A COLLOQUIO CON YVAN COLONNA – di Alberto Schiatti

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Ci siamo, dopo mesi di burocrazia, di speranza e di delusione, con sempre al fianco degli amici che dalla Corsica si sono prestati ad aiutarmi negli adempimenti necessari con un’infinità di telefonate, finalmente sono qui.

Una struttura carceraria super sicura, alte mura grigie, torrette di osservazione, ovunque sbarramenti metallici e elettronici. Ai margini di una città, in mezzo a concessionarie di auto piene di autovetture, uno dei segnali del benessere ma anche della precarietà di questa società. All’ingresso controlli a più non posso, ma anche personale cortese, e ti trovi in mezzo alle famiglie che si recano periodicamente in visita a qualcuno a loro caro, detenuto in questo posto.

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Quando, alla richiesta di chi sia la persona che ti proponi di visitare, fai il nome di Yvan Colonna incredibilmente ti trovi al centro dell’attenzione: lo conoscono tutti, perfino i parenti degli altri detenuti. E non si tratta certamente di Corsi, ma nella maggior parte di originari delle ex colonie francesi, maghrebini in primis.

Certo, stai andando a trovare quello che in un certo periodo è stato il latitante numero uno in Francia, l’uomo che ha tenuto in scacco per oltre quattro anni i corpi di polizia transalpini e che è stato poi trasferito a Parigi con uno schieramento di forze incredibile, visionando i filmati dell’epoca. Colui che è stato accusato di aver colpito a morte il massimo rappresentante in Corsica dello Stato francese, il prefetto Erignac, ma ha sempre gridato a gran voce la propria innocenza.

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Tu hai portato un libro e una rivista per lui e ti sembra una cosa normale potergliela consegnare. Ma non è così: ci sono regole severissime per introdurre qualsiasi cosa, compreso libri o “pericolosi” oggetti simili. E allora segui i preziosi consigli che ti danno e incroci le dita, nella speranza che quel sacchetto, dopo le opportune e approfondite ispezioni, sia consegnato al destinatario.

Ti accompagnano in gruppo con tutti gli altri parenti attraverso portoni, cancelli, sbarramenti, ti ispezionano elettronicamente con lo stesso sistema che trovi negli aeroporti, esaminando ogni particolare del tuo abbigliamento, ogni millimetro delle tue tasche. E qui ancora di più capisci che sei in un carcere di massima sicurezza, dove tutto deve seguire determinate regole.

Finalmente, dopo altri portoni sbarrati, ti trovi al primo piano nella zona riservata alle visite: delle cellette con due ingressi (uno per il visitatore, l’altro per il detenuto) quattro pareti nude, un tavolino, una serie di sedie di plastica …..  e attendi.

Dopo una decina di minuti, nei quali è impossibile non farsi domande ( per esempio, su come potrebbe essere la tua vita all’interno di una cella che è più o meno grande come questa ), ecco che si apre la porta di fronte ed entra Yvan. E qui ti aspetta una sorpresa: ti aspetteresti un personaggio truce, abbruttito da più di tredici anni di carcere e che diciotto anni fa ha dovuto lasciare la vita normale che tutti noi conduciamo, anche se sapeva di essere assolutamente estraneo a quanto gli veniva scaricato sulle spalle.

Ecco la sorpresa, dicevo: ti trovi di fronte un uomo in perfetta forma fisica, un cinquantenne che dimostra trent’anni, con pantaloncini e scarpe sportive ed un giubbotto, perfettamente sbarbato, con uno sguardo vivissimo e un sorriso sul volto. Esattamente l’opposto di quanto ci si potrebbe aspettare.

Un abbraccio, forte, fortissimo, forse perchè è il primo incontro fisico, dopo anni di lettere fra di noi. Un momento in cui diventa difficile soffocare l’emozione che ti sale addosso. E poi via, inizia una lunga chiacchierata fra amici, sembra quasi che ci siamo lasciati poco tempo  prima, dopo aver bevuto una Pietra insieme in qualche villaggio della Corsica. E si parla di tutto, della sua vita dentro quel posto, della sua sfortunata vicenda, dell’ultima scandalosa sentenza che l’ha visto protagonista presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con anche lì la Francia a fare pressioni inaudite per evitare una revisione del processo.

E della famiglia, dell’orgoglio di un padre che ha lasciato a casa un bambino di 9 anni e si ritrova, nelle visite che riescono ad organizzare, un uomo di 26 che ha scelto di fare il pastore come lui, pratica sport come lui e vive come dovrebbe fare ogni giovane Corso che rispetta le proprie tradizioni e la propria Terra.

E di quello che resta il suo cruccio, quello di avere dei genitori anziani e di non poter essere al loro fianco, di non poter essere quel sostegno ai problemi della vecchiaia che si meriterebbero. Genitori che appartenendo da sempre al mondo della politica gli hanno trasmesso quei principi di solidarietà e di umanità che lo hanno sempre guidato. 

E della disciplina che, da uomo di sport, si è imposto anche in questa dura esperienza: sveglia alle 5,30, attività fisica con corsa mattutina (ovviamente nello spazio ristretto che gli è permesso durante il tempo all’aria aperta), lettura, scrittura, pittura e tanti altri “impegni”, necessari a tenere il corpo e soprattutto la mente sempre occupati. Nelle ore dedicate alla scrittura, oltre al tempo necessario per rispondere alle numerose lettere che gli vengono indirizzate, c’è uno spazio per un’attività molto particolare: il lavoro di traduzione in Lingua Corsa di testi che gli sono particolarmente piaciuti, come volumi del sardo Marcello Fois e del cileno Luis Sepulveda. Ultimamente si sta dedicando alla traduzione di un testo di un sociologo veneto, il prof. Sabino Acquaviva, dedicato alla storia del popolo Corso e al suo genocidio fisico e culturale.

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Insomma, in poche parole, un uomo che ti stupisce dicendo: “Eh, sai per altre cose non ho tempo”.

Il tempo passa velocemente, mentre spaziamo dalla politica economica alla politica mondiale, dall’economia alla letteratura, dalle Lingue alle Tradizioni, e allora arriva il momento del saluto.

Un saluto che contiene un’altra fortissima dose di emozioni, un abbraccio sincero fra due uomini che sperano che, nonostante tutto, la verità possa emergere una volta per tutte e che questo calvario umano abbia fine. Una speranza oggi, chiuse tutte le tappe di carattere giudiziario, che è riposta nelle mani della politica, di quella Corsa che deve portare avanti con sempre maggiore determinazione il problema dei prigionieri politici e di quella francese che deve ammettere gli errori del passato e, sulla strada di quanto è avvenuto in altri Stati, chiudere con un’amnistia un periodo di sangue e sofferenze per entrambi i popoli. Ma anche, aggiungo, di quella europea, che proprio per evitare la nascita o il proseguimento di tali conflitti, deve trovare la strada per imporsi sui singoli interessi dei vari Stati per aprire le porte a un periodo di collaborazione fra i Popoli continentali, nel rispetto reciproco delle proprie identità, culture, storie ed economie, verso un rilancio delle idee Euroregionaliste che rafforzino la coesione della piattaforma europea nei confronti delle sfide con il resto del mondo.

Un saluto, caro amico Yvan, e una promessa che ci siamo fatti ad Arles: la prossima volta che ci troviamo dovrà essere a Carghjese, davanti al tuo mare ed in mezzo alla tua gente. A te spetta resistere, a noi sostenerti e rendere sempre più conosciuta la tua storia, una storia che può capitare a ciascuno di coloro che, impegnati culturalmente e politicamente, si possano scontrare con gli interessi di qualche potente o di qualche Stato.

GHJUSTIZIA PA’ YVAN COLONNA

 

Alberto Schiatti   

 

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