere l’Isola completamente libera. La nostra proposta congiunta di pace (fatta da Gerry Adams per il Sinn Fein e da John Hume, leader del partito cattolico socialdemocratico, ndr) è stata ben accetta anche nella Repubblica.”
NOI VOGLIAMO CHE QUESTA GUERRA ESCA DALLE NOSTRE VITE
A proposito della proposta di pace. Da qualche parte si sussurra che rischi di cadere nel nulla, che la parola potrebbe tornare alla repressione da un lato e agli attentati dall’altro. Come stanno effettivamente le cose?
“Le ultime dichiarazioni del Governo inglese sono di fatto una risposta alle proposte irlandesi. Gli Inglesi rispetto al processo di pace si sono mossi in modo riluttante ma i chiarimenti arrivati in questi giorni (proprio la mattina dell’intervista, 20 maggio, grazie al fax di un quotidiano veneziano, Adams si era visto recapitare ventun pagine di chiarimenti, ndr) sono un fatto importante. Prima di Natale il Sinn Féin aveva chiesto precisazioni (tramite il premier irlandese Albert Reynolds) in merito alla cosiddetta Dichiarazione di Downing Street ma ci era stato mandato a dire da fonti ufficiali che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”. Il nostro è un documento di venti domande in merito a questioni molto importanti riguardanti il testo della Dichiarazione, le differenti interpretazioni che danno della Dichiarazione i due Governi, quali siano i processi e le strutture che si svilupperanno dalla Dichiarazione.
Adesso hanno accettato di rispondere e per cominciare sono arrivate ben ventun pagine di chiarimenti. Niente male se pensiamo che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”.
Ora bisogna vedere che ruolo svolge tutto questo nel processo di pace. L’ho ricevuto solo oggi; la mia prima risposta è che ci rapporteremo in modo positivo per far progredire la situazione. Comunque il processo di pace va avanti anche indipendentemente dall’importanza di questo nuovo documento. Noi vogliamo che questa guerra esca dalle nostre vite (purtroppo non sembra che per ora questa sia anche l’aspirazione delle bande loyaliste: nei giorni immediatamente successivi, proprio in risposta alla ripresa del negoziato, ci sono stati vari attentati contro sedi e locali del Sinn Féin, non solo a Belfast ma anche a Dublino, ndr).”
LA CAUSA DETERMINANTE DEL CONFLITTO È LA PRESENZA INGLESE
Un motivo ricorrente quando si parla dell’Irlanda è che il conflitto è sostanzialmente una lotta settaria legata a discriminanti religiose. Questo in genere chiude il discorso, isola la questione da tutte le implicazioni politiche, sociali… Cosa puoi dirci in proposito?
“Indubbiamente c’è anche una componente settaria, ma comunque è secondaria. La causa determinante del conflitto è la presenza inglese. Insistere solo sul fattore religioso è appunto uno degli stereotipi generalmente adottati dalla narrativa, quella che ci mostra da un lato i fanatici settari loyalisti e dall’altro i bigotti cattolici anche loro con la loro buona dose di settarismo. Entrambi sostanzialmente malvagi.
Ormai è chiaro a chiunque abbia un minimo di esperienza dell’Irlanda del Nord che questa è un’analisi falsa e superficiale, una posizione di comodo per non affrontare il vero problema.”
(Gianni Sartori – 1994)
A COLLOQUIO CON YVAN COLONNA – di Alberto Schiatti


Ci siamo, dopo mesi di burocrazia, di speranza e di delusione, con sempre al fianco degli amici che dalla Corsica si sono prestati ad aiutarmi negli adempimenti necessari con un’infinità di telefonate, finalmente sono qui.
Una struttura carceraria super sicura, alte mura grigie, torrette di osservazione, ovunque sbarramenti metallici e elettronici. Ai margini di una città, in mezzo a concessionarie di auto piene di autovetture, uno dei segnali del benessere ma anche della precarietà di questa società. All’ingresso controlli a più non posso, ma anche personale cortese, e ti trovi in mezzo alle famiglie che si recano periodicamente in visita a qualcuno a loro caro, detenuto in questo posto.

Quando, alla richiesta di chi sia la persona che ti proponi di visitare, fai il nome di Yvan Colonna incredibilmente ti trovi al centro dell’attenzione: lo conoscono tutti, perfino i parenti degli altri detenuti. E non si tratta certamente di Corsi, ma nella maggior parte di originari delle ex colonie francesi, maghrebini in primis.
Certo, stai andando a trovare quello che in un certo periodo è stato il latitante numero uno in Francia, l’uomo che ha tenuto in scacco per oltre quattro anni i corpi di polizia transalpini e che è stato poi trasferito a Parigi con uno schieramento di forze incredibile, visionando i filmati dell’epoca. Colui che è stato accusato di aver colpito a morte il massimo rappresentante in Corsica dello Stato francese, il prefetto Erignac, ma ha sempre gridato a gran voce la propria innocenza.

Tu hai portato un libro e una rivista per lui e ti sembra una cosa normale potergliela consegnare. Ma non è così: ci sono regole severissime per introdurre qualsiasi cosa, compreso libri o “pericolosi” oggetti simili. E allora segui i preziosi consigli che ti danno e incroci le dita, nella speranza che quel sacchetto, dopo le opportune e approfondite ispezioni, sia consegnato al destinatario.
Ti accompagnano in gruppo con tutti gli altri parenti attraverso portoni, cancelli, sbarramenti, ti ispezionano elettronicamente con lo stesso sistema che trovi negli aeroporti, esaminando ogni particolare del tuo abbigliamento, ogni millimetro delle tue tasche. E qui ancora di più capisci che sei in un carcere di massima sicurezza, dove tutto deve seguire determinate regole.
Finalmente, dopo altri portoni sbarrati, ti trovi al primo piano nella zona riservata alle visite: delle cellette con due ingressi (uno per il visitatore, l’altro per il detenuto) quattro pareti nude, un tavolino, una serie di sedie di plastica ….. e attendi.
Dopo una decina di minuti, nei quali è impossibile non farsi domande ( per esempio, su come potrebbe essere la tua vita all’interno di una cella che è più o meno grande come questa ), ecco che si apre la porta di fronte ed entra Yvan. E qui ti aspetta una sorpresa: ti aspetteresti un personaggio truce, abbruttito da più di tredici anni di carcere e che diciotto anni fa ha dovuto lasciare la vita normale che tutti noi conduciamo, anche se sapeva di essere assolutamente estraneo a quanto gli veniva scaricato sulle spalle.
Ecco la sorpresa, dicevo: ti trovi di fronte un uomo in perfetta forma fisica, un cinquantenne che dimostra trent’anni, con pantaloncini e scarpe sportive ed un giubbotto, perfettamente sbarbato, con uno sguardo vivissimo e un sorriso sul volto. Esattamente l’opposto di quanto ci si potrebbe aspettare.
Un abbraccio, forte, fortissimo, forse perchè è il primo incontro fisico, dopo anni di lettere fra di noi. Un momento in cui diventa difficile soffocare l’emozione che ti sale addosso. E poi via, inizia una lunga chiacchierata fra amici, sembra quasi che ci siamo lasciati poco tempo prima, dopo aver bevuto una Pietra insieme in qualche villaggio della Corsica. E si parla di tutto, della sua vita dentro quel posto, della sua sfortunata vicenda, dell’ultima scandalosa sentenza che l’ha visto protagonista presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con anche lì la Francia a fare pressioni inaudite per evitare una revisione del processo.
E della famiglia, dell’orgoglio di un padre che ha lasciato a casa un bambino di 9 anni e si ritrova, nelle visite che riescono ad organizzare, un uomo di 26 che ha scelto di fare il pastore come lui, pratica sport come lui e vive come dovrebbe fare ogni giovane Corso che rispetta le proprie tradizioni e la propria Terra.
E di quello che resta il suo cruccio, quello di avere dei genitori anziani e di non poter essere al loro fianco, di non poter essere quel sostegno ai problemi della vecchiaia che si meriterebbero. Genitori che appartenendo da sempre al mondo della politica gli hanno trasmesso quei principi di solidarietà e di umanità che lo hanno sempre guidato.
E della disciplina che, da uomo di sport, si è imposto anche in questa dura esperienza: sveglia alle 5,30, attività fisica con corsa mattutina (ovviamente nello spazio ristretto che gli è permesso durante il tempo all’aria aperta), lettura, scrittura, pittura e tanti altri “impegni”, necessari a tenere il corpo e soprattutto la mente sempre occupati. Nelle ore dedicate alla scrittura, oltre al tempo necessario per rispondere alle numerose lettere che gli vengono indirizzate, c’è uno spazio per un’attività molto particolare: il lavoro di traduzione in Lingua Corsa di testi che gli sono particolarmente piaciuti, come volumi del sardo Marcello Fois e del cileno Luis Sepulveda. Ultimamente si sta dedicando alla traduzione di un testo di un sociologo veneto, il prof. Sabino Acquaviva, dedicato alla storia del popolo Corso e al suo genocidio fisico e culturale.

Insomma, in poche parole, un uomo che ti stupisce dicendo: “Eh, sai per altre cose non ho tempo”.
Il tempo passa velocemente, mentre spaziamo dalla politica economica alla politica mondiale, dall’economia alla letteratura, dalle Lingue alle Tradizioni, e allora arriva il momento del saluto.
Un saluto che contiene un’altra fortissima dose di emozioni, un abbraccio sincero fra due uomini che sperano che, nonostante tutto, la verità possa emergere una volta per tutte e che questo calvario umano abbia fine. Una speranza oggi, chiuse tutte le tappe di carattere giudiziario, che è riposta nelle mani della politica, di quella Corsa che deve portare avanti con sempre maggiore determinazione il problema dei prigionieri politici e di quella francese che deve ammettere gli errori del passato e, sulla strada di quanto è avvenuto in altri Stati, chiudere con un’amnistia un periodo di sangue e sofferenze per entrambi i popoli. Ma anche, aggiungo, di quella europea, che proprio per evitare la nascita o il proseguimento di tali conflitti, deve trovare la strada per imporsi sui singoli interessi dei vari Stati per aprire le porte a un periodo di collaborazione fra i Popoli continentali, nel rispetto reciproco delle proprie identità, culture, storie ed economie, verso un rilancio delle idee Euroregionaliste che rafforzino la coesione della piattaforma europea nei confronti delle sfide con il resto del mondo.
Un saluto, caro amico Yvan, e una promessa che ci siamo fatti ad Arles: la prossima volta che ci troviamo dovrà essere a Carghjese, davanti al tuo mare ed in mezzo alla tua gente. A te spetta resistere, a noi sostenerti e rendere sempre più conosciuta la tua storia, una storia che può capitare a ciascuno di coloro che, impegnati culturalmente e politicamente, si possano scontrare con gli interessi di qualche potente o di qualche Stato.
GHJUSTIZIA PA’ YVAN COLONNA
Alberto Schiatti
Dimissioni da vice ministro di Mc Guinness: accordi di pace a rischio? – (di Gianni Sartori)

Inizio dell’anno convulso per l’Irlanda del Nord. Il 9 gennaio l’esponente storico del Sinn Féin Martin McGuinness, ha rassegnato le proprie dimissioni da vice primo ministro.


Il gesto dell’ex capo di Stato Maggiore dell’IRA, ufficialmente un “atto di protesta” contro Arlene Foster, primo ministro e leader del Partito unionista democratico, potrebbe in realtà rappresentare l’ultimo scatto di orgoglio di un ex combattente. Mc Guinnes avrebbe colto l’occasione per uscire a testa alta, con l’onore delle armi, da una situazione difficile.
Il 66enne esponente repubblicano, uno dei principali artefici del cessate-il-fuoco da parte dell’IRA, è attualmente molto malato, pare per una sindrome degenerativa del sistema nervoso.
Insieme a Gerry Adams, era stato il principale negoziatore degli «Accordi del Venerdì Santo», sottoscritti congiuntamente dai governi britannico ed irlandese nell’aprile 1998. Da allora, pur tra scissioni di gruppi armati dissidenti e ripresa saltuaria di scontri tra le due diverse comunità, unionisti (i lealisti, protestanti e fedeli alla Corona) e repubblicani (indipendentisti cattolici) hanno condiviso vari governi di coalizione.
Stando alle accuse, la Foster avrebbe distribuito finanziamenti pubblici ad hoc durante un suo mandato precedente (alle Finanze) in un programma di riconversione energetica per le industrie dell’Irlanda del Nord.
Si parla quindi di «corruzione» e di «conflitto di interessi». Accuse del genere, mosse da un vice ministro oltretutto, portano inevitabilmente alla crisi di governo e di conseguenza a elezioni anticipate, presumibilmente entro marzo.
Mc Guinness aveva ricoperto ininterrottamente per un decennio (dal 2007 al 2017) la carica di vice primo ministro e le sue dimissioni, almeno secondo la stampa britannica (ma forse si sta volutamente alimentando un certo allarmismo) potrebbero provocare la rimessa in discussione dell’intero impianto (fragile e discutibile, va detto) di soluzione politica del conflitto nordirlandese.
Come è noto, l’attuale divisione dell’Isola Smeralda risale al 1921 quando una legge del Parlamento del Regno Unito separò l’Irlanda del Nord (all’epoca in maggioranza protestante e unionista) intenzionata a rimanere sotto la corona dell’Uk, dalla Repubblica d’Irlanda (in maggiorana cattolica e repubblicana) favorevole a un’Irlanda unita e indipendente. Per un osservatore superficiale poteva apparire anche una questione religiosa. Nelle sei contee (erroneamente spesso chiamate Ulster, anche se in realtà ben tre contee della regione storica andarono alla Repubblica) gran parte della popolazione discendeva da coloni solitamente definiti “britannici”, ma in realtà scozzesi (quindi di origine celtica) e non anglicani ma presbiteriani, mentre l’Irlanda era un paese a larga maggioranza cattolica. Da allora la situazione è cambiata. Più prolifici, i cattolici ormai hanno raggiunto la parità numerica anche in Irlanda del Nord.
Dalla fine degli anni Sessanta, il conflitto tra le due comunità, noto come periodo dei Troubles (intenzionalmente alimentati da Londra per giustificare il proprio intervento militare) si mantenne costante. Sostanzialmente una guerra a bassa intensità che vide, da un lato, la lotta armata di organizzazioni indipendentiste di sinistra come IRA e INLA, dall’altra, oltre alla repressione operata da esercito inglese e dalla polizia (RUC), l’utilizzo di squadre della morte e milizie unioniste (UVF, UFF…), talvolta paragonate per il loro spirito settario al KKK statunitense..
La segregazione sociale, la discriminazione nei confronti dei cattolici (in passato una forma di vero apartheid) è in parte ancora operativa e costituisce comunque un grave problema sociale.
Ovviamente il contenzioso tra il repubblicano Mc Guinness e la lealista Foster non è di natura religiosa ma esclusivamente politico.
Con la Brexit abbiamo un’Irlanda del Nord “fuori” dall’Unione europea, mentre la Repubblica è rimasta “dentro”. Analogamente a quanto sta avvenendo in Scozia, questa situazione potrebbe riaprire antiche ferite.
Inevitabile provare una certa amarezza di fronte alla deriva anche umana dei principali leader repubblicani, persone che sicuramente hanno sacrificato gran parte della loro vita per difendere i diritti del popolo irlandese.
Gerry Adams (che abbiamo visto invecchiare anno dopo anno presenziando a decine di funerali dei combattenti dell’IRA caduti sotto il piombo inglese) talvolta sembra confuso, pateticamente preoccupato di postare messaggi e immagini di torte fatte in casa, pelouche e altre amenità personali. Mc Guinnes nelle recenti immagini appariva alquanto sofferente e mostra uno sguardo da paura. Agisce forse anche il ragionevole dubbio di aver svenduto anni di lotta e sofferenze per un misero piatto di lenticchie, abbandonando a se stessi militanti sinceri a cui da un giorno all’altro venne imposto di deporre le armi senza una reale contropartita. Con le inevitabili e facilmente prevedibili derive militariste a cui abbiamo assistito.
Al momento, tra le varie posizioni la più ragionevole appare quella di coloro che, pur rifiutando gli accordi, hanno definitivamente abbandonato l’ipotesi di una prosecuzione della lotta armata (vedi l’INLA) ma non quelle della riunificazione dell’Isola e del socialismo.
Gianni Sartori
UOMINI SENZA LEGGE (Hors la Loi) – (2010) – di “FBL – fa balà l’oeucc”

Si tratta di un contestatissimo (in Francia) film del regista Rachid Bouchareb, il seguito di una precedente opera dello stesso autore, “Days of Glory”, nel quale veniva descritta la condizione delle truppe di origine algerina all’interno dell’esercito francese durante il Secondo Conflitto Mondiale. I tre fratelli protagonisti di queste pellicole vivono nel contesto dell’Algeria coloniale, dove pian piano cresce la ribellione contro la Francia.

Infatti il film si apre con il massacro di Sétif dell’8 maggio 1945, uno degli episodi più efferati della storia del colonialismo transalpino. La loro unica strada resta l’emigrazione a Parigi, dove il destino li separerà temporaneamente: uno diverrà un’esponente della piccola malavita, un altro combatterà in Indocina ed il terzo inizierà la militanza politica nel movimento indipendentista algerino e verrà incarcerato. Tutto ciò ambientato nella situazione di degrado fisico e morale nel quale vivevano gli algerini nelle baraccopoli che sarebbero poi divenute le tristemente famose banlieues parigine. Questo loro stato fa riscoprire un senso di appartenenza nazionale ai fratelli, che si trasformano in “fellagha” di una cellula clandestina del FLN ed iniziano una serie di azioni violente, incanalando in questi atti tutta la rabbia repressa nei confronti di uno Stato che li ha usati come carne da macello in guerra e continua a farlo anche in tempo di pace.

La fine della loro esistenza avverrà proprio all’alba del raggiungimento dell’indipendenza algerina, in una cupa atmosfera dove si muovono desiderio di libertà e riscatto, ma anche cieca violenza e gangsterismo. Un fedele ritratto di quella Francia avviata malvolentieri verso la fine del colonialismo e che faticava a rendersi conto che tutto ciò era il passato. Un film sicuramente da non perdere in quanto, al contrario del premiato “La Battaglia di Algeri” (1966) del regista Gillo Pontecorvo, sposta l’obbiettivo della cinepresa su tutto quanto ha preceduto l’epilogo della Guerra di Algeria, cercando di farci capire le ragioni che hanno portato a quel ferocissimo conflitto. Tutto questo senza indulgere in sentimentalismi o in prese di posizione di carattere politico, ma cercando di descrivere anche con crudezza la Storia.
di “FBL – fa balà l’oeucc”
